Il prossimo 12 settembre Leonard Peltier compirà 77 anni,
da quando ne aveva 32 è nelle carceri di massima sicurezza negli
USA.
Da diverse settimane si sono mosse ennesime campagne per la sua
liberazione,
una partendo dalla Germania con la stampa di 60.000 cartoline
distribuite e almeno in parte spedite alla Casa Bianca affinché il Presidente
Biden firmi la sua scarcerazione,
e dal centro della pace di Viterbo, con una massiccia raccolta
di adesioni di nomi noti e meno noti per un appello al Presidente del
Parlamento Europeo, on. Sassoli, il quale alcuni giorni fa ha detto
pubblicamente che darà seguito a questa legittima richiesta.
In occasione del compleanno di Peltier a Milano si svolgeranno
due iniziative,
la prima domenica 12 per raccontare pubblicamente ancora una
volta la storia di quest'uomo e delle lotte dei nativi americani,
la seconda lunedì 13 per gridare nella piazza principale di
questa città che è ora che Peltier torni in libertà dai suoi cari, presto
potrebbe essere troppo tardi.
Vi invitiamo tutti e tutte a diffondere le iniziative e, se
possibile, a partecipare, grazie
per il Comitato di Solidarietà con Leonard Peltier, Andrea De
Lotto e.mail: bigoni.gastone@gmail.com
I nemici dell’Africa ( e qualche amico) – Mauro Armanino
Perché
era nero o perché umano. Forse le due cose messe assieme con una vistosa prevalenza
della prima, vista la reazione in America e altrove in seguito all’efferata
uccisione per soffocamento di George Floyd a Minneapolis. Il movimento Black Lives Matter, la vita dei neri
importa, ha ‘contaminato’ buona parte del mondo suscitando reazioni,
interrogativi e accuse sul ruolo delle polizie e più ancora sul latente
razzismo che non finisce di minare l’umana avventura. Reazioni al Covid, alle
politiche neoliberali fasciste di Donald Trump, l’impatto dei mezzi di
comunicazione, il ruolo degli Stati Uniti e non ultima l’indignazione del
‘morto di troppo’ hanno creato un clima sociale che l’abbattimento di statue
sospette esprime a meraviglia. D’altra parte qualcuno scrisse che, al momento
di abbattere le statue è sempre meglio lasciare intatto il piedistallo, per il
prossimo idolo. Le manifestazioni sono spuntate un po' dovunque e financo in
Africa qualcosa, con qualche ritardo, si è mosso. Nulla di particolarmente
eclatante ma almeno sufficiente a farla uscire dalla clandestinità nella quale
si trova in queste circostanze. Il presidente della Commissione dell’Unione
Africana, il forum dei già capi di stato, il Ghana, il Kenia, l’Africa del Sud,
la Tunisia, il Senegal e poi artisti e calciatori di fama che hanno patito cori
razzisti negli stadi d’Europa. Ma forse ha ragione Alpha Blondy, cantante
ivoriano che ormai da anni usa il reggae di Bob Marley per esprimere il suo
pensiero.
Insisto, persisto e affermo/ I nemici
dell’Africa sono gli Africani. ‘Gli
imbecilli’ è Il titolo dell’estratto dalla canzone citata e inserita in un
album uscito con preveggenza nel lontano 1997. Blondy, nel testo, fa allusione
alle varie crisi che hanno scosso il continente in quel periodo. Il primo e
grande nemico dell’Africa è la dimenticanza o la censura delle sofferenze del
popolo. E’ di questi giorni il rapporto sulle ‘crisi dimenticate’ del mondo
pubblicato dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati. Nello stilare la
‘classifica’, il rapporto prende in considerazione tre elementi: la mancanza di
volontà politica, di attenzione dei media e la mancanza di aiuto economico. Il
documento solo analizza le crisi che hanno provocato oltre 200 mila sfollati o
rifugiati. Delle 41 crisi prese in esame risulta che tra le prime dieci
figurano ben nove Paesi africani. Troviamo al primo posto il Camerun, segue la
Repubblica Democratica del Congo, il Burkina Faso, il Burundi, il Mali, il Sud
Sudan, la Nigeria, la Repubblica Centrafricana e il nuovo arrivato Niger.
Unico
Paese incluso non africano tra i primi dieci è il Venezuela, mentre di altri Paesi non si hanno statistiche
affidabili o sono palesemente occultate. Queste crisi sono prima create e poi
in fretta dimenticate, dagli africani e poi dal resto del mondo. E non sarà il
pan-umanitarismo che rappresenterà la salvezza da queste crisi, volute, subite,
provocate, facilitate, finanziate e infine cancellate. Proprio quest’ultimo, il
pan-umanitarismo, potrebbe rappresentare l’altro nemico occulto dell’Africa.
C’è chi vive e prospera di crisi e nelle crisi, che, direttamente o meno,
rischia di perpetuare la cause e le conseguenze delle crisi stesse. Si
sviluppano competenze di crisi umanitarie e si cerca di ‘vendere’ al meglio il
prodotto in questione nella spietata concorrenza tra Organizzazioni Umanitarie.
Per poter funzionare, questo tipo di sistema, abbisogna dell’osservanza di
alcune condizioni prealabili. Una di queste è la riduzione delle persone a
vittime più o meno inermi del loro destino e dunque incapaci di intendere e
volere ciò che costituisce il loro bene. La seguente e logica operazione
consisterà dunque nel fornire progetti e strumenti per realizzare ciò che si
crede possa risolvere il problema prima creato e poi coltivato dalla crisi
stessa.
I
fabbricanti di armi, i venditori di schiavi, i posti di polizia, le dogane corrotte
tra una frontiera e l’altra, le elezioni ‘tropicalizzate’, l’incetta delle
materie prime, la vendita delle terre, lo sfruttamento dei bambini, le catene
migratorie di prostituzione, il commercio di cocaina e falsi medicinali, i
mandati presidenziali a durata indefinita e le Commissioni Elettorali Nazionali
Indipendenti che fanno eco al potere non potrebbero perpetuarsi senza la
complicità degli africani stessi e dei politici presi in ostaggio dai soldi,
dal potere e dal prestigio. Certo l’Oriente e l’Occidente sono tutto meno che
innocenti e queste operazioni probabilmente non potrebbero avere un buon esisto
senza il loro avallo. Tutto vero ma questo non toglie e semmai accusa chi
avrebbe dovuto fare sue le parole di un certo Diallo Telli, ucciso da un
dittatore di nome Sekou Touré, che disse…’
Noi siamo i popoli che più abbiamo sofferto l’ingiustizia nella storia ed è per
questo motivo che non abbiamo il diritto né politicamente, né moralmente, di
infliggere ingiustizie agli uomini’…Pochi oggi, qui come altrove, avrebbero
il coraggio di concepire e esprimere pubblicamente queste parole di altissimo
valore etico. Un Continente che tradisce e spinge i suoi figli a fuggirlo
rinnega il proprio passato.
Ancora
lo stesso Blondy, nel seguito della canzone citata sottolinea…Ci sono i diamanti a cielo aperto/ c’è l’oro
a cielo aperto/ la bauxite a cielo aperto/ l’uranio a cielo aperto/ ma i
cervelli sono sepolti a cielo aperto’… Non dovrebbe andare lontano chi
vorrebbe identificare e nominare i nemici: per buona parte si trovano qui, nel
Continente africano e se proprio vogliamo parlare di razzismo allora cominciamo
con fare pulizia e verità qui a casa nostra. Nel Maghreb, e non è un mistero
per nessuno, sono proprio gli africani (del nord e quindi di carnagione più
chiara) che insultano e rendono spesso schiavi i ‘neri’ dell’Africa sub
sahariana. Quanto è accaduto e sta accadendo in Libia e in Algeria, con campi
di detenzione e tortura e nel caso dell’Algeria, di espulsioni di migranti, con
il furto del frutto di lavoro di anni, poi buttati e abbandonati nel deserto,
donne e bambini compresi. Il tutto nel silenzio assordante dei dirigenti
africani, gli stessi che poi commentano con amarezza l’uccisione per asfissia
di un fratello nero, americano e soprattutto lontano agli occhi e dal cuore e
che si incontrano almeno due volte l’anno ad Addis Abeba, nella sede
dell’Unione.
