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domenica 22 dicembre 2024

Rojava sotto attacco! - Matteo Saudino

 



Ricordiamoci di Rojava! - Gianni Tognoni

E se fosse proprio in questo nome, che si trova assolutamente a stento nelle cronache che in questi giorni sono impegnate a fornire le più diverse letture degli scenari del Medio Oriente, che occorre cercare una delle chiavi di lettura più di fondo di quanto sta succedendo?

Rojava è il nome di una “rivoluzione delle donne” che è stata protagonista prima della resistenza, e poi della sconfitta definitiva dell’Isis in anni che sembrano lontanissimi, dal 2014-2015. La storia di quel tempo e di quella vittoria riconosciuta come strettamente kurda, al di là del parziale supporto aereo degli Usa, e come allo stesso tempo prodotto e nuovo inizio di un processo di democrazia radicale, ha una letteratura internazionale a supporto e, in Italia, è stata oggetto di pubblicazioni anche recentissime, di grande successo, di Zero Calcare. Con Afrin e Kobane, le città-simbolo, Rojava costituisce di fatto il punto di riferimento, culturale oltre che politico, di infiniti gruppi, con fortissimo protagonismo di donne, che hanno visto nella società creata nel Nord Est della Siria un indicatore, incredibile per la sua concretezza, di un cammino nuovo della storia. La perfetta condivisione di responsabilità di uomini e donne a tutti i livelli, compreso quello militare (rimasto obbligatorio anche dopo la sconfitta dell’Isis, per gli attacchi mai interrotti e ora ad altissima intensità della Turchia) è senza dubbio, non solo per quei paesi, l’aspetto più evidente. Combinata però con l’originalità strutturale, provocatoria, della sperimentazione di un modello di democrazia sostanziale che viene applicato in tutti i settori, dall’economia, alla sanità, alla scuola, alla giustizia, pur in condizioni permanenti di precarietà: qualcosa che non nasce dal nulla, ma ha radici nel pensiero di Öcalan, leader indiscusso delle lotte per il diritto alla autodeterminazione del popolo kurdo, prigioniero da decenni, in isolamento assoluto e incomunicato nella prigione turca dell’isola di Imrali.

Nelle mappe che in questi giorni si sono moltiplicate per dare nomi e luoghi di vita alla frammentazione delle tante minoranze, etnie, popoli, realtà della Siria (Alevis, Armeni, Yazidi, Drusi, Assiri…), la Amministrazione Autonoma del Nord-est, riconosciuta a livello internazionale con questo nome, rappresenta di fatto uno dei fili conduttori più di fondo per comprendere che cosa è in gioco. Il silenzio, che è di fatto una cancellazione di questa centralità, è il segnale più preoccupante della direzione che ci si può attendere o, meglio, temere. Alla dittatura che si è ‘dileguata’, più che essere sconfitta, con l’appoggio-collaborazione della Turchia (e l’intervento massiccio di Israele, distruttivo di tutto l’apparato militare) non è previsto, anzi è decisamente proibito, che possa succedere un tempo che abbia all’ordine del giorno il riconoscimento di un destino di civiltà per i popoli che hanno un loro progetto. Anche e soprattutto di quello kurdo, che è la dimostrazione indiscutibile che ‘si può fare’: anche e soprattutto in quell’area, in cui la versione ufficiale della storia sembra dipenda prevalentemente da ideologie travestite da ‘regimi’ religiosi, più o meno funzionali a strategie di poteri globali.

Non ha senso giocare a fare gli indovini su una situazione talmente imprevista per la forma che ha preso, e che ha rimesso in discussione tutti i disequilibri già esistenti. L’obiettivo di questo pro-memoria è molto limitato, e accorato: chiedere, a tutti, in tutti i modi, di non cancellare, nascondere, distruggere nel silenzio connivente della comunità internazionale una rara esperienza di civiltà come Rojava. È lo stesso destino che si cerca di ‘assegnare’ al popolo palestinese: e il popolo di Rojava è più piccolo, poco noto, parte di vecchissime e rinnovate divisioni-trattati coloniali che non si può nemmeno pensare di toccare.

