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venerdì 19 giugno 2026

Epstein, Barak, Chomsky e gli altri: l’eugenetica delle élite - Tahar Lamri


Oltre che uno stupratore di donne e bambine e un ricattatore seriale, Jeffrey Epstein era un ideologo della superiorità razziale. Con la sua cerchia di interlocutori perseguiva una lucida visione eugenetica.

Non è uno scandalo come gli altri. I file Epstein – le migliaia di pagine di email, trascrizioni e registrazioni audio rilasciate tra la fine del 2025 e il febbraio del 2026 – raccontano, sì, di potere, soldi e violenza sessuale. Ma raccontano anche, e forse prima di tutto, di un pensiero che circolava tra le menti più celebrate dell’Occidente accademico e politico: un pensiero sulla gerarchia umana, sulla qualità del materiale biologico, sulla possibilità – anzi, sulla necessità – di selezionare, controllare e migliorare la composizione delle popolazioni. In una parola: eugenetica. Solo che nessuno la chiamava così.

La registrazione della conversazione tra Ehud Barak, ex Primo Ministro di Israele, Jeffrey Epstein e l’ex Segretario al Tesoro americano Larry Summers – tre ore e mezza, privata, apparentemente del 2015 – è diventata la porta d’ingresso su questo universo.

La registrazione Epstein-Barak: gerarchia etnica in forma di strategia

Nella registrazione con Epstein e Summers, Barak non perde tempo in preamboli. Si trova a parlare di ciò che chiama “la sfida demografica di Israele nel lungo periodo” e il suo ragionamento procede con la naturalezza di chi esprime opinioni che non ha mai avuto ragione di nascondere.

Il punto di partenza è una constatazione numerica: la popolazione araba di Israele è passata da circa il 16% di quarant’anni prima, all’attuale 20% (all’epoca della conversazione). A questo si aggiunge la crescita demografica degli ebrei ultraortodossi (haredim), che Barak considera – con la sua tipica franchezza laico-–militare – un altro peso improduttivo per lo Stato. Il problema, come lo vede lui, è di bilanciamento.

La sua soluzione si articola su tre assi. Primo: immigrazione selettiva, in particolare di ebrei russofoni dalla Russia. Secondo: conversione di massa all’ebraismo, previa demolizione del monopolio del rabbinato ortodosso sulle procedure di conversione. Terzo: una gerarchia esplicita all’interno della cittadinanza arabo-israeliana: drusi in cima (“totalmente israeliani nel loro comportamento”), cristiani arabi al secondo posto (“hanno un sistema educativo migliore del nostro”), musulmani implicitamente in fondo.

Ma il passaggio più rivelatore – quello che ha suscitato lo scandalo maggiore – riguarda la storia dell’immigrazione ebraica stessa. Riferendosi all’ondata di immigrazione post-1948 dal Nord Africa e dal mondo arabo, Barak dice: “Fu una sorta di ondata di salvataggio dal Nord Africa, dal mondo arabo o quel che sia. Presero qualunque cosa arrivasse; ora possiamo essere selettivi.”

E ancora: “Possiamo controllare la qualità molto più efficacemente, molto più di quanto facessero i fondatori di Israele.”

La parola qualità applicata a esemplari umani. Il termine “selettivi” per descrivere una politica migratoria verso i propri correligionari. Queste affermazioni sono state riportate e analizzate da Middle East Eye, Al Jazeera, Times of Israel e Ynet News. E, sullo sfondo, la valutazione implicita – e storica – dell’immigrazione mizrahi (ebrei del Nord Africa e del Medio Oriente) come immigrazione di serie B, accettata per necessità, non per scelta.

La questione ashkenazita: un eurocentrismo fondativo

Per capire il peso di simili parole, occorre conoscere la storia che vi sta sotto. Israele non è mai stato uno Stato omogeneo. Fin dalla sua fondazione nel 1948, la sua leadership politica, militare e culturale fu quasi interamente ashkenazita – ovvero di origine ebraica dell’Europa orientale e centrale. Ben-Gurion, Golda Meir, Begin, Peres, Rabin, Barak stesso, sono tutti parte di quella tradizione.

Questa élite portava con sé i valori, i pregiudizi e il senso di superiorità culturale dell’Europa orientale ebraica. Il sionismo laburista – il movimento politico che costruì le istituzioni dello Stato – era profondamente eurocentrico: immaginava Israele come una “villa nel deserto”, un avamposto della civiltà occidentale in un Medio Oriente arretrato. Gli ebrei orientali – i mizrahi, i sefarditi del Nord Africa, dello Yemen, dell’Iraq, della Siria – erano visti con ambivalenza. Erano fratelli di fede, sì, ma portatori di una cultura sospettata di arretratezza, contiguità con il mondo arabo e inadeguatezza al progetto modernista.

