Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni. Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni. Odio il “noi” e il “loro”. Volevo sentirmi, per un breve momento, parte della loro storia, temere come loro gli attacchi esterni.
Volevo
combattere le superstizioni di cui vive la borghesia europea, nutrite dalle
allerte dei Ministeri degli Esteri e da una diplomazia che descrive il Paese
come una dittatura monolitica, in grado di arrestare l’occidentale per strada e
sbatterlo in prigione a vita, nel totale disprezzo dei diritti umani.
Collegatevi al sito del Ministero degli Esteri belga, ad esempio, e vedrete
come nel cittadino medio venga inculcato il terrore e coltivata l’immagine dei
terribili soprusi che si possono subire in Iran. Naturalmente, ai tempi della
dittatura dello Shah, quando era normale che la polizia segreta limitasse la
libertà dei propri cittadini e li torturasse in carcere, non vi erano allerte
di questo genere e gli occidentali riempivano alberghi e bar del Paese, felici
e gozzoviglianti, incuranti del sistema di polizia nel quale si trovavano.
Il soggiorno
è stato breve, un tempo ridicolo, non certo sufficiente ad avvicinarsi a un
Paese dalla storia millenaria, caratterizzato da una complessità politica,
culturale, economica e sociale a cui la visione stereotipata occidentale non
rende giustizia. Viaggiare nel Paese anche solo per pochi giorni permette
tuttavia di sfatare i pregiudizi coltivati dalla borghesia illuminata europea.
Il Paese appare sicuro: non ci sono blocchi di polizia, né controlli per
strada. Non ho mai visto automobili fermate dalla polizia o cittadini costretti
a esibire i documenti. Come occidentale mi sono sentita accolta ovunque da una
gentilezza dimenticata, da sorrisi e attenzioni che nei Paesi europei sono
considerati fuori luogo. Un popolo ospitale, profondamente colto e sofisticato,
sembra dimenticare di essere quotidianamente sotto attacco israelo-americano e
tratta il turista occidentale come se non provenisse da Stati che hanno
dichiarato una guerra militare, politica ed economica al loro Paese.
Dispiace che
la diplomazia europea a Teheran, invece di testimoniare la realtà del Paese, si
conformi al catechismo imposto dalle capitali e allarmi il malcapitato turista,
descrivendo i rischi terribili che il sistema di polizia iraniano potrebbe
fargli soffrire. Di fatto, il maggiore pericolo per i turisti è rappresentato
dall’aggressione israelo-americana, dai bombardamenti che possono avvenire da
un momento all’altro.
Le
manifestazioni dovute alla crisi economica degli strati popolari più poveri,
dei piccoli commercianti dei bazar, a cui si affiancano studenti e una
generazione giovane, laica e insofferente verso il regime teocratico, stanca
dell’immobilismo del potere politico, non costituiscono un rischio diretto per
il turista. È comprensibilmente sconsigliabile prendere parte alle
manifestazioni, anche pacifiche, fotografare la polizia o le istituzioni
iraniane. Esistono scontri cruenti con la polizia, soprattutto nelle città al
confine con l’Iraq e la Turchia, tra manifestanti armati accompagnati da agenti
stranieri del Mossad e della CIA. Muoiono civili e poliziotti. Washington
fomenta le rivolte armate nella speranza, improbabile, che una combinazione tra
bombardamenti e instabilità possa portare a un cambio di regime.
Nelle
principali città iraniane le manifestazioni cominciano alle otto di sera e
sembrano insurrezioni di qualche centinaio di persone. Si tratta di proteste
violente, con atti di vandalismo e assalti con esplosivi artigianali contro la
polizia, che risponde brutalmente. A Isfahan mi sono ritrovata a qualche
centinaio di metri dall’insurrezione: avvertivo il rumore di armi da fuoco e
degli esplosivi dei manifestanti; eppure i quartieri adiacenti non erano
bloccati. Vi era ancora un esiguo traffico di automobili e di passanti; ho
cenato tranquillamente in un ristorante insieme ad altri pochi turisti.
Non vorrei
creare malintesi. Non difendo il potere teocratico né la sua polizia, che in
passato ha represso con violenza anche manifestazioni pacifiche. Migliaia di
vittime sono state registrate nel Paese, mi riferiscono i riformisti e gli
iraniani laici con cui sono stata in contatto. Oggi il Paese appare più aperto.
La gente parla liberamente. Le critiche al potere sono il pane quotidiano. Mi
sono ritrovata in discussioni nei bar e negli hotel e nessuno aveva timore di
esprimere le proprie opinioni.
In Paesi che
hanno sofferto vere e proprie dittature, come quelli latino-americani o i Paesi
dell’Est — nella Romania di Ceaușescu — si evitava di parlare persino in casa
propria; se un vicino scompariva, non si aveva il coraggio di menzionarlo
neppure in conversazioni private. Ho raccolto testimonianze di diplomatici
rumeni a questo riguardo.