In gioco è qualcosa di più profondo e grave: consolidare e rendere normale la decisione di fare della storia una partita a scacchi dei poteri statali, economici, militari di turno. Non importa con quali forme di dittature: le mosse che si devono fare prescindono dai loro costi umani, che sono obsoleti come categoria obbligatoria di riferimento. Si possono-debbono includere nelle cronache come descrittori, da sommare giorno per giorno, con la sola attenzione di mimare attenzione stratificando le vittime per donne e bambini: effetti indesiderati e inevitabili. Nulla di nuovo. Neppure per le centinaia di migliaia (per la Siria, da tempo, milioni) di migranti più o meno affidati a ‘flussi’ che fanno sempre più parte di considerazioni di mercato. Su tutto, trasversalmente, Erdogan insegna ed è rispettato.

Nonostante tutto: ricordiamoci di Rojava. Come tutti i popoli che sperimentano vita, sono loro che diranno, sopravvivendo o meno, da che parte siamo andati anche noi, che non possiamo essere solo spettatori rassegnati.

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mercoledì 9 marzo 2022

Grande è la guerra sotto il cielo. La situazione è pessima



articoli, link e video di Lorenzo Guadagnucci, Marco Maurizi, Loris Campetti, Francesco Borgonovo, Gianni Tognoni, Gigi Proietti, Associazione Centro Documentazione Polesano, Fabrizio de Andrè, Jonathan Ng Truthout, Pepe Escobar, Domenico Gallo, Tiziano Cardosi, Wu Ming e Giuseppe Bruzzone

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martedì 25 maggio 2021

È ufficiale: i diritti umani sono “scaduti” - Gianni Tognoni

 La situazione di grave crisi dei diritti umani non ha di per sé purtroppo nulla di nuovo: la violazione dei diritti fondamentali, degli individui e dei popoli, è sempre più spesso la protagonista della cronaca quotidiana: c’è solo l’imbarazzo della scelta tra gli scenari del mondo globale. Tuttavia quanto si è verificato nelle ultime settimane in tre situazioni profondamente eterogenee (tanto da essere parte di cronache assolutamente distinte per caratteristiche politiche, di immaginario, di “vittime” concrete), a Gaza, nelle trattative sull’accessibilità ai vaccini, nel rapporto tra Europa e migranti propone una coincidenza trasversale così coerente di attori e di responsabilità della “comunità internazionale”, ai suoi più alti e formali livelli di rappresentanza, da imporsi come novità. Si tratta di una vera e propria, esplicita interpretazione ufficiale e aggiornata di tutte le Dichiarazioni, Convenzioni, Costituzioni che hanno costituito l’originalità storica di una civiltà (o almeno di un suo progetto) che era di riferimento universale, giuridico e operativo, nel tempo successivo alla seconda guerra mondiale. In quel complesso di documenti la violazione sistematica del diritto universale alla vita di ogni umano, come individuo e come collettività, significava il passaggio dalla civiltà a una situazione criminosa contro l’ordine internazionale degli Stati. Si parlava di crimini contro l’umanità: senza neppure la “scusa” della guerra, fino al crimine “impensabile” del genocidio, cioè del progetto di cancellazione di un gruppo umano.

Ebbene, la “novità” della coincidenza sopra ricordata sta nel mettere in evidenza una trasversale banalità. I diritti umani e dei popoli non sono negati, né sospesi, né violati: sono “scaduti”. Sono una realtà da menzionare, con rispetto, o demagogia, o per darsi dignità, su cui discutere, ma sapendoli irrilevanti e inutilizzabili in un mondo che ha cambiato le regole: e queste non hanno più come termine di riferimento di legittimità e di obbligatorietà l’esistenza e la vita-dignità degli umani.

1.

