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giovedì 8 maggio 2025

Ultimo giorno di Gaza

 


9 maggio. L’Europa contro il genocidio

Il 9 maggio è la Giornata dell’Europa: ma è anche l’ultimo giorno di Gaza. Perché il tempo sta finendo, per questa terra nostra. Questa terra del Mediterraneo, il mare che ci unisce. Per questo, in quella giornata in cui ci chiediamo chi siamo, vi chiediamo di parlare di Gaza, di farlo ovunque vorrete. E di farlo, tutte e tutti, sulla rete: su siti, canali video, social. E sempre con l’hashtag #GazaLastDay#UltimogiornodiGaza.

Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani.

Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza. Perché possano partecipare tutte e tutti, anche solo per pochi minuti. Anche chi è prigioniero della sua casa, e della sua condizione: come i palestinesi, i palestinesi di Gaza lo sono. Perché almeno stavolta nessuna autorità e nessun commentatore allineato possa inventarsi violenze che occultino la violenza: quella fatta a Gaza.

Sulla rete, e non solo. Per chi vuole mettere in rete ciò che succede nelle piazze e nelle comunità che si interrogano, assieme, su come fermare la strage.

Con la consapevolezza che noi siamo loro. E che a noi – italiani ed europei – verrà chiesto conto della loro morte. Perché a compiere la strage è un nostro alleato, Israele. Per ripudiare l’Europa delle guerre antiche e contemporanee, per proteggere l’Europa di pace nata da un conflitto mondiale, esiste un solo modo: proteggere le regole, il diritto, e la giustizia internazionale. E soprattutto guardarci negli occhi, e guardarci come la sola cosa che siamo. Umani.

Aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare all’hashtag #ultimogiornodigaza#gazalastday.

Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il loro nome. Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il 9 maggio è la prima tappa di una strada assieme. Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora.

[Paola Caridi, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Evelina Santangelo]

9maggioxgaza@gmail.com


#ultimogiornodigaza#gazalastday


APPUNTAMENTI A ROMA:

§  9 maggio, ore 18: Ponte Sisto e Piazza Trilussa

§  10 maggio, ore 10 al Pantheon con Stop Rearm Europe

da qui

 

Fermare questo orrore – Moni Ovadia

Negli anni del dopo Shoah, l’Occidente si è interrogato a lungo se si poteva fare qualcosa per fermare quell’orrore. Naturalmente si sarebbe potuto fare qualcosa, ma non si è fatto.

Apprendiamo che Netanyahu ha deciso un’azione con truppe di terra in Gaza e la deportazione dei gazawi. Dove?

Siamo a un punto che se il governo israeliano decidesse di internare i Palestinesi in campi di concentramento, potrebbe farlo nell’inerzia dei governi degli altri Paesi, dopodiché potrebbe farne ciò che vuole, come del resto sta già facendo.

Alla fine di tutto questo, perché prima o poi una fine arriva sempre, ci interrogheremmo sul come sia potuto accadere e se si sarebbe potuto fare qualcosa per fermare questo orrore.

Naturalmente si sarebbe potuto fare qualcosa, ma non si è fatto.

da qui


Amos Goldberg: “Gaza non esiste più: questo è genocidio”

 

(intervista di Sabrina Provenzani)

 

“Quello che Israele sta commettendo a Gaza è un genocidio”. Amos Goldberg è professore di Storia dell’Olocausto presso il Dipartimento di Storia Ebraica e Studi Contemporanei dell’Università Ebraica di Gerusalemme. “Mi sono avvicinato allo studio del genocidio perché credo che, studiandolo, possiamo comprendere meglio i pericoli e le minacce che affrontiamo come individui, società e culture. Mettiamo da parte l’Olocausto per un momento: quasi sempre i genocidi, per chi li perpetra, sono reazioni di autodifesa rispetto a una minaccia reale o immaginaria. Ora, ed è molto importante sottolinearlo: il 7 ottobre è stata una catastrofe. Un trauma profondo, un crimine atroce, che ha colpito persone a me molto vicine. Siamo rimasti tutti scioccati; l’abbiamo vissuta come una minaccia esistenziale. Non abbiamo nemmeno potuto elaborare il lutto. Ma anche quel crimine deve essere compreso – non giustificato – nel suo contesto: la Nakba, l’occupazione, l’assedio, l’apartheid… La risposta di Israele è stata completamente sproporzionata, e nessun crimine, per quanto atroce come quello del 7 ottobre, giustifica un genocidio.

