sabato 17 gennaio 2026

Proud Prophet

Proud Prophet: non esistono armi nucleari “tattiche” - Massimo Mazzucco

In questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.

Secondo la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla escalation irreversibile di una totale guerra atomica.

Questa ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.

 

Eletto nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”, ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue le nazioni sarebbero state completamente distrutte.

Ma fu a quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare, eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.

Naturalmente, per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.

Una simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.

Ciascuna delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che accadeva sul campo di battaglia.

E così, fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori controllo.

Che oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari “tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation irreversibile.

Le guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.

da qui

  

NYT: la follia nucleare degli strateghi da salotto - Davide Malacaria

La guerra termo-nucleare, prima bandita dall’orizzonte delle possibilità, è ora entrata in tale orizzonte, con l’Occidente che ha sfidato più volte la Russia superando linee rosse un tempo giudicate invalicabili a motivo della Mutua distruzione assicurata che aveva reso la deterrenza atomica fattore di stabilità globale e costretto le potenze nucleari alla ricerca di compromessi.

Su questo tema, un articolo di William Langewiesche sul New York Times, nel quale spiega come la comunicazione non equivocabile tra antagonisti sia cruciale e fondamentale per gestire la sfiducia reciproca, oggi giunta al parossismo. Le comunicazioni riservate sono “parte integrante dell’arte della de-escalation, un’arte che è stata trascurata e ora sta pericolosamente naufragando”, scrive il cronista.

Ad accrescere i rischi, l’enfasi sulle atomiche tattiche, che taluni sostengono che si possano usare nell’ambito di guerre convenzionali. Così la sfida cruciale “ora non è come scongiurare un attacco a sorpresa, ma come controllare un’escalation che si verifica in bella vista [Ucraina ndr.], ad esempio, un conflitto convenzionale che va storto, portando al tintinnio di sciabole nucleari, al primo utilizzo di piccole armi nucleari, che innescherebbe una replica con armi nucleari similari, trascinando gran parte del mondo a scivolare in maniera incontrollata verso l’estinzione”.

 

La guerra che non può essere vinta

In realtà, non è la prima volta che sul mondo incombe l’ecatombe nucleare. Infatti, negli anni della Guerra Fredda qualcuno si era azzardato a ipotizzarla come possibile, in particolare Langewiesche ricorda Herman Kahn – che ha ispirato Stanley Kubrick per il film Il Dottor Stranamore – che nel suo libro Sulla guerra termonucleare scrisse di “livelli tollerabili di vittime civili” e di devastazioni sopportabili, tanto da concludere che una guerra simile poteva essere “vinta”.

Non fu l’unico a ipotizzare tale follia, tanto che sotto Reagan la spinta in tal senso divenne fortissima, grazie anche alla nuova strategia posta in essere dagli Stati Uniti, quella di creare uno scudo spaziale che difendesse l’America dalle testate nucleari sovietiche, le cosiddette “guerre stellari”. L’Urss di Andropov percepì la minaccia insita in tale determinazione, temeva cioè che l’America si preparasse ad “acquisire una capacità nucleare di primo attacco che rendesse l’Unione Sovietica ‘incapace di sferrare un attacco di rappresaglia’”. Lo scudo spaziale era in pratica “un tentativo di disarmare l’Unione Sovietica di fronte alla minaccia nucleare degli Stati Uniti”.

In tale tensione, e per verificare se davvero una guerra nucleare potesse essere controllata e vinta, nel 1983 gli Stati Uniti realizzarono l’esercitazione segreta Proud Prophet, usando di tutte le loro risorse in giro per il mondo e nel modo più realistico possibile. Fu un disastro: nonostante le squadre contrapposte cercassero di limitare la portata del conflitto, che in effetti iniziò come controllato e limitato all’Europa, si innescò un’escalation incontrollata, sprofondando il mondo intero nell’abisso.

Fu uno shock, tanto che, successivamente, “il dibattito sul controllo dell’escalation nucleare cadde in disgrazia e l’amministrazione Reagan canalizzò i finanziamenti verso le armi convenzionali. In parallelo, si registrò una fase di distensione. “L’apparato della guerra nucleare rimase al suo posto, ma finì per occupare gli angoli più riposti del complesso militare”, chiosa Langewiesche.

Il miraggio della de-nuclearizzazione

[…] “La calma nucleare era così profonda che nell’aprile 2009 […] il neoeletto Barack Obama osò proporre l’eliminazione totale delle armi nucleari, un’iniziativa nota come Global Zero”. Ma non ebbe un grande successo, “forse perché vivere nel 21° secolo in un mondo privo di armi nucleari significava vivere sotto il giogo degli Stati Uniti, data la loro superiorità degli armamenti convenzionali”.