I
nemicipiù pericolosi dell’Africa sono,
nondimeno, i mercanti di Dio , un Dio contraffatto da ideologie che arrivano al
Continente con le cannoniere e gli accordi commerciali. Trovano in fretta
acquirenti per rovesciare sulle spiagge e i deserti le scorie e gli scarti
della loro civiltà fatta di cose da vendere in continuazione. Cercano spazi per
farne fosse, comuni o private per nascondervi quanto altrove non troverebbe
nessun posto. Usano il dio denaro come paravento, comprano e fanno comprare,
vendono illusioni, miraggi, utopie consumate dall’uso e promettono un paradiso
da centro commerciale, plasmano immaginari e accartocciano i sogni per buttarli
al macero. Anch’essi trovano complicie
trasformano la saggezza di un tempo in un’inutile cantilena di pescatoriche hanno dimenticato l’arte della pesca.
Fanno delle mercanzie l’unico orizzonte degno per un Mercato Unico, Libero e
Globale di rapina dei poveri.
Perché
neri o perché poveri, forse è bene non sbagliarsi di identificare il nemico. Il
torto principale dei migranti che sbarcano ( o prima annegano nel mare), o
arrivano in aereo o per impervie strade, non è anzitutto il colore della pelle,
la forma degli occhi o la lingua e gli usi differenti, ma è la povertà che
disturba. E lo stesso si riproduce in questa parte del mondo: si è se si HA…chi
non HA non è nessuno. Poco importa il colore dell’abito indossato per
l’occasione. Pure l’Africa di adesso, neocolonizzata a suo piacimento e finché le conviene, discrimina i poveracci, i democratici, i diritti umani, i
giornalisti, gli artisti e i giudici che fanno il loro mestiere. L’Africa
abbisogna e allo stesso tempo teme la verità di sé e del suo destino. Magari,
come tutti del resto, ha bisogno di amici veri e sinceri. Non molti ma esistono
ancora oggi.
Gli
amici dell’Africa tacciono, fanno silenzio e buttano via il tempo che avevano
prima di arrivare. Gli amici dell’Africa non vengono per aiutare quanto per
essere aiutati a declinare altrimenti la vita. Gli amici dell’Africa sono
coloro che si lasciano contagiare dal sapore del vento e hanno intuito quanto
la sabbia sia importante per interpretare la storia umana. Non hanno ricette,
progetti, strategie, fondi di primo intervento, consigli da dare, foto da prendere
o giudizi da imporre. Gli amici dell’Africa sanno bene che alla fine sono gli
analfabeti che scriveranno, nella polvere, le parole che più contano. Gli amici
dell’Africa vivono nell'attesa che proprio loro, i bambini, senza saperlo, salvino
il mondo.
Tout change,tout évolue Seuls les imbéciles, ne changent pas Tout change tout évolue Seuls les imbéciles ne changent pas J'insiste, je persiste, et je signe Les ennemis de l'Afrique Ce sont les Africains J'insiste, je persiste, et je signe Les ennemis de l'Afrique Ce sont les Africains Les imbéciles ont décidé d'entrer dans l'histoire à reculons Les peuples baillonés écoute la "synfolie" des canons. Les Algériens égorgent les Algériens Les Somaliens fusillent les Somaliens Les Rwandais génocident Rwandais Les Burundais découpent les Burundais Les Congolais massacrent les Congolais Les Angolais brûlent l'Angola On a le diamant à ciel ouvert On a l'or à ciel ouvert La bauxite à ciel ouvert L'uranium à ciel ouvert Mais les cerveau se sont enfuis à tombeau ouvert Tout change,tout évolue Seuls les imbéciles, ne changent pas Tout change tout évolue Seuls les imbéciles ne changent pas On a le fer à gogo Le pétrole à gogo Le cobalt à gogo Le nickel à gogo J'insiste, je persiste, et je signe Les ennemis de l'Afrique Ce sont les Africains J'insiste, je persiste, et je signe Les ennemis de l'Afrique Ce sont les Africains Malgré les richesses agricoles, minières et minéralières, Nous sommes victimes de l'endettement à croissance exponentielle et baignons dans l'économie sous perfusion C'est la mondialisation de l'économie à sens unique avec la pensée du Maître à pensée!! Réveille-toi Afrique! da qui
Sankara - Alpha Blondy Héi...hou la la la la la Sankara Thomas sankara Capitaine sankara Ce sont tes baramogo qui t'ont dja Mal mal dja Sankara Thomas sankara Capitaine sankara Ce sont tes baramogo qui t'ont dja Un coup d'état appelle d'autres coup d'états Et les frères d'armes tot ou tard deviennent ennemies Et ça je vous l' avais déjà dit Le pouvoir se prend par les urnes et non par les armes (et non par les armes) Sankara Thomas sankara Capitaine sankara ce sont tes baramogo qui t'ont dja dja Mal mal dja Une trahison appelle toujours d' autres trahisons Il n'y a pas de saison Et là j' ai raison Le pouvoir se prend par les urnes (et ça je vous l'avais déjà dis) Et non par les armes(et non par les armes) (le linge sale se lave en famille mais pas dans le sang) Héi hou la la la la la De vengeance en vengeance l 'afrique est tombé dans la décheance Vouloir venger sankara C 'est perpétuer la bétise La bétise politique Anti démocratique Soif de pouvoir C'est la boulimie du pouvoir C'est la gourmandise du pouvoir (le linge sale se lave en famille mais pas dans le sang) (le linge sale se lave en famille mais pas dans le sang) {sankara {thomas sankara {sankara {thomas sankara Hou la la la la la (Sankara) da qui
“Aiutiamoli a casa loro”, l’urlo arrogante degli illusi - Antonella Sinopoli
Toni Iwobi, 63 anni nato in Nigeria, naturalizzato italiano, primo nero eletto senatore della Repubblica italiana; Idy Diene, 54 anni, ambulante senegalese con regolare permesso di soggiorno ucciso a Firenze per nessun motivo, tranne il colore della sua pelle; Segen (di lui non si sa neanche il cognome), 22 anni eritreo, morto di fame appena sbarcato in Italia a seguito di mesi di sofferenze, privazioni e torture nei centri libici. È successo tutto nel giro di poche settimane, tutto in Italia. E questo tutto, queste tre generazioni di africani concentrano in sé tante storie. La storia dell’Africa degli ultimi decenni (migliorata molto ma peggiorata per molti); la storia dei rapporti umani completamente distorti e in una fase regressiva che sembrerebbe senza ritorno; la storia delle disillusioni di un’Europa e di un mondo occidentale fondato sullo sfruttamento, sull'ingiustizia, sul doppio binario dei diritti.
Erano gli anni Ottanta del secolo scorso e dopo solo un paio di decenni dall'indipendenza molti Paesi africani cominciarono ad essere investiti da una forte crisi economica. Diversi i fattori: tra i principali il calo drammatico del prezzo del petrolio innescato dalla guerra del Kippur; la scelta di continuare l’errore delle amministrazioni coloniali di investire a livello agricolo sulla monocultura; l’emergere dei Big Man, leader impegnati a creare un’immagine di sé simile a quella degli ex colonizzatori – paternalistica, non criticabile e tendente ad accumulare beni e prestigio per sé e per il proprio entourage – che stava quindi creando sempre più uno spartiacque tra l’élite al potere e la popolazione.
Fu a quell'epoca che cominciò per l’Africa la neo-colonizzazione fatta di “aiuti allo sviluppo” e soprattutto di prestiti “condizionati” da parte degli IFI, Istituti Finanziari Internazionali (leggi Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale). Alcune delle condizioni furono: svalutazione delle monete locali e riduzione della spesa pubblica. Come si può immaginare i tassi di disoccupazione – derivati anche all'allontanamento dalle aree rurali verso le città – aumentarono notevolmente ed è in questa fase che cominciò la prima ondata di emigrazione verso i Paesi europei. Paesi europei – Italia compresa – che erano invece in piena espansione economica e dove il nero era qualcosa di esotico, non ancora percepito come una minaccia. Di questa fase felice si sono avvantaggiate tante classi medio alte africane o ragazzi al seguito di congregazioni religiose o missionari. È di quella stagione che fa parte il fortunato Toni Iwobi, che oggi farebbe parte della categoria del “migrante economico”.
