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giovedì 9 settembre 2021

Leonard Peltier compie 77 anni

Il prossimo 12 settembre Leonard Peltier compirà 77 anni,

da quando ne aveva 32 è nelle carceri di massima sicurezza negli USA.

Da diverse settimane si sono mosse ennesime campagne per la sua liberazione,

una partendo dalla Germania con la stampa di 60.000 cartoline distribuite e almeno in parte spedite alla Casa Bianca affinché il Presidente Biden firmi la sua scarcerazione,

e dal centro della pace di Viterbo, con una massiccia raccolta di adesioni di nomi noti e meno noti per un appello al Presidente del Parlamento Europeo, on. Sassoli, il quale alcuni giorni fa ha detto pubblicamente che darà seguito a questa legittima richiesta.

In occasione del compleanno di Peltier a Milano si svolgeranno due iniziative,

la prima domenica 12 per raccontare pubblicamente ancora una volta la storia di quest'uomo e delle lotte dei nativi americani,

la seconda lunedì 13 per gridare nella piazza principale di questa città che è ora che Peltier torni in libertà dai suoi cari, presto potrebbe essere troppo tardi.

 

Vi invitiamo tutti e tutte a diffondere le iniziative e, se possibile, a partecipare, grazie

per il Comitato di Solidarietà con Leonard Peltier, Andrea De Lotto e.mail: bigoni.gastone@gmail.com





QUI  il video di Renaud che canta LEONARD’S SONG


Huit millions de tes frères
Génocidés naguère
Sur ce qui fut la terre
Sacrée de tes ancêtres

Et ils sont toujours fiers
Du général Custer
Des héros légendaires
De la conquète de l’ouest

Du Buffalo Bill ce con
Qui tuait les bisons
Comme on tire au pigeon
Débile Buffalo

D’Davy Crockett ce fou
Dont les renards, les loups
Se souviennent surtout
Parce qu’il leur fit la peau

(Refrain)

Entendras-tu ces mots
De derrière tes barreaux
Leonard
Du fond de ta cellule
Dis-leur qu’on les encule
Ces connards

Ce peuple de barbares
Ce pays blanc et noir
A construit son pouvoir
Sur le sang des Cheyennes

Mais les livres d’histoire
Ont perdu la mémoire
Pas un mot à la gloire
De ces nations Indiennes

Qui respectaient la vie
Et la terre et ses fruits
Et prêtaient aux fourmis
Une âme magnifique

Pas de drapeaux en berne
Pour qu’un môme se souvienne
De cette Shoah ancienne
Qui a bâti l’Amérique

(Refrain)

Tes frangins survivants
Quelques milliers pourtant
Furent bien gentiment
Parqués comme bétail

Dans des réserves sordides
Où vous crevez, tranquilles
Alcool, drogues, suicides
Loin du monde qui braille

Toi tu as pris ton fusil
Pour refuser l’oubli
Tu n’as pas leur folie
Tu as tiré en l’air

Et tu as pris perpette
Trente ans que tu végètes
À l’ombre des tempêtes
Qui agitent la terre

(Refrain)

Je vis très loin de toi
Mais, tu sais, je suis là
Tu entendras ma voix
Un jour dans les nuages

Au pays de Voltaire
Résonne la colère
Contre ces tortionnaires
Qui t’ont jeté en cage

Puisse un jour ma chanson
Aux murs de ta prison
Ouvrir un horizon
D’amour et de lumière

Devenir un totem
Pour te dire « je t’aime »
L’innocent qu’on enchaîne
Sera toujours mon frère

(Refrain)

Entendras-tu ces mots
De derrière tes barreaux
Leonard
Du fond de ta cellule
Dis-leur qu’on les encule
Ces connards

 

 

(Versione italiana di Riccardo Venturi)

 

LEONARD’S SONG

Otto milioni di tuoi fratelli
vittime di un genocidio
un tempo, su quella che fu
la terra sacra dei tuoi avi

E sono sempre fieri
del generale Custer,
degli eroi leggendari,
della conquista del West

Di Buffalo Bill, quello stronzo
che ammazzava i bisonti
come si spara ai piccioni,
quel cretino di Buffalo Bill

Di Davy Crockett, quell’idiota
di cui le volpi e i lupi
si ricordano soprattutto
perché fece loro la pelle

(Ritornello)

Le sentirai queste parole
da dietro le tue sbarre
Leonard
dal fondo della tua cella
di’ loro che glielo mettiamo in culo
a quei pezzi di merda

Questo popolo di barbari
questo paese bianco e nero
ha costruito il suo potere
sul sangue dei Cheyennes

Ma i libri di storia
hanno perso la memoria
neanche una parola in onore
di quelle nazioni Indiane

che rispettavano la vita,
la terra ed i suoi frutti
e attribuivano alle formiche
un’anima meravigliosa

Nessuna bandiera a mezz’asta
perché un ragazzo si ricordi
di quell’antica Shoah
che ha edificato l’America

(Ritornello)

I tuoi fratelli sopravvissuti,
comunque qualche migliaio,
furono assai gentilmente
ammassati come bestiame

in squallide riserve
dove, tranquilli, crepate
alcool, droga, suicidi
lontani dal mondo che raglia

Tu, invece, hai preso il fucile
per rifiutare l’oblio
ma non sei folle come loro,
e hai sparato in aria.

E t’hanno dato l’ergastolo,
sono trent’anni che vegeti
all’ombra delle tempeste
che agitano la terra

(Ritornello)

Io vivo lontanissimo da te,
ma, lo sai, io sono qui.
Tu sentirai la mia voce
un giorno nelle nuvole

Nel paese di Voltaire
echeggia la collera
contro questi aguzzini
che ti hanno messo in gabbia

Possa, un giorno, la mia canzone,
nei muri della tua prigione
aprire un orizzonte
di amore e di luce

Diventare un totem
per dirti « ti voglio bene »,
l’innocente in catene
sarà sempre mio fratello.

Le sentirai queste parole
da dietro le tue sbarre
Leonard
dal fondo della tua cella
di’ loro che glielo mettiamo in culo
a quei pezzi di merda.

 

https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=5021


FREE LEONARD PELTIER! (MILANO, 17 GENNAIO 2017)

 








