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giovedì 21 marzo 2024

privatizzando le Poste italiane

 



Privatizzazione Poste Italiane. A l'AntiDiplomatico diamo la parola ai lavoratori - Giulia Bertotto

La proposta di privatizzazione di Poste Italiane sta riempiendo - e a ragione vista la portata storica, economica e anche democratica che comporta - le prime pagine dei giornali. Poste Italiane venne fondata nel 1862 nell’Italia post-unitaria, originariamente col nome di Ente Poste Italiane (EPI), convertita in società per azioni nel 1998. Nel 2022 presentava un fatturato di 11,8 miliardi di euro.

Il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri per la privatizzazione di Poste Italiane è stato inviato alla Camera per l’esame delle Commissioni competenti. Alla proprietà pubblica resterà una quota minima del 35%. Attualmente Poste Italiane è controllata per il 29,26% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, per il 35% da Cassa Depositi e Prestiti (una SpA controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze) e il restante da investitori istituzionali e retail (vendita al dettaglio).

Abbiamo intervistato due dipendenti romani, un portalettere e una addetta ai lavori interni, i quali preferiscono tutelarsi restando anonimi.

La parola a loro. Ai lavoratori. 

Perché volete evitare la privatizzazione di Poste Italiane?

La nostra lotta contro la privatizzazione dei Poste Italiane come cittadini italiani e come lavoratori. Fin dalla sua Fondazione PI è stato un ente che ha avuto un ruolo nell’Unità d’Italia, è quindi un’istituzione storica che ha contribuito anche alla rinascita degli italiani dopo le Guerre, rappresentando un punto di rilancio e forza del nostro paese. Poste Italiane è un baluardo solido per i risparmi della cittadinanza. Inoltre i suoi uffici sono così capillarmente diffusi sul territorio nazionale, che questa privatizzazione significherebbe mettere fisicamente la penisola nelle mani di un privato. In ogni piccolo paese c’è una chiesa, una farmacia, un bar e sicuramente un ufficio postale. Buoni fruttiferi, libretti, conti correnti, PI è una realtà concreta nella nostra vita. Affidare tutto questa ricchezza -o anche una parte di essa- a un privato, è pericoloso, sconcertante. Come lavoratori ipotizziamo che il privato si libererà presto di settori aziendali meno remunerativi (a differenza del ramo finanziario) e che non fanno alti profitti come il recapito. Di conseguenza ipotizziamo minore tutela del lavoratore che comporterà un taglio dei posti e un ulteriore aumento della mole di lavoro. Quindi un futuro “alla Amazon”, con turni disumani, tutele irrisorie, assenza di permessi (il vecchio contratto prevede PIR, mentre gli assunti dal 2019 beneficiano solo di malattia e ferie ma non di permesso retribuito e sono cedibili con il ramo d'azienda). Ricordiamo che il postino che deve uscire in tutte le condizioni comprese pioggia e neve sui motomezzi e che durante il lockdown non ha smesso nemmeno per un giorno di recapitare beni di prima necessita e non a chi era costretto in casa.

Ci saranno svantaggi anche per i cittadini che usufruiscono dei servizi offerti?

Certamente, purtroppo. Poste Italiane oggi è una società che possiede grandissimi utili, il Governo nel 2023 ha preso utili per 600 milioni di euro. Perché PI venderebbe a 3,8 miliardi circa, almeno il 29% delle quote azionarie se ad esempio in sette anni il guadagno sarebbe superiore a quello attuale? La domanda dovrebbe allarmare non solo i lavoratori ma tutti i cittadini. Stanno vendendo un pezzetto di Stato italiano e il rischio è quello di andare oltre perché Cassa Depositi e Prestiti che detiene al momento il 35% delle restanti quote (se vendessero solo quel 29%) è già un tassello di privatizzazione. Cassa Depositi e Prestiti è la banca da cui lo stato attinge per effettuare tutte le sue operazioni, e svendendo PI si svenderà una quota di essa ai privati. Dentro questa percentuale figura anche la Goldman Sachs. Attori privati potranno gestire il denaro pubblico delle nostre tasse e anche dei nostri risparmi.


Il privato accetta il rischio d’impresa, osa, il pubblico ha la priorità e il dovere di tutelare i cittadini, dove finiranno queste garanzie sociali?