“I peggiori nemici degli africani sono i ‘fratelli’ africani”. Non sono io a dirlo. Di questa “inimicizia” gli africani fanno le spese da secoli. A cominciare dalla tratta degli schiavi, quando i mercanti bianchi dovevano necessariamente trovare appoggi e accordi con i chief locali per il rifornimento della merce e per avere strada libera sui territori di caccia. Si passò poi alla colonizzazione. Epoca in cui lo sfruttamento si spostava dalla forza lavoro, le braccia negre, alla terra e ai suoi prodotti, compresi quelli minerari. Ma anche la colonizzazione – come era stato per i mercanti di schiavi – aveva bisogno di “alleati” in loco. Il cambiamento delle strutture sociali e comunitarie africane provocato dall'indirect rule di stampo britannico, ad esempio, fu enorme, come sempre più enorme fu il divario che si determinò tra i “capi” e il resto delle popolazioni.
Era di questi capi che il potere coloniale si serviva per controllare, amministrare, gestire, sfruttare i territori. Questo lungo, eppure sintetico, preambolo storico, è necessario per sottolineare che solo chi non conosce la storia – o non vuole farci i conti – può salire su un palco (o palcoscenico…) e urlare “Aiutiamoli a casa loro!” E questo vale se l’urlo viene da uno di pelle bianca o di pelle nera. Anzi no, se viene da un africano non è affatto una presa di coscienza della realtà contemporanea, è piuttosto prova di chiusura e mancanza di conoscenza. Se non fosse così Iwobi – e quelli che la pensano come lui – saprebbe che il federalismo nel suo Paese di origine ha forse funzionato in qualche misura, poi sono cominciati i drammi, comprese le parcellizzazioni del potere, gli estremismi religiosi – che spesso coprono gli estremismi di casta (non uso questo termine a caso) e di appartenenza tribale (e anche questo termine è adeguato alla realtà africana voluta dai colonizzatori). Se il senatore nero avesse coscienza di ciò che dice non oserebbe dire ai fratelli neri di restarsene a casa, laddove il loro presidente lascia la gestione dello Stato per mesi e mesi per andarsi a curare all’estero perché non si fida – e a ragione – degli ospedali del Paese che dirige. E questo non vale solo per la Nigeria.
Da qualche anno gli africani hanno ricominciato i viaggi della speranza in Europa, ma dagli anni Ottanta del secolo scorso molte cose sono cambiate. E gli africani di tutte le età si sono incrociati con un numero imprecisato di volontari venuti a salvarli e probabilmente molti giovani si sono domandati (e si domandano): perché lui può venire qui da me e io non posso? Perché devo farmi accudire e fotografare e trattare con superiorità da lui (o lei) che ha 18-20 anni come me ma sembra saperla lunga su tutto? Intanto la globalizzazione è scoppiata anche in Africa, peccato che però abbia reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Nel frattempo la prima ondata di migranti ha continuato a spedire soldi a casa e con quelle rimesse ci hanno vissuto intere famiglie i cui figli pensano: posso farlo anch'io, anch'io posso andare a lavorare in Europa e mantenere la mia famiglia.
In seguito dopo l’allontanamento forzato dei primi anni dell’indipendenza i coloni bianchi sono tornati, sotto forma di prestiti degli IFI, sotto forma di aziende e multinazionali, sotto forma di espatriati – non me ne vogliano visto che lo sono anch'io. Si sono stabiliti, hanno aperto uffici, aziende, business vari e siamo solo all'inizio perché, per chi non lo sapesse, l’Africa negli ultimi anni è una delle mete preferite dagli italiani.
Ovvio che poi tra i neri che stanno a casa loro ci sia qualcuno che si domanda: Perché il mio Paese apre le porte a tutti ma gli altri ci chiudono le porte in faccia? Perché è proprio questo quello che succede. Gli africani sono in realtà prigionieri in casa loro. Il sistema dei passaporti (che in molti casi valgono niente) e dei visti (spesso rifiutati) e la chiusura sistematica delle frontiere rende impossibile alla maggior parte di loro viaggiare in modo regolare. Essì perché quando si urla all’”immigrato clandestino”, all’”immigrazione illegale”, si dimentica che sono le leggi europee a farne un clandestino.
Leggi ingiuste, create ad hoc per controllare una parte del mondo, leggi che – se ci fosse una norma di incostituzionalità con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – sarebbero leggi illegali. All'africano medio non è permesso viaggiare per turismo – metti che uno voglia andare a Roma a vedere il Colosseo… Macché, solo gli africani ricchi e quelli sponsorizzati possono accedere alla cultura.
All'africano medio non è consentito guardare al resto del mondo come un luogo “normale” ma solo come una terra promessa, un luogo magico dove tutto diventerà possibile. Ma sappiate che comunque non tutti gli africani medi stanno lì a sognare l’America e, pensa un po’, c’è anche chi sa bene che l’Europa non è una cuccagna, ma… ci si prova, finché si ha la forza, la speranza, finché si ha un sogno. Finché la parola giustizia ha un senso. Perché questo termine, giustizia, non può essere spiegato. Non è un termine giuridico. Viene da dentro e anche chi non è mai andato a scuola, non ha mai letto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o non sa cosa sia il diritto ne percepisce il senso, ne conosce profondamente il significato. La giustizia, il senso del giusto, quella sì che non ha colore.
Nadine Gordimer era una bianca, una bianca sudafricana, ha scritto tra le pagine di impegno civile più belle che abbia letto. E non si limitava a scrivere, marciava. Marciava con i neri e per i neri, e certo non ne avrebbe avuto bisogno. I diritti civili erano tutti dalla sua parte. Ma lei marciava con gli altri, i neri, e scriveva. Contro l’apartheid, contro la discriminazione razziale. Contro una legge disumana. Raccontando cosa accadeva. Questo è un esempio reale in cui il nero e il bianco davvero si fondono, si fondono in una parola: giustizia.
Ma per applicare la giustizia, per sentirla dentro come valore morale assoluto oggi che sembriamo vivere e agire in stato confusionale abbiamo bisogno di agganci, di supporti forti e sicuri. Uno di questi è la conoscenza. “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza è l’illusione della conoscenza” – Stephen Hawking. Con questo torniamo al lungo preambolo di apertura. L’arroganza di sapere impedisce di studiare, di approfondire, di leggere, e quindi di capire. “Siamo condannati a vivere non solo con quello che abbiamo prodotto ma anche con quello che abbiamo ereditato”, scrive Achille Mbembe, uno dei più lucidi intellettuali contemporanei.
Il passato non è affatto archiviato, per due semplici motivi. Il primo è che il passato è tuttora presente, faccio solo un esempio: 14 Stati africani sono ancora obbligati a utilizzare la moneta francese con conseguenze che hanno a che fare con la sovranità politica ed economica del Paese e con la – reale – percezione di essere rimasti sotto il controllo coloniale. Il secondo è che solo il passato può spiegare le dinamiche e i rapporti di forza tra Europa e Africa oggi. Ritorno a Mbembe: “Non si può fare come se la schiavitù e la colonizzazione non fossero esistiti o come se le eredità di queste tristi epoche fossero state totalmente superate. Per fare un esempio, la trasformazione dell’Europa in ‘Fortezza’ e le leggi anti-straniero di cui si è dotato il Vecchio Continente all'inizio del secolo affondano le loro radici in una ideologia della selezione tra differenti specie umane, ideologia che continua a rafforzarsi, bene o male, mascherata”.
Dunque, a proposito di aiutarli a casa loro, se li lasciassimo per esempio gestire i propri affari a casa loro come noi pretendiamo per noi stessi sarebbe un primo passo verso la normalizzazione. Ma non sarà così perché ci piace la botte piena e la moglie ubriaca. O, per dirvela a modo mio, ci piace l’Africa ma non ci piacciono gli africani. Ma questi africani, comunque la mettiate, non se ne staranno con le mani in mano aspettando le vostre decisioni. Continueranno ad essere la vostra spina nel fianco come noi lo siamo stati – o lo siamo ancora – per loro.