Ma come rientra nella definizione di genocidio?

È un crimine difficile da identificare, ma la Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948 offre una definizione ampiamente accettata. Significa non semplicemente uccidere molte persone, ma avere l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. E, lo indica il nome, include l’obbligo di prevenirlo. Quell’intento specifico di distruzione è chiaro a Gaza. Che, come società, non esiste più. Per mesi, in Israele, sono stati pronunciati pubblicamente, sui media e social media, incitamenti al genocidio, dall’alto al basso – da funzionari governativi, generali, celebrità dei media, rabbini, anche soldati. Questo è stato ampiamente documentato. Gli schemi di annientamento sono innegabili: uccisioni di massa, abbattimento della maggior parte delle abitazioni, distruzione sistematica di ospedali, infrastrutture, edifici religiosi, università e istituzioni; fame, cecchini che prendono di mira persone innocenti, bambini compresi. Queste azioni distruggono le condizioni che rendono possibile una società: annientano un collettivo mentre disumanizzano un’intera popolazione. 45 mila morti, oltre 100 mila feriti. Molti altri muoiono a causa della mancanza di strutture e forniture mediche. L’intera popolazione è sfollata. Gaza non esiste più.

Ma il termine genocidio porta con sé un peso enorme. La sua associazione con l’Olocausto continua a influenzare la Germania. Associare Israele, un paese in fondo nato dall’Olocausto, a un genocidio è indicibile per molti.

Sì, perché l’unico genocidio a cui pensiamo è l’Olocausto. Quindi, se non è Auschwitz o Treblinka, non è un genocidio… Gli europei, e soprattutto i tedeschi, provano sensi di colpa e la responsabilità di proteggere Israele, anche se è lo stato più potente del Medio Oriente. Può superare la soglia del crimine più orrendo del diritto internazionale, ma se lo critichi troppo vieni subito considerato antisemita. Prendiamo Tony Blinken, che nega il genocidio a Gaza e sostiene incondizionatamente Israele. Poco prima del 7 ottobre ha visitato il Museo dell’Olocausto a Washington per riconoscere come genocidio le atrocità commesse in Myanmar. Nella sua dichiarazione basta cambiare le parole con Gaza e Israele per ottenere un’analogia quasi perfetta. Quindi si può attingere autorità morale dall’Olocausto per parlare del genocidio in Myanmar, che fra l’altro è molto diverso dall’Olocausto, ma per Israele saltano tutte le regole. Capisco la delicatezza di parole come Olocausto e genocidio, la condivido pienamente. Dobbiamo essere cauti e sensibili. Ma dobbiamo anche prevenire i genocidi. Il rischio non è solo violare la memoria, destabilizzare identità o ferire sentimenti. Qui ci sono persone che vengono uccise ogni giorno a decine, bambini che muoiono di fame. Dobbiamo fermare questo. Perché studiamo l’Olocausto se non ne impariamo la lezione?

Lei sta ponendo la questione dell’eredità dell’Olocausto…

Yehuda Elkana era un prestigioso studioso israeliano, sopravvissuto all’Olocausto. Nel 1988, all’inizio della prima Intifada, scrisse: “Dall’Olocausto si possono trarre due lezioni: ‘mai più’ e ‘mai più a noi’. Israele ha deciso di imparare la seconda e, di conseguenza, di non ricordare. La Germania in teoria ha appreso il ‘mai più’ per tutti, ma più passa il tempo più sembra che intenda: ‘Mai più dobbiamo sentirci in colpa’.. Difendere Israele è diventato una parte importante della loro identità. Io apprezzo la loro cultura della memoria, ma non che sostengano un genocidio attuale in nome di un genocidio passato, più estremo, che hanno perpetrato. È diventata una scusa per essere razzisti: puoi essere razzista e sostenere un genocidio ma mantenere la superiorità morale giustificandoti con la ‘lotta contro l’antisemitismo’.

Ma Israele è davvero in una posizione eccezionale, per la sua storia e per la polarizzazione che attrae…

Sì, per molte ragioni. Ma anche perché gode di una protezione che nessun’altra nazione riceve. Ciò che è davvero eccezionale di Israele è che viola tutte le regole del diritto internazionale e la fa franca.

Lei è uno dei molti ebrei che lo denunciano… si sente ancora, in qualche modo, parte di quella realtà?