La ricaduta sui lavoratori e quindi sulle loro famiglie sarà spietata. Chi ha un vecchio contratto di lavoro forse è più al sicuro ma i nuovi lavoratori assunti con i nuovi contratti non lo sono affatto. Loro sono come dei codici a barre, nel loro contratto c’è scritto che possono essere ceduti a terzi in caso di necessità. PI potrebbe venire divisa in due come è successo ad Alitalia. I report relativi a studi bancari, ad esempio quello di Medio Banca parlano di una vendita già realizzata e di tagli del 25% del personale. Questi sono tutti utili per gli investitori e rendono appetibili le quote. Ma questo non conviene certo ai cittadini che perderanno personale agli sportelli.


Ci sarà ancora il servizio pubblico? Questa è una di quelle domande che dobbiamo porci anche in riferimento al servizio sanitario del nostro paese. Il processo di privatizzazione è un metodo di esproprio alla cittadinanza dalle braccia lunghe...

Sì, coloro che ci governano da sinistra a destra svendono a terzi ciò che a loro neppure appartiene, ma che appartiene alla collettività che paga le tasse. Il servizio pubblico è invece fondamentale dal punto di vista politico perché bilancia i poteri, ma anche sul piano sociale, gli uffici sono una istituzione nella comunità.

Del resto lo slogan PI non è “Il cambiamento siamo noi"?

Lo chiamano “futuro” ma si deve intendere “profitto”. Attribuire ai privati il taglio del personale li solleva agli occhi dell’opinione pubblica che non è informata dei fatti o che non ha compreso l’operazione in corso, dalla responsabilità di una strage sociale.

Come si esprimono i sindacati sulla situazione?

La CGIL, la UIL e i COBAS, si stanno mobilitando attraverso inizi di protesta, rimane fuori la CISL. PI ha 120 mila lavoratori, più della metà sono iscritti alla CISL, sindacato che detiene quindi la maggioranza delle deleghe e dunque costituisce questa grossa fetta di rappresentanza quando va a trattare con gli AD. Vuol dire che se la CISL rimane fuori da questa contrattualizzazione, siamo davanti a un problema. Probabilmente questo sindacato non entrerà in lotta contro la privatizzazione perché nelle prossime elezioni politiche ci sarà un candidato europarlamentare legato all’esecutivo Meloni, quindi andrebbero contro iniziative governative. Questo il quadro fantapolitico intricato e fatale. Il nostro intento è attivare i lavoratori al di là di ogni sigla e dei colori politici. I lavoratori possono fare moltissimo se riescono ad andare oltre le ideologie e ad organizzare un movimento a prescindere dalle bandiere.

da qui


mercoledì 13 marzo 2024

Disagio psichico, Trincas (UNASAM): “Smantellano il servizio pubblico e poco controllo sugli amministratori di sostegno”

 

(intervista di Giulia Bertotto a Gisella Trincas)

Gisella Trincas è presidente UNASAM, Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale, la quale “sollecita l’attuazione, su tutto il territorio nazionale, di piani di intervento per la realizzazione dei servizi territoriali di salute mentale aperti sulle 24 ore sette giorni su sette. Sollecita il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e di tutti i luoghi di internamento. Svolge, su tutto il territorio nazionale, attraverso le Associazioni aderenti, una azione di prevenzione attraverso dibattiti pubblici e la pubblicazione e diffusione di agili dispense informative. L’UNASAM non vuole nuove leggi, ma l’applicazione urgente delle buone leggi che in Italia sono state fatte”.

L’abbiamo intervistata per parlare della controversa figura dell’Amministratore di sostegno, ma anche di alcune zone d’ombra più profonde nella questione del disagio psichico: la carenza strutturale della prevenzione e del ruolo dei mezzi di informazione nella criminalizzazione della sofferenza interiore.

GISELLA TRINCAS E LA FIGURA DELL’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO



Gisella Trincas, cos’è e come nasce l’amministrazione di sostegno?