Le prove storiche di questa discriminazione sono abbondanti e documentate. Negli anni ’50 del Novecento, decine di migliaia di bambini yemeniti e nord-africani scomparvero dagli ospedali israeliani: morirono, disse lo Stato, di malattia. Decenni dopo, commissioni d’inchiesta hanno accertato che molti furono dati in adozione ad ashkenaziti senza il consenso delle famiglie, nel quadro di un’ideologia che considerava i bambini orientali “recuperabili” solo se sottratti alla loro cultura d’origine. Fu uno dei crimini fondativi più taciuti della storia israeliana.

Gli immigrati nord-africani arrivati negli anni ’50 furono instradati verso le ma’abarot – tendopoli di transito – e poi verso le “città di sviluppo” nelle periferie del deserto, lontano dal centro del paese. La segregazione non era formale – non c’era apartheid giuridico tra ebrei – ma era reale, strutturale, e si tradusse in decenni di sottorappresentazione politica, economica e culturale dei mizrahi.

Quando Barak dice che i fondatori “presero qualunque cosa arrivasse”, sta inconsapevolmente – o consapevolmente – riproducendo quella stessa narrativa. Il giornalista israeliano Rogel Alpher su Haaretz ha fotografato la cosa con precisione chirurgica: Barak parlava “come se fosse membro di un comitato di ammissione di una comunità residenziale israeliana”.

L’idea della conversione di massa come ingegneria etnica

Ancora più elaborata è la proposta di conversione di massa. Barak vuole che Israele apra le porte a un altro milione di immigrati russofoni – molti dei quali non ebrei secondo la halacha, la legge religiosa – e li integri attraverso un processo di conversione semplificato, svuotando il rabbinato ortodosso del suo potere di veto.

L’idea che un ex Primo Ministro abbia proposto a Putin di “inviare un altro milione di russi” è di per sé straordinaria. Il rabbino Pinchas Goldschmidt, ex rabbino capo di Mosca, ha raccontato al Forward di aver ricevuto già decenni fa una proposta simile, mediata dall’allora ministro Haim Ramon, e di averla respinta: “La halacha non parla in cifre. Non c’è un numero in alto e non c’è un numero in basso. La halacha parla di standard e condizioni”. Più tardi, scoprì che la stessa idea era stata discussa con Epstein.

Il dettaglio più inquietante è il riferimento alle “ragazze giovani” della prima ondata russa degli anni ’90, pronunciato con Epstein che ridacchia sullo sfondo. In un documento che riguarda un pedofilo convinto e un trafficante seriale di giovani donne, quel dettaglio non è innocuo. È il momento in cui la conversazione demografica si rivela immersa in un contesto di mercificazione dei corpi femminili – dove le donne russofone vengono citate sia come ingrediente del piano demografico, sia come oggetto di desiderio.

Jeffrey Epstein: l’eugenista che si comprava le menti

Per capire il ruolo di Epstein in tutto questo, bisogna liberarsi dall’immagine del semplice pedofilo ricco. Epstein era questo, certamente – un criminale seriale, uno stupratore di bambine – ma era anche altro: era un ideologo. Aveva una visione del mondo, e usava il suo denaro per finanziarla, per diffonderla e attirarsi intorno le menti che potevano darle legittimità accademica.

La sua ossessione centrale era l’eugenetica. Secondo il New York Times, Epstein ambiva a “seminare la razza umana” con il suo DNA impregnando donne nel suo ranch del New Mexico. Aveva parlato di voler far congelare il suo cervello e il suo pene alla morte, per essere riportato in vita nell’era del transumanismo. Finanziò il lavoro di George Church, genetista di Harvard, che stava sviluppando un’app per abbinare i partner in base alla compatibilità genetica. Discusse con biologi evoluzionisti e neuroscienziati della possibilità di modificare i geni responsabili della “memoria di lavoro”. Usava il termine “altruismo genetico” per dare una vernice filantropica a ciò che era, nei fatti, eugenetica classica.

Edge: il salotto dove la pseudoscienza diventava mainstream

Il vettore principale attraverso cui Epstein si inserì nel mondo intellettuale fu Edge, il salotto fondato dall’agente letterario John Brockman negli anni ’90. Come ha ricostruito la giornalista Virginia Heffernan – che ne fu membro – Edge si presentava come il luogo dove le menti più brillanti del mondo si incontravano per discutere le grandi questioni del tempo. Tra i suoi membri figuravano Richard Dawkins, Steven Pinker, Daniel Dennett, Marvin Minsky, Martin Nowak, Robert Trivers. Ma il vero padrone di casa, quello che pagava, finanziava e attirava a sé le menti di punta, era Epstein.