Non ‘in qualche modo’. Ne faccio completamente parte. È la mia società. Lo fanno a nome mio. Insegno all’università: sono le mie tasse. Siamo complici. Lasciamo che accada. Non lo abbiamo prevenuto. Ci ho messo sei mesi per capirlo: avrei dovuto capirlo prima. Protestare comporta un rischio personale, soprattutto per i palestinesi, anche quelli con cittadinanza israeliana. O tacciono del tutto o vengono arrestati, quindi in Israele sono quasi invisibili. Ma questo è il momento di insistere sulle voci palestinesi, anche se dicono verità molto dolorose per noi israeliani e anche per voi europei, anche voi complici. Il mio amico Alon Confino non smetteva mai di ricordarlo: uno degli imperativi morali e politici dell’Olocausto è che dobbiamo sempre ascoltare la voce delle vittime.

da qui


sabato 25 luglio 2020

a proposito di cancel culture

il grande fotografo Gian Butturini e le gorilla anti-razziste – bortocal


Gian Butturini è morto 14 anni fa, ma la sua memoria non si spegne.

grandeggia il suo modo di fare fotografia; il suo unico film, Il Mondo degli Ultimi, può anche essere dimenticato, ma le sue foto rimangono un momento importante della cultura internazionale della seconda metà del Novecento.
ma il Bristol Photo Festival organizza una mostra delle sue foto e succede un indegno pandemonio, di cui vale la pena di parlare per renderci conto di come la stupidità domina il mondo, oramai irresistibilmente potenziata da internet che nei nostri sogni post sessantottini doveva essere il trionfo della cultura democratizzata e diventata di massa; peccato che democratizzando la comunicazione di massa, tra gli umani, diventi soltanto la stupidità.
. . .
nel 1969 Butturini, che aveva 34 anni, fece London, uno storico volume di fotografie sulla Londra di fine anni Sessanta (io ci arrivai pochi anni dopo, nel 1974, in una mitica spedizione di una decina di amici in FIAT 126, non so se mi spiego…).
il dramma attuale nasce dal fatto che in questo volume, oramai introvabile e ripubblicato pochi anni ci sono due foto

capite l’insulto che Butturini, maschio e bianco, per giunta, ha fatto a tutte le donne africane?
io no, sinceramente: è una metafora!
ma la metafora è morta da tempo, di questi tempi: c’è in giro e stra-parla troppa gente stupida che non è, semplicemente, in grado di capirla.
Mercedes Baptiste Halliday ha ricevuto «London», il libro di Butturini, in regalo per il suo diciottesimo compleanno e non ha potuto trattenere l’indignazione: «Ero totalmente disgustata e offesa», ha postato in rete.
ed è riuscita ad avviare una disgustosa campagna online che ha costretto il direttore artistico del festival a dimettersi e a cancellare la mostra: lui «rappresenta una generazione di uomini di mezza età che fanno ciò che vogliono senza conseguenze. È un’istituzione e siamo solo iniziando a smantellarla».
di peggio: come in un processo della rivoluzione culturale perfino lui ha fatto autocritica di fronte al tribunale del popolo e ha dichiarato pubblicamente, su twitter«Sono profondamente imbarazzato per non avere visto un accostamento di immagini razzista. Credimi: è stato un mio errore di cui sono molto dispiaciuto. Non è una scusa, ma ho quasi settant’anni, sono bianco e inizio a capire che a volte non sono riuscito a vedere le cose in un’altra prospettiva. Voglio imparare e cambiare, spero anche di potere usare la mia posizione per fare qualcosa di buono a riguardo»
ed è arrivato a chiedere la distruzione del libro.
. . .
idiota anche lui!
qui siamo in piena barbarie.
ho conosciuto Butturini, che era bresciano, anche se non siamo mai stati amici, lui aveva una proiezione esterna alla città che io non avevo; ma per quello che so di lui posso testimoniare con forza che la sua intenzione in quell’accostamento era il contrario esatto del razzismo che gli viene attribuito da menti troppo piccine per capire.
non serve a nulla che di queste due foto Butturini avesse parlato perfino nell’introduzione del suo libro: “Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta”.
la piccola non l’ha letta, e le menti piccine che le sono andate dietro non possono arrivare a queste finezze.
. . .
non se ne può più della stupidità al comando.
sono io, anche a nome di Butturini e della cultura degli anni Sessanta, offeso e disgustato da questi analfabeti del linguaggio e delle sue emozioni.