Il 5 giugno 2020, mentre tutti gli Usa ribollivano di
proteste contro la violenza razzista della polizia per l’assassinio di George
Floyd a Minneapolis, Bruce Springsteen ha aperto il suo programma sulla radio
SyriusXM con una delle sue canzoni più controverse: American Skin (41
Shots), sull’assassinio di un giovane immigrato africano, Amadou Diallo,
crivellato con 41 colpi di arma da fuoco da una squadra di poliziotti di New
York: «Questa canzone dura quasi otto minuti», ha aggiunto: «il tempo che il
poliziotto [Derek Chauvin] ha tenuto il ginocchio sul collo di George Floyd».
Springsteen ha definito questo delitto come un “linciaggio visuale”, e lo ha
sottolineato mandando in onda Strange Fruit, la canzone di Billie
Holiday e Nina Simone sui linciaggi nel Sud. «Abbiamo 40 milioni di disoccupati
– ha detto –, e più di centomila cittadini sono morti per il Covid-19, con una
risposta debole e insensibile da parte delle istituzioni Incombe ancora su di
noi, generazione dopo generazione, il fantasma della schiavitù, il nostro
peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana».
L’uccisione di George Floyd è solo uno della lunga
serie di episodi di violenza da parte della polizia che colpiscono in modo
sproporzionato afroamericani, latini, nativi. Nel 2020, le persone uccise a
colpi di arma da fuoco dalla polizia negli Stati Uniti sono 329, una media di
almeno due al giorno. Non è chiaro se la statistica comprenda anche quelli
uccisi con altri mezzi, come a esempio un ginocchio sul collo o una presa di
lotta libera sul collo (come Eric Garner a New York – o Radio Raheem nel film
di Spike Lee, Fai la cosa giusta). Gli afroamericani sono il 13%
della popolazione degli Stati Uniti, ma sono il 24% delle 231 vittime di cui è
nota l’identità “razziale” – e la sproporzione si fa ancora più drammatica nei
grandi contesti urbani, che peraltro sono i più visibili.
La violenza della polizia è solo un aspetto
particolarmente traumatico dell’eredità della schiavitù di cui parla
Springsteen, che si è estesa e radicata in una presenza endemica e strutturale
del razzismo nella società e nelle istituzioni (non va dimenticato che il
gruppo con la percentuale più alta sono i nativi americani, e che anche i latinos hanno
una quota sproporzionata di vittime). La vicenda della pandemia, in cui le
minoranze hanno subito una quota assolutamente sproporzionata di vittime, non è
che la conseguenza di una sistematica discriminazione nei servizi sanitari in
cui il razzismo si intreccia con i rapporti di classe in una società sempre più
diseguale e polarizzata in termini di reddito e potere.
Alla storia della schiavitù e del razzismo si è
intrecciata, specialmente dopo le guerre del Golfo e l’11 settembre, la
sindrome bellica e militarista anch’essa fortemente radicata nelle istituzioni.
Le risorse sempre più abbondanti messe a disposizione dei tutori della “legge e
ordine” e della “sicurezza nazionale” sono state usate per armare la polizia le
letteralmente come un esercito in guerra. Lo Homeland Security
Program ha incentivato la riassegnazione alla polizia di mezzi
militari usati e ha dato ai dipartimenti di polizia i fondi necessari per
acquistare “armi e veicoli da guerra”. Le forze di polizia che sono scese in
campo durante la ribellione dei giorni scorsi a Minneapolis erano armate con
«un arsenale di cui sarebbe andato orgoglioso qualunque piccolo esercito:
blindati, elicotteri da guerra, proietti di gomma e di legno, bombe a mano,
bombole di gas lacrimogeno» (Tod Nolan,
ricercatore, ex poliziotto). Fin dagli anni ‘60, Stokely Carmichael e i
militanti del Black Power parlavano della polizia nei ghetti
come di un esercito d’occupazione; oggi è quasi istintivo, per poliziotti
armati come in guerra, sentirsi in guerra. Durante le proteste seguite
all’assassinio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel 2014 la Guardia nazionale usava
«un linguaggio altamente militarizzato, parlando di “forze nemiche” e di
“avversari” a proposito di manifestanti che sono cittadini. I documenti che
davano le direttive della missione distinguevano, nella folla che la Guardia
nazionale avrebbe incontrato, fra “forze amiche” e “forze nemiche” – delle
quali ultime facevano parte, a quanto pare, i “manifestanti in genere”» (J.
Walters, The Guardian, 14 aprile 2015).
Per questo è particolarmente significativo il
fatto che proprio membri della polizia di Ferguson siano stati fra i tanti che,
dopo la morte di George Floyd, si sono inginocchiati o hanno espresso in altro
modo la solidarietà con la comunità nera e con le vittime. Nonostante la
sproporzionata e opportunistica insistenza dei media (anche
alcuni fra i più insospettabili in Italia) sulla “violenza”, i “saccheggi”,
l’”odio” che si sono mischiati alle manifestazioni di protesta, è emerso
chiaramente che il problema non erano loro ma la polizia stessa.
Ha scritto Federico Rampini su La Repubblica che
i poliziotti americani sono «ipersindacalizzati e quindi iperprotetti». Se
questo fosse vero, i nostri metalmeccanici della Cgil dormirebbero fra due
cuscini. L’impunità dei poliziotti americani non deriva dal fatto che hanno un
sindacato, ma dal fatto che questo sindacato è sostenuto e incoraggiato dalla
controparte stessa, dalle gerarchie, dal sistema giudiziario, dalle istituzioni
politiche, e non li protegge dai datori di lavoro ma dalla popolazione che loro
dovrebbero proteggere. Perciò un esito delle proteste di questi giorni è che
questa impunità comincia a sgretolarsi. Da un lato, gruppi forse minoritari ma
significativi di poliziotti dicono basta a questi crimini commessi in loro
nome. Dall’altro, le istituzioni cominciano a rendersi conto di dov’è che
bisogna intervenire. Minneapolis ha sciolto il Dipartimento di polizia,
riconoscendo che Derek Chauvin non è una “mela marcia” ma la normalità; New
York e altre città si preparano a tagliare i fondi alla polizia. Qualcosa si
muove. Ma c’è voluto un morto e un’ondata di rabbia per ottenere questi, per
ora minimi ma incoraggianti, segnali di cambiamento.
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots....
and we'll take that ride
'cross this bloody river
to the other side
41 shots... cut through the night
You're kneeling over his body in the vestibule
Praying for his life
Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin
41 shots
Lena gets her son ready for school
She says "on these streets, Charles
You've got to understand the rules
If an officer stops you
Promise you'll always be polite,
that you'll never ever run away
Promise Mama you'll keep your hands in sight"
Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin
Is it a gun, is it a knife
Is it in your heart, is it in your eyes
It ain't no secret
41 shots... and we'll take that ride
'Cross this bloody river
To the other side
41 shots... got my boots caked in this mud
We're baptized in these waters and in each other's blood
Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin
Versione italiana di Lorenzo Masetti
PELLE AMERICANA (41 COLPI)
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi....
e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... che squarciano la notte
Ti inginocchi sul suo corpo nell'ingresso
Pregando per la sua vita
È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana
41 colpi
Lena prepara sua figlio per andare a scuola
Gli dice "su queste strade, Charles
Devi capire le regole
Se un poliziotto ti ferma
Promettimi che sarai sempre educato
che non scapperai mai correndo
Prometti alla mamma che terrai le mani sempre bene in vista"
È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana
È una pistola, è un coltello
è nel tuo cuore, è nei tuoi occhi?
Non è un segreto
41 colpi.... e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... i miei scarponi coperti di fango
Siamo stati battezzati in queste acque e nel sangue l'uno dell'altro
È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana
Nel 2019 sono stati spesi nel mondo quasi 2mila
miliardi di dollari in armi, mentre il bilancio dell’Oms è di poco più di due.
In Italia aumentano le spese militari e, nel pieno dell’emergenza Covid-19, si
conferma il programma d’acquisto degli F-35 ed è in arrivo una legge da 6
miliardi di euro in armamenti.