I palestinesi di Gaza sono stati ancora una volta obbligati ad assumere il ruolo delle “vittime esemplari”: non importa quanto grandi sono l’orrore, la sua ostentazione, e gli umani-bambini che muoiono: la manipolazione, ridicola se non fosse tragica nella sua falsità, di una antica (e sacra) memoria di uno dei crimini fondanti di una civiltà del diritto dice (con la connivenza e assenza degli organismi internazionali) che nel mondo degli equilibri di potere, dei razzismi, delle strategie di guerra, economiche e militari, non c’è posto né tempo per rispettare non importa quante vite di quante persone. L’impunità è non solo assicurata, ma trasformata in un riconoscimento dell’eroismo provvidenziale dello Stato di Israele (una democrazia assediata da governi non democratici e corrotti!). Gli umani pacificamente resistenti massacrati di Myanmar, quelli degli Eelam Tamil cancellati perfino dalla cronaca oltre che dal genocidio, quelli uccisi o accecati nella repressione colombiana o cilena, i carcerati torturati di Egitto-Turchia-Libia…: sono tanti i gruppi umani per i quali la comunità internazionale arriva al massimo a “discutere” ed “esprimere preoccupazione” perché non sa come usare quel “farmaco scaduto” dei diritti umani, che forse poteva essere utile, almeno come sintomatico per la credibilità del diritto, in altri tempi, in altri mondi.

2.

Lo scenario dei vaccini porta in un altro mondo: agitatissimo di questi tempi, una vera guerra “virtuale”: ma combattuta perciò senza orrori emotivamente coinvolgenti, con personaggi che rappresentano i vertici dei poteri economici e tecnologici mondiali e guidano perciò in modo sempre più “ovvio” e riconosciuto il mondo globale. Mondo disabitato dai miliardi di umani le cui vite e morti sono presenti in tantissimi rapporti, ma solo come numeri e percentuali: si intrecciano-confondono con le cifre che parlano di produzioni, costi, mercati, che hanno come riferimento un’organizzazione (la WTO), creata apposta per difendere e garantire i diritti delle cose e delle merci, e dei loro sempre più concentrati proprietari, dalle pretese dei sognatori di diritti umani. Di quanti morti e privati della dignità della vita ‒ crimine contro l’umanità, nel senso più pieno ‒ è responsabile questo organismo non è calcolabile: bisognerebbe sommare troppi “gruppi umani” presenti nelle statistiche ufficiali che misurano aspettative di vita, inaccessibilità a cibo, acqua, sanità, educazione, ambiente, pace , salari vitali… La discussione, con caratteristiche di una vera e propria “guerra”, ideologica, economica, giuridica, su un “bene conoscitivo e industriale” come un vaccino in tempo di pandemia ha reso di colpo presenti e con diritti universali i miliardi di persone concrete che non avevano, fuori dallo scenario pandemico, nemmeno il diritto di visibilità fisica (l’habeas corpus come mitico segno originario di diritto umano). La guerra sulla priorità tra umani e cose sembrava, era invocata, era proposta almeno come un esperimento di sospensione della vittoria, globale e permanente, delle cose (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/02/02/vaccini-gratuiti-per-tutti-e-diritti-umani/). Si sa quanto diversamente si sta sviluppando: come una interminabile partita a scacchi. Con parti schierate dall’una o dall’altra parte per le ragioni, gli interessi, gli obiettivi più diversi. Senza buoni o cattivi.