L’istituto dell’amministrazione di sostegno nasce con la Legge 6 del 2004, dopo decenni di dibattito parlamentare, su proposta del giurista Paolo Cendon impegnato per l’eliminazione dell’interdizione e della inabilitazione, con la modifica del codice civile e l’introduzione di altro istituto giuridico (appunto l’amministrazione di sostegno) col compito di sostenere le persone con sofferenza mentale o disabilità nel loro progetto di vita senza togliere loro il diritto di scelta. Infatti anche dopo la Legge 180 tantissimi pazienti ancora internati negli ospedali psichiatrici erano interdetti. Queste persone erano dunque ridotte esclusivamente alla loro patologia, impedite nell’agire per i propri interessi, impossibilitate a gestire i propri beni. Noi come Unasam abbiamo subito appoggiato la proposta di Cendon in quanto ritenevamo gravemente discriminante l’interdizione. Crediamo infatti nell’emancipazione del paziente psichiatrico e nel miglioramento delle sue condizioni di salute, nella sua autodeterminazione e non nella privazione della sua libertà e capacità decisionale.

Questa figura nasce come una sorta di accompagnatrice volontaria, per offrire appunto accompagnamento e sostegno nell’esclusivo interesse della persona affetta da disturbo psichico o fragilità sociale; bisognosa di sostegno nel prendere le proprie decisioni ed effettuare le proprie scelte di vita. Abbiamo assistito invece, già dai primi anni successivi alla approvazione della Legge che non pochi amministratori di sostegno si sostituivano sempre più alla volontà della persona beneficiaria. I giudici iniziavano a scegliere persone estranee al nucleo familiare o di fiducia della persona beneficiaria. La scelta, in tante situazioni, ricadeva su persona totalmente estranea alla vita della persona beneficiaria con disturbo mentale, e questo cozza con il percorso riabilitativo/emancipativo che invece si dovrebbe sempre garantire alla persona che vive una condizione di sofferenza mentale. Nella provincia di Cagliari venne stilato un albo di candidati amministratori di sostegno da cui i tribunali attingevano per nominare gli amministratori. Si sono così costituite reti di professionisti come avvocati, commercialisti, operatori socio sanitari che lavoravano nelle cooperative e che consideravano “più redditizio” assumere tale incarico, associazioni di amministratori di sostegno. Tanti familiari conviventi venivano e vengono spesso tagliati fuori, e questo acutizza situazioni già difficili.


Sembra molto vischiosa e pericolosa questa situazione...

Lo è. Soprattutto considerando che spesso questi professionisti hanno campo libero nel gestire i beni ed eventuali patrimoni della persona, dal conto in banca del beneficiario con esclusiva gestione dell’amministratore. Con limiti mensili stabiliti dal Giudice Tutelare ma non totale discrezionalità nella gestione. Alcuni, non pochi, amministratori di sostegno assumono il controllo totale della gestione economica di centinaia di pazienti ma ci sono tanti aspetti della vita quotidiana e della vita sociale che passano in secondo piano. Tuttavia questo non è un sostegno nel percorso di responsabilizzazione della persona con disturbo psichico, ma di fatto si tratta di un’interdizione sotto altro nome, se vogliamo dirlo sinteticamente. Accade anche che sanitari ospedalieri o delle RSA sottopongano a amministratori di sostegno la firma per la contenzione fisica. E in presenza dell’amministratore di sostegno esterno alla famiglia, i familiari (pur conviventi) non abbiamo alcuna voce in capitolo per quanto riguarda i percorsi di cura dei loro cari.

Ci sono molte segnalazioni e testimonianze che ho potuto appurare in prima persona e che provano questo tipo di realtà e di degenerazione nella gestione di questo istituto giuridico che nasce per sostenere la persona in difficoltà e non per renderla incapace di provvedere a sé. Assistiamo ad abusi gravissimi della legge, ad esempio quando un amministratore di sostegno controlla gli accessi delle visite di parenti e amici durante le degenze in RSA, le strutture ospedaliere o le comunità terapeutiche. Tutto ciò in barba alla legge, la quale non stabilisce che la persona chiamata a svolgere tale incarico debba essere un professionista specifico, ma una persona (la cui prima scelta deve ricadere sui familiari per ovvie ragioni a meno che ci siano situazioni di grave conflitto con la persona beneficiaria che non consente tale scelta) che supporti la persona beneficiaria tenendo conto dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, delle sue possibilità, in un rapporto di assoluta fiducia e condivisione evitando azioni e decisioni che possano danneggiarla. Deve agire quindi con la massima cura e rispetto prestando attenzione a non limitarne la libertà e la capacità di compiere le sue scelte.