Il nuovo Rapporto annuale del SIPRI, il prestigioso
istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, ci dice che nel 2019 sono
stati spesi 1.917 miliardi di dollari per le armi e la difesa. Nello stesso
tempo il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è di poco
superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi.
Si è paragonata – sbagliando – la pandemia del
coronavirus a una guerra. Sta di fatto che per le guerre vere o inesistenti si
spendono migliaia di miliardi di dollari e per difenderci a livello globale da
una pandemia che sta causando centinaia di migliaia di morti si danno
all’organismo globale che dovrebbe coordinarci e intervenire solo le briciole.
Il bilancio dell’Oms è basato su contributi volontari e in parte sono privati:
il secondo finanziatore dell’Organizzazione è la Fondazione Bill e Melinda
Gates.
Intanto, che cosa fa il governo del nostro paese? Con
il decreto Cura Italia sta mettendo un po’ di risorse sulla sanità, ma dal 2008
gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno definanziato il
servizio sanitario nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat. Negli stessi
anni sono aumentate le spese militari.
Nella conferenza stampa online tenutasi il 27 aprile
scorso, Sbilanciamoci!, la Rete Disarmo e la Rete della Pace hanno chiesto al
governo di bloccare l’imminente “legge terrestre” (6 miliardi di euro per carri
armati, blindo, ecc.) e di fermare gli ulteriori investimenti per gli F-35. Il
Movimento 5 Stelle ha ripreso la proposta e una cinquantina di parlamentari si
sono attivati in questa direzione.
Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il PD hanno
fatto muro, sbandierando “accordi internazionali vincolanti” (non è vero) e inesistenti “penali” se si
dovesse fermare il programma dei cacciabombardieri. E nei provvedimenti di
queste settimane – mentre gran parte delle aziende si sono dovute fermare – si
è consentito alle aziende militari di continuare a produrre, senza che fossero
produzioni essenziali o strategiche. Anche durante un’emergenza così grave le
scelte del governo sono piegate agli interessi dell’industria bellica.
Non sarebbe ora di invertire le scelte? Come propone
Sbilanciamoci!, da tempo possiamo recuperare almeno dieci miliardi di risorse
dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma. Come viene
scritto nel documento-appelloIn salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo,
le spese per la difesa non devono superare l’1% del Pil.
Si deve bloccare il programma F-35, evitando di
spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci
farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici. Oggi le
urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni,
di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi.
Queste sono le vere priorità del paese.
Difesa e
sanità, due modelli da rivedere - Giorgio
Beretta
Che il nostro Paese non fosse preparato a fronteggiare questa emergenza
sanitaria è ormai evidente. Come noto, per sopperire alle mancanze del sistema
sanitario e della Protezione Civile è stato chiesto l’intervento delle
Forze Armate. Sistema della difesa e sistema sanitario sono accomunati da due
rilevanti caratteristiche: entrambi sono chiamati a tutelare dei diritti
fondamentali dei cittadini italiani (sicurezza e salute) e, pertanto, devono
essere in grado di rispondere alle emergenze che costituiscono una parte
essenziale della loro attività. Un confronto tra questi due sistemi può essere
fatto esaminando quattro ambiti (produzione, controllo, investimenti e
pianificazione).
Una analisi dei dati tra la produzione militare e quella medico-sanitaria
fa emergere innanzitutto un primo elemento: mentre l’Italia produce gran parte dei
sistemi militari necessari alla Difesa tanto da poter essere sostanzialmente
autosufficiente, è invece ampiamente dipendente dall’estero per quanto riguarda
diverse tipologie di apparecchiature medico-sanitarie. I dati ufficiali degli
ultimi tre anni mostrano infatti un saldo ampiamente positivo per le
esportazioni di sistemi militari (2,5 miliardi di euro di esportazioni annuali
a fronte di 500 milioni di importazioni) e positivo anche per gli apparecchi
medico-sanitari (7,4 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 7
miliardi di importazioni), ma con un’evidente dipendenza dall’estero per le apparecchiature
mediche.
In entrambi gli ambiti si registra un forte sbilanciamento sul versante
dell’esportazione. Ma, anche a questo riguardo emerge una sostanziale
differenza: mentre le esportazioni di sistemi militari comportano il grave
rischio del sostegno militare a governi di Paesi illiberali, spesso coinvolti
in conflitti armati in violazione del diritto internazionale e dei diritti
umani fondamentali (più del 60% dell’esportazione militare italiana è diretta a Paesi extra Nato-Ue, in gran parte
nell’aera mediorientale), le esportazioni di tipo medico-sanitario servono a
curare la popolazione. Non tutelare adeguatamente la produzione medico-sanitaria
e incentivare – come da alcuni anni stanno facendo i governi del nostro Paese –
le esportazioni di armamenti non solo non favorisce lo sviluppo sostenibile, ma
rischia di compromettere gravemente la sicurezza internazionale e il benessere
delle popolazioni.
Questo è un primo e fondamentale elemento che richiede una profonda
revisione nella direzione della riconversione a fini civili di quella parte
dell’industria militare ormai obsoleta e di una razionalizzazione
programmatica dei settori industriali militari nel contesto di un rinnovato e
diverso Piano di difesa europeo. Si tratta di un
indirizzo già presente nella normativa vigente, purtroppo ampiamente inattuata,
che prevede che lo Stato predisponga «misure idonee ad assecondare la graduale
differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel
settore della difesa» (L. 185/1990, art. 1, c. 3). Occorrerà inoltre
rivedere e differenziare la produzione di tipo medico-sanitario per garantire
la disponibilità di quelle apparecchiature mediche di cui oggi l’Italia è
dipendente dall’estero.
Questi dati esplicitano un’evidenza poco nota. Lo Stato italiano è il
principale azionista di tutte le maggiori aziende di produzione militare, come
il gruppo Leonardo e Fincantieri. Non solo: attraverso il “golden power” lo Stato esercita un controllo
fondamentale anche sulle imprese private «operanti in ambiti ritenuti
strategici e di interesse nazionale». Tra queste aziende figurano tutte quelle
nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni e anche tutte
quelle del settore militare e degli armamenti, ma non quelle del settore
medico-sanitario. Considerare strategica e di interesse nazionale l’industria
militare e non quella medico-sanitaria manifesta un grave problema di
comprensione e di definizione non solo della tutela del diritto alla salute, ma
anche della sicurezza che lo Stato deve garantire ai cittadini.
L’impatto dell’epidemia ha inoltre evidenziato diverse carenze del nostro
sistema sanitario. Ciò è dovuto al costante indebolimento del Sistema Sanitario
Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi a favore delle spese
militari. Lo hanno segnalato la Rete italiana per il disarmo e la Rete
per la pace in un comunicato congiunto. «Mentre la spesa sanitaria
ha subito una contrazione complessiva rispetto al Pil passando da oltre il 7% a
circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un
balzo in avanti negli ultimi 15 anni passando dall’1,25% rispetto al Pil del
2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni».
L’Italia, dunque, investe sempre più per la difesa armata e
sempre meno in cure sanitarie. Non solo: mentre il personale militare è tuttora
ampiamente sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del Paese, il
Servizio Sanitario nazionale dal 2009 al 2017 ha perso 46 mila addetti. Mentre al per
la sanità è stata applicata la “spending review” non altrettanto può dirsi per
il settore militare e in particolare per il “procurement militare”,
cioè per l’acquisto di armamenti, la cui spesa negli ultimi bilanci dello Stato
si è sempre aggirata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali.
Non è, però, solo una questione di stanziamenti, di mezzi e personale. Il
problema è soprattutto di modello e di pianificazione. Lo evidenzia l’ultimo rapporto della
Fondazione Gimbe dal quale emerge la «mancanza di un disegno politico di lungo
termine per preservare e potenziare la sanità pubblica» e la necessità di
«aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel rispetto
delle loro autonomie». Come noto, a seguito della riforma del Titolo V della
Costituzione, il “Piano sanitario nazionale” viene predisposto dal Governo, ma
la sua adozione spetta, nel concreto, alle Regioni sulla base dei propri Piani
sanitari regionali: una differenza fondamentale rispetto al “modello di difesa”
che, invece, è definito a livello nazionale dal Ministero della Difesa. Così,
mentre esiste un “Libro Bianco della Difesa” allo scopo di
«affrontare con razionalità, metodo e lungimiranza il problema della sicurezza
e della difesa del Paese, non limitandosi alla pur doverosa gestione degli
eventi improvvisi», non esiste invece a livello nazionale un simile “Libro
Bianco della Sanità” (l’ultima edizione è del 2008) e lo stesso “Piano sanitario nazionale” di fatto risale al 2006.
