“È troppo virale”: oscurato da Meta il video di Barbero - Virginia Della Sala
La
“censura”.
Nelle scorse ore, sulla piattaforma social dove prima compariva l’anteprima
dell’intervento dello storico, è apparsa una etichetta con una frase netta su
sfondo sfocato: “Informazione falsa: esaminata da fact checkers di terze
parti”. Accanto, per spiegare il motivo, il fact checking del quotidiano Open:
“Referendum Giustizia, cosa dice davvero la riforma rispetto a quanto affermato
da Barbero”. La foto del professore nell’articolo ha un’etichetta rossa, anche
qui con un perentorio “Falso”, una X sulla parola “governo” e una introduzione
meno perentoria: “Attraverso il video – si legge- si potrebbe pensare che una
vittoria del ‘Sì’ comporterebbe un aumento del potere del governo sulla
magistratura, fino a evocare scenari autoritari e un ritorno a un modello
fascista. Di fatto, contiene affermazioni che risultano fuorvianti”.
Il punto.
Sul Fatto è stato (e sarà) spiegato perché non siano così
“fuorvianti” né così “false” : dall’indebolimento del Csm che si farà in due ma
per effetto della riforma perderà il potere disciplinare in favore dell’Alta
Corte, passando dal doppio standard per quel che riguarda il sorteggio (per la
componente togata sarà secco, mentre la politica continuerà a potersi scegliere
i propri rappresentanti in una lista ristretta di prescelti), fino al punto
ritenuto “infondato” e “inesistente” dal fact checker del controllo del governo
sulla magistratura. Un ragionamento complesso, di contesto ma di pubblico dominio
che, però, Meta e i suoi fact checker sembrano non vedere, al punto di non
menzionarlo come invece fa Pagella Politica riconoscendo che
“perché il rischio descritto da Barbero si concretizzi dovrebbero verificarsi
insieme più condizioni”. È oltretutto parte fondamentale delle esplicite
motivazioni del fronte del “No”. Per avere il privilegio di rimanere pienamente
visibile sulla piattaforma, Barbero avrebbe insomma dovuto spiegare
pedissequamente la riforma punto per punto in una video-lezione che avrebbe
richiesto almeno un’ora. Che non solo non corrisponde agli standard social ma
non era evidentemente neanche l’obiettivo del video. Pure in quel caso
comunque, stando al metodo adottato da Open, non avrebbe avuto garanzia di
salvezza. La sintesi del suo pensiero (“A me però sembra che un CSM, anzi
due, anzi tre organismi dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il
governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose
organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di
fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai
magistrati e minacciarli di sanzioni”) – per Open, deve essere “verificata”
ed etichettata. Il motivo? È troppo visibile.
Perché
barbero.
Al di là del merito, infatti, il video di Barbero è stato sottoposto a verifica
perché circolava troppo, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e
condivisioni tali da influenzare l’esito del voto. È una questione di
percezione: non esiste un dato oggettivo che certifichi la “viralità”, cioè un
numero oltre il quale un video diventa “critico”. Open decide
autonomamente quindi, come fa per altri video virali su tematiche “sensibili”,
di sottoporlo a fact checking. La testata è infatti partner di Meta.
“Collaboriamo con organizzazioni di terze parti che esaminano e classificano la
disinformazione virale – spiega la piattaforma -. I partner sono certificati da
organizzazioni indipendenti”.
Falso ma
anche meno.
Esistono diverse etichette: “Falso”, “Alterato” o “Parzialmente falso” e la
distribuzione del contenuto viene limitata in base a questi criteri. “Riduciamo
drasticamente la distribuzione dei post Falsi e Alterati e in misura minore
quella dei Parzialmente Falsi” dice Meta. Ma ci sarebbe anche l’opzione “Privo
di contesto”. In quel caso il social si concentra “sul mostrare più
informazioni provenienti dai fact-checker”. Eppure, tra queste opzioni, per
Barbero è stato scelto “Falso”. In alcuni casi, il post è stato ripristinato: i
titolari dell’account che lo avevano condiviso hanno dovuto “rettificare” o
aggiungere dettagli al post per spiegare le ragioni del professore. Per fortuna
i cittadini sono più fact checker dei fact checker.
Nessun commento:
Posta un commento