PRIX FRANTZ FANON 2016 A LEONARD PELTIER

giovedì 18 giugno 2020

Voci dall'Africa

I nemici dell’Africa ( e qualche amico) – Mauro Armanino

Perché era nero o perché umano. Forse le due cose messe assieme con una vistosa prevalenza della prima, vista la reazione in America e altrove in seguito all’efferata uccisione per soffocamento di George Floyd a Minneapolis. Il movimento Black Lives Matter, la vita dei neri importa, ha ‘contaminato’ buona parte del mondo suscitando reazioni, interrogativi e accuse sul ruolo delle polizie e più ancora sul latente razzismo che non finisce di minare l’umana avventura. Reazioni al Covid, alle politiche neoliberali fasciste di Donald Trump, l’impatto dei mezzi di comunicazione, il ruolo degli Stati Uniti e non ultima l’indignazione del ‘morto di troppo’ hanno creato un clima sociale che l’abbattimento di statue sospette esprime a meraviglia. D’altra parte qualcuno scrisse che, al momento di abbattere le statue è sempre meglio lasciare intatto il piedistallo, per il prossimo idolo. Le manifestazioni sono spuntate un po' dovunque e financo in Africa qualcosa, con qualche ritardo, si è mosso. Nulla di particolarmente eclatante ma almeno sufficiente a farla uscire dalla clandestinità nella quale si trova in queste circostanze. Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, il forum dei già capi di stato, il Ghana, il Kenia, l’Africa del Sud, la Tunisia, il Senegal e poi artisti e calciatori di fama che hanno patito cori razzisti negli stadi d’Europa. Ma forse ha ragione Alpha Blondy, cantante ivoriano che ormai da anni usa il reggae di Bob Marley per esprimere il suo pensiero.
Insisto, persisto e affermo/ I nemici dell’Africa sono gli Africani. ‘Gli imbecilli’ è Il titolo dell’estratto dalla canzone citata e inserita in un album uscito con preveggenza nel lontano 1997. Blondy, nel testo, fa allusione alle varie crisi che hanno scosso il continente in quel periodo. Il primo e grande nemico dell’Africa è la dimenticanza o la censura delle sofferenze del popolo. E’ di questi giorni il rapporto sulle ‘crisi dimenticate’ del mondo pubblicato dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati. Nello stilare la ‘classifica’, il rapporto prende in considerazione tre elementi: la mancanza di volontà politica, di attenzione dei media e la mancanza di aiuto economico. Il documento solo analizza le crisi che hanno provocato oltre 200 mila sfollati o rifugiati. Delle 41 crisi prese in esame risulta che tra le prime dieci figurano ben nove Paesi africani. Troviamo al primo posto il Camerun, segue la Repubblica Democratica del Congo, il Burkina Faso, il Burundi, il Mali, il Sud Sudan, la Nigeria, la Repubblica Centrafricana e il nuovo arrivato Niger.
Unico Paese incluso non africano tra i primi dieci è il Venezuela,  mentre di altri Paesi non si hanno statistiche affidabili o sono palesemente occultate. Queste crisi sono prima create e poi in fretta dimenticate, dagli africani e poi dal resto del mondo. E non sarà il pan-umanitarismo che rappresenterà la salvezza da queste crisi, volute, subite, provocate, facilitate, finanziate e infine cancellate. Proprio quest’ultimo, il pan-umanitarismo, potrebbe rappresentare l’altro nemico occulto dell’Africa. C’è chi vive e prospera di crisi e nelle crisi, che, direttamente o meno, rischia di perpetuare la cause e le conseguenze delle crisi stesse. Si sviluppano competenze di crisi umanitarie e si cerca di ‘vendere’ al meglio il prodotto in questione nella spietata concorrenza tra Organizzazioni Umanitarie. Per poter funzionare, questo tipo di sistema, abbisogna dell’osservanza di alcune condizioni prealabili. Una di queste è la riduzione delle persone a vittime più o meno inermi del loro destino e dunque incapaci di intendere e volere ciò che costituisce il loro bene. La seguente e logica operazione consisterà dunque nel fornire progetti e strumenti per realizzare ciò che si crede possa risolvere il problema prima creato e poi coltivato dalla crisi stessa.
I fabbricanti di armi, i venditori di schiavi, i posti di polizia, le dogane corrotte tra una frontiera e l’altra, le elezioni ‘tropicalizzate’, l’incetta delle materie prime, la vendita delle terre, lo sfruttamento dei bambini, le catene migratorie di prostituzione, il commercio di cocaina e falsi medicinali, i mandati presidenziali a durata indefinita e le Commissioni Elettorali Nazionali Indipendenti che fanno eco al potere non potrebbero perpetuarsi senza la complicità degli africani stessi e dei politici presi in ostaggio dai soldi, dal potere e dal prestigio. Certo l’Oriente e l’Occidente sono tutto meno che innocenti e queste operazioni probabilmente non potrebbero avere un buon esisto senza il loro avallo. Tutto vero ma questo non toglie e semmai accusa chi avrebbe dovuto fare sue le parole di un certo Diallo Telli, ucciso da un dittatore di nome Sekou Touré, che disse…’ Noi siamo i popoli che più abbiamo sofferto l’ingiustizia nella storia ed è per questo motivo che non abbiamo il diritto né politicamente, né moralmente, di infliggere ingiustizie agli uomini’…Pochi oggi, qui come altrove, avrebbero il coraggio di concepire e esprimere pubblicamente queste parole di altissimo valore etico. Un Continente che tradisce e spinge i suoi figli a fuggirlo rinnega il proprio passato.
Ancora lo stesso Blondy, nel seguito della canzone citata sottolinea…Ci sono i diamanti a cielo aperto/ c’è l’oro a cielo aperto/ la bauxite a cielo aperto/ l’uranio a cielo aperto/ ma i cervelli sono sepolti a cielo aperto’… Non dovrebbe andare lontano chi vorrebbe identificare e nominare i nemici: per buona parte si trovano qui, nel Continente africano e se proprio vogliamo parlare di razzismo allora cominciamo con fare pulizia e verità qui a casa nostra. Nel Maghreb, e non è un mistero per nessuno, sono proprio gli africani (del nord e quindi di carnagione più chiara) che insultano e rendono spesso schiavi i ‘neri’ dell’Africa sub sahariana. Quanto è accaduto e sta accadendo in Libia e in Algeria, con campi di detenzione e tortura e nel caso dell’Algeria, di espulsioni di migranti, con il furto del frutto di lavoro di anni, poi buttati e abbandonati nel deserto, donne e bambini compresi. Il tutto nel silenzio assordante dei dirigenti africani, gli stessi che poi commentano con amarezza l’uccisione per asfissia di un fratello nero, americano e soprattutto lontano agli occhi e dal cuore e che si incontrano almeno due volte l’anno ad Addis Abeba, nella sede dell’Unione.
I nemici  più pericolosi dell’Africa sono, nondimeno, i mercanti di Dio , un Dio contraffatto da ideologie che arrivano al Continente con le cannoniere e gli accordi commerciali. Trovano in fretta acquirenti per rovesciare sulle spiagge e i deserti le scorie e gli scarti della loro civiltà fatta di cose da vendere in continuazione. Cercano spazi per farne fosse, comuni o private per nascondervi quanto altrove non troverebbe nessun posto. Usano il dio denaro come paravento, comprano e fanno comprare, vendono illusioni, miraggi, utopie consumate dall’uso e promettono un paradiso da centro commerciale, plasmano immaginari e accartocciano i sogni per buttarli al macero. Anch’essi trovano complici  e trasformano la saggezza di un tempo in un’inutile cantilena di pescatori  che hanno dimenticato l’arte della pesca. Fanno delle mercanzie l’unico orizzonte degno per un Mercato Unico, Libero e Globale di rapina dei poveri.
Perché neri o perché poveri, forse è bene non sbagliarsi di identificare il nemico. Il torto principale dei migranti che sbarcano ( o prima annegano nel mare), o arrivano in aereo o per impervie strade, non è anzitutto il colore della pelle, la forma degli occhi o la lingua e gli usi differenti, ma è la povertà che disturba. E lo stesso si riproduce in questa parte del mondo: si è se si HA…chi non HA non è nessuno. Poco importa il colore dell’abito indossato per l’occasione. Pure l’Africa di adesso, neocolonizzata a suo piacimento e finché le conviene, discrimina i poveracci, i democratici, i diritti umani, i giornalisti, gli artisti e i giudici che fanno il loro mestiere. L’Africa abbisogna e allo stesso tempo teme la verità di sé e del suo destino. Magari, come tutti del resto, ha bisogno di amici veri e sinceri. Non molti ma esistono ancora oggi.
Gli amici dell’Africa tacciono, fanno silenzio e buttano via il tempo che avevano prima di arrivare. Gli amici dell’Africa non vengono per aiutare quanto per essere aiutati a declinare altrimenti la vita. Gli amici dell’Africa sono coloro che si lasciano contagiare dal sapore del vento e hanno intuito quanto la sabbia sia importante per interpretare la storia umana. Non hanno ricette, progetti, strategie, fondi di primo intervento, consigli da dare, foto da prendere o giudizi da imporre. Gli amici dell’Africa sanno bene che alla fine sono gli analfabeti che scriveranno, nella polvere, le parole che più contano. Gli amici dell’Africa vivono nell'attesa che proprio loro, i bambini, senza saperlo, salvino il mondo.                 



Les Imbéciles - Alpha Blondy
Tout change,tout évolue
Seuls les imbéciles, ne changent pas
Tout change tout évolue
Seuls les imbéciles ne changent pas

J'insiste, je persiste, et je signe
Les ennemis de l'Afrique
Ce sont les Africains
J'insiste, je persiste, et je signe
Les ennemis de l'Afrique
Ce sont les Africains

Les imbéciles ont décidé d'entrer dans l'histoire à reculons
Les peuples baillonés écoute la "synfolie" des canons.

Les Algériens égorgent les Algériens
Les Somaliens fusillent les Somaliens
Les Rwandais génocident Rwandais
Les Burundais découpent les Burundais
Les Congolais massacrent les Congolais
Les Angolais brûlent l'Angola

On a le diamant à ciel ouvert
On a l'or à ciel ouvert
La bauxite à ciel ouvert

L'uranium à ciel ouvert
Mais les cerveau se sont enfuis à tombeau ouvert

Tout change,tout évolue
Seuls les imbéciles, ne changent pas
Tout change tout évolue
Seuls les imbéciles ne changent pas

On a le fer à gogo
Le pétrole à gogo
Le cobalt à gogo
Le nickel à gogo

J'insiste, je persiste, et je signe
Les ennemis de l'Afrique
Ce sont les Africains
J'insiste, je persiste, et je signe
Les ennemis de l'Afrique
Ce sont les Africains

Malgré les richesses agricoles, minières et minéralières,
Nous sommes victimes de l'endettement à croissance exponentielle et baignons dans l'économie sous perfusion

C'est la mondialisation de l'économie à sens unique avec la pensée du Maître à pensée!!
Réveille-toi Afrique!
da qui




