Dunque Trump sarebbe un “imperialista brutale”. Un pericoloso sovversivo dell’ordine internazionale. Un vandalo che calpesta le sacre tavole del diritto tra i popoli. E i suoi predecessori, invece? Santi subito, immaginiamo. Peccato che la realtà – quella cosa ostinata che continua a disturbare la propaganda – racconti una storia leggermente diversa.
Prendiamo la
conversazione telefonica appena declassificata tra Bush Jr. e Putin, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. Marzo 2003: il presidente americano spiega al collega russo che sta
per bombardare Baghdad. Non chiede permesso, beninteso. Non argomenta in base
al diritto internazionale. Semplicemente informa. Con la
stessa cortesia con cui si avvisa il vicino che il giorno dopo passerà il
camion dei rifiuti. Il tono è identico a quello che Trump usa oggi per parlare
di Groenlandia o Canale di Panama: “lo faccio perché posso”. La
differenza? Trump almeno non si nasconde dietro al dito delle “armi di
distruzione di massa” che – ops – non sono mai esistite.
L’invasione
dell’Iraq è durata oltre dieci anni. Ha prodotto centinaia di
migliaia di morti civili (le stime più prudenti parlano di 200mila, quelle più
realistiche superano il mezzo milione). Ha distrutto un paese, scatenato guerre
settarie, fatto nascere l’Isis. E Saddam Hussein? Trovato in un
buco, processato da un tribunale fantoccio, impiccato in diretta. Tutto rigorosamente
secondo “i nostri valori democratici”, ovviamente.
Ma c’è
di meglio. Nel 2011, l’inquilino della Casa Bianca si chiama Barack
Obama. Premio Nobel per la Pace 2009, giusto per chiarire. Il nostro decide
di “risolvere la questione Gheddafi” – notare la delicata perifrasi burocratica
– attraverso una pioggia di missili e bombe sulla Libia. Risultato:
il leader libico massacrato dai ribelli (un video che ha fatto il giro del
mondo mostra Gheddafi sodomizzato con un oggetto di legno prima di essere
ucciso), il paese precipitato nell’anarchia permanente, diventato base di
mercenari, trafficanti di esseri umani e gruppi terroristi. Mission accomplished, verrebbe da
dire.
Ecco il
punto: l’imperialismo “brutale e nazionalista” di Trump è
semplicemente più sincero. Non si maschera con la fraseologia democratica, con
le “missioni umanitarie”, con la retorica dei “diritti umani”. Non bombarda in
nome della libertà, ma in nome dell’interesse nazionale americano. È più
volgare? Certamente. È più pericoloso? Difficile da credere,
visti i risultati delle guerre “democratiche” precedenti.
Il vero
scandalo non è che Trump faccia l’imperialista – è che i suoi
predecessori lo abbiano fatto spacciandosi per missionari della democrazia.
L’imperialismo liberale “internazionalista” di Obama e Biden ha prodotto lo
stesso numero di cadaveri, con l’aggravante dell’ipocrisia. Almeno
l’imperialista volgare non ti prende per il naso raccontandoti che sta
bombardando per il tuo bene.
La verità è
che l’impero neo-americano è intrinsecamente aggressivo, indipendentemente
dal colore politico dell’amministrazione. Che sia avvolto nella bandiera della
democrazia o esibito con la franchezza di un costruttore immobiliare, il
risultato non cambia: invasioni, occupazioni, regimi cambiati con la forza.
Trump almeno ha il merito dell’onestà intellettuale: quando vuole
qualcosa, lo dice. I suoi predecessori preferivano le buone maniere: ti
bombardavano sorridendo, ti occupavano in nome della libertà, ti distruggevano
il paese per salvarti dalla dittatura. E tutto questo con il plauso dei media
“democratici” e delle cancellerie europee.
Meglio un
imperialista brutale e sincero o un imperialista gentile e ipocrita? La domanda è mal posta. Perché
le centinaia di migliaia di iracheni morti – e i libici, e gli afghani, e tutti
gli altri – non hanno avuto modo di apprezzare la differenza.
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