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domenica 11 febbraio 2018

Due burattini al bar



Giosuè Camboni e Peppino Pittiolu sono preoccupati, fra un po’ devono lasciare casa e se non ne trovano un’altra trascorreranno la vecchiaia in un garage puzzolente e polveroso, se pure riescono a trovarlo.



Hanno aperto una pagina facebook (qui), per dare informazioni e raccogliere un po’ di calore umano, in questo inverno del loro (e nostro) scontento, sperando che qualcuno trovi una casa per tutta la famiglia.
Nel mondo ci sono tanti musei di burattini e marionette (ecco qui una piccola lista), che sono come ospizi per burattini e marionette, dopo che hanno finito di lavorare, solo a Cagliari non se ne sa niente, a Parma (qui) è il museo più visitato della città.
ecco la pagina facebook de Is Mascaredddas: https://www.facebook.com/ismascareddas/.
qui le immagini della conferenza stampa, per denunciare la chiusura del teatro della compagnia.
ecco un dibattito alla radio e un articolo sulla stampa locale (qui e qui)

domenica 8 ottobre 2017

A "Incanti" il capolavoro di Is Mascareddas, quando anche i pupazzi hanno un'anima - Alfonso Cipolla

Diciamolo subito, "Venti contrari" della compagnia Is Mascareddas è un capolavoro. È un vertice del teatro di figura italiano. Difficile trovare qualcosa di simile per intelligenza, concezione teatrale, capacità evocativa, bellezza delle figure e profondità di pensiero. È un teatro d’arte che muove da una sensibilità straordinaria maturata in decenni di dedizione a un teatro a volte ingrato - per difficoltà di visibilità, riconoscimento e distribuzione - ma dal fascino irresistibile. Un teatro concepito dalla compagnia come costante superamento e banco di prova.
Qui il teatro è davvero dare “anima” alle figure, che non vuol dire dare loro movimento, ma far percepire una vita e un vissuto reale, dove il presente della scena rimanda a un prima e a un dopo.

La Sardegna, da dove provengono e operano Donatella Pau e Tonino Murru de Is Mascareddas, non possiede una tradizione di marionette e burattini: un limite e una forza che ha spinto i due artisti a rintracciare in quella loro terra radici e suggestioni possibili. Nella loro ricerca si sono imbattute nelle sorelle Giuseppina e Albina Coroneo, ideatrici di pupazzi in panno, ma meglio sarebbe chiamarle scultrici, che nell’immediato dopoguerra abbandonano la tradizione folcloristica sarda per ricrearla in un rarefatto lirismo fatto di attesa e di desolazione.
Quelle creature, impregnate di un potente realismo, sono ora diventate teatro, specchio della condizione umana residua dopo una catastrofe o una guerra. Ma non basta, vanno oltre, si trasformano in veicolo e viatico per fare immergere gli spettatori in una dimensione atemporale di sospensione, per auscultare la solitudine, la vecchiaia, la disperazione, l’attesa senza scampo.

Il pubblico è collocato a ridosso dello spazio scenico: un grande quadrato di terra riarsa dove l’immobilità delle figure sembra sfidare la tenacia della roccia e dell’ulivo. Basta un minimo movimento per far deflagrare la vita, per trasportare in situazioni, per essere testimoni e attori ad un tempo. I personaggi disseminati nella scena incarnano un attimo estremo, un dramma, che pare eterno e pur sempre rinnovato, in una ciclicità che è sfida senza vincita. A condurre la scansione di un tempo non-tempo sono due animatrici - anche loro in attesa ai lati della scena - quali vestali di un rito ipnotico e lancinante, di una tale tragicità che entra nella pelle e si radica feroce nell’immaginazione. Non c’è catarsi, ma solo sgomento.
Grande spettacolo, che fa propri echi di Kantor e di Beckett, distillati attraverso una poetica rigorosissima di un nitore abbagliante.
L’unico vero rammarico è che questo tesoro sia destinato a non essere visto: poche repliche ha fatto e forse più nessuna ne farà: per disattenzione, supponenza e pregiudizio. Il teatro “ufficiale” non si accorgerà mai dell’esistenza di questo – lo ripeto – capolavoro che meriterebbe invece di ricevere tutti i massimi riconoscimenti possibili.
 