Da una parte ci sono sceltissimi e potenti difensori del fatto che il mercato ha da tempo, e con tutta chiarezza, dichiarato che i diritti umani e dei popoli sono estranei alla sua identità di fondo, e che le sue regole non ammettono eccezioni che potrebbero essere un segnale molto pericoloso della necessità di cambiare i princìpi che garantiscono la gerarchia della trinità privato-mercato-finanza su qualsiasi altro attore-valore. Molto semplicemente: i diritti umani sono da tempo “scaduti”. Perché sperimentare una “eccezione” che metterebbe in discussione tutti gli algoritmi economico-finanziari che si reggono sulla esclusione della vita delle persone dalle variabili che contano? Dall’altra parte ci sono tante, diverse combinazioni di posizioni e organismi, che includono leader reali e utopici come Papa Francesco; paesi poveri-marginali che sognano da sempre risposte (vaccini contro le loro pandemie permanenti del debito, della fame etc.); dittatori che vedono nella pandemia uno strumento di propaganda e di guadagno (come in India: https://volerelaluna.it/mondo/2021/05/19/il-covid-lindia-narendra-modi-tra-immaginario-e-realta/); il fronte delle Nazioni Unite e dei suoi organismi diretti e indiretti che vorrebbe almeno in questo campo essere riconosciuto come soggetto efficace di difesa dei diritti e non come un loro simbolo impotente; l’universo vitale delle tante rappresentanze della “società civile” che dichiara inaccettabile una “scadenza” di un diritto-intervento efficace come il vaccino nel settore simbolo della sanità che in nome di una “immunità di gregge” sarebbe un pro memoria di essere tutte e tutti esseri umani. Difficile sapere come e quando questa guerra si concluderà, al di là delle tante schermaglie, promesse, impegni oscillanti tra il ridicolo del dono di qualche milioni di dosi date come segno di buona volontà da un presidente come Biden e gli impegni senza tempo e senza consenso dei G20… Il verdetto rispetto ai diritti umani è già stato dato, ed è molto chiaro: la loro universalità è una bella parola, che può rimanere per dare l’apparenza di discussioni eticamente giustificate, purché non si pretenda di dettare tempi e costi. Ciò che importa è mantenere le gerarchie consolidate che vedono le logiche economiche a decidere le scelte concrete. Se nel frattempo, mese dopo mese, o anno dopo anno, i morti evitabili si accumulano e le distanze tra aventi e non aventi diritto aumentano, i difensori della non-scadenza dei diritti non possono certo pretendere di improvvisare e governare, in nome di una pandemia globale come quella antica e indiscussa della diseguaglianza, un nuovo ordine.

E forse non è male riconoscere che l’orrore della guerra dei vaccini, con i suoi morti invisibili e incontabili, quelli già prodotti e quelli previsti, non è minore di quello di Gaza. Non perché abbiano senso questi confronti: ma perché, da sempre, i diritti umani o sono universalmente dovuti e cercati, o non sono. E non per niente la comunità internazionale prima di essere sostanzialmente impotente e silenziosa su Gaza bombardata, non aveva battuto ciglio sull’apartheid vaccinale praticato da Israele (https://volerelaluna.it/politica/2021/01/12/6-gennaio-2021-la-normalita-degli-apartheid/, nel frattempo dichiarato modello di “copertura vaccinale” per il mondo. E per chi volesse vedere quanto questo secondo scenario è vecchio, ben oliato, e ha bisogno solo di essere messo allo scoperto, il film Le confessioni di Roberto Andò già raccontava tutto, ricordando che una voce profetica invitata a essere presente, senza parlare, in una assemblea solenne e segreta di un simbolico “vertice” dei poteri poteva avere come risposta solo un suicidio del garante della intoccabilità rivelata falsa degli algoritmi, che venivano riconfermati dal consenso degli altri.

3.