In Iran oggi
non si avverte la presenza pervasiva della polizia. Le donne in chador
camminano per strada accanto a quelle vestite all’occidentale. Si incontrano
ragazze con capelli tinti di azzurro, tatuaggi e jeans. Gli uomini sembrano
indifferenti, poco curiosi nei confronti sia delle ragazze che investono
nell’esibizione della propria femminilità sia di quelle che ostentano
l’adesione ai precetti islamici. Nei locali la sera vi sono donne sole, di una
certa età, che fumano e hanno volti un po’ artefatti, come in Occidente, per il
botox o per interventi estetici.
Sembrerà
strano, ma la maggior parte delle donne impegnate che ho incontrato —
scrittrici, professoresse universitarie, manager, donne di scienza, attiviste
per la donazione degli organi — è incline a rispettare il dressing code
dell’hijab e talvolta del chador. Sono donne di carattere, protagoniste della
propria vita, abituate al comando, a dirigere uomini. Affermerò qualcosa che,
data la retorica sottoculturale occidentale, suonerà blasfemo. Ho incontrato in
Occidente donne insicure, attente al proprio aspetto femminile, pronte a
vendersi all’uomo più ricco o a fare un passo indietro in famiglia e in coppia
rispetto alle esigenze dell’altro sesso.
Le donne
iraniane impegnate mi hanno rivelato — e sembravano sincere — che nel loro
lavoro non hanno mai dovuto pensare al proprio genere: con l’hijab o senza,
hanno potuto fare tutto ciò che fanno gli uomini, senza discriminazioni. In
casa sono state aiutate da mariti comprensivi, non frustrati e non competitivi,
cosa che anche in Occidente è piuttosto rara.
Esistono
dati sui traguardi professionali e sportivi delle donne che ora, per questioni
di spazio, non riesco a citare. Una scrittrice di gialli storici, sull’esempio
di Dan Brown, mi raccontava in un ristorante come il foulard sulla testa sia
per lei un tratto identitario, così come per alcuni uomini lo è la cravatta
fuori dal lavoro, in contesti amichevoli e non professionali.
Non voglio
negare che esista un obbligo, mal sopportato nelle istituzioni, nei ministeri,
persino nelle università, di un abbigliamento rispettoso dei precetti della
Repubblica islamica teocratica. È importante sfuggire alla retorica e andare un
po’ oltre le apparenze. Il femminismo è una cosa seria, non l’idiota moda
occidentale in cui le donne sono ancora utilizzate dagli uomini, il loro corpo
è esibito come merce, vivono in carriera una solitudine feroce e fingono di
essere come gli uomini mentre ingoiano ogni giorno piccoli soprusi.
La
contraddizione evidente in Iran è quella tra una società civile sempre più
laica e occidentalizzata e i precetti coranici, divenuti con la Costituzione
del 1979 obblighi istituzionali e sociali. La grande insofferenza della
borghesia occidentalizzata e delle giovani generazioni verso un potere teocratico
immobile è ormai dirompente. Molti giovani con cui ho avuto occasione di
parlare, e che partecipavano alle manifestazioni, esibiscono un’ostilità non
più contenibile. Non sembrano avere una visione politica: hanno l’urgenza di
insorgere contro il potere.
Le rivolte
sono state guidate dal malcontento dei poveri, schiacciati da un’inflazione
insostenibile che ha raggiunto il 50%, e dai giovani contro la pressione
sociale della teocrazia. In Iran non si vendono bevande alcoliche.
Credo che un
cambiamento politico reale, possibile solo attraverso riforme interne e
modifiche costituzionali, sia reso impossibile dallo stato di guerra perenne
nel quale il Paese si trova. La repressione brutale della polizia è dovuta alla
commistione tra rivolte interne e infiltrazioni straniere. Un giovane mi ha
chiesto: «Lei crede che io sia un terrorista? Così la TV di Stato iraniana
chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare». Ho dovuto rispondergli che,
legalmente, sì: se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e
della CIA, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo
Shah Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e Netanyahu, possono essere considerati
terroristi.
A Londra
manifestanti pacifici che condannano il genocidio a Gaza sono stati arrestati a
migliaia. Cosa accadrebbe se i propal venissero armati e addestrati dall’Iran e
dalla Cina?
Un gruppo di
giovani veterinari, incontrati in un albergo tipico di Kashan — un’ex casa
della dinastia Qajar — uomini e donne, mi ha colpita per la loro ignoranza e
inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del
pensiero unico, si lamentavano del fatto che il Paese investisse nella difesa e
sostenesse il nucleare, anche solo a fini civili. Facevo notare che l’Iran è
sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile
che la sicurezza sia una priorità del Paese. Aggiungevo che in Europa non siamo
sotto attacco da nessuno eppure sacrifichiamo lo Stato sociale alle spese
militari. Rimanevano interdetti.