Sankara - Alpha Blondy
Héi...hou la la la la la
Sankara
Thomas sankara
Capitaine sankara
Ce sont tes baramogo qui t'ont dja
Mal mal dja
Sankara
Thomas sankara
Capitaine sankara
Ce sont tes baramogo qui t'ont dja
Un coup d'état appelle d'autres coup d'états
Et les frères d'armes tot ou tard deviennent ennemies
Et ça je vous l' avais déjà dit
Le pouvoir se prend par les urnes et non par les armes
(et non par les armes)
Sankara
Thomas sankara
Capitaine sankara ce sont tes baramogo qui t'ont dja dja
Mal mal dja
Une trahison appelle toujours d' autres trahisons
Il n'y a pas de saison
Et là j' ai raison
Le pouvoir se prend par les urnes (et ça je vous l'avais déjà dis)
Et non par les armes(et non par les armes)
(le linge sale se lave en famille mais pas dans le sang)
Héi hou la la la la la
De vengeance en vengeance l 'afrique est tombé dans la décheance
Vouloir venger sankara
C 'est perpétuer la bétise
La bétise politique
Anti démocratique
Soif de pouvoir
C'est la boulimie du pouvoir
C'est la gourmandise du pouvoir
(le linge sale se lave en famille mais pas dans le sang)
(le linge sale se lave en famille mais pas dans le sang)
{sankara
{thomas sankara
{sankara
{thomas sankara
Hou la la la la la
(Sankara)

da qui

“Aiutiamoli a casa loro”, l’urlo arrogante degli illusi - Antonella Sinopoli
Toni Iwobi, 63 anni nato in Nigeria, naturalizzato italiano, primo nero eletto senatore della Repubblica italiana;  Idy Diene, 54 anni, ambulante senegalese con regolare permesso di soggiorno ucciso a Firenze per nessun motivo, tranne il colore della sua pelle; Segen (di lui non si sa neanche il cognome), 22 anni eritreo, morto di fame appena sbarcato in Italia a seguito di mesi di sofferenze, privazioni e torture nei centri libici. È successo tutto nel giro di poche settimane, tutto in Italia. E questo tutto, queste tre generazioni di africani concentrano in sé tante storie. La storia dell’Africa degli ultimi decenni (migliorata molto ma peggiorata per molti); la storia dei rapporti umani completamente distorti e in una fase regressiva che sembrerebbe senza ritorno; la storia delle disillusioni di un’Europa e di un mondo occidentale fondato sullo sfruttamento, sull'ingiustizia, sul doppio binario dei diritti.
Erano gli anni Ottanta del secolo scorso e dopo solo un paio di decenni dall'indipendenza molti Paesi africani cominciarono ad essere investiti da una forte crisi economica. Diversi i fattori: tra i principali il calo drammatico del prezzo del petrolio innescato dalla guerra del Kippur; la scelta di continuare l’errore delle amministrazioni coloniali di investire a livello agricolo sulla monocultura; l’emergere dei Big Man, leader impegnati a creare un’immagine di sé simile a quella degli ex colonizzatori – paternalistica,  non criticabile e tendente ad accumulare beni e prestigio per sé e per il proprio entourage – che stava quindi creando sempre più uno spartiacque tra l’élite al potere e la popolazione.
Fu a quell'epoca che cominciò per l’Africa la neo-colonizzazione fatta di “aiuti allo sviluppo” e soprattutto di prestiti “condizionati” da parte degli IFI, Istituti Finanziari Internazionali (leggi Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale). Alcune delle condizioni furono: svalutazione delle monete locali e riduzione della spesa pubblica. Come si può immaginare i tassi di disoccupazione – derivati anche all'allontanamento dalle aree rurali verso le città – aumentarono notevolmente ed è in questa fase che cominciò la prima ondata di emigrazione verso i Paesi europei. Paesi europei – Italia compresa – che erano invece in piena espansione economica e dove il nero era qualcosa di esotico, non ancora percepito come una minaccia. Di questa fase felice si sono avvantaggiate tante classi medio alte africane o ragazzi al seguito di  congregazioni religiose o missionari. È di quella stagione che fa parte il fortunato Toni Iwobi, che oggi farebbe parte della categoria del “migrante economico”.
“I peggiori nemici degli africani sono i  ‘fratelli’ africani”.  Non sono io a dirlo. Di questa “inimicizia” gli africani fanno le spese da secoli. A cominciare dalla tratta degli schiavi, quando i mercanti bianchi dovevano necessariamente trovare appoggi e accordi con i chief locali per il rifornimento della merce e per avere strada libera sui territori di caccia. Si passò poi alla colonizzazione. Epoca in cui lo sfruttamento si spostava dalla forza lavoro, le braccia negre, alla terra e ai suoi prodotti, compresi quelli minerari. Ma anche la colonizzazione – come era stato per i mercanti di schiavi – aveva bisogno di “alleati” in loco. Il cambiamento delle strutture sociali e comunitarie africane provocato dall'indirect rule di stampo britannico, ad esempio, fu enorme, come sempre più enorme fu il divario che si determinò tra i “capi” e il resto delle popolazioni.
Era di questi capi che il potere coloniale si serviva per controllare, amministrare, gestire, sfruttare i territori. Questo lungo, eppure sintetico, preambolo storico, è necessario per sottolineare che solo chi non conosce la storia – o non vuole farci i conti – può salire su un palco (o palcoscenico…) e urlare “Aiutiamoli a casa loro!” E questo vale se l’urlo viene da uno di pelle bianca o di pelle nera. Anzi no, se viene da un africano non è affatto una presa di coscienza della realtà contemporanea, è piuttosto prova di chiusura e mancanza di conoscenza. Se non fosse così Iwobi – e quelli che la pensano come lui – saprebbe che il federalismo nel suo Paese di origine ha forse funzionato in qualche misura, poi sono cominciati i drammi, comprese le parcellizzazioni del potere, gli estremismi religiosi – che spesso coprono gli estremismi di casta (non uso questo termine a caso) e di appartenenza tribale (e anche questo termine è adeguato alla realtà africana voluta dai colonizzatori). Se il senatore nero avesse coscienza di ciò che dice non oserebbe dire ai fratelli neri di restarsene a casa, laddove il loro presidente lascia la gestione dello Stato per mesi e mesi per andarsi a curare all’estero perché non si fida – e a ragione – degli ospedali del Paese che dirige. E questo non vale solo per la Nigeria.
Da qualche anno gli africani hanno ricominciato i viaggi della speranza in Europa, ma dagli anni Ottanta del secolo scorso molte cose sono cambiate. E gli africani di tutte le età si sono incrociati con un numero imprecisato di volontari venuti a salvarli e probabilmente molti giovani si sono domandati (e si domandano): perché lui può venire qui da me e io non posso? Perché devo farmi accudire e fotografare e trattare con superiorità da lui (o lei) che ha 18-20 anni come me ma sembra saperla lunga su tutto? Intanto la globalizzazione è scoppiata anche in Africa, peccato che però abbia reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Nel frattempo la prima ondata di migranti ha continuato a spedire soldi a casa e con quelle rimesse ci hanno vissuto intere famiglie i cui figli pensano: posso farlo anch'io, anch'io posso andare a lavorare in Europa e mantenere la mia famiglia.
In seguito dopo l’allontanamento forzato dei primi anni dell’indipendenza i coloni bianchi sono tornati, sotto forma di prestiti degli IFI, sotto forma di aziende e multinazionali, sotto forma di espatriati – non me ne vogliano visto che lo sono anch'io. Si sono stabiliti, hanno aperto uffici, aziende, business vari e siamo solo all'inizio perché, per chi non lo sapesse, l’Africa negli ultimi anni è una delle mete preferite dagli italiani.
Ovvio che poi tra i neri che stanno a casa loro ci sia qualcuno che si domanda: Perché il mio Paese apre le porte a tutti ma gli altri ci chiudono le porte in faccia? Perché è proprio questo quello che succede. Gli africani sono in realtà prigionieri in casa loro. Il sistema dei passaporti (che in molti casi valgono niente) e dei visti (spesso rifiutati) e la chiusura sistematica delle frontiere rende impossibile alla maggior parte di loro viaggiare in modo regolare. Essì perché quando si urla all’”immigrato clandestino”, all’”immigrazione illegale”, si dimentica che sono le leggi europee a farne un clandestino.
Leggi ingiuste, create ad hoc per controllare una parte del mondo, leggi che – se ci fosse una norma di incostituzionalità con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – sarebbero leggi illegali.  All'africano medio non è permesso viaggiare per turismo – metti che uno voglia andare a Roma a vedere il Colosseo… Macché, solo gli africani ricchi e quelli sponsorizzati possono accedere alla cultura.
All'africano medio non è consentito guardare al resto del mondo come un luogo “normale” ma solo come una terra promessa, un luogo magico dove tutto diventerà possibile. Ma sappiate che comunque non tutti gli africani medi stanno lì a sognare l’America e, pensa un po’, c’è anche chi sa bene che l’Europa non è una cuccagna, ma… ci si prova, finché si ha la forza, la speranza, finché si ha un sogno. Finché la parola giustizia ha un senso. Perché questo termine, giustizia, non può essere spiegato. Non è un termine giuridico. Viene da dentro e anche chi non è mai andato a scuola, non ha mai letto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o non sa cosa sia il diritto ne percepisce il senso, ne conosce profondamente il significato. La giustizia, il senso del giusto, quella sì che non ha colore.
Nadine Gordimer era una bianca, una bianca sudafricana, ha scritto tra le pagine di impegno civile più belle che abbia letto. E non si limitava a scrivere, marciava. Marciava con i neri e per i neri, e certo non ne avrebbe avuto bisogno. I diritti civili erano tutti dalla sua parte. Ma lei marciava con gli altri, i neri, e scriveva. Contro l’apartheid, contro la discriminazione razziale. Contro una legge disumana. Raccontando cosa accadeva. Questo è un esempio reale in cui il nero e il bianco davvero si fondono, si fondono in una parola: giustizia.
Ma per applicare la giustizia, per sentirla dentro come valore morale assoluto oggi che sembriamo vivere e agire in stato confusionale abbiamo bisogno di agganci, di supporti forti e sicuri. Uno di questi è la conoscenza. “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza è l’illusione della conoscenza” – Stephen Hawking. Con questo torniamo al lungo preambolo di apertura. L’arroganza di sapere impedisce di studiare, di approfondire, di leggere, e quindi di capire. “Siamo condannati a vivere non solo con quello che abbiamo prodotto ma anche con quello che abbiamo ereditato”, scrive Achille Mbembe, uno dei più lucidi intellettuali contemporanei.
Il passato non è affatto archiviato, per due semplici motivi. Il primo è che il passato è tuttora presente, faccio solo un esempio: 14 Stati africani sono ancora obbligati a utilizzare la moneta francese con conseguenze che hanno a che fare con la sovranità politica ed economica del Paese e con la – reale – percezione di essere rimasti sotto il controllo coloniale. Il secondo è che solo il passato può spiegare le dinamiche e i rapporti di forza tra Europa e Africa oggi. Ritorno a Mbembe: “Non si può fare come se la schiavitù e la colonizzazione non fossero esistiti o come se le eredità di queste tristi epoche fossero state totalmente superate. Per fare un esempio, la trasformazione dell’Europa in ‘Fortezza’ e le leggi anti-straniero di cui si è dotato il Vecchio Continente all'inizio del secolo affondano le loro radici in una ideologia della selezione tra differenti specie umane, ideologia che continua a rafforzarsi, bene o male, mascherata”.
Dunque, a proposito di aiutarli a casa loro, se li lasciassimo per esempio gestire i propri affari a casa loro come noi pretendiamo per noi stessi sarebbe un primo passo verso la normalizzazione. Ma non sarà così perché ci piace la botte piena e la moglie ubriaca.  O, per dirvela a modo mio, ci piace l’Africa ma non ci piacciono gli africani. Ma questi africani, comunque la mettiate, non se ne staranno con le mani in mano aspettando le vostre decisioni. Continueranno ad essere la vostra spina nel fianco come noi lo siamo stati – o lo siamo ancora – per loro.
da qui