Di pari passo, la gestione delle emergenze nel settore della difesa,
pianificata in ambito Nato, è ampiamente prevista nel “Libro Bianco della
Difesa” che a tal fine prevede, tra l’altro, forme specifiche di addestramento
ed esercitazioni. Non altrettanto può dirsi per quanto riguarda il
settore della sanità che da un lato rinvia al quadro delle decisioni assunte a livello europeo, dall’altro
rimanda alle funzioni di competenza della Protezione Civile.
In particolare appare carente, per entrambi i settori, la predisposizione
di specifici piani per affrontare emergenze che implicano un ampio e diretto
coinvolgimento della popolazione come, ad esempio, i piani di evacuazione in
caso di attacco terroristico o di terremoti, di incidenti a impianti
petroliferi e a rigassificatori o ad unità a propulsione nucleare di cui
dovrebbero essere dotate almeno tutte
le città portuali o, come si sta verificando in questo giorni,
per gestire una prolungata quarantena della popolazione. Anche la gestione e il
contrasto alle minacce in campo chimico, batteriologico, radiologico e nucleare
(Cbrn) non si possono affrontare solo con le conoscenze e l’approccio di
esperti, delle aziende militari e di qualche istituzione sanitaria, come sta
invece facendo il Cluster CBRN-P3. Il problema non consiste, infatti, solo
nell’intensificare i livelli di sinergia e di cooperazione tra settore
sanitario, Protezione Civile e Forze Armate: si tratta, invece, di pianificare,
prepararsi e gestire le emergenze con la diretta partecipazione delle associazioni
della società civile.
I capisaldi della convivenza tra i cittadini e gli ambiti dell’azione delle
strutture pubbliche sono ben definiti dalla Costituzione, in particolare da due
articoli. Innanzitutto l’articolo 32 stabilisce che «La Repubblica tutela la
salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività,
e garantisce cure gratuite agli indigenti» e – per quanto riguarda la difesa –
l’articolo 52 esplicita che «La difesa della Patria è sacro dovere del
cittadino». L’articolo in questione non si riferisce solo ed esclusivamente
alla “difesa armata”, cioè alla difesa attraverso lo strumento militare:
diverse deliberazioni della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della
Cassazione hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata a
quella civile e nonviolenta.
È in questa direzione, di pieno coinvolgimento della società civile e delle
sue associazioni che dovrebbe essere ripensato sia il “modello di difesa” che
deve comprendere a pieno titolo e con eguale dignità e valore la difesa civile
e nonviolenta (si veda la Proposta di Legge di iniziativa popolare per
la difesa civile, non armata e nonviolenta), sia la ridefinizione del Piano
Sanitario Nazionale e della gestione delle emergenze. L’attuale pandemia ha
mostrato chiaramente che l’emergenza non è solo di tipo sanitario, economico o
di ordine pubblico: è innanzitutto una crisi umana e sociale e come tale va
affrontata. Proprio per questo le questioni attinenti alla sanità, alla
sicurezza e alla difesa non dovrebbero essere il monopolio delle rappresentanze
politiche e neppure dei soli specialisti del settore.
L’Italia ha un ampio bacino di associazioni e di competenze nella società
civile (dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalle associazioni
educative a quelle impegnate nel campo della tutela dell’ambiente, della
solidarietà e del disarmo) che possono e devono rappresentare il vero valore
aggiunto del nostro Paese anche nella fase di progettazione e non solo
assistenziale.
Diverse misure che vengono adottate in questi giorni (dall’impiego delle
Forze Armate alla quarantena obbligatoria, dal dispiegamento di militari nelle
strade alle restrizioni per le aziende fino alle possibili modalità di
tracciamento degli spostamenti individuali) possono collocarsi sul crinale tra
uno Stato democratico e forme autoritarie di controllo sociale. La differenza
non sta solo nell’approvazione parlamentare o nel consenso popolare più o meno
generalizzato verso queste misure, ma anche nella partecipazione della società
civile e delle sue associazioni. Torna utile ricordarlo sin da ora, per poter
valutare e programmare meglio appena l’emergenza sanitaria sarà passata.
La pandemia minaccia il mondo ma il mondo aumenta la spesa per gli armamenti – Francesco Lenci
L’International Peace Research Institute (SIPRI, qui il sito ) è un istituto internazionale indipendente dedicato alla ricerca su conflitti, corsa agli armamenti, controllo degli armamenti e disarmo. Fondato nel 1966, SIPRI fornisce dati, analisi e raccomandazioni, basate su fonti aperte, a responsabili delle politiche, ricercatori, media e pubblico interessato. Con sede a Stoccolma, l’Istituto è regolarmente classificato tra i think tank più rispettati in tutto il mondo. La missione di SIPRI è di intraprendere ricerche e attività in materia di sicurezza, conflitti e pace; fornire analisi e raccomandazioni politiche, facilitare il dialogo e promuovere misure di fiducia reciproca e trasparenza, fornire informazioni autorevoli al pubblico interessato.
L’Orologio del Bulletin segna cento secondi all’apocalisse
Da cinquant’anni, tutti gli anni, il SIPRI pubblica un Annuario (SIPRI Yearbook) che è un rigoroso e dettagliato compendio di dati ed analisi nelle aree dei conflitti armati e della loro gestione, delle spese militari e per l’ammodernamento dei sistemi d’arma, della non-proliferazione nucleare, del controllo degli armamenti e del disarmo. Per tutti gli studiosi di problemi di controllo degli armamenti e di disarmo il SIPRI Yearbook è una fonte preziosa di informazioni e di elementi di discussione (per approfondire vai qui ).
Il SIPRI Yearbook 2019 offre una serie di dati originali relativi a spesa militare mondiale, produzione e trasferimenti internazionali di armi, forze nucleari, conflitti armati e operazioni multilaterali di pace, nonché analisi aggiornate su aspetti importanti circa il controllo delle armi, della pace e della sicurezza internazionale (leggi il rapporto ).
Come risulta chiaramente dal SIPRI Yearbook, e come da più autorevoli voci sottolineato da lungo tempo, il regime di controllo degli armamenti è profondamente in crisi e i rischi di guerra nucleare sono più alti di sempre: il 23 gennaio scorso l’Orologio del Bulletin ha fissato a 100 secondi (un minuto e quaranta secondi) il tempo che ci separa dall’inizio dell’apocalisse. Il 3 aprile 2020, l’alto rappresentante per le questioni di disarmo del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Izumi Nakamitsu, che è l’autorità dell’Onu di più alto livello nel campo del controllo degli armamenti, ha dichiarato che “la pandemia è arrivata mentre le nostre strutture per prevenire il confronto catastrofico si stanno sgretolando. I paesi stanno costruendo armi nucleari più veloci e accurate, sviluppando nuove tecnologie per le armi con implicazioni imprevedibili e riversando più risorse militari rispetto a qualsiasi momento nei passati decenni”.
Le spese militari globali aumentano vertiginosamente
Qualche anno fa Carlo Bernardini, a proposito degli arsenali nucleari scriveva: “Quando una cosa che incombe è gigantesca, la gente non la vede più (come la storia dell’omino che non vede l’elefante se sta proprio sotto la sua pancia)”. Mi sembra che ancora una volta Carlo Bernardini sia stato profetico. Particolare preoccupazione e sdegno nascono dall’esame delle spese militari mondiali per il 2019 (leggi qui i dati ): le spese militari globali totali sono salite a 1917 miliardi di Dollari USA nel 2019. Il totale per il 2019 rappresenta un aumento del 3,6 per cento rispetto al 2018 e la più grande crescita annuale delle spese dal 2010. I cinque maggiori investitori nel 2019, che rappresentano il 62 per cento delle spese, sono Stati Uniti, Cina, India, Russia e Arabia Saudita.