Il terzo caso che conclude la riflessione sull’annuncio ufficiale di un evento così importante e trasversale come la “scadenza” dei diritti umani ha bisogno di ancor meno parole. Si tratta di un evento allo stesso tempo “mancato” e fortemente operativo. L’Unione Europea ha confermato di fatto che la migrazione non è un problema che la riguarda: il diritto alla vita delle persone che migrano non è competenza della civiltà europea: i migranti ‒ ultimi quelli di Ceuta ‒ non sono umani; per loro non si applica nemmeno l’abc della Dichiarazione Universale. Gli orrori visti lungo i mesi, gli anni, nei mari, nei deserti, nei Balcani, nei campi di concentramento che vanno a fuoco, nel gelo e nelle torture, fanno parte della gestione routinaria del disordine di un mondo che nel pieno della pandemia trova spazio, risorse, visibilità per le manovre di una Nato che è sempre più strumento simbolico di un’altra delle gerarchie capovolte: la guerra come sicurezza. Nell’agenda europea le cose che hanno priorità sono altre. I fondi da distribuire. Il mercato delle armi. Il controllo di fonti energetiche che rendono poco credibili le proposte di un futuro “green”. Come quella della WTO, l’agenda europea non cambia. In fondo, dicono i trattati e un diritto internazionale che si riconosce in crisi, ma che non osa ri-configurarsi da diritto di Stati a diritto dei popoli, i migranti non sono nemmeno un popolo definibile. Vengono da “rischi” che se fossero riconosciuti dovrebbero essere chiamati con nomi che coincidono con i nuovi nomi del nostro nuovo colonialismo, economico, ambientale, militare. La loro pretesa di ricordare, continuando a fuggire e morire, di dire che essere umani è una identità sufficiente per essere riconosciuti finirebbe per mettere in discussione troppe cose. Meglio pensarci. Rimandare è un modo perfettamente efficace di dichiarare che il tempo e la sostanza dei diritti umani sono “scaduti”.

4.

Riconoscere che si vive in un tempo e in un mondo nei quali si può, in tanti modi, diversi e complementari, affermare nei fatti che i diritti umani sono scaduti è un passo importante. Impone di essere realisti e disincantati. Negli scenari internazionali, e delle Costituzioni, viviamo in un mondo “altro” rispetto a quello che aveva fatto del diritto delle persone e dei popoli un progetto difficile, certo utopico rispetto agli scenari di guerra e sterminio che lo avevano quasi incredibilmente generato, ma che era stato riconosciuto come la piattaforma comune di ricerca di una collettività internazionale certo tutt’altro che pacifica.

Il rilancio, utopico, e perciò imprescindibile, di una Costituzione della terra (https://volerelaluna.it/politica/2021/05/18/perche-una-costituzione-della-terra/) non riguarda soltanto il ritrovare un nuovo rapporto tra gli umani e un mondo-natura-ambiente a rischio di sostenibilità. Il tempo della globalizzazione delle cose ha delegato alla violenza della economia-finanza la governance dei modelli di sviluppo e di convivenza e ha cancellato, nell’immaginario e nelle normative, il tempo e la cultura dell’universalità, cioè del progetto di un mondo alla ricerca di una pari dignità tra le persone. Non c’è molto da guardare “indietro” per difendere più o meno efficacemente le conquiste fatte. La memoria di un tempo in cui il diritto era misurato in rapporto alla sua capacità di “non lasciare nessun@ indietro” si può interpretare solo con progetti che siano praticabili, in modo nuovo, in un tempo in cui il diritto di essere umani è stato dichiarato scaduto. Le nuove generazioni devono essere esposte molto chiaramente a questa realtà per diventare soggetti di una storia che, con la stessa logica di ricerca e sperimentazione, dottrinale e di lotte concrete, le renda capaci di essere, trasversalmente, cittadini di un luogo e di tutti i luoghi. Il diritto costituzionale non si regge senza un diritto internazionale che non sia più strumento degli Stati, ma della diversità dei gruppi umani. La sanità del dopo pandemia e la scuola (tutta) sono il primo test per verificare se e quanto questa cultura di ricerca di un diritto universale in un mondo globale possa essere praticabile.