L’altro nodo critico è la questione della “indennizzo” di cui le persone beneficiarie e le loro famiglie si lamentano. Questo indennizzo è mensile e si aggira tra le 250/300 euro. Non è obbligatoria e infatti tanti amministratori di sostegno di nostra conoscenza svolgono la loro funzione senza rivendicare alcun indennizzo. Accade che amministratori di sostegno chiedano la quota di indennizzo anche quando la persona percepisce unicamente la pensione di invalidità civile e l’indennità di accompagnamento.


In una formula si tratta di amministratori senza sostegno. Cosa sta facendo l’Unasam per arginare questi abusi?

La convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e fragilità sociali non permette che vi siano delle leggi, nei Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione, che sottraggono autodeterminazione alle persone. Per questo parliamo anche di violazione dei diritti umani. Oltre a sostenere le persone e le loro famiglie nella segnalazione di abusi ai Tribunali, le sosteniamo anche per quanto riguarda l’istanza di sostituzione dell’amministratore di sostegno inadempiente. Col nostro Comitato Scientifico (composto da giuristi, psichiatri, psicologi, sociologi, persone esperte per esperienza), raccogliendo le tante segnalazioni, abbiamo presentato ai Ministeri competenti e al Consiglio Superiore della Magistratura dei documenti in cui evidenziamo le criticità esistenti e proponiamo il loro superamento attraverso l’emanazione di Linee Guida che aggiustino queste storture giuridiche ed etiche. Tuttavia, a differenza di altre associazioni, non chiediamo l’abolizione dell’Istituto dell’Amministrazione di Sostengo ma la regolamentazione della figura e la modifica di alcuni passaggi anche nel testo di legge se necessario per migliorarne l’applicazione, coinvolgendo principalmente i familiari. Naturalmente laddove la persona beneficiaria sia d’accordo e non abbia leso o possa ledere gli interessi e la sua libertà.


LA PREVENZIONE


Un’altra importante criticità è la questione prevenzione in salute «La salvaguardia della salute mentale si attua intervenendo sui determinanti sociali, politici, economici, ambientali, che producono benessere (casa, lavoro, istruzione, contesti di vita, relazioni sociali). La prevenzione però ha a che fare con i primi imprinting anche non verbali che si ricevono in famiglia e con l’educazione emotiva precoce, anche neonatale. Questo non può essere oggetto di controllo sociale pubblico. Il sostegno sociale però può indirettamente intervenire per metterla in condizione di limitare e almeno non aggravare le sofferenze e le dinamiche del nucleo familiare?

La violenza non nasce nel momento episodico, ma ha radici nella vita della persona fin dalla più tenera età, dunque è chiaro che si deve lavorare su questo. Altrimenti sarà inutile fare proclami contro la violenza domestica, e anche contro l’ingiustizia e la guerra. Servono luoghi di opportunità e comunità dove si possa chiedere aiuto ed esprimere la propria personalità. Come dice lei, è evidente che non possiamo e non dobbiamo controllare i comportamenti intimi delle famiglie, ma è sul piano sociale e nel tessuto collettivo che dobbiamo scegliere cosa fare per a arginare la sofferenza psichiatrica.



SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO DI SOSTEGNO PSICHICO


Abbiamo dimenticato ciò che ci ha insegnato Basaglia e siamo tornati più indietro che mai in merito ai metodi di cura e sostegno e in merito al profilo etico della psichiatria. Pensa che il problema sia anche politico e che ci sia l’intenzione di dirottare la cittadinanza verso il settore privato?

Sì, credo ci sia l’intenzione di dirottare la cittadinanza verso il privato mentre viene smantellata la sanità pubblica; il denaro pubblico deve essere speso per scuole e finanziare aiuti sociali, servizi di studio e intrattenimento per adolescenti, oratori per i bambini in periferia, invece di guadagnare sulle armi e far fare profitti alle case farmaceutiche. Più che centri diurni spesso squallidi servono centri sociali aperti, facoltativi e non prescrittivi, di integrazione e non di ghettizzazione, dove persone con disagio psichico e non, possano incontrarsi. Piccole comunità sul territorio, all’interno dei paesi e delle città, frequentate da massimo otto persone, in cui le persone si mettono in gioco ricostruendosi e ricongiungendosi con la società. Questo può dare luogo, ad un passaggio successivo, alla vita autonoma o a case in condivisione, supportate se e quando serve. Ovviamente tutto questo deve essere valutato in base alle condizioni della persona, al suo percorso di ripresa individuale, al livello di autonomia raggiunto, alla possibilità di lavorare o meno, e ad altri fattori materiali ed emotivi della vita della persona.