mercoledì 10 giugno 2020

Schiavitù, l'eredità che non passa - Alessandro Portelli

Il 5 giugno 2020, mentre tutti gli Usa ribollivano di proteste contro la violenza razzista della polizia per l’assassinio di George Floyd a Minneapolis, Bruce Springsteen ha aperto il suo programma sulla radio SyriusXM con una delle sue canzoni più controverse: American Skin (41 Shots), sull’assassinio di un giovane immigrato africano, Amadou Diallo, crivellato con 41 colpi di arma da fuoco da una squadra di poliziotti di New York: «Questa canzone dura quasi otto minuti», ha aggiunto: «il tempo che il poliziotto [Derek Chauvin] ha tenuto il ginocchio sul collo di George Floyd». Springsteen ha definito questo delitto come un “linciaggio visuale”, e lo ha sottolineato mandando in onda Strange Fruit, la canzone di Billie Holiday e Nina Simone sui linciaggi nel Sud. «Abbiamo 40 milioni di disoccupati – ha detto –, e più di centomila cittadini sono morti per il Covid-19, con una risposta debole e insensibile da parte delle istituzioni Incombe ancora su di noi, generazione dopo generazione, il fantasma della schiavitù, il nostro peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana».
L’uccisione di George Floyd è solo uno della lunga serie di episodi di violenza da parte della polizia che colpiscono in modo sproporzionato afroamericani, latini, nativi. Nel 2020, le persone uccise a colpi di arma da fuoco dalla polizia negli Stati Uniti sono 329, una media di almeno due al giorno. Non è chiaro se la statistica comprenda anche quelli uccisi con altri mezzi, come a esempio un ginocchio sul collo o una presa di lotta libera sul collo (come Eric Garner a New York – o Radio Raheem nel film di Spike Lee, Fai la cosa giusta). Gli afroamericani sono il 13% della popolazione degli Stati Uniti, ma sono il 24% delle 231 vittime di cui è nota l’identità “razziale” – e la sproporzione si fa ancora più drammatica nei grandi contesti urbani, che peraltro sono i più visibili.
La violenza della polizia è solo un aspetto particolarmente traumatico dell’eredità della schiavitù di cui parla Springsteen, che si è estesa e radicata in una presenza endemica e strutturale del razzismo nella società e nelle istituzioni (non va dimenticato che il gruppo con la percentuale più alta sono i nativi americani, e che anche i latinos hanno una quota sproporzionata di vittime). La vicenda della pandemia, in cui le minoranze hanno subito una quota assolutamente sproporzionata di vittime, non è che la conseguenza di una sistematica discriminazione nei servizi sanitari in cui il razzismo si intreccia con i rapporti di classe in una società sempre più diseguale e polarizzata in termini di reddito e potere. 
Alla storia della schiavitù e del razzismo si è intrecciata, specialmente dopo le guerre del Golfo e l’11 settembre, la sindrome bellica e militarista anch’essa fortemente radicata nelle istituzioni. Le risorse sempre più abbondanti messe a disposizione dei tutori della “legge e ordine” e della “sicurezza nazionale” sono state usate per armare la polizia le letteralmente come un esercito in guerra. Lo Homeland Security Program ha incentivato la riassegnazione alla polizia di mezzi militari usati e ha dato ai dipartimenti di polizia i fondi necessari per acquistare “armi e veicoli da guerra”. Le forze di polizia che sono scese in campo durante la ribellione dei giorni scorsi a Minneapolis erano armate con «un arsenale di cui sarebbe andato orgoglioso qualunque piccolo esercito: blindati, elicotteri da guerra, proietti di gomma e di legno, bombe a mano, bombole di gas lacrimogeno» (Tod Nolan, ricercatore, ex poliziotto). Fin dagli anni ‘60, Stokely Carmichael e i militanti del Black Power parlavano della polizia nei ghetti come di un esercito d’occupazione; oggi è quasi istintivo, per poliziotti armati come in guerra, sentirsi in guerra. Durante le proteste seguite all’assassinio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel 2014 la Guardia nazionale usava «un linguaggio altamente militarizzato, parlando di “forze nemiche” e di “avversari” a proposito di manifestanti che sono cittadini. I documenti che davano le direttive della missione distinguevano, nella folla che la Guardia nazionale avrebbe incontrato, fra “forze amiche” e “forze nemiche” – delle quali ultime facevano parte, a quanto pare, i “manifestanti in genere”» (J. Walters, The Guardian, 14 aprile 2015).
Per questo è particolarmente significativo il fatto che proprio membri della polizia di Ferguson siano stati fra i tanti che, dopo la morte di George Floyd, si sono inginocchiati o hanno espresso in altro modo la solidarietà con la comunità nera e con le vittime. Nonostante la sproporzionata e opportunistica insistenza dei media (anche alcuni fra i più insospettabili in Italia) sulla “violenza”, i “saccheggi”, l’”odio” che si sono mischiati alle manifestazioni di protesta, è emerso chiaramente che il problema non erano loro ma la polizia stessa. 
Ha scritto Federico Rampini su La Repubblica che i poliziotti americani sono «ipersindacalizzati e quindi iperprotetti». Se questo fosse vero, i nostri metalmeccanici della Cgil dormirebbero fra due cuscini. L’impunità dei poliziotti americani non deriva dal fatto che hanno un sindacato, ma dal fatto che questo sindacato è sostenuto e incoraggiato dalla controparte stessa, dalle gerarchie, dal sistema giudiziario, dalle istituzioni politiche, e non li protegge dai datori di lavoro ma dalla popolazione che loro dovrebbero proteggere. Perciò un esito delle proteste di questi giorni è che questa impunità comincia a sgretolarsi. Da un lato, gruppi forse minoritari ma significativi di poliziotti dicono basta a questi crimini commessi in loro nome. Dall’altro, le istituzioni cominciano a rendersi conto di dov’è che bisogna intervenire. Minneapolis ha sciolto il Dipartimento di polizia, riconoscendo che Derek Chauvin non è una “mela marcia” ma la normalità; New York e altre città si preparano a tagliare i fondi alla polizia. Qualcosa si muove. Ma c’è voluto un morto e un’ondata di rabbia per ottenere questi, per ora minimi ma incoraggianti, segnali di cambiamento.