I file rivelano email in cui il finanziere discute di “gerarchia razziale” con scienziati del suo cerchio. Coltivava relazioni con figure della destra alternativa online. Discusse con i suoi interlocutori scientifici della “utilità del fascismo”.

L’investimento più grande – 9,1 milioni di dollari tra il 1998 e il 2008, di cui 6,5 milioni in un’unica tranche nel 2003 – andò al Program for Evolutionary Dynamics di Harvard, diretto dal matematico-biologo Martin Nowak. Come ha scritto la storica della scienza Naomi Oreskes su Scientific American: “Epstein era un eugenicista dell’era moderna la cui ossessione era legata all’illusione delirante di seminare la razza umana con il proprio DNA. Ciò che peggiora le cose è che concentrasse la sua generosità sulla ricerca sulla base genetica del comportamento umano”.

Il transumanismo come eugenetica presentabile

C’è un filo che lega il pensiero di Epstein alla Silicon Valley contemporanea: a Elon Musk, a Peter Thiel, alle fantasie di “miglioramento umano” che circolano tra i miliardari tech. Quel filo è il transumanismo: l’idea che la tecnologia possa e debba trascendere i limiti biologici dell’uomo, portando a una nuova specie superiore. Come nella versione classica dell’eugenetica novecentesca, c’è la convinzione che alcuni siano più adatti di altri alla sopravvivenza e alla riproduzione. Solo che invece di razzismo biologico esplicito si parla di “ottimizzazione genetica”, di “editing del DNA” o  di “altruismo evolutivo”.

La differenza con l’eugenetica nazista o americana degli anni ’30 è solo di forma. La sostanza è la stessa: l’idea che ci siano popolazioni “di qualità superiore” da riprodurre e popolazioni “problematiche” da gestire, ridurre o escludere. Che venga espressa in linguaggio da startup tecnologica invece che in lingua tedesca non la rende meno pericolosa.

Il caso Chomsky: il dissidente cooptato

Di tutte le rivelazioni uscite dai file Epstein, quella che ha colpito più duramente la sinistra intellettuale riguarda Noam Chomsky. Il linguista del MIT, 97 anni, autore di Capire il potere e di La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, risulta aver intrattenuto con Epstein una relazione estesa, multiforme e – nonostante le smentite – difficilmente riducibile a un semplice malinteso. Il dossier completo è stato ricostruito dal World Socialist Web Site, dal New Statesman, da CounterPunch e da The Canary.

La portata del rapporto

Le email e i messaggi di testo rilasciati documentano anni di frequentazione. Epstein trasferì 270.000 dollari sui conti di Chomsky o della sua famiglia. Gli offrì l’uso del suo appartamento di Manhattan. Lo invitò sull’isola. Gli mandò kit del DNA nel 2017: una mossa che si inserisce, come è ora chiaro, nella sua ossessione per la raccolta di materiale genetico da individui di spicco intellettuale.

In uno degli scambi più inquietanti, Epstein spinse Chomsky su temi di differenze cognitive tra gruppi razziali e possibilità di editing genetico. La risposta di Chomsky fu quella di un uomo che cerca di resistere alla provocazione: attribuì le disparità misurate nei test cognitivi all’eredità storica del razzismo, non a fattori biologici. Ma poi concesse il terreno su cui Epstein voleva portarlo: disse che se i geni potessero essere modificati, la priorità dovrebbe essere ridurre la “ferocia dedicata” di chi cerca il potere. Epstein aveva ribattezzato il tutto “altruismo genetico”. Quando nel 2016 Epstein gli inviò un link al podcast neonazista The Right Stuff – la stessa rete che avrebbe poi partecipato attivamente al raduno di Charlottesville del 2017 – non risulta che Chomsky abbia interrotto il rapporto.

Il dettaglio forse più imbarazzante riguarda il 2019: quando il Miami Herald pubblicò l’inchiesta sugli abusi di Epstein, Chomsky gli scrisse consigliandogli di ignorare le accuse, descrivendo il trattamento ricevuto come frutto di un’isteria mediatica. “Il modo migliore per procedere è ignorarla”, scrisse. Chomsky esprimeva simpatia a Epstein per “il modo orribile in cui sei trattato dalla stampa e dal pubblico”.

La moglie di Chomsky, Valeria, ha rilasciato una dichiarazione ammettendo “gravi errori di giudizio”: Epstein avrebbe costruito “un racconto manipolatorio” sulla propria innocenza cui Chomsky, in buona fede, avrebbe creduto. Ma lettere come quella in cui Valeria descriveva Epstein come “il nostro migliore amico, intendo l’unico” – o quella in cui Noam concludeva con “come una vera amicizia, profonda e sincera ed eterna da entrambi noi” – sono difficili da ridurre a manipolazione unilaterale.