Per chi volesse tuffarsi in extremis nel mondo artistico de Is Mascareddas si segnala fino al 7 ottobre la seducente mostra di Donatella Pau Impensamentadas (ovvero “pensierose” in sardo). Nella Caffetteria della Casa del Teatro Ragazzi è stato ricavato un antro immerso nella penombra dove sono esposti busti e ritratti femminili al pari di frammenti di antiche madonne lignee o di “conocchie” di sante. Entrare lì dentro, possibilmente nella solitudine, è davvero un tuffo in un mondo parallelo. Quelle sculture sono figure mute eppure pronte a parlare, a disvelare la storia che custodiscono, per uno spettacolo che può solo consumarsi nella mente. Non a caso il sottotitolo dell’esposizione è “ognuna ha la sua vita”. Un autentico incantamento.
 
"Venti contrari. Omaggio a Giuseppina e Albina Coroneo", compagnia Is Mascareddas; animazione Donatella Pau e Cristina e Papanikas, musiche originali Tomasella Calvisi, progetto costumi e scene, scultura e pittura figure Donatella Pau, costruzione scene e figure Antonio Murru, Donatella Pau, Fabio Atzeni, disegno luci  Loic Hamelin.
Visto alla casa del Teatro Ragazzi per la XXIV edizione di Incanti, festival internazionale di teatro di figura.

da qui


QUI alcune interessanti recensioni di qualche anno fa

martedì 20 ottobre 2015

Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei Cieli – Gigio Brunello



Capita, a volte, di vedere uno spettacolo che non ti lascia più. L'ultima volta mi è capitato qualche giorno fa, un opera d’arte di burattini, scritta da Gigio Brunello, e questa volta in baracca c’era Alberto De Bastiani, che ha sostituito Gigio Brunello, infortunato.
Due pazzi, Gesù e Pinocchio sono in due celle adiacenti, e si parlano.
Entrambi sono creduloni, uno crede di essere figlio di Dio, l’altro crede alle fate, entrambi sono in galera per storie di soldi, entrambi non vedono l’ora di uscire, intanto diventano amici, si danno appuntamento in un’osteria sul lago Tiberiade, dove si mangia benissimo.
Forse non si rivedranno più, ma le parole che si scambiano in cella, quegli sguardi (i burattini hanno sguardi), non possono non arrivare alla testa e al cuore, a chi non succede occorre una visita specialistica seria, se è ancora vivo.
Questo spettacolo capiterà vicino a casa vostra, forse, un giorno, non fatevelo sfuggire per nulla al mondo (E speriamo esista il dvd).
Di sicuro chi l’ha scritto è un pazzo, racconta la storia di due pazzi, è recitato da un pazzo, viene organizzato da una compagnia di pazzi all'interno di un festival desolatamente deserto (il perché del vuoto è un altro discorso, riguarda lo spirito del tempo).
Gesù diceva di non dare le perle ai porci, quei pazzi lì, burattini, artisti e organizzatori, non lo ascoltano.
Dice Carlo Dossi: “I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi” - franz




Baracca e burattini si prestano, con coraggiosa irriverenza, a diventare lo scenario inedito di un colloquio tra il burattino più famoso del mondo e il Figlio dell'Uomo, intorno a una delle più toccanti beatitudini del Vangelo, quella che rende omaggio ai perseguitati a causa della giustizia. Gesù è Pinocchio ci sorprendono per quante cose hanno da dirsi, non si fermerebbero più, parlano, parlano, dietro le sbarre, attraverso i muri.
da qui


ecco Gesù e Pinocchio prima di andare in prigione:



martedì 9 dicembre 2014

Venti contrari - Is Mascareddas

ho visto due volte lo spettacolo, la seconda volta meglio.
dice Nicolás Gómez Dávila: "Appartengono alla letteratura tutti i libri che si possono leggere due volte".
qui vale lo stesso, se lo vedi due volte (e non per dovere), allora è Arte - franz

ecco la recensione di Adele:

“Dipinte in queste rive
Son dell'umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.”
(La ginestra, G. Leopardi)
Un suolo impervio e bianco: ceneri infeconde, impetrata lava. Un’atmosfera irreale, da “The day after”.