Mi hanno
confessato di non poterne più delle ristrettezze economiche. Di fatto erano ben
vestiti: una borghesia che non vive la crisi dei poveri e dei piccoli
commercianti dei bazar, che può permettersi alberghi costosi. Sognano tuttavia
gli standard occidentali, la possibilità di viaggiare all’estero, di essere più
ricchi, e pensano all’Occidente come al Paese della cuccagna.
Quando
sottolineavo che i dimostranti si appellavano a Israele, a uno Stato genocidario,
pur di liberarsi del regime teocratico, sono arrivati a rispondere che i
palestinesi hanno i loro problemi, che gli iraniani non possono farci nulla e
devono risolvere i propri. Il film Barbie ha vinto anche in
Iran. La borghesia occidentalizzata chiede standard di vita migliori, sogna una
libertà mitizzata e in larga parte irreale, si nutre di CNN ed è disposta a
svendere il Paese a Netanyahu e allo Shah, nell’ingenua speranza che anche come
colonia statunitense il Paese conoscerà un progresso economico e sociale oggi
calpestato dall’immobilismo del potere teocratico e dall’assedio occidentale.
In una casa
a Yazd, tra iraniani benestanti — imprenditori, professoresse, guide turistiche
— ho avuto modo di conoscere la corruzione morale di uno strato sociale molto
simile a quello che un tempo sosteneva lo Shah. Un medico mi ha raccontato che
il settore sanitario ha qualche difficoltà a causa delle sanzioni, in
particolare per quanto riguarda medicinali e strumentazioni, ma che i dottori
hanno un’ottima preparazione e che un malato di cancro, anche se povero, può
essere operato immediatamente negli ospedali pubblici. Gli ho fatto notare che
questa è una conquista rara nelle sanità occidentali. Gli ho spiegato come in
Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino sempre di
più. Mi ha guardata con occhi vuoti e, poco dopo, parlando di un cambio di
regime offerto dall’intervento israelo-americano, è sbottato in un «I love
Netanyahu».
Non si
tratta di un’eccezione. Una parte della borghesia benestante e affarista vuole
un’economia che funzioni, è stanca della mancanza di riforme e di futuro,
detesta l’oppressione sociale della Repubblica islamica ed è pronta a svendere
il Paese ad attacchi stranieri, arrivando persino a prostrarsi davanti ai
nemici storici come Netanyahu e Trump. Secondo Marandi si tratta tuttavia di
minoranze nel Paese. Lo Shah è delegittimato. Il suo appello a nuove
manifestazioni, sabato 10 dicembre, è stato poco ascoltato.
Ero a Shiraz
quella sera e, in automobile, ho potuto perlustrare le aree nelle quali
avrebbero dovuto riunirsi i manifestanti. Non c’era nessuno. Pochi i poliziotti
per strada. Di solito il picco delle manifestazioni si ha il giovedì,
all’inizio del weekend; il venerdì l’impatto è già inferiore, il sabato
scemano.
Il confine
occidentale del Paese è permeabile. Che gruppi armati penetrino in Iran e che
le insurrezioni diventino più cruente è probabile. La reazione governativa sta
cambiando. La comprensione per la giusta protesta dei lavoratori, schiacciati
dalla crisi economica, e le promesse di riforme — nelle dichiarazioni di
Khamenei, del presidente Pezeshkian, di politici ancora influenti come Zarif o
del riformista Khatami — si alternano a un’intransigenza crescente contro le
violenze terroristiche guidate da agenti stranieri.
Prevedo una
maggiore repressione e misure di polizia che finora non ci sono state. Ripeto:
ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran senza blocchi, senza strade
chiuse, senza presenza visibile della polizia, con una vita che continuava
tranquilla in locali e ristoranti come in Occidente. Tuttavia il clima sta
cambiando. E potrebbe essere altrimenti per un Paese attaccato militarmente da
nemici esterni?
La signora
Kallas, espressione di una burocrazia europea senza peso, vassalla e ipocrita
come le marionette di una potenza colonizzata, giustifica la legge marziale in
Ucraina e rimprovera il regime iraniano per le vittime civili senza mai
menzionare l’ingerenza straniera negli affari interni di un Paese nel quale
pullulano Mossad e CIA — per ammissione di Netanyahu e Pompeo — nel tentativo
illegale di un cambio di governo.
Lunedì 12 è
il mio ultimo giorno nel Paese. Piango l’Iran dominato da un potere teocratico
anacronistico e da un governo politico immobile. Piango una borghesia che,
paradossalmente, si appella agli Stati nemici che hanno cercato di schiacciare
politicamente, militarmente ed economicamente il Paese. Piango una gioventù e
una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano il
benessere economico e standard di vita occidentali, prive di una visione
politica.
Guardo
l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale
caratteristico e di alto livello, l’ennesimo complesso commerciale migliore di
quelli occidentali. Strutture nuove di zecca, capaci di competere e superare
quelle europee, offrono spa e gastronomia a prezzi bassi. Il turismo potrebbe
essere una risorsa enorme per il Paese ed è volutamente impedito dai nemici di
Teheran.
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