Come si spiega?

La spiegazione più convincente è strutturale, non psicologica. Chomsky ha sempre creduto che il cambiamento non venisse dalla classe lavoratrice organizzata, ma dall’azione educativa sulle élite. Ha sempre pensato che fosse più utile influenzare chi detiene il potere piuttosto che organizzare chi non lo ha. Questa visione lo portava naturalmente a cercare accesso ai centri del potere, non ad arginarli dall’esterno.

In questo senso, Chomsky e Barak sono speculari: entrambi si muovono in un universo in cui le decisioni che contanosi prendono in privato – in appartamenti di Manhattan, sull’isola di Little St. James, nei salotti di Edge, nelle conversazioni riservate con i capi di Stato. Entrambi accettano, in forme diverse, la logica elitista che Epstein incarnava.

L’imbarazzo della sinistra

La reazione della sinistra intellettuale americana a questa vicenda è stata rivelatrice. Il silenzio è stato la risposta dominante. Jacobin, che nel giugno 2024 aveva celebrato Chomsky come ‘campione intellettuale e morale’, non ha pubblicato un’analisi critica degna di nota. E l’asimmetria – la stessa che Barak ha rivendicato nella sua autodifesa – è essa stessa un problema politico. La critica del potere applicata solo agli avversari smette di essere critica e diventa identità settaria.

Chi altri nella cerchia?

Barak, Chomsky ed Epstein sono le figure centrali di questa vicenda, ma non le sole. Attorno a loro si muove una galassia di nomi che i file continuano a rivelare.

Lawrence Summers

L’ex Segretario al Tesoro di Clinton, ex presidente di Harvard e uno degli architetti della deregolamentazione finanziaria degli anni ’90 era presente nella conversazione con Barak. È lui ad aver introdotto il concetto della terrible demography: l’espressione che nella politica israeliana identifica la crescita demografica palestinese come una minaccia esistenziale. Summers ed Epstein si scambiarono email in modo routinario per anni, secondo il New York Times. Summers era anche alla cena di Harvard del 2004 con Epstein, Dershowitz, Trivers e Pinker: la foto che li ritrae vale più di mille parole.

Il circolo scientifico

Martin Nowak, il matematico finanziato da Epstein con 6,5 milioni di dollari, è solo il caso più eclatante. Ci sono anche: il fisico teorico Lawrence Krauss, presidente del progetto Origins di Arizona State University, che chiedeva consigli a Epstein dopo le proprie accuse di molestie sessuali; la fisica Lisa Randall di Harvard, che scherzava sull’arresto di Epstein in tono affettuoso. Elementi ampiamente ricostruiti da Scientific American nel novembre 2025.

Il denominatore comune non è la consapevole adesione all’eugenetica, almeno non in tutti i casi. È qualcosa di più sottile: l’accettazione del finanziamento, la disponibilità a frequentare il personaggio, la rinuncia a fare domande sulla provenienza del denaro e sulle intenzioni di chi lo elargiva. La cooptazione funziona raramente con la violenza o l’esplicita corruzione. Funziona con la lusinga, la convenienza, il senso di appartenere a una cerchia speciale.

Il corpo come territorio: pedofilia, stirpe e dominio

C’è una dimensione degli Epstein Files che il dibattito pubblico ha faticato a mettere a fuoco, e che invece i relatori speciali del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU hanno avuto il coraggio di nominare senza eufemismi. Nella dichiarazione del 17 febbraio 2026, i relatori scrivono che le prove contenute nei file sono tali da configurare potenzialmente crimini contro l’umanità: schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, femminicidio. La loro analisi aggiunge qualcosa di fondamentale: questi crimini sono stati commessi “in un contesto di ideologie suprematiste, razzismo e misoginia estrema”. Ovvero: c’era una cornice ideologica. C’era un sistema di credenze che li rendeva pensabili, anzi razionali, per chi li pianificava.

È precisamente questa connessione – tra il piano ideologico e quello criminale – che la politologa australiana Melinda Cooper ha contribuito a chiarire. Cooper, il cui lavoro è stato segnalato in Italia da Francesca Coin sul manifesto, propone un’analisi che va controcorrente rispetto alla narrazione prevalente. La versione più diffusa della vicenda Epstein separa nettamente due piani: quello degli abusi sessuali e quello delle idee eugenetiche. Come se fossero due patologie indipendenti presenti nello stesso individuo. Cooper sostiene invece che questa separazione è analiticamente sbagliata: i due piani sono manifestazioni diverse della medesima