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sabato 23 gennaio 2021

Identità e affidabilità della scienza in tempi di Covid-19 - Gianni Tognoni

 

I ritardi di Pfizer che occupano le nostre cronache e mandano in tilt i piani, già molto precari, della grande campagna vaccinale sono, giustamente, oggetto di scandalo e denuncia, anche a livello europeo. Di fatto il problema chiave sta ‒ ed è stato chiaramente confermato ‒ nella (incredibile!) segretezza dei contratti firmati dai Governi e dall’Europa con Pfizer e la sua associata tedesca: per quanto riguarda sia i termini precisi delle consegne che i prezzi. A conferma esplicita, in un modo che se non fosse drammatico sarebbe ridicolo, di politiche di completa soggezione della responsabilità pubblica agli interessi di mercato di una multinazionale: una di quelle più note (anche in Italia, oltre che negli USA) per aggressività, spregiudicatezza, politiche provocatorie di violazione anche delle regole commerciali più elementari. In attesa che il “segreto” venga risolto con un colpo di trasparenza, è forse utile guardare più a fondo al rapporto tra promesse, proprietà, responsabilità delle conoscenze scientifiche, sottolineando che quanto segue nasce dall’interno della “comunità scientifica”: non come critica ma come esercizio di normale trasparenza. Il patentino HI (indice di autorevolezza scientifica internazionale dei ricercatori, ndr) di chi scrive è sempre stato rispettabile, così come il suo contributo anche internazionale nei campi della sperimentazione innovativa di farmaci, delle politiche della loro valutazione, della epidemiologia (di cittadinanza, al di là delle malattie).

Non c’è dubbio che, tra i tanti protagonisti degli scenari (concreti e di immaginario) che ormai da un anno occupano nei modi più diversi tutti gli orizzonti, il ruolo delle conoscenze scientifiche è stato, ed è, determinante. Trasversalmente. Dalla biologia, all’economia, alla salute pubblica, alla sicurezza, alla politica… Dietro tutte le decisioni ci si assicura che ci siano una o più commissioni, e tanti, diversi, esperti. Il tempo dei vaccini che stiamo vivendo riassume e rappresenta alla perfezione l’intreccio stretto e ambiguo delle conoscenze scientifiche più specifiche per la gestione di una pandemia ‒ quelle biologico-mediche e quelle epidemiologiche e di salute pubblica ‒ con i processi decisionali che le prendono come criterio di riferimento e di legittimità. Un’ultima notazione importante: al di là di qualsiasi discussione, più o meno finta, l’unico mantra che non si discute e che è fondante di tutta la fiducia in un futuro diverso dice: il Covid-19 ha dimostrato al di là di ogni dubbio che la scienza ha fatto la differenza tra questa e le altre pandemie della storia, con la sua capacità di produrre rimedi che ci porteranno fuori dal tunnel in tempi che non ci saremmo mai potuti neppure sognare.

Una griglia di analisi-valutazione

Come tutti i processi che producono conoscenze complesse e strategiche per la vita della società, i “percorsi” di ricerca delle scienze che qui interessano sono inscindibili dai loro contenuti puntuali: osservazione ovvia, ma che è bene esplicitare per motivare connessioni o affermazioni che potrebbero suonare come pessimistiche, se non irriverenti.

Vaccini. È bene partire da qui, visto che siamo nel pieno di una vera e propria guerra mondiale, oltre che nazionale ed europea. Il mantra sopra citato come indiscutibile è stato applicato specificamente e in modo messianico ai vaccini. Fake news? Di fatto i vaccini sono in giro in tempi rapidi. Ma quale è stato il loro percorso? Le conoscenze e le tecnologie che li hanno permessi erano parte ben consolidata del know how e delle possibilità operative della “comunità scientifica” (privata e pubblica). La novità è stata la comparsa di un mercato inaudito che ha fatto mettere a disposizione capacità di sviluppo applicativo attraverso politiche di finanziamento come quelle di tempi di guerra (non si esagera: i dati sono ben disponibili). Nulla di scientificamente nuovo. E perfetta conferma che la logica dello sviluppo non è stata quella della cooperazione tra vari attori, ma della competizione più secretata e senza esclusioni di colpi: “reclutando” popolazioni sperimentali con criteri che sarebbero risultati inaccettabili in termini di informazione e di gestione, annunciando risultati solo con un occhio alle quotazioni in borsa, promuovendo campagne di massa senza neppure aver messo a punto una politica collaborativa almeno nel monitoraggio della effettività oltre che della sicurezza dei diversi vaccini.