American Skin (41 shots)

41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots....
and we'll take that ride
'cross this bloody river
to the other side
41 shots... cut through the night
You're kneeling over his body in the vestibule
Praying for his life

Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin

41 shots
Lena gets her son ready for school
She says "on these streets, Charles
You've got to understand the rules
If an officer stops you
Promise you'll always be polite,
that you'll never ever run away
Promise Mama you'll keep your hands in sight"

Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin

Is it a gun, is it a knife
Is it in your heart, is it in your eyes
It ain't no secret

41 shots... and we'll take that ride
'Cross this bloody river
To the other side
41 shots... got my boots caked in this mud
We're baptized in these waters and in each other's blood

Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin

Versione italiana di Lorenzo Masetti
PELLE AMERICANA (41 COLPI)

41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi....
e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... che squarciano la notte
Ti inginocchi sul suo corpo nell'ingresso
Pregando per la sua vita

È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana

41 colpi
Lena prepara sua figlio per andare a scuola
Gli dice "su queste strade, Charles
Devi capire le regole
Se un poliziotto ti ferma
Promettimi che sarai sempre educato
che non scapperai mai correndo
Prometti alla mamma che terrai le mani sempre bene in vista"

È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana

È una pistola, è un coltello
è nel tuo cuore, è nei tuoi occhi?
Non è un segreto

41 colpi.... e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... i miei scarponi coperti di fango
Siamo stati battezzati in queste acque e nel sangue l'uno dell'altro

È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana

giovedì 7 maggio 2020

Mai crisi per l'industria della guerra


(vignetta di Benigno Moi)



Meno armi, più ospedali - Giulio Marcon

Nel 2019 sono stati spesi nel mondo quasi 2mila miliardi di dollari in armi, mentre il bilancio dell’Oms è di poco più di due. In Italia aumentano le spese militari e, nel pieno dell’emergenza Covid-19, si conferma il programma d’acquisto degli F-35 ed è in arrivo una legge da 6 miliardi di euro in armamenti.

Il nuovo Rapporto annuale del SIPRI, il prestigioso istituto svedese di ricerca sulla pace e il disarmo, ci dice che nel 2019 sono stati spesi 1.917 miliardi di dollari per le armi e la difesa. Nello stesso tempo il bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è di poco superiore ai due miliardi di dollari, lo 0,11% di quanto si spende per le armi.
Si è paragonata – sbagliando – la pandemia del coronavirus a una guerra. Sta di fatto che per le guerre vere o inesistenti si spendono migliaia di miliardi di dollari e per difenderci a livello globale da una pandemia che sta causando centinaia di migliaia di morti si danno all’organismo globale che dovrebbe coordinarci e intervenire solo le briciole. Il bilancio dell’Oms è basato su contributi volontari e in parte sono privati: il secondo finanziatore dell’Organizzazione è la Fondazione Bill e Melinda Gates.
Intanto, che cosa fa il governo del nostro paese? Con il decreto Cura Italia sta mettendo un po’ di risorse sulla sanità, ma dal 2008 gli esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno definanziato il servizio sanitario nazionale. Lo certifica in queste ore l’Istat. Negli stessi anni sono aumentate le spese militari.
Nella conferenza stampa online tenutasi il 27 aprile scorso, Sbilanciamoci!, la Rete Disarmo e la Rete della Pace hanno chiesto al governo di bloccare l’imminente “legge terrestre” (6 miliardi di euro per carri armati, blindo, ecc.) e di fermare gli ulteriori investimenti per gli F-35. Il Movimento 5 Stelle ha ripreso la proposta e una cinquantina di parlamentari si sono attivati in questa direzione.
Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il PD hanno fatto muro, sbandierando “accordi internazionali vincolanti” (non è vero) e inesistenti “penali” se si dovesse fermare il programma dei cacciabombardieri. E nei provvedimenti di queste settimane – mentre gran parte delle aziende si sono dovute fermare – si è consentito alle aziende militari di continuare a produrre, senza che fossero produzioni essenziali o strategiche. Anche durante un’emergenza così grave le scelte del governo sono piegate agli interessi dell’industria bellica.
Non sarebbe ora di invertire le scelte? Come propone Sbilanciamoci!, da tempo possiamo recuperare almeno dieci miliardi di risorse dalla riduzione delle spese militari e dei nuovi sistemi d’arma. Come viene scritto nel documento-appello In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo, le spese per la difesa non devono superare l’1% del Pil.
Si deve bloccare il programma F-35, evitando di spendere altri 12 miliardi nei prossimi anni. Si deve fermare una legge che ci farebbe spendere 6 miliardi di euro in carri armati e mitragliatrici. Oggi le urgenze sono quelle di un servizio sanitario nazionale pubblico che funzioni, di un welfare che dia diritti a tutti, di una scuola che non cada a pezzi. Queste sono le vere priorità del paese.