COSA DICE LA LEGGE

Ricordiamo che la Legge 180 è la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi, stabilendo che di norma i trattamenti ospedalieri devono essere volontari e regolamentando il trattamento sanitario obbligatorio come estrema ratio. Affidando ai servizi di salute mentale territoriali diffusi sul territorio nazionale la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle persone con disturbo mentale senza imposizione alcuna.  Ciò ha fatto dell'Italia il primo paese al mondo (finora l'unico) ad abolire gli ospedali psichiatrici e gli ospedali psichiatrici giudiziari.

I rappresentanti delle istituzioni devono prendere una posizione chiara, non ambigua e non ideologica in merito. Esiste la legge 180 e questa va totalmente applicata. Mentre invece abbiamo due modi di agire e pensare la “malattia mentale”: da una parte la posizione basagliana, che considera la persona umana sofferente, il suo contesto di vita e la sua storia prima della patologia e lavora per costruire una relazione di fiducia e  comprendere dove nasce la sofferenza, in un rapporto dialogico e di reciprocità; dall’altro la visione biologista che presta attenzione ai sintomi attraverso i quali stabilire la diagnosi e la cura appropriata, generalmente con i farmaci, anche in misura massiccia, generalmente per tutta la vita considerandola una assoluta necessità

Basaglia insegnava a mettere la malattia tra parentesi, a sospendere il giudizio, senza ignorarla, e a fare un lavoro di analisi come si fa con tutti noi, nevrotici “nella norma”. Non si può quindi affermare che la 180 abbia fallito, quando la società e la psichiatria non è stata messa nelle condizioni di applicarla.


IL RUOLO DEI MEDIA

A proposito dell’omicidio della dottoressa Barbara Capovani, lei ha denunciato anche quella che sembra una sorta di complicità mediatica nel criminalizzare la patologia dell’interiorità[1]: «Si punta sempre sul sensazionalismo, sul creare nell’opinione pubblica un senso di opposizione e di ribellione, è questo il motivo per cui vengono fuori i commenti agghiaccianti che sentiamo negli ultimi giorni, come “Rinchiudeteli tutti” o “Riaprite i manicomi”[2]. Come per molte questioni di interesse collettivo la politica e la stampa sembrano fomentare la contrapposizione da stadio, la polarizzazione con tanto di tifo invece di affrontare temi complessi come questo con l’onestà intellettuale e la lucidità che imporrebbero.

La stampa tira fuori casi eclatanti e drammatici come questo senza contestualizzarli, senza conoscere o comprendere i retroscena biografici, sanitari, emotivi, della storia. Ho conosciuto personalmente Gianluca, nella visione di questa persona esisteva un complotto planetario contro di lui e l’umanità e come altri pazienti affetti da mania di persecuzione aveva fatto decine e decine di denunce contro vicini, ignoti e altri. A questa persona è stato impedito di avvicinarsi al centro di salute mentale di Pisa. Ma questo è assurdo, dove e a chi altro avrebbe dovuto rivolgersi? Questa tragedia ci deve far invece riflettere sulle falle del sistema sanitario psichiatrico italiano. Sui numeri insufficienti di operatori e i modi di agire per contenere le crisi, per prevenirle laddove possibile, infatti era stato anche legato durante un TSO, cosa che aveva confermato, a suo modo di vedere, i deliri persecutori. Molti lettori forse non sanno che l’elettroshock viene usato ancora in molti servizi psichiatrici di diagnosi e cura e Cliniche private. E che la contenzione fisica (legare la persona al letto, anche per giorni) è ancora una pratica disumana utilizzata.

Tuttavia non si può neanche affermare che ogni omicida o chiunque trasgredisca la legge non debba riparare la collettività con la detenzione -al fine- naturalmente, di un reinserimento sociale. Non si deve criminalizzare il disagio psichico né scambiare ogni reato con un problema di salute mentale, ma distinguere le situazioni; è un compito multidisciplinare complesso, ma per questo ci sono figure professionali specifiche. Penso che occorra svolgere una analisi approfondita del profilo psicologico e psichico e della vita della persona, col tempo che serve, e non in una o due sedute, per comprendere appieno il significato di quel gesto, e restituire alla persona la responsabilità di quel gesto. Non si tratta certo di giustificare, ma comprendere che occorre cambiare la narrazione della semplificazione e della demonizzazione.