Eppure la “novità”, il vero risultato scientifico che porterebbe fuori dal tunnel sarebbe il sapere modalità, intensità, durata della difesa immunitaria: si richiede tempo, certo! Ma, soprattutto, una collaborazione molto trasparente tra i diversi attori, per mettere insieme dati, garantirne una analisi indipendente, tempestiva, con una forte interazione tra ricerca di base ed epidemiologia… Tracce, anche solo informative, di questo processo? Segnali critici della intollerabilità (etica? di normale civiltà democratica?) professionale, metodologica, culturale di un silenzio comunicativo che sembra raccogliere nella connivenza su interessi e politiche strettamente di mercato, privato e pubblico, di ricercatori “indipendenti” e produttori industriali?

Salute pubblica e diritti umani

I termini di riferimento di questo secondo punto di riflessione sembrano, a prima vista, essere più lontani dal tema che ci interessa. Ma di fatto ne sono il cuore: la priorità data ai vaccini è dovuta al loro carattere più esemplare. E il messaggio è chiaro: il mercato ha ancora una volta travestito la scienza di bontà e di futuro, per avere mano libera nel farne un uso ottimale a suo vantaggio. Non è una denuncia “specifica” per il Covid-19: la pandemia, prima ancora che la guerra vaccinale divenisse evidente, ha purtroppo documentato che il primo fallimento della “comunità scientifica” globale è stato, e continua ad essere, quello dell’assenza di una cultura di condivisione di dati sulla vita delle persone in vista di una comprensione dei rischi e di una ricerca di soluzioni mirate alla specificità dei bisogni.

La non-risposta della comunità scientifica globale ha coinvolto tutte le più alte autorità. Non per aver fatto qualcosa di male ma per la loro assenza e incapacità (o impossibilità programmata) nel farsi carico in modo tempestivo e collaborativo di un problema preannunciato da tempo, ma la cui causalità multipla poteva essere bloccata solo toccando “tradizioni” ed equilibri di potere che da tempo la scienza mainstream ha rinunciato a mettere in discussione: è da questi centri (pubblici e privati), conniventi, che derivano infatti le quote più importanti di finanziamento. Questo “fallimento per assenza” è stato diagnosticato in modo molto preciso, dall’editore di una delle riviste scientifiche più prestigiose e globali, come “catastrofe”. Con la conseguenza esplicita che per una diagnosi che è culturale e politica potrebbe solo rispondere un cambiamento di paradigma rispetto alle cause della catastrofe. La risposta messa in evidenza dallo scenario “vaccini” non va certo in quella direzione. L’opposizione, senza clamore ma molto fattuale, di tutti i poteri che contano all’ipotesi anche solo di una sospensione (eccezionale, come è eccezionale la gravità della pandemia) del regime dei brevetti, promossa dalle reti dei diritti umani e dei popoli, afferma che la unica “scientificità” che si deve garantire è quella della arbitrarietà-segretezza degli algoritmi economici.

Contare i morti o esserne responsabili per esplorarne-comprenderne l’evitabilità?