Difesa e sanità, due modelli da rivedere - Giorgio Beretta

Che il nostro Paese non fosse preparato a fronteggiare questa emergenza sanitaria è ormai evidente. Come noto, per sopperire alle mancanze del sistema sanitario e della Protezione Civile è stato chiesto l’intervento delle Forze Armate. Sistema della difesa e sistema sanitario sono accomunati da due rilevanti caratteristiche: entrambi sono chiamati a tutelare dei diritti fondamentali dei cittadini italiani (sicurezza e salute) e, pertanto, devono essere in grado di rispondere alle emergenze che costituiscono una parte essenziale della loro attività. Un confronto tra questi due sistemi può essere fatto esaminando quattro ambiti (produzione, controllo, investimenti e pianificazione).
Una analisi dei dati tra la produzione militare e quella medico-sanitaria fa emergere innanzitutto un primo elemento: mentre l’Italia produce gran parte dei sistemi militari necessari alla Difesa tanto da poter essere sostanzialmente autosufficiente, è invece ampiamente dipendente dall’estero per quanto riguarda diverse tipologie di apparecchiature medico-sanitarie. I dati ufficiali degli ultimi tre anni mostrano infatti un saldo ampiamente positivo per le esportazioni di sistemi militari (2,5 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 500 milioni di importazioni) e positivo anche per gli apparecchi medico-sanitari (7,4 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 7 miliardi di importazioni), ma con un’evidente dipendenza dall’estero per le apparecchiature mediche.
In entrambi gli ambiti si registra un forte sbilanciamento sul versante dell’esportazione. Ma, anche a questo riguardo emerge una sostanziale differenza: mentre le esportazioni di sistemi militari comportano il grave rischio del sostegno militare a governi di Paesi illiberali, spesso coinvolti in conflitti armati in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali (più del 60% dell’esportazione militare italiana è diretta a Paesi extra Nato-Ue, in gran parte nell’aera mediorientale), le esportazioni di tipo medico-sanitario servono a curare la popolazione. Non tutelare adeguatamente la produzione medico-sanitaria e incentivare – come da alcuni anni stanno facendo i governi del nostro Paese – le esportazioni di armamenti non solo non favorisce lo sviluppo sostenibile, ma rischia di compromettere gravemente la sicurezza internazionale e il benessere delle popolazioni.
Questo è un primo e fondamentale elemento che richiede una profonda revisione nella direzione della riconversione a fini civili di quella parte dell’industria militare ormai obsoleta e di una razionalizzazione programmatica dei settori industriali militari nel contesto di un rinnovato e diverso Piano di difesa europeo. Si tratta di un indirizzo già presente nella normativa vigente, purtroppo ampiamente inattuata, che prevede che lo Stato predisponga «misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa» (L. 185/1990, art. 1, c. 3). Occorrerà inoltre rivedere e differenziare la produzione di tipo medico-sanitario per garantire la disponibilità di quelle apparecchiature mediche di cui oggi l’Italia è dipendente dall’estero.
Questi dati esplicitano un’evidenza poco nota. Lo Stato italiano è il principale azionista di tutte le maggiori aziende di produzione militare, come il gruppo Leonardo e Fincantieri. Non solo: attraverso il “golden power” lo Stato esercita un controllo fondamentale anche sulle imprese private «operanti in ambiti ritenuti strategici e di interesse nazionale». Tra queste aziende figurano tutte quelle nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni e anche tutte quelle del settore militare e degli armamenti, ma non quelle del settore medico-sanitario. Considerare strategica e di interesse nazionale l’industria militare e non quella medico-sanitaria manifesta un grave problema di comprensione e di definizione non solo della tutela del diritto alla salute, ma anche della sicurezza che lo Stato deve garantire ai cittadini.
L’impatto dell’epidemia ha inoltre evidenziato diverse carenze del nostro sistema sanitario. Ciò è dovuto al costante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi a favore delle spese militari.  Lo hanno segnalato la Rete italiana per il disarmo e la Rete per la pace in un comunicato congiunto. «Mentre la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al Pil passando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un balzo in avanti negli ultimi 15 anni passando dall’1,25% rispetto al Pil del 2006 fino a circa l’1,40% raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni».
L’Italia, dunque, investe sempre più per la difesa armata e sempre meno in cure sanitarie. Non solo: mentre il personale militare è tuttora ampiamente sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del Paese, il Servizio Sanitario nazionale dal 2009 al 2017 ha perso 46 mila addetti. Mentre al per la sanità è stata applicata la “spending review” non altrettanto può dirsi per il settore militare e in particolare per il “procurement militare”, cioè per l’acquisto di armamenti, la cui spesa negli ultimi bilanci dello Stato si è sempre aggirata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali.
Non è, però, solo una questione di stanziamenti, di mezzi e personale. Il problema è soprattutto di modello e di pianificazione. Lo evidenzia l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe dal quale emerge la «mancanza di un disegno politico di lungo termine per preservare e potenziare la sanità pubblica» e la necessità di «aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel rispetto delle loro autonomie». Come noto, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, il “Piano sanitario nazionale” viene predisposto dal Governo, ma la sua adozione spetta, nel concreto, alle Regioni sulla base dei propri Piani sanitari regionali: una differenza fondamentale rispetto al “modello di difesa” che, invece, è definito a livello nazionale dal Ministero della Difesa. Così, mentre esiste un “Libro Bianco della Difesa” allo scopo di «affrontare con razionalità, metodo e lungimiranza il problema della sicurezza e della difesa del Paese, non limitandosi alla pur doverosa gestione degli eventi improvvisi», non esiste invece a livello nazionale un simile “Libro Bianco della Sanità” (l’ultima edizione è del 2008) e lo stesso “Piano sanitario nazionale” di fatto risale al 2006.
Di pari passo, la gestione delle emergenze nel settore della difesa, pianificata in ambito Nato, è ampiamente prevista nel “Libro Bianco della Difesa” che a tal fine prevede, tra l’altro, forme specifiche di addestramento ed esercitazioni. Non altrettanto può dirsi per quanto riguarda  il settore della sanità che da un lato rinvia al quadro delle decisioni assunte a livello europeo, dall’altro rimanda alle funzioni di competenza della Protezione Civile.
In particolare appare carente, per entrambi i settori, la predisposizione di specifici piani per affrontare emergenze che implicano un ampio e diretto coinvolgimento della popolazione come, ad esempio, i piani di evacuazione in caso di attacco terroristico o di terremoti, di incidenti a impianti petroliferi e a rigassificatori o ad unità a propulsione nucleare di cui dovrebbero essere dotate almeno tutte le città portuali o, come si sta verificando in questo giorni, per gestire una prolungata quarantena della popolazione. Anche la gestione e il contrasto alle minacce in campo chimico, batteriologico, radiologico e nucleare (Cbrn) non si possono affrontare solo con le conoscenze e l’approccio di esperti, delle aziende militari e di qualche istituzione sanitaria, come sta invece facendo il Cluster CBRN-P3. Il problema non consiste, infatti, solo nell’intensificare i livelli di sinergia e di cooperazione tra settore sanitario, Protezione Civile e Forze Armate: si tratta, invece, di pianificare, prepararsi e gestire le emergenze con la diretta partecipazione delle associazioni della società civile.
I capisaldi della convivenza tra i cittadini e gli ambiti dell’azione delle strutture pubbliche sono ben definiti dalla Costituzione, in particolare da due articoli. Innanzitutto l’articolo 32 stabilisce che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti» e – per quanto riguarda la difesa – l’articolo 52 esplicita che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». L’articolo in questione non si riferisce solo ed esclusivamente alla “difesa armata”, cioè alla difesa attraverso lo strumento militare: diverse deliberazioni della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Cassazione hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata a quella civile e nonviolenta.
È in questa direzione, di pieno coinvolgimento della società civile e delle sue associazioni che dovrebbe essere ripensato sia il “modello di difesa” che deve comprendere a pieno titolo e con eguale dignità e valore la difesa civile e nonviolenta (si veda la Proposta di Legge di iniziativa popolare per la difesa civile, non armata e nonviolenta), sia la ridefinizione del Piano Sanitario Nazionale e della gestione delle emergenze. L’attuale pandemia ha mostrato chiaramente che l’emergenza non è solo di tipo sanitario, economico o di ordine pubblico: è innanzitutto una crisi umana e sociale e come tale va affrontata. Proprio per questo le questioni attinenti alla sanità, alla sicurezza e alla difesa non dovrebbero essere il monopolio delle rappresentanze politiche e neppure dei soli specialisti del settore.
L’Italia ha un ampio bacino di associazioni e di competenze nella società civile (dal volontariato alla cooperazione internazionale, dalle associazioni educative a quelle impegnate nel campo della tutela dell’ambiente, della solidarietà e del disarmo) che possono e devono rappresentare il vero valore aggiunto del nostro Paese anche nella fase di progettazione e non solo assistenziale.
Diverse misure che vengono adottate in questi giorni (dall’impiego delle Forze Armate alla quarantena obbligatoria, dal dispiegamento di militari nelle strade alle restrizioni per le aziende fino alle possibili modalità di tracciamento degli spostamenti individuali) possono collocarsi sul crinale tra uno Stato democratico e forme autoritarie di controllo sociale. La differenza non sta solo nell’approvazione parlamentare o nel consenso popolare più o meno generalizzato verso queste misure, ma anche nella partecipazione della società civile e delle sue associazioni. Torna utile ricordarlo sin da ora, per poter valutare e programmare meglio appena l’emergenza sanitaria sarà passata.


La pandemia minaccia il mondo ma il mondo aumenta la spesa per gli armamenti – Francesco Lenci

L’International Peace Research Institute (SIPRI, qui il sito ) è un istituto internazionale indipendente dedicato alla ricerca su conflitti, corsa agli armamenti, controllo degli armamenti e disarmo. Fondato nel 1966, SIPRI fornisce dati, analisi e raccomandazioni, basate su fonti aperte, a responsabili delle politiche, ricercatori, media e pubblico interessato. Con sede a Stoccolma, l’Istituto è regolarmente classificato tra i think tank più rispettati in tutto il mondo.
La missione di SIPRI è di intraprendere ricerche e attività in materia di sicurezza, conflitti e pace; fornire analisi e raccomandazioni politiche, facilitare il dialogo e promuovere misure di fiducia reciproca e trasparenza, fornire informazioni autorevoli al pubblico interessato.
L’Orologio del Bulletin segna cento secondi all’apocalisse
Da cinquant’anni, tutti gli anni, il SIPRI pubblica un Annuario (SIPRI Yearbook) che è un rigoroso e dettagliato compendio di dati ed analisi nelle aree dei conflitti armati e della loro gestione, delle spese militari e per l’ammodernamento dei sistemi d’arma, della non-proliferazione nucleare, del controllo degli armamenti e del disarmo. Per tutti gli studiosi di problemi di controllo degli armamenti e di disarmo il SIPRI Yearbook è una fonte preziosa di informazioni e di elementi di discussione (per approfondire vai qui ).
Il SIPRI Yearbook 2019 offre una serie di dati originali relativi a spesa militare mondiale, produzione e trasferimenti internazionali di armi, forze nucleari, conflitti armati e operazioni multilaterali di pace, nonché analisi aggiornate su aspetti importanti circa il controllo delle armi, della pace e della sicurezza internazionale (leggi il rapporto ).
Come risulta chiaramente dal SIPRI Yearbook, e come da più autorevoli voci sottolineato da lungo tempo, il regime di controllo degli armamenti è profondamente in crisi e i rischi di guerra nucleare sono più alti di sempre: il 23 gennaio scorso l’Orologio del Bulletin ha fissato a 100 secondi (un minuto e quaranta secondi) il tempo che ci separa dall’inizio dell’apocalisse. Il 3 aprile 2020, l’alto rappresentante per le questioni di disarmo del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Izumi Nakamitsu, che è l’autorità dell’Onu di più alto livello nel campo del controllo degli armamenti, ha dichiarato che “la pandemia è arrivata mentre le nostre strutture per prevenire il confronto catastrofico si stanno sgretolando. I paesi stanno costruendo armi nucleari più veloci e accurate, sviluppando nuove tecnologie per le armi con implicazioni imprevedibili e riversando più risorse militari rispetto a qualsiasi momento nei passati decenni”.