[1] A proposito di Gianluca Paul Seung, 35enne che uccise la dottoressa Barbara Capovani, responsabile dell'unità funzionale Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Pisa, colpendola alla testa con un corpo contundente: https://www.pisatoday.it/cronaca/perizia-psichiatrica-gianluca-paul-seung-omicidio-capovani-pisa.html.

[2] http://www.conferenzasalutementale.it/2023/05/03/applicate-la-legge-basaglia-altro-che-riaprire-i-manicomi-gisella-trincas-unasam-intervistata-da-vita/

 

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sabato 2 marzo 2024

I màrtiri di Gaza non smettono di crescere

 


articoli e immagini di Notangelo, Ilan Pappe, Paolo Voltolini, Piero Orteca, James North, Julian Macfarlane, Andrea Puccio, Raniero La Valle, Susan Abulhawa, Eric Salerno, Tommaso Di Francesco, Giulia Bertotto, Vittorio Bruni



È il buio prima dell’alba, ma il colonialismo di insediamento israeliano è alla fine – Ilan Pappe

L’idea che il sionismo sia un colonialismo di insediamento non è nuova. Gli studiosi palestinesi che negli anni ’60 lavoravano a Beirut nel Centro di Ricerca dell’OLP avevano già capito che quello che stavano affrontando in Palestina non era un progetto coloniale classico. Non inquadravano Israele solo come una colonia britannica o americana, ma lo consideravano un fenomeno che esisteva in altre parti del mondo, definito come colonialismo di insediamento. È interessante che per 20-30 anni la nozione di sionismo come colonialismo di insediamento sia scomparsa dal discorso politico e accademico. È tornata quando gli studiosi di altre parti del mondo, in particolare Sudafrica, Australia e Nord America, hanno concordato che il sionismo è un fenomeno simile al movimento degli europei che hanno creato gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica. Questa idea ci aiuta a comprendere molto meglio la natura del progetto sionista in Palestina dalla fine del XIX secolo ad oggi, e ci dà un’idea di cosa aspettarci in futuro.

Credo che questa particolare idea degli anni ’90, che collegava in modo così chiaro le azioni dei coloni europei, soprattutto in luoghi come il Nord America e l’Australia, con le azioni dei coloni che arrivarono in Palestina alla fine del XIX secolo, abbia chiarito bene le intenzioni dei coloni ebrei che colonizzarono la Palestina e la natura della resistenza locale palestinese a quella colonizzazione. I coloni seguirono la logica più importante adottata dai movimenti coloniali di insediamento, ossia che per creare una comunità coloniale di successo al di fuori dell’Europa è necessario eliminare gli indigeni del Paese in cui ci si è stabiliti. Ciò significa che la resistenza indigena a questa logica è stata una lotta contro l’eliminazione e non solo di liberazione. Questo è importante quando si pensa all’operazione di Hamas e di altre operazioni di resistenza palestinese fin dal 1948.

Gli stessi coloni, come nel caso di molti europei che arrivarono in Nord America, America Centrale o Australia, erano rifugiati e vittime di persecuzioni. Alcuni di loro erano meno sfortunati e cercavano semplicemente una vita e delle opportunità migliori. Ma la maggior parte di loro erano emarginati in Europa e cercavano di creare un’Europa in un altro luogo, una nuova Europa, invece dell’Europa che non li voleva. Nella maggior parte dei casi, hanno scelto un luogo in cui viveva già qualcun altro, i nativi. Quindi il nucleo più importante tra loro era quello dei leader e ideologi che fornivano giustificazioni religiose e culturali per la colonizzazione della terra di qualcun altro. A questo si può aggiungere la necessità di affidarsi a un Impero per iniziare la colonizzazione e mantenerla, anche se all’epoca i coloni si ribellarono all’Impero che li aveva aiutati e chiesero e ottennero l’indipendenza, che in molti casi ottennero e poi rinnovarono l’alleanza con l’Impero. Il rapporto anglo-sionista che si è trasformato in un’alleanza anglo-israeliana è un esempio.

