Proud Prophet: non esistono armi nucleari “tattiche” - Massimo Mazzucco
In
questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi
nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.
Secondo
la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un
potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno
relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In
altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra
le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di
queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla
escalation irreversibile di una totale guerra atomica.
Questa
ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio
in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una
simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.
Eletto
nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei
momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava
allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”,
ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico
deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue
le nazioni sarebbero state completamente distrutte.
Ma fu a
quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si
chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare,
eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere
l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.
Naturalmente,
per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava
in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per
dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.
Una
simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei
militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la
logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la
simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.
Ciascuna
delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva
prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che
accadeva sul campo di battaglia.
E così,
fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe
solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra
atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di
eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori
controllo.
Che
oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con
queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche
di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece
non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni
sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari
“tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation
irreversibile.
Le
guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto
con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione
pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo
indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare
contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico
discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per
motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.
NYT:
la follia nucleare degli strateghi da salotto - Davide Malacaria
La guerra termo-nucleare, prima bandita
dall’orizzonte delle possibilità, è ora entrata in tale orizzonte, con
l’Occidente che ha sfidato più volte la Russia superando linee rosse un tempo
giudicate invalicabili a motivo della Mutua distruzione assicurata che aveva
reso la deterrenza atomica fattore di stabilità globale e costretto le potenze
nucleari alla ricerca di compromessi.
Su questo tema, un articolo di William
Langewiesche sul New York Times, nel quale spiega come la comunicazione non equivocabile
tra antagonisti sia cruciale e fondamentale per gestire la sfiducia reciproca,
oggi giunta al parossismo. Le comunicazioni riservate sono “parte integrante
dell’arte della de-escalation, un’arte che è stata trascurata e ora sta
pericolosamente naufragando”, scrive il cronista.
Ad accrescere i rischi, l’enfasi sulle
atomiche tattiche, che taluni sostengono che si possano usare nell’ambito di
guerre convenzionali. Così la sfida cruciale “ora non è come scongiurare un
attacco a sorpresa, ma come controllare un’escalation che si verifica in bella
vista [Ucraina ndr.], ad esempio,
un conflitto convenzionale che va storto, portando al tintinnio di sciabole
nucleari, al primo utilizzo di piccole armi nucleari, che innescherebbe una
replica con armi nucleari similari, trascinando gran parte del mondo a
scivolare in maniera incontrollata verso l’estinzione”.
La guerra
che non può essere vinta
In realtà, non è la prima volta che sul
mondo incombe l’ecatombe nucleare. Infatti, negli anni della Guerra Fredda
qualcuno si era azzardato a ipotizzarla come possibile, in particolare
Langewiesche ricorda Herman Kahn – che ha ispirato Stanley Kubrick per il
film Il Dottor Stranamore – che nel suo libro Sulla guerra termonucleare scrisse di “livelli
tollerabili di vittime civili” e di devastazioni sopportabili, tanto da
concludere che una guerra simile poteva essere “vinta”.
Non fu l’unico a ipotizzare tale follia,
tanto che sotto Reagan la spinta in tal senso divenne fortissima, grazie anche
alla nuova strategia posta in essere dagli Stati Uniti, quella di creare uno
scudo spaziale che difendesse l’America dalle testate nucleari sovietiche, le
cosiddette “guerre stellari”. L’Urss di Andropov percepì la minaccia insita in
tale determinazione, temeva cioè che l’America si preparasse ad “acquisire una
capacità nucleare di primo attacco che rendesse l’Unione Sovietica ‘incapace di
sferrare un attacco di rappresaglia’”. Lo scudo spaziale era in pratica “un
tentativo di disarmare l’Unione Sovietica di fronte alla minaccia nucleare
degli Stati Uniti”.
In tale tensione, e per verificare se
davvero una guerra nucleare potesse essere controllata e vinta, nel 1983 gli Stati
Uniti realizzarono l’esercitazione segreta Proud Prophet,
usando di tutte le loro risorse in giro per il mondo e nel modo più realistico
possibile. Fu un disastro: nonostante le squadre contrapposte cercassero di
limitare la portata del conflitto, che in effetti iniziò come controllato e
limitato all’Europa, si innescò un’escalation incontrollata, sprofondando il
mondo intero nell’abisso.
Fu uno shock, tanto che, successivamente,
“il dibattito sul controllo dell’escalation nucleare cadde in disgrazia e
l’amministrazione Reagan canalizzò i finanziamenti verso le armi convenzionali.
In parallelo, si registrò una fase di distensione. “L’apparato della guerra
nucleare rimase al suo posto, ma finì per occupare gli angoli più riposti del
complesso militare”, chiosa Langewiesche.
