C’è una regola non scritta – un principio di buon senso e di garanzia – che consiglia di sospendere dal servizio e di tenere lontano dalla “prima linea” funzionari e operatori delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza sottoposti a indagini e processi, specie se per fattispecie particolarmente gravi. È una “regola” che ai vertici delle polizie italiane, e ai responsabili politici pro tempore, non piace granché, e infatti viene poco e male applicata, con evidente danno per l’immagine delle istituzioni e per la qualità delle relazioni fra queste e la cittadinanza.
Nei giorni
scorsi il giornalista Nello Trocchia, sul quotidiano Il Domani, ha
scritto che Antonio Fullone sta
per essere nominato a capo del Dipartimento per la formazione degli agenti
penitenziari: la pratica preparata dal sottosegretario Andrea Delmastro
sarebbe sul tavolo del ministro Carlo Nordio e mancherebbe solo la sua firma
prima dell’annuncio ufficiale. Fullone,
ecco il problema, è imputato nel processo scaturito dai pestaggi avvenuti
nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e
denunciati a suo tempo proprio da Trocchia sul Domani. È una
vicenda terribile, documentata dalle immagini riprese dalle telecamere interne;
decine di agenti sono sotto processo con l’accusa di tortura. Fullone all’epoca
era Provveditore per le carceri della Campania e fu lui a ordinare la
perquisizione straordinaria poi finita in pestaggio. All’epoca il dirigente fu
sospeso e sostituito nell’incarico ma ora sembra pronto a rientrare nei ranghi
e ad assumere un ruolo importante e delicato come la direzione di una scuola di
formazione. Fullone, naturalmente, potrebbe essere innocente e magari sarà
assolto – e Nordio potrebbe anche decidere altrimenti, visto che la nomina non
è ufficiale – ma il tema resta: esiste
o non esiste una questione di opportunità nelle nomine e nei ruoli, a fronte di
inchieste e processi per gravi fatti storici? Non sarebbe
necessario attendere la fine dei processi prima di procedere con la nomina
degli imputati a nuovi incarichi a ruoli direttivi?
Il problema si pose con particolare rilievo all’epoca delle inchieste
sugli abusi commessi durante il G8 di Genova: furono pestaggi, torture, falsi in atto
pubblico. In quel caso i vertici
delle polizie e dello Stato scelsero di non intervenire, di non sospendere
nessuno, di non avviare procedimenti disciplinari, per quanto a caldo
perfino Pippo Micalizio, l’esperto funzionario inviato dal capo della polizia
del tempo, Gianni De Gennaro, per un’indagine interna sul caso Diaz, avesse
consigliato per iscritto addirittura la destituzione, cioè il licenziamento, di
alcuni dirigenti coinvolti nella violenta e disastrosa “perquisizione” nella
scuola, chiusa processualmente nel 2012 con la condanna in via definitiva di
una decina di imputati, fra i quali importanti dirigenti nazionali della polizia
di Stato.
Il caso Diaz finì anche alla Corte europea per i diritti umani e l’Italia
fu condannata per non avere punito in maniera adeguata i responsabili: la sentenza Cestaro del 2015
ricordava all’Italia, fra altre cose, la necessità, in casi così gravi, di
sospendere i funzionari rinviati a giudizio e di destituirli in caso di
condanna definitiva. L’Italia non fece né l’una né l’altra cosa: a inchieste e
processi in corso tutti i funzionari di livello più alto erano stati anzi
promossi a incarichi superiori, e dopo il 2012, nonostante la condanna in
Cassazione, nessuno era stato destituito. Nemmeno la sentenza Cestaro indusse a
un ripensamento e l’immagine della
polizia di Stato non ne ha certo guadagnato; resta impressa nella
mente dei più la sensazione che gli apparati di sicurezza affrontino con
insofferenza la verifica di legalità della magistratura e il dovere civico di
trasparenza verso la cittadinanza. Genova
G8, vista la rilevanza dei processi e degli imputati, ha inevitabilmente fatto
scuola, e anziché spingere le istituzioni a fare chiarezza sulle
procedure da seguire e ad adeguarsi alla giurisprudenza della Corte di
Strasburgo, ha creato un
precedente nel segno dell’opacità e dell’indifferenza per il rispetto del
principio di opportunità.
Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere, a onor del vero, le sospensioni dal servizio sono state numerose, ma non uniformi,
e non chiaramente comunicate all’esterno, né si conoscono i criteri seguiti –
se ce ne sono stati – per stabilirne la durata e l’esito finale. Turi Palidda,
in un suo recente intervento (https://www.osservatoriorepressione.info/il-meccanismo-che-garantisce-limpunita-agli-agenti-di-polizia-in-italia/), ha ricostruito il sistema di
norme vigenti in materia di procedimenti disciplinari nelle varie forze
dell’ordine: è un sistema così
farraginoso e contraddittorio da lasciare un ampio margine di discrezionalità
ai vertici degli apparati e ai loro referenti politici. E non c’è da
aspettarsi una riforma nella direzione della trasparenza e della chiarezza,
tutt’altro: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quando fu trasformato in legge il decreto sicurezza, promise ad agenti e sindacati
delle forze di polizia un provvedimento speciale per introdurre
nell’ordinamento una serie di norme, prima previste poi stralciate dal decreto,
che erano state definite “scudo
penale” per le forze di polizia. Né chiarezza e trasparenza, né
principio di opportunità, dunque: c’è da aspettarsi, semmai, la formalizzazione
di una protezione speciale e preventiva di agenti e funzionari sottoposti a
indagini e processi.
Celiando un
po’, potremmo dire che l’Italia
non è (ancora?) uno Stato di polizia, ma certamente è uno Stato della
polizia, nel quale non è il primo (cioè il potere politico) a dettare la regole
alla seconda, bensì l’inverso.
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