L’idea che si possa eliminare con la forza il popolo della terra che si vuole, è probabilmente più comprensibile – non giustificata – sullo sfondo dei secoli XVI, XVII e XVIII, perché andava di pari passo con la piena approvazione dell’imperialismo e del colonialismo. Era alimentato dalla comune disumanizzazione degli altri popoli non occidentali e non europei. Se si disumanizzano le persone, è più facile eliminarle. L’aspetto unico del sionismo come movimento coloniale di insediamento è che è apparso sulla scena internazionale in un momento in cui le persone di tutto il mondo avevano iniziato a ripensare il diritto di eliminare gli indigeni, di eliminare i nativi e quindi possiamo capire lo sforzo e l’energia investiti dai sionisti e successivamente dallo Stato di Israele nel cercare di coprire il vero obiettivo di un movimento coloniale di insediamento come il sionismo, che era l’eliminazione dei nativi.

Ma oggi a Gaza stanno eliminando la popolazione nativa davanti ai nostri occhi, quindi come mai hanno quasi rinunciato a 75 anni di tentativi di nascondere le loro politiche di eliminazione? Per capirlo, dobbiamo apprezzare la trasformazione della natura del sionismo in Palestina nel corso degli anni…

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Il colonialismo e la Palestina – Paolo Voltolini

Mettiamola così: se della gente venisse a casa vostra un giorno, se avessero fucili, granate, bombe e dicessero: “Questa è casa nostra ora ma non preoccupatevi, siamo magnanimi potete vivere in soffitta o nel seminterrato e se volete spostarvi tra la soffitta e il seminterrato sarete soggetti a umilianti controlli, a perquisizioni corporali, qualcuno dei vostri magari sarà arrestato, di più, se vi troveremo in cucina vi uccideremo”, guardereste a questa gente con gentilezza? Pensereste che abbiano a cuore i vostri interessi? Pensereste che la risoluzione di partizione che vi ha concesso di vivere nel seminterrato o in soffitta quando prima avevate tutta la casa, sia una risoluzione buona e giusta? Certo che no! Accettereste di essere dipinti, stigmatizzati, rappresentati come terroristi o guerrafondai se volete battervi contro questa situazione che vi ha costretto in cattività nel vostro seminterrato, nella vostra soffitta? Certo che no.
Accettereste, come popolo cacciato dalle vostre case, dalle vostre terre, costretto in una parte sempre più piccola della Palestina, di fare la pace con quelli che occupano il soggiorno, la cucina, le camere e il bagno?

La lotta palestinese è la resistenza contro questo stato di cose, contro il fascismo razzista, colonialista e terrorista dello Stato di Israele, uno Stato fondato sull’assunto “una terra senza popolo per un popolo senza terra2, il che ha significato la totale negazione di chi già viveva in quelle terre.
La pulizia etnica del ’47-48 è la diretta conseguenza della mistificazione originaria operata dal Sionismo. Israele è uno Stato concepito su base etnica, sulla continua espropriazione di terra e risorse, sulla violenta, violentissima repressione di ogni istanza di liberazione palestinese. Il ricorso alla guerra, ai bombardamenti, a ogni forma di devastazione e di annientamento della vita dei palestinesi è sistematico, pianificato e, quel che è infame per ciò che ci riguarda, sostenuto ipocritamente dai suoi amici e alleati, Italia compresa e sempre in prima fila nell’assecondare e giustificare di fatto ogni azione, anche la più turpe.

Israele, lo vediamo da decenni, fa uso del terrore a piene mani, lo rivendica perfino legittimandolo col racconto biblico, il popolo eletto, la Terra promessa, il riferimento compiaciuto e paradigmatico allo sterminio di Amalek, fatto pubblicamente dallo stesso primo ministro israeliano.

La realtà viene ribaltata, il linguaggio oscenamente mistificato, l’anima venduta alla sporcizia di una storia scritta, narrata e imbevuta nel sangue degli oppressi, definiti di volta in volta animali, barbari, primitivi, senza anima, oggi terroristi. La disumanizzazione dell’altro, degli altri, è l’essenza di ogni colonialismo, che sia di rapina, sfruttamento, o di insediamento.