Le spese militari globali aumentano vertiginosamente
Qualche anno fa Carlo Bernardini, a proposito degli arsenali nucleari scriveva: “Quando una cosa che incombe è gigantesca, la gente non la vede più (come la storia dell’omino che non vede l’elefante se sta proprio sotto la sua pancia)”. Mi sembra che ancora una volta Carlo Bernardini sia stato profetico.
Particolare preoccupazione e sdegno nascono dall’esame delle spese militari mondiali per il 2019 (leggi qui i dati ): le spese militari globali totali sono salite a 
1917 miliardi di Dollari USA nel 2019. Il totale per il 2019 rappresenta un aumento del 3,6 per cento rispetto al 2018 e la più grande crescita annuale delle spese dal 2010. I cinque maggiori investitori nel 2019, che rappresentano il 62 per cento delle spese, sono Stati Uniti, Cina, India, Russia e Arabia Saudita.
Nella attuale gravissima situazione sanitaria di tutto il mondo, nella quale già sopravvivono a stento migliaia di esseri umani in fuga da guerre, carestie, fame, povertà, nessun accenno alla possibilità di ridurre gli investimenti in armi. Più di sempre credo sia da riflettere sulla conclusione della Nobel Lecture di Mohamed ElBaradei, già Direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Premio Nobel per la Pace nel 2005 (qui  il testo): “Immaginate cosa accadrebbe se le nazioni del mondo spendessero tanto nello sviluppo quanto spendono nella costruzione delle macchine da guerra. Immaginate un mondo in cui ogni essere umano potesse vivere libero e in maniera dignitosa. Immaginate un mondo in cui si versassero le stesse lacrime quando un bambino muore nel Darfur o a Vancouver………”. E sulla conclusione del Manifesto Russell-Einstein: “Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto. Se ci riuscirete, si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; altrimenti, vi troverete davanti al rischio di un’estinzione totale”

Nuova guerra fredda su Sarscov2 - Alfonso Navarra


Sia Nature Medicine sia il Bullettin of Atomic Scientists non escludono che il virus - sicuramente non bio-ingegnerizzato andando ad esaminare il suo genoma - possa anche, come ipotesi secondaria, essere nato dalle evoluzioni spontanee di colture in vitro dei laboratori di Wuhan.
Ma non hanno - lo asseriscono chiaramente - nessun elemento fattuale che possa suffragare l’ipotesi dell'incidente come causa della diffusione di SARSCOV2.
(Lo studio di Nature con le sue conclusioni l’avevo già citato in un mio precedente articolo su questo argomento che si può trovare sul sito dei Disarmisti esigenti:
http://www.disarmistiesigenti.org/…/nuovo-virus-non-nasce-…/).
Ora arriva la smentita dell’OMS alle accuse di Mike Pompeo (vedi articolo sotto riportato del Fatto Quotidiano e tratto dal sito Raiawadunia), che sembrano ripercorrere la strada delle armi chimiche attribuite dal generale Powell a Saddam Hussein.
Allora - nel febbraio del 2003 - una sceneggiata all’ONU giustifico’ la guerra di Bush junior contro l’Iraq; oggi dall’impero militarmente più forte (ma in declino economico) si lancia ufficialmente una “nuova guerra fredda” contro la Cina anche perché, al di la’ delle ragioni di fondo della competizione di potenza, Trump ritiene utile per la sua rielezione il prossimo novembre fare di essa il capro espiatorio di tutte le contraddizioni ed i gravi problemi nella gestione americana della pandemia.
Personalmente, da eco pacifista scafato e avvertito, ritengo che la vera domanda che bisogna farsi è sul senso profondo di queste ricerche che fanno cinesi, americani, russi e quanti altri sugli OGM: sono davvero necessarie in via preventiva per trovarsi più attrezzati con i vaccini? O nascondono inconfessabili legami con le ricerche sulle armi biologiche?
E’ questa domanda che - ad avviso dello scrivente - colloca sul binario giusto la riflessione e la discussione da sviluppare. Una ricerca scientifica opaca, con legami opachi con i settori militari, è anche essa un aspetto di quella hubrys che caratterizza il rapporto tra la specie umana e la Terra che la ha originata.
Dobbiamo fare la pace tra la società umana universale e la Natura sostituendo le attuali Élites dell’1% al comando: questo è il compito che dobbiamo assolutamente fissare come prioritario e pare che abbiamo solo una decina di anni per sbrigarlo, costi quel che costi, pena, ad essere fortunati, la ricaduta nella barbarie…
Da questo punto di vista la nuova guerra fredda tra statunitensi e cinesi è l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno…


Spese militari italiane in forte crescita: superati i 26 miliardi di euro su base annua - Francesco Vignarca




Questa scheda elaborata dall’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare italiana intende fornire la valutazione più precisa e approfondita possibile degli investimenti militari dello Stato italiano nel 2020 con la documentazione attualmente a disposizione.
Risulta doverosa una premessa di natura metodologica riguardante le spese militari in generale e quelle relative all’Italia in particolare. Valutare in maniera compiuta la spesa militare è un compito arduo, perché mentre alcuni costi sono evidentemente di questa natura per altri è più difficile andare a stabilire precisamente che tipo di funzione abbiano all’interno dell’apparato statale.
Come criterio scientifico di riferimento l’Osservatorio Mil€x usa come standard la definizione di spesa militare dell’istituto di ricerca SIPRI di Stoccolma, globalmente considerato tra i più affidabili e rigorosi, eppure va notato che nonostante questa convergenza le stime riguardanti l’Italia possono essere anche decisamente differenti. Ciò avviene da un lato perché di norma il SIPRI considera stime di consuntivo, mentre la scheda specifica che avete fra le mani si concentra sul bilancio previsionale, dall’altro perché esiste ovviamente un diverso grado di accesso a documenti e cifre ufficiali del Bilancio dello Stato. In tal senso si può considerare più affidabile e precisa la stima di Mil€x in quanto è più semplice e diretto l’accesso a documentazione anche in lingua originale senza necessità di mediazione dei dipartimenti e uffici pubblici preposti.
Inoltre l’Osservatorio Mil€x non solo ha sviluppato in questi anni una capacità di analisi diretta affidabile delle documentazioni della Legge di Bilancio, ma è stato anche in grado elaborare alcuni meccanismi di conteggio per valutare parti della spesa militare che si possono desumere solamente per via indiretta (costi pensionistici, presenza di basi straniere sul territorio italiano, etc).
L’ultima sottolineatura importante prima di passare all’analisi dei dati è la già ricordata natura previsionale di questa stima, in quanto basata sulla documentazione della Legge di Bilancio votata dal Parlamento a fine 2019 e i cui capitoli e le cui allocazioni potrebbero quindi essere oggetto di variazioni da parte del Governo in corso d’anno. Ciò significa che la spesa militare reale del 2020 potrà, alla fine, anche differire di molto rispetto alle stime fornite con questo documento, ed anzi di norma è quello che succede: quasi sempre si riscontrano dei consuntivi più alti rispetto ai bilanci previsionali. Ciò sembrerebbe togliere valori ai dati che vengono qui forniti, che al contrario possiedono un interesse ed una rilevanza per nulla intaccati dalle considerazioni appena svolte. Ciò perché uno degli aspetti più importanti delle analisi che si conducono sulla spesa militare è anche la dinamica tendenziale, perché è in grado di fornire indicazioni sulle scelte politiche dei vari governi sul tema richiamando paragoni chiari fra vari bilanci. Riteniamo dunque opportuno continuare a fornire una valutazione approfondita della spesa militare previsionale, con una metodologia consolidata che la rende direttamente e pienamente comparabile con quella degli anni precedenti.

La stima della spesa militare italiana per il 2020
Ricordiamo che la metodologia di conteggio elaborata dall’Osservatorio Mil€x e derivante dalla già ricordata definizione SIPRI di spesa militare prevede che al Bilancio proprio del Ministero della Difesa vadano aggiunti anche capitoli di natura militare presenti in altri Ministeri, oltre che sottratti (totalmente o in parte) costi rientranti nello stesso Dicastero ma evidentemente con funzioni di natura non militare.
Nella Tabella seguente vengono quindi fornite le cifre di comparazione tra le previsioni per il 2019 e le previsioni per il 2020 delle voci di spesa selezionate secondo il criterio appena esposto. Vengono riportate in colore rosso le cifre che non sono ricomprese (in tutto o in parte) nella stima conteggiata da Mil€x.




