I dati relativi alla Posizione Finanziaria Netta USA pubblicati ieri dall'US Bureau Economics Analysis segnalano un dato drammatico che non ha riscontri nella storia USA. Per uscire dalla crisi gli USA hanno di fronte due possibilità
Donald Trump
pur non disvelando il problema e la sua entità non ha mai nascosto che
l'elemento cruciale della propria azione politica è il riequilibrio della
bilancia commerciale con il resto del mondo e, di conseguenza, anche un
graduale rientro dei conti nazionali comprensivi dei flussi finanziari in
entrata e in uscita dagli USA. E' stato così fin dal suo primo mandato, del
quale ricordiamo le violentissime polemiche (e minacce) rivolte all'Unione
Europea, accusata (non a torto) delle peggiori nefandezze in materia di
concorrenza sleale. In particolare, a ricevere gli strali di Trump fu la
Germania della Merkel grande creditore americano e detentrice di enormi surplus
finanziari.
Con
l'avvento di Joseph Biden alla Casa Bianca, i toni verso l'Europa cambiarono
notevolmente sul piano verbale e delle relazioni di facciata ma, nella
sostanza, i rapporti tra le due sponde dell'Atlentico peggiorarono enormemente.
Innanzitutto, la Casa Bianca fece deflagrare in guerra aperta la crisi del
Donbass obbligando Kiev a trasferire grandi contingenti dell'esercito
verso le regioni ribelli per una spedizione punitiva e la loro riconquista.
Fatto che spinse i russi ad entrare direttamente in campo per proteggere le due
repubbliche di Donetsk e Lugansk.
Un conflitti che – come scrissi
all'epoca su l'AntiDiplomatico – era da considerarsi come l'omicidio (quasi)
perfetto dell'Unione Europea perpetrato dall'amministrazione Biden: infatti a causa di questa guerra i
paesi europei furono costretti a comminare sanzioni rovinose contro la Russia
che ben presto si rivelarono autodistruttive a causa delle perdita delle
materie prima che Mosca forniva copiosamente a prezzo “politico” e alla perdita
dell'accesso al mercato russo. In definitiva le sanzioni si
rivelarono l'ordigno che ha distrutto la competitività europea nei mercati
mondiali e
dunque anche nei confronti delle merci americane.
Come se non
bastasse, l'amministrazione Biden introdusse nell'ordinamento giuridico
americano una misura, l'Inflaction Reduction act che, sostanzialmente, aveva
l'obbiettivo di favorire gli investimenti produttivi sul suolo americano delle
imprese europee (ma anche del sud-est asiatico a partire da Taiwan).
Con il
ritorno di Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato si è tornati, su
questo tema, ai vecchi toni polemici del primo mandato, ma accompagnati da una
potentissima guerra commerciale scatenata contro il resto del mondo.
Ricordiamo tutti i fortissimi dazi annunciati contro i paese che, a dire di
Trump (non a torto), facevano concorrenza sleale alle imprese a stelle e
strisce. Ovviamente in prima fila c'erano gli europei e naturalmente la Cina
Popolare di Xi.
A questa
furibonda guerra commerciale il Dipartimento di Stato affiancò un secondo
binario, quello di trattative con i paesi ritenuti sleali. Ricordiamo tutti, la
resa dell'Europa, rappresentata plasticamente dalla genuflessione della von der
Layen a Trump nel suo campo da golf scozzese. Non solo, Trump, nella sua
strategia intraprese un tour diplomatico nelle petromonarchie del
Golfo Persico riuscendo a ottenere promesse di investimenti da migliaia di
miliardi di dollari complessivi dall'Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati.
Dunque, una strategia complessa tendente da un lato (quello europeo e magari
dell'estremo oriente) a diminuire il gap commerciale americano ma dall'altro
lato (quello del Golfo Persico) ad attrarre cospicui investimenti, così da non
veder ridurre il fondamentale flusso di investimenti verso gli USA.
Una
strategia, mi permetto di dire, intelligente, complessa e ben strutturata che
in teoria avrebbe dovuto avere successo, sebbene ciò poteva avvenire nel medio
e lungo periodo. Come si sa, riassestare i conti con l'estero è una impresa
titanica e difficilissima anche se il paese in difficoltà sono gli Stati Uniti.
Infatti,
nonostante gli sforzi titanici di Trump e di tutto il suo staff le cose stanno
peggiorando a vista d'occhio. Con un report di ieri, la Bea (US
Federal Boureau of Economics Analysis) ha annunciato che la posizione
finanziaria netta (NIIP, Net International Investment Position) degli USA è
crollata al suo peggior risultato di sempre a ben 27610 miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra incommensurabile, anche per gli USA. Basti pensare,
giusto per fare un esempio a noi vicino, che quando l'Italia fu commissariata
da Mario Monti il passivo della posizione finanziaria netta (NIIP) era di
“appena” 300 miliardi di euro. Una cifra che ormai gli USA perdono in 15
giorni.
Ricordo, che
in sostanza il NIIP è la differenza tra gli investimenti esteri in USA e gli
investimenti americani nel resto del mondo. Un passivo di questa portata ci
indica due cose: la prima è che l'economia USA è sostanzialmente dipendente dai
capitali esteri e la seconda è che il sistema finanziario americano (a partire
da Wall Street) è completamente esposto agli umori degli investitori
internazionali; in altri termini, un deflusso di capitali esteri (una
“fuga di capitali” per usare una terminologia popolare) causerebbe
probabilmente il crollo di Wall Street e la crisi del sistema bancario
statunitense. Anche con l'intervento “provvidenziale della FED” che inonderebbe
il mercato di liquidità. Le cifre necessaria
potrebbero essere troppo alte anche per la banca centrale americana che
potrebbe dover scegliere tra salvare il dollaro e salvare il sistema
finanziario!
Come si
uscirà da questa situazione? I modi sono due, o gli USA accettano un
ridimensionamento sostanzialmente cedendo il proprio impero e ridimensionando
la loro smisurata e costosissima macchina da guerra che ormai costa all'anno
1000 miliardi di dollari (oltre ai 500 miliardi all'anno di benefits per i
veterani delle forze armate) oppure innescano un grande conflitto nel quale si
brucino i libri contabili.
A sentire
gli annunci di Trump che vuole continuare ad aumentare le spese militari e
soprattutto vuole mettere le mani sulla Groenlandia (peraltro sfilandola ad un
vassallo europeo, la Danimarca) viene il dubbio che a Washington le scelte
fondamentali siano state fatte. Anche se l'estensore dell'articolo, ovviamente
spera di sbagliarsi.
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