I bollettini che puntualmente, da ormai un anno, in Italia e a livello globale, pretendono di raccontare l’andamento della pandemia, con descrizioni che oscillano tra quelle metereologiche (le ondate!) e quelle restrittive-accusatorie (assembramenti, centri culturali chiusi, scuole chiuse o aperte), sono un altro dei segnali drammatici della inesistenza di una scientificità responsabile della “scienza dei big data”.  In un tempo che assicura (e fa vedere come concreta nei campi più diversi) la possibilità di “tracciare”, di spiegare, di utilizzare i flussi di tutte le transazioni, i movimenti, le interazioni tra gli umani e le merci, non esiste a tutt’oggi un solo esempio di confronti epidemiologici che permettano di comparare e comprendere (lungo i tempi o nei diversi territori) le incredibili diversità degli andamenti dei contagi e delle popolazioni più colpite. Nel piccolo dell’Italia i colori si modificano seguendo la vignetta di Altan, che sull’Espresso del 15 gennaio indica la strategia dell’estrarre a sorte i biglietti di una lotteria, più che spiegazioni ragionevoli e riconoscibili. Il Veneto virtuoso diventa come la Lombardia della prima ondata, per ritornare virtuoso contro ogni aspettativa. La Svezia che si affida alla fiducia nella responsabilità della sua popolazione si rivela un disastro rispetto alla sostanziale “assenza di problemi” delle nazioni contigue e simili come la Norvegia e la Finlandia. Le scuole si aprono, si chiudono, si confondono in tutti i paesi senza che ci sia un solo dato di confronto sulla contagiosità, diretta o indiretta, attribuibile alle popolazioni giovani e/o alle loro famiglie. La Germania e l’Olanda fanno lockdown durissimi, dopo essere passate per essere virtuose. Senza parlare, in un mondo globale che produce statistiche economiche puntuali e puntigliose sulla povertà e le diseguaglianze su tutti i paesi, di stime credibili sulla pandemia in interi continenti come Africa, America Latina, India, Cina…. Il monitoraggio, globale e locale, che invoca senza mai poterlo applicare, il “tracciamento dei percorsi-gruppi a rischio”, sembra riprodurre la storia della “spagnola” in tempi che non potevano neppure immaginare la nostra società digitalizzata.

La scientificità della epidemiologia comunitaria e di cittadinanza da anni si era applicata a rendere visibili ed evitabili i diritti violati delle minoranze più a rischio attraverso un lavoro “di prossimità e partecipazione” con le popolazioni interessate: l’epidemiologia mainstream, specializzata nelle descrizioni dall’alto e da lontano della distribuzione della malattia, ne impone la cancellazione. La sua scientificità è quella dei bollettini sopra citati: i numeri e le percentuali travestono il non-sapere in una pretesa conoscenza oggettiva garantita da commissioni che non si confrontano pubblicamente (non solo in Italia) sulle loro incertezze. Dimenticando che l’informazione condivisa dell’incertezza e della parzialità è la conditio sine qua non di una scienza che voglia essere una fonte indipendente e responsabile di informazione al servizio di una civiltà democratica.

Guardare avanti

I punti che si sono toccati non hanno evidentemente la pretesa di essere completi né tanto meno “veri”. Esplicitano semplicemente il rischio ‒ e l’imbroglio ‒ dell’affidarsi a un potere che si pretende indipendente da una verifica trasparente perché espressione di una conoscenza “scientifica”. Ma soluzioni lineari di situazioni che hanno messo in discussione tutti i modelli di società e di scienza che hanno portato a una “catastrofe” non possono essere credibili. Il ruolo primario della “comunità scientifica” dovrebbe essere quello di mettere in evidenza e farsi carico, con la stessa forza, del proprio sapere e del tanto non-sapere: per coerenza con la sua identità e responsabilità culturale, metodologica, di democrazia. Il “dopo-pandemia” affidato all’attuale politica dei vaccini esprime tutta la cecità di una scienza che sa benissimo (e programmaticamente non ricorda) che pandemie ancor più mortali di quella che viviamo dipendono dal mantenimento della logica proprietaria e competitiva del mercato dei brevetti, dei prezzi, delle diseguaglianze. È ovvio che ciò è responsabilità primaria dei Governi. Ma fa parte della credibilità della scienza essere dalla parte di chi dice tutta la verità sul come stanno le cose, e prendere partito. Un editoriale autorevole di un giornale scientifico come il New England Journal of Medicine lo diceva, prima ancora della diagnosi sopra citata di “catastrofe”: la sfida ‒ culturale ed etica, e perciò scientifica, identitaria ‒ della scienza per un dopo “diverso” passa per un allearsi tra coloro che, senza illusioni o demagogia, sul lungo periodo, assumono e rispettano, come criterio di legittimità, il produrre conoscenze che non siano strumento di inequità.

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