Come si può notare con tutta evidenza la spesa militare previsionale 2020 registra un fortissimo aumento di oltre 1,5 miliardi di euro pari ad oltre il 6% in più su base annua, sia per la crescita diretta del bilancio proprio del Ministero della Difesa sia per il mantenimento di alti livelli di spesa di natura militare anche su altri Dicasteri. Continua ad essere in crescita la quota di investimento per nuovi sistemi d’arma proveniente dal Ministero per lo Sviluppo Economico (ormai arrivata a quasi tre miliardi) ma è soprattutto la decisa risalita degli investimenti per armi allocati sul bilancio della Difesa (circa 2,8 miliardi con un +40% rispetto al 2019) a portare i fondi a disposizione per acquisti di nuove armi ad un livello forse record di quasi 6 miliardi.
È importante notare che per carenza al momento di documentazione e dettagli affidabili sui trasferimenti pensionistici e la difficoltà insita nell’elaborazione di stime sulla specifica voce relativa alle basi internazionali presenti nel territorio italiano tali cifre specifiche sono state considerate come invarianti rispetto all’anno precedente. Una scelta di approssimazione che comunque permette di avere una stima realistica complessiva e non falsare il paragone di trend tra un anno e l’altro poiché si tratta di voci non sottoposte a variazioni repentine in quanto scelte e conseguenze di medio-lungo periodo.
Sono invece ancora da definire, e dunque non sono stati considerati in questa scheda di approfondimento, gli impatti sia su quest’anno che a livello pluriennale di alcuni programmi di investimento per sistemi d’arma annunciati in anni recenti, all’interno di Fondi più ampi predisposti dalla Presidenza del Consiglio dei ministri o di Fondi concertati tra il Ministero della Difesa e il Ministero per lo Sviluppo Economico. Rimandiamo a schede ed analisi successive la valutazione approfondita di questi specifici aspetti.
Infine, come pista di lavoro e conferma della già sottolineata tendenza ad avere una spesa consuntiva molto più alta del bilancio previsionale, è opportuno notare che la stesa documentazione ufficiale della Legge di Bilancio rileva su questo esercizio la presenza di residui presunti per il Ministero della Difesa pari a 1.007 milioni di euro. Che comportano poi autorizzazioni di cassa per 23.296 milioni e una cifra complessiva spendibile (residui più competenza) per il 2020 di 23.977 milioni. Cioè circa un miliardo tondo in più di quanto evidenziato nelle previsioni sopra riportate (ma che non è possibile attribuire “in toto” alla spesa militare perché potrebbe riguardare residui relativi ad esempio alle funzioni di polizia e controllo del territorio dei Carabinieri).


Coronavirus vs. deterrenza nucleare - Roberto Del Bianco

Dal sito ufficiale del PNND, ecco qualche "Good News". Al tempo della pandemia, c'è chi riflette (e cerca di far riflettere). Sarà il caso di cambiare destinazione alle ingenti somme destinate al mantenimento della flotta sottomarina britannica?

Ieri 1° aprile 2020, tre ex comandanti della Royal Navy hanno inviato una lettera a tutti i membri del Parlamento, mettendo in discussione la politica di mantenimento di un deterrente nucleare permanente in mare. Il costo di 2 miliardi di sterline all'anno sarebbero adesso ingiustificabili, tanto più che i costi economici della pandemia di coronavirus vanno aumentando e che oltretutto non sembra esserci alcuna minaccia di un attacco nucleare contro il Regno Unito.
"È assolutamente inaccettabile che il Regno Unito continui a spendere miliardi di sterline per distribuire e modernizzare il sistema di armi nucleari Trident di fronte alle minacce alla salute, ai cambiamenti climatici e alle economie mondiali che il Coronavirus pone", ha affermato Robert Forsyth, ex comandante di sommergibili nucleari, firmatario della lettera e sostenitore della campagna "Move the Nuclear Weapons Money".
Mentre ha dichiarato Tom Unterrainer, direttore della Bertrand Russell Peace Foundation: "Questa pandemia e l'incapacità del governo britannico di prepararsi o rispondere efficacemente a una minaccia così immediata alla vita dimostrano le priorità contorte al centro della spesa per le armi nucleari. Piuttosto che lavorare per garantire la vera sicurezza, questo governo privilegia l'acquisizione e lo spiegamento di armi di omicidio di massa"
La lettera, sostenuta da numerosi parlamentari, accademici e attivisti per la pace, è stata inviata dalla Bertrand Russell Peace Foundation a tutti i membri della Camera dei Comuni britannica, della Camera dei Lord britannica, del Parlamento scozzese, dell'Assemblea nazionale per il Galles e dell'Assemblea nordirlandese.
La lettera è stata supportata dalla copresidente della PNND, la baronessa Sue Miller (UK House of Lords) e da Bill Kidd (Parlamento scozzese).
Bill Kidd afferma: "Tutte le potenze delle armi nucleari, e quegli stati che le supportano, stanno sprecando preziose risorse come i Trident contro i desideri dei loro popoli, quando dovrebbero rivolgersi al nemico reale e mortale, il COVID19".
"Il Covid-19 ci sta dimostrando che le peggiori minacce, pandemie e cambiamenti climatici dell'umanità sono condivise a livello globale", ha affermato la baronessa Sue Miller. "Non dovremmo sprecare risorse per rinnovare le armi nucleari poiché dovremmo utilizzare tutte le risorse che possiamo per affrontare questi problemi fin troppo reali."
I firmatari della lettera sperano che i loro sforzi per mettere in discussione il "deterrente permanente in mare" incoraggino i politici e i cittadini a iniziare a porre in questione la moralità e la fattibilità delle armi nucleari.
I firmatari della lettera:
·         Commander Robert Forsyth RN (Ret’d). 2nd in Command Polaris submarine, commanded two other submarines and the Commanding Officer’s Qualifying Course.
·         Commander Robert Green RN (Ret’d). Former nuclear-armed aircraft bombardier-navigator, Staff Officer (Intelligence) to CINFLEET in Falklands War
·         Commander Colin Tabeart RN (Ret’d). Former Senior Engineer Officer, Polaris submarine
Note:
·         L'articolo originale del PNND







The war is over - Phil Ochs

Silent Soldiers on a silver screen
Framed in fantasies and dragged in dream
Unpaid actors of the mystery
The mad director knows that freedom will not make you free
And what's this got to do with me
I declare the war is over
It's over, it's over

Drums are drizzling on a grain of sand
Fading rhythms of a fading land
Prove your courage in the proud parade
Trust your leaders where mistakes are almost never made
And they're afraid that I'm afraid

I'm afraid the war is over
It's over, it's over

Angry artists painting angry signs
Use their vision just to blind the blind
Poisoned players of a grizzly game
One is guilty and the other gets the point to blame
Pardon me if I refrain

I declare the war is over
It's over, it's over

So do your duty, boys, and join with pride
Serve your country in her suicide
Find the flags so you can wave goodbye
But just before the end even treason might be worth a try
This country is too young to die

I declare the war is over
It's over, it's over

One-legged veterans will greet the dawn
And they're whistling marches as they mow the lawn
And the gargoyles only sit and grieve
The gypsy fortune teller told me that we'd been deceived
You only are what you believe

I believe the war is over
It's over, it's over

Versione italiana di Riccardo Venturi

LA GUERRA È FINITA
Soldati in silenzio su uno schermo grigio
persi in fantasie e trascinati nel sogno
attori a gratis del mistero
il regista pazzo sa che la libertà non ti renderà libero
e la guerra, cosa ha a che fare con me
Io dichiaro che la guerra è finita
è finita, è finita

Tamburi piovigginano su un chicco di sabbia
ritmi appassenti di una terra appassita
prova il tuo coraggio nella fiera parada
fìdati dei tuoi capi se non si fanno quasi mai errori
e loro hanno paura che io abbia paura

Che abbia paura che la guerra è finita
è finita, è finita

Artisti arrabbiati dipingono segni arrabbiati
usa la loro visione per acciecare i ciechi
giocatori avvelenati ad un gioco grigio
uno è colpevole, e l’altro ne approfitta per biasimare
e perdonatemi se insisto

a dichiarare che la guerra è finita
è finita, è finita

Quindi fate il vostro dovere, ragazzi, e arruolatevi con orgoglio
servite il vostro paese nel suo suicidio
trovate le bandiere, così potete sventolare un addio
ma giusto prima della fine, non sarebbe male provare anche il tradimento
questo paese è troppo giovane per morire

Io dichiaro che la guerra è finita
è finita, è finita

Reduci mutilati di una gamba saluteranno l’alba
fischiettando marce mentre rasano il prato
e i gargoyles altro non fanno che star lì a lamentarsi
l’indovino zingaro mi aveva detto che saremmo stati imbrogliati
tu sei soltanto ciò che credi

E io credo che la guerra è finita,
è finita, è finita.