Il miraggio della de-nuclearizzazione
[…] “La calma nucleare era così profonda
che nell’aprile 2009 […] il neoeletto Barack Obama osò proporre l’eliminazione
totale delle armi nucleari, un’iniziativa nota come Global Zero”. Ma non ebbe
un grande successo, “forse perché vivere nel 21° secolo in un mondo privo di armi nucleari significava vivere sotto il
giogo degli Stati Uniti, data la loro superiorità degli
armamenti convenzionali”.
“Gli arsenali nucleari indipendenti
garantiscono l’indipendenza. – prosegue Langewiesche – Questo era, infatti, uno
dei motivi per cui alcuni paesi avevano sviluppato i propri arsenali atomici.
Inoltre, non passò inosservato il fatto che gli Stati Uniti, i quali avevano
acquisito un certo appetito per gli interventi armati, non avevano mai invaso
uno Stato dotato di armi nucleari, non importa quanto odioso apparisse. La
lezione che se ne trasse fu che […] un arsenale nucleare permanente può essere
estremamente utile”.
Alcuni mesi dopo il discorso di Obama, “Thomas
Schelling (padre dell’esercitazione Proud Prophet e
premio Nobel) pubblicò un articolo sul trimestrale Daedalus nel quale metteva in guardia dal
rincorrere un miraggio prima di considerare le possibili conseguenze. Annotò,
per esempio, che in un mondo senza armi nucleari, le ‘ex’ potenze nucleari
sarebbero rimaste comunque potenze nucleari ‘latenti’, con la capacità cioè di
ricostituire rapidamente il proprio arsenale in caso di crisi. Nella
competizione che ne sarebbe risultata, il Paese vincitore, godendo di un breve
vantaggio in quanto unico possessore di armi nucleari al mondo nel corso di una
crisi, sarebbe stato più che motivato a usarle”.
Riposto il miraggio nel cassetto, Obama
si decise a neutralizzare il pericolo nucleare con la Russia attraverso il
trattato New Start, ma tale distensione gli fu rinfacciata dai tanti bellicisti
americani. Per farsi perdonare dovette cedere alle loro pressioni e il denaro
riprese a fluire nel settore atomico, innescando una corsa al perfezionamento
di tali armi. Il paradosso fu che, nonostante il numero di testate restasse
limitato, la loro potenza distruttiva aumentava sempre più.
La giungla atomica
Mentre svaporava l’idea di un mondo senza
l’atomica, altri Paesi iniziarono a investire nello sviluppo del nucleare, così
nel 2012 Paul Bracken pubblicò un libro intitolato The Second Nuclear Age nel quale “descriveva
l’avvento di un mondo nucleare multipolare, la giungla anarchica nella quale
abitiamo ora […]. Ad aggiungere complessità al panorama, con possibilità inesplorate
di confusione per quanto riguarda paesi come Corea del Nord, Pakistan e Iran, è
l’enorme complicazione strategica dell’ascesa della Cina come grande potenza”,
che gli Usa vedono come minaccia esistenziale globale.
Inoltre, le tante innovazioni tecnologiche,
dagli attacchi hacker ai sistemi di invisibilità più sofisticati, rendono più
incerte le capacità di vedere il
pericolo e alimentano ancor più l’incertezza sulla possibilità di un primo
attacco e, di conseguenza, la diffidenza reciproca e i possibili, tragici,
equivoci.
Infatti, a scongiurare il pericolo è la
capacità di deterrenza, cioè il fatto che il potenziale nemico sia conscio che
un attacco nucleare non resterà senza replica. Ma perché ci sia deterrenza
occorre lavorare a un apparato nucleare efficace. Un lavoro che però rischia di
apparire a sua volta un preparativo per iniziare una guerra atomica, anche
perché come tale viene inteso dagli “strateghi da poltrona che vivono in un
universo parallelo e non nel mondo reale”. Purtroppo, tali “strateghi da
poltrona occupano tanti uffici del Pentagono”, come annota sconsolato il
cronista.
“[…] La storia – conclude Langewiesche –
dimostra che la deterrenza spesso fallisce e che i paesi possono infilarsi in
angoli nei quali non hanno altra scelta che iniziare guerre che non possono
vincere, guerre in cui l’autodistruzione è sicura. Stiamo entrando in un’era in
cui il controllo delle armi nucleari è una questione aperta, la non
proliferazione è fallita, i conflitti convenzionali si stanno diffondendo, il
nazionalismo spinto è in aumento, l’uso di piccole armi nucleari sembra di
nuovo possibile, la deterrenza si sta indebolendo e tanti sciocchi sognano di
gestire l’escalation nucleare nell’ambito di guerre convenzionali”.
“La guerra nucleare sembra più vicina che
mai. Ci sono pochi segnali che si stiano perseguendo cambiamenti per ridurre il
rischio. Non c’è motivo di farsi prendere dal panico, ma Katie, chiudi la
porta!”.
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