"Dieci personaggi in cartapesta, fil di ferro, stoffa, abiti poveri, capigliature scomposte, animati a vista da Donatella Pau e Mimmo Ferrari. Dei sopravvissuti: il loro respiro affannoso si mescola a brandelli di canzoni che un tempo forse li aveva resi felici, tanghi e milonghe, a frammenti portati dal vento di canzonette di festa paesana e di organetti. Si muovono a fatica, per farsi dispetti tra loro, per rubarsi, per noia o per stizza, i pochi oggetti che sono loro rimasti (una trottola, un pezzo di giornale, un sonaglio con una coda d’animale).
Un uomo pare trattenuto dentro una cornice di legno. Forse vorrebbe uscire ma non riesce a prendere questa decisione. Chiama a sé gli altri con bisbigli e cenni, ma nessuno lo ascolta. Resta inchiodato alla solitudine.
Una donnina secca con le scarpe rosse, agitando un fazzoletto anch’esso rosso, prova a giocare, a ballare, a provocare gli uomini, a stare in equilibrio su una pentola ammaccata. Ma i suoi tentativi falliscono sempre.
Una signora elegante che sembra dormire per gran parte dello spettacolo, con un ombellino, i guanti di pizzo nero ed un abito curato, eccezione nel desolato panorama, seduta su una seggiolina di paglia, talvolta si alza a fatica e prova vanamente a trattenere una marionetta appesa (la sorella morta? Gli affetti? La Vita? Il Tempo?) blandendola con carezze, tenendola per mano, pulendole l’abito con gesti affettuosi, tirandola a terra.
Una vecchina lacera con un bastone attraversa faticosamente la scena in diagonale, con i venti contrari che la sospingono indietro ad ogni passo, e finalmente arriva là dove intendeva arrivare, conficcando il suo bastone in un masso, una meta apparentemente irrilevante.
Lo scemo del paese, con le labbra penzoloni, si guarda nella pentola d’alluminio, quasi fosse uno specchio, e battendosi il petto dice ripetutamente “Eo, deo!” (“Io”, in sardo,da “Ego” latino). Continuerà a dirlo per tutto lo spettacolo tra balbettii insulsi, frasi smozzicate, gesti ripetuti nevroticamente. Solo lui, l’idiota benedetto, sembra possedere la chiave dell’enigma. E’ lui ad allestire una social catena, che riesce a coinvolgere anche se solo per un attimo l’uomo della cornice, per sollevare lo spazzino caduto rovinosamente a terra per il vento incessante. E’ lui ad incitare, terminato il pericolo, a rialzarsi. E’ lui, spesso, a restituire i poveri oggetti in scena a chi gli pare averne necessità in quel momento.
La regista Karin Koller nel libretto di sala scrive “Ci interessava capire cosa resta quando non c’è più niente”: a mio avviso ciò che resta è il gesto etico della donna che cammina ostinatamente in mezzo ai venti contrari e l’Io dell’Idiota, spogliato dall’egotismo e dal “forsennato orgoglio”: l’Essenza dell’umano.
Uno spettacolo forte, di grande impatto emotivo, dovuto anche al fatto che gli spettatori sono seduti su tre lati intorno alla scena, e grazie alla tessitura sonora di Tomasella Calvisi, che ha ideato, elaborato e realizzato tutti i suoni presenti nello spettacolo. Uno spettacolo che vuole essere un omaggio alle sorelle Coroneo, artiste cagliaritane, attive prima e dopo la seconda guerra mondiale. Donatella Pau ha realizzato i suoi pupazzi ispirandosi ai disegni delle Coroneo, le quali hanno disegnato questi personaggi subito dopo la guerra, traendo ispirazione della Cagliari appena uscita dai bombardamenti.
Uno spettacolo bello e duro, ma non disperato."


sito dedicato alle sorelle Coroneo:  http://www.sorellecoroneo.org/