Nella attuale gravissima situazione sanitaria di tutto il mondo, nella quale già sopravvivono a stento migliaia di esseri umani in fuga da guerre, carestie, fame, povertà, nessun accenno alla possibilità di ridurre gli investimenti in armi. Più di sempre credo sia da riflettere sulla conclusione della Nobel Lecture di Mohamed ElBaradei, già Direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Premio Nobel per la Pace nel 2005 (qui il testo): “Immaginate cosa accadrebbe se le nazioni del mondo spendessero tanto nello sviluppo quanto spendono nella costruzione delle macchine da guerra. Immaginate un mondo in cui ogni essere umano potesse vivere libero e in maniera dignitosa. Immaginate un mondo in cui si versassero le stesse lacrime quando un bambino muore nel Darfur o a Vancouver………”. E sulla conclusione del Manifesto Russell-Einstein: “Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale”
Sia
Nature Medicine sia il Bullettin of Atomic Scientists non escludono che il
virus - sicuramente non bio-ingegnerizzato andando ad esaminare il suo genoma -
possa anche, come ipotesi secondaria, essere nato dalle evoluzioni
spontanee di colture in vitro dei laboratori di Wuhan.
Ma non
hanno - lo asseriscono chiaramente - nessun elemento fattuale che possa
suffragare l’ipotesi dell'incidente come causa della diffusione di
SARSCOV2.
Ora
arriva la smentita dell’OMS alle accuse di Mike Pompeo (vedi articolo sotto
riportato del Fatto Quotidiano e tratto dal sito Raiawadunia), che sembrano
ripercorrere la strada delle armi chimiche attribuite dal generale Powell a
Saddam Hussein.
Allora
- nel febbraio del 2003 - una sceneggiata all’ONU giustifico’ la guerra di Bush
junior contro l’Iraq; oggi dall’impero militarmente più forte (ma in declino
economico) si lancia ufficialmente una “nuova guerra fredda” contro la Cina
anche perché, al di la’ delle ragioni di fondo della competizione di potenza,
Trump ritiene utile per la sua rielezione il prossimo novembre fare di essa il
capro espiatorio di tutte le contraddizioni ed i gravi problemi nella gestione
americana della pandemia.
Personalmente,
da eco pacifista scafato e avvertito, ritengo che la vera domanda che bisogna
farsi è sul senso profondo di queste ricerche che fanno cinesi, americani,
russi e quanti altri sugli OGM: sono davvero necessarie in via preventiva per
trovarsi più attrezzati con i vaccini? O nascondono inconfessabili legami con
le ricerche sulle armi biologiche?
E’ questa domanda che - ad avviso dello scrivente - colloca sul binario giusto
la riflessione e la discussione da sviluppare. Una ricerca scientifica opaca,
con legami opachi con i settori militari, è anche essa un aspetto di quella
hubrys che caratterizza il rapporto tra la specie umana e la Terra che la ha
originata.
Dobbiamo
fare la pace tra la società umana universale e la Natura sostituendo le attuali
Élites dell’1% al comando: questo è il compito che dobbiamo assolutamente
fissare come prioritario e pare che abbiamo solo una decina di anni per
sbrigarlo, costi quel che costi, pena, ad essere fortunati, la ricaduta nella barbarie…
Da
questo punto di vista la nuova guerra fredda tra statunitensi e cinesi è
l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno…
Spese
militari italiane in forte crescita: superati i 26 miliardi di euro su base
annua - Francesco
Vignarca
Questa scheda elaborata dall’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare
italiana intende fornire la valutazione più precisa e approfondita
possibile degli investimenti militari dello Stato italiano nel 2020 con la
documentazione attualmente a disposizione.
Risulta doverosa una premessa di natura metodologica riguardante le spese
militari in generale e quelle relative all’Italia in particolare. Valutare in
maniera compiuta la spesa militare è un compito arduo, perché mentre alcuni
costi sono evidentemente di questa natura per altri è più difficile andare a
stabilire precisamente che tipo di funzione abbiano all’interno dell’apparato
statale.
Come criterio scientifico di riferimento l’Osservatorio Mil€x usa
come standard la definizione di spesa militare dell’istituto di ricerca SIPRI di Stoccolma,
globalmente considerato tra i più affidabili e rigorosi, eppure va notato che
nonostante questa convergenza le stime riguardanti l’Italia possono essere
anche decisamente differenti. Ciò avviene da un lato perché di norma il SIPRI
considera stime di consuntivo, mentre la scheda specifica che avete fra le mani
si concentra sul bilancio previsionale, dall’altro perché esiste ovviamente un
diverso grado di accesso a documenti e cifre ufficiali del Bilancio dello
Stato. In tal senso si può considerare più affidabile e precisa la stima di
Mil€x in quanto è più semplice e diretto l’accesso a documentazione anche in
lingua originale senza necessità di mediazione dei dipartimenti e uffici
pubblici preposti. Inoltre l’Osservatorio Mil€x non solo ha sviluppato in questi anni una
capacità di analisi diretta affidabile delle documentazioni della Legge di
Bilancio, ma è stato anche in grado elaborare alcuni meccanismi di conteggio
per valutare parti della spesa militare che si possono desumere solamente per
via indiretta (costi pensionistici, presenza di basi straniere sul territorio
italiano, etc).
L’ultima sottolineatura importante prima di passare all’analisi dei dati è
la già ricordata natura previsionale di questa stima, in quanto basata sulla documentazione
della Legge di Bilancio votata dal Parlamento a fine 2019 e i cui capitoli e le
cui allocazioni potrebbero quindi essere oggetto di variazioni da parte del
Governo in corso d’anno. Ciò significa che la spesa militare reale del 2020
potrà, alla fine, anche differire di molto rispetto alle stime fornite con
questo documento, ed anzi di norma è quello che succede: quasi sempre si
riscontrano dei consuntivi più alti rispetto ai bilanci previsionali. Ciò
sembrerebbe togliere valori ai dati che vengono qui forniti, che al contrario
possiedono un interesse ed una rilevanza per nulla intaccati dalle
considerazioni appena svolte. Ciò perché uno degli aspetti più importanti delle
analisi che si conducono sulla spesa militare è anche la dinamica tendenziale,
perché è in grado di fornire indicazioni sulle scelte politiche dei vari
governi sul tema richiamando paragoni chiari fra vari bilanci. Riteniamo dunque
opportuno continuare a fornire una valutazione approfondita della spesa
militare previsionale, con una metodologia consolidata che la rende
direttamente e pienamente comparabile con quella degli anni precedenti.
La stima della spesa militare italiana per il 2020
Ricordiamo che la metodologia
di conteggio elaborata dall’Osservatorio Mil€x e derivante dalla
già ricordata definizione SIPRI di spesa militare prevede che al
Bilancio proprio del Ministero della Difesa vadano aggiunti anche capitoli di
natura militare presenti in altri Ministeri, oltre che sottratti (totalmente o
in parte) costi rientranti nello stesso Dicastero ma evidentemente con funzioni
di natura non militare.
Nella Tabella seguente vengono quindi fornite le cifre di comparazione tra
le previsioni per il 2019 e le previsioni per il 2020 delle voci di spesa
selezionate secondo il criterio appena esposto. Vengono riportate in colore
rosso le cifre che non sono ricomprese (in tutto o in parte) nella stima
conteggiata da Mil€x.
Come si può notare con tutta evidenza la spesa militare
previsionale 2020 registra un fortissimo aumento di oltre 1,5 miliardi di euro
pari ad oltre il 6% in più su base annua, sia per la crescita diretta del
bilancio proprio del Ministero della Difesa sia per il mantenimento di alti
livelli di spesa di natura militare anche su altri Dicasteri. Continua ad
essere in crescita la quota di investimento per nuovi sistemi d’arma
proveniente dal Ministero per lo Sviluppo Economico (ormai arrivata a quasi tre
miliardi) ma è soprattutto la decisa risalita degli investimenti
per armi allocati sul bilancio della Difesa (circa 2,8 miliardi con un +40%
rispetto al 2019) a portare i fondi a disposizione per acquisti di
nuove armi ad un livello forse record di quasi 6 miliardi.