“Gli arsenali nucleari indipendenti garantiscono l’indipendenza. – prosegue Langewiesche – Questo era, infatti, uno dei motivi per cui alcuni paesi avevano sviluppato i propri arsenali atomici. Inoltre, non passò inosservato il fatto che gli Stati Uniti, i quali avevano acquisito un certo appetito per gli interventi armati, non avevano mai invaso uno Stato dotato di armi nucleari, non importa quanto odioso apparisse. La lezione che se ne trasse fu che […] un arsenale nucleare permanente può essere estremamente utile”.

Alcuni mesi dopo il discorso di Obama, “Thomas Schelling (padre dell’esercitazione Proud Prophet e premio Nobel) pubblicò un articolo sul trimestrale Daedalus nel quale metteva in guardia dal rincorrere un miraggio prima di considerare le possibili conseguenze. Annotò, per esempio, che in un mondo senza armi nucleari, le ‘ex’ potenze nucleari sarebbero rimaste comunque potenze nucleari ‘latenti’, con la capacità cioè di ricostituire rapidamente il proprio arsenale in caso di crisi. Nella competizione che ne sarebbe risultata, il Paese vincitore, godendo di un breve vantaggio in quanto unico possessore di armi nucleari al mondo nel corso di una crisi, sarebbe stato più che motivato a usarle”.

Riposto il miraggio nel cassetto, Obama si decise a neutralizzare il pericolo nucleare con la Russia attraverso il trattato New Start, ma tale distensione gli fu rinfacciata dai tanti bellicisti americani. Per farsi perdonare dovette cedere alle loro pressioni e il denaro riprese a fluire nel settore atomico, innescando una corsa al perfezionamento di tali armi. Il paradosso fu che, nonostante il numero di testate restasse limitato, la loro potenza distruttiva aumentava sempre più.

 

La giungla atomica

Mentre svaporava l’idea di un mondo senza l’atomica, altri Paesi iniziarono a investire nello sviluppo del nucleare, così nel 2012 Paul Bracken pubblicò un libro intitolato The Second Nuclear Age nel quale “descriveva l’avvento di un mondo nucleare multipolare, la giungla anarchica nella quale abitiamo ora […]. Ad aggiungere complessità al panorama, con possibilità inesplorate di confusione per quanto riguarda paesi come Corea del Nord, Pakistan e Iran, è l’enorme complicazione strategica dell’ascesa della Cina come grande potenza”, che gli Usa vedono come minaccia esistenziale globale.

Inoltre, le tante innovazioni tecnologiche, dagli attacchi hacker ai sistemi di invisibilità più sofisticati, rendono più incerte le capacità di vedere il pericolo e alimentano ancor più l’incertezza sulla possibilità di un primo attacco e, di conseguenza, la diffidenza reciproca e i possibili, tragici, equivoci.

Infatti, a scongiurare il pericolo è la capacità di deterrenza, cioè il fatto che il potenziale nemico sia conscio che un attacco nucleare non resterà senza replica. Ma perché ci sia deterrenza occorre lavorare a un apparato nucleare efficace. Un lavoro che però rischia di apparire a sua volta un preparativo per iniziare una guerra atomica, anche perché come tale viene inteso dagli “strateghi da poltrona che vivono in un universo parallelo e non nel mondo reale”. Purtroppo, tali “strateghi da poltrona occupano tanti uffici del Pentagono”, come annota sconsolato il cronista.

“[…] La storia – conclude Langewiesche – dimostra che la deterrenza spesso fallisce e che i paesi possono infilarsi in angoli nei quali non hanno altra scelta che iniziare guerre che non possono vincere, guerre in cui l’autodistruzione è sicura. Stiamo entrando in un’era in cui il controllo delle armi nucleari è una questione aperta, la non proliferazione è fallita, i conflitti convenzionali si stanno diffondendo, il nazionalismo spinto è in aumento, l’uso di piccole armi nucleari sembra di nuovo possibile, la deterrenza si sta indebolendo e tanti sciocchi sognano di gestire l’escalation nucleare nell’ambito di guerre convenzionali”.

“La guerra nucleare sembra più vicina che mai. Ci sono pochi segnali che si stiano perseguendo cambiamenti per ridurre il rischio. Non c’è motivo di farsi prendere dal panico, ma Katie, chiudi la porta!”.

da qui 


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