Noi occidentali riconosciamo lo sterminio degli ebrei avvenuto sul territorio europeo, abbiamo istituito la Giornata della memoria, i 6 milioni di vittime comprensive di ebrei, rom e Sinti, disabili, gay, oppositori politici, prigionieri di guerra, sono un macabro numero acquisito, interiorizzato, ma, badate bene, in quanto attribuibile alla follia nazionalsocialista del regime hitleriano. Concepito quest’ultimo come una mostruosa parentesi nel percorso di progressiva emancipazione della storia europea e non, viceversa, come la sua inconscia, mai ammessa e mai elaborata, ombra nera. Che invece si dispiega, con continuità, nel secolare colonialismo agito dal mondo anglosassone, da Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo e, buona ultima, ma solo in termini cronologici, l’Italia. Quando parliamo di colonialismo, parliamo della linfa vitale di una modernità inestricabilmente legata alla rapina, ai massacri, agli stermini in ogni parte del globo.

Aime Cesaire scrive una riflessione illuminante in Discorso sul colonialismo:

“Bisognerebbe innanzitutto studiare in che modo la colonizzazione contribuisce a decivilizzare il colonizzatore, ad abbrutirlo nel vero senso della parola, a degradarlo, a risvegliare in lui quegli istinti reconditi di cupidigia, di violenza, di odio razziale, di relativismo morale e mostrare come, ogni volta che in Vietnam si taglia una testa o si strappa un occhio e in Francia lo si accetta; ogni volta che una ragazzina viene stuprata e in Francia lo si accetta; ogni volta che un malgascio subisce un supplizio e in Francia lo si accetta vi sia una conquista della civiltà che pende dal suo peso morto, il verificarsi di una regressione universale, l’infiltrazione di una cancrena, l’estendersi di un focolaio di infezione; e come in fondo a tutti i trattati violati, a tutte le bugie diffuse, a tutte le spedizioni punitive tollerate, a tutti i prigionieri legati e ‘interrogati’, a tutti i patrioti torturati, in fondo a questo incoraggiamento dell’odio razziale e dell’ostentazione dell’arroganza vi sia il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro, dell’imbarbarimento del continente. E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata improvvisamente da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori creano, si perfezionano, discutono intorno alle macchine di tortura. Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: ‘Com’è strano! Ma sì, è il nazismo, passerà anche questo!’. E si aspetta, e si spera; e si nasconde a se stessi la verità, che siamo di fronte alla barbarie, ma a una barbarie suprema, quella che corona e riassume la quotidianità di tutte le barbarie; che si tratta di nazismo, certo, ma che prima di esserne le
vittime ne siamo stati dei complici; che quel nazismo lo si è sostenuto prima di subirlo, lo si è assolto, si è chiuso un occhio, lo si è legittimato, perché, sino a quel momento, era stato esercitato con i popoli non europei; che quel nazismo lo si è alimentato, se ne è responsabili, e che sgorga, penetra, sgocciola, prima di inondare con le sue acque insanguinate tutte le fessure della civiltà occidentale e cristiana…”.

Il colonialismo di insediamento dello Stato di Israele si inserisce nella storia che, a partire dal 1492, contraddistingue il nostro mondo, la nostra civiltà. Non esiste una giornata della memoria sul colonialismo, nemmeno si immagina di parlarne, è come il quadro di Dorian Gray che deve rimanere nascosto sotto una tela, invisibile, ma che, una volta scoperto, mostra tutto il suo cuore di tenebra. In Occidente il colonialismo non è mai stato elaborato, mai guardato in faccia, mai davvero riconosciuto, al contrario sempre minimizzato, “gli abbiamo fatto le strade”, “italiani brava gente”, ecc. Questa è una delle ragioni per cui il nostro mondo mediatico-politico-accademico e militare non ce la fa proprio a dire la verità su Israele e le sue pratiche genocide. Anzi, ne è complice, a piene mani, naturalmente non solo per la ragione appena detta, vi sono consistenti motivazioni legate alla intensa collaborazione in diversi campi sensibili, sicurezza, controllo, sorveglianza, alta tecnologia, intelligenza artificiale e via dicendo. Insomma, la modernità, questo tipo di modernità e di progresso si sposa perfettamente con la guerra permanente. Vince il più forte, per gli altri lo spazio è ridotto.

Bene, questo spazio ridotto però non è vuoto, al contrario, per chi vuole guardare e ascoltare attentamente, empaticamente, è pieno della dignità del popolo palestinese, del suo orgoglio, della sua determinazione. Dignità, orgoglio, determinazione, come forma di lotta, di resistenza, di speranza dei popoli oppressi. Dice benissimo una compagna: “Chi vuole vedere una Palestina pacifica dovrà parlare prima di tutto di una Palestina libera”.

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