È importante notare che per carenza al momento di documentazione e dettagli
affidabili sui trasferimenti pensionistici e la difficoltà insita
nell’elaborazione di stime sulla specifica voce relativa alle basi
internazionali presenti nel territorio italiano tali cifre specifiche sono
state considerate come invarianti rispetto all’anno precedente. Una scelta di
approssimazione che comunque permette di avere una stima realistica complessiva
e non falsare il paragone di trend tra un anno e l’altro poiché si tratta di
voci non sottoposte a variazioni repentine in quanto scelte e conseguenze di
medio-lungo periodo.
Sono invece ancora da definire, e dunque non sono stati considerati in
questa scheda di approfondimento, gli impatti sia su quest’anno che a livello
pluriennale di alcuni programmi di investimento per sistemi d’arma annunciati
in anni recenti, all’interno di Fondi più ampi predisposti dalla Presidenza del
Consiglio dei ministri o di Fondi concertati tra il Ministero della Difesa e il
Ministero per lo Sviluppo Economico. Rimandiamo a schede ed analisi successive
la valutazione approfondita di questi specifici aspetti.
Infine, come pista di lavoro e conferma della già sottolineata tendenza ad
avere una spesa consuntiva molto più alta del bilancio previsionale, è
opportuno notare che la stesa documentazione ufficiale della Legge di Bilancio
rileva su questo esercizio la presenza di residui presunti per il Ministero
della Difesa pari a 1.007 milioni di euro. Che comportano poi autorizzazioni di
cassa per 23.296 milioni e una cifra complessiva spendibile (residui
più competenza) per il 2020 di 23.977 milioni. Cioè circa un miliardo tondo in
più di quanto evidenziato nelle previsioni sopra riportate (ma che non
è possibile attribuire “in toto” alla spesa militare perché potrebbe riguardare
residui relativi ad esempio alle funzioni di polizia e controllo del territorio
dei Carabinieri).
Coronavirus vs. deterrenza nucleare
- Roberto Del Bianco
Dal sito ufficiale del PNND, ecco qualche
"Good News". Al tempo della pandemia, c'è chi riflette (e cerca di far
riflettere). Sarà il caso di cambiare destinazione alle ingenti somme destinate
al mantenimento della flotta sottomarina britannica?
Ieri 1° aprile 2020, tre ex comandanti della Royal Navy hanno inviato una lettera a tutti i
membri del Parlamento, mettendo in discussione la politica di mantenimento di
un deterrente nucleare permanente in mare. Il costo di 2 miliardi di sterline
all'anno sarebbero adesso ingiustificabili, tanto più che i costi
economici della pandemia di coronavirus vanno aumentando e che oltretutto non
sembra esserci alcuna minaccia di un attacco nucleare contro il Regno Unito.
"È assolutamente inaccettabile che il Regno Unito
continui a spendere miliardi di sterline per distribuire e modernizzare
il sistema di armi nucleari
Trident di fronte alle minacce alla salute, ai cambiamenti
climatici e alle economie mondiali che il Coronavirus pone", ha affermato Robert Forsyth, ex comandante di sommergibili nucleari,
firmatario della lettera e sostenitore della campagna "Move the Nuclear Weapons Money".
Mentre ha dichiarato Tom Unterrainer,
direttore della Bertrand Russell Peace
Foundation: "Questa pandemia e
l'incapacità del governo britannico di prepararsi o rispondere efficacemente a
una minaccia così immediata alla vita dimostrano le priorità contorte al centro
della spesa per le armi nucleari. Piuttosto che lavorare per garantire la vera
sicurezza, questo governo privilegia l'acquisizione e lo spiegamento di armi di
omicidio di massa"
La lettera, sostenuta da numerosi parlamentari, accademici e attivisti per
la pace, è stata inviata dalla Bertrand Russell Peace
Foundation a tutti i membri della Camera dei Comuni britannica,
della Camera dei Lord britannica, del Parlamento scozzese, dell'Assemblea
nazionale per il Galles e dell'Assemblea nordirlandese.
La lettera è stata supportata dalla copresidente della PNND, la baronessa Sue Miller (UK
House of Lords) e da Bill Kidd (Parlamento
scozzese).
Bill Kidd afferma: "Tutte le potenze delle armi nucleari, e quegli stati che le
supportano, stanno sprecando preziose risorse come i Trident contro i desideri
dei loro popoli, quando dovrebbero rivolgersi al nemico reale e mortale, il
COVID19".
"Il Covid-19 ci sta dimostrando che le peggiori
minacce, pandemie e cambiamenti climatici dell'umanità sono condivise a livello
globale", ha affermato la baronessa Sue Miller. "Non dovremmo sprecare risorse per rinnovare le armi nucleari
poiché dovremmo utilizzare tutte le risorse che possiamo per affrontare questi
problemi fin troppo reali."
I firmatari della lettera sperano che i loro sforzi per mettere in
discussione il "deterrente permanente in mare" incoraggino i politici
e i cittadini a iniziare a porre in questione la moralità e la fattibilità
delle armi nucleari.
I firmatari della
lettera:
·Commander Robert Forsyth RN (Ret’d). 2nd in
Command Polaris submarine, commanded two other submarines and the Commanding
Officer’s Qualifying Course.
·Commander Robert Green RN (Ret’d). Former
nuclear-armed aircraft bombardier-navigator, Staff Officer (Intelligence) to
CINFLEET in Falklands War
·Commander Colin Tabeart RN (Ret’d). Former
Senior Engineer Officer, Polaris submarine
Silent Soldiers on a silver screen
Framed in fantasies and dragged in dream
Unpaid actors of the mystery
The mad director knows that freedom will not make you free
And what's this got to do with me
I declare the war is over
It's over, it's over
Drums are drizzling on a grain of sand
Fading rhythms of a fading land
Prove your courage in the proud parade
Trust your leaders where mistakes are almost never made
And they're afraid that I'm afraid
I'm afraid the war is over
It's over, it's over
Angry artists painting angry signs
Use their vision just to blind the blind
Poisoned players of a grizzly game
One is guilty and the other gets the point to blame
Pardon me if I refrain
I declare the war is over
It's over, it's over
So do your duty, boys, and join with pride
Serve your country in her suicide
Find the flags so you can wave goodbye
But just before the end even treason might be worth a try
This country is too young to die
I declare the war is over
It's over, it's over
One-legged veterans will greet the dawn
And they're whistling marches as they mow the lawn
And the gargoyles only sit and grieve
The gypsy fortune teller told me that we'd been deceived
You only are what you believe
I believe the war is over
It's over, it's over
Versione italiana di Riccardo Venturi
LA GUERRA È FINITA
Soldati in silenzio su uno schermo grigio
persi in fantasie e trascinati nel sogno
attori a gratis del mistero
il regista pazzo sa che la libertà non ti renderà libero
e la guerra, cosa ha a che fare con me
Io dichiaro che la guerra è finita
è finita, è finita
Tamburi piovigginano su un chicco di sabbia
ritmi appassenti di una terra appassita
prova il tuo coraggio nella fiera parada
fìdati dei tuoi capi se non si fanno quasi mai errori
e loro hanno paura che io abbia paura
Che abbia paura che la guerra è finita
è finita, è finita
Artisti arrabbiati dipingono segni arrabbiati
usa la loro visione per acciecare i ciechi
giocatori avvelenati ad un gioco grigio
uno è colpevole, e l’altro ne approfitta per biasimare
e perdonatemi se insisto
a dichiarare che la guerra è finita
è finita, è finita
Quindi fate il vostro dovere, ragazzi, e arruolatevi con orgoglio
servite il vostro paese nel suo suicidio
trovate le bandiere, così potete sventolare un addio
ma giusto prima della fine, non sarebbe male provare anche il tradimento
questo paese è troppo giovane per morire
Io dichiaro che la guerra è finita
è finita, è finita
Reduci mutilati di una gamba saluteranno l’alba
fischiettando marce mentre rasano il prato
e i gargoyles altro non fanno che star lì a lamentarsi
l’indovino zingaro mi aveva detto che saremmo stati imbrogliati
tu sei soltanto ciò che credi
E io credo che la guerra è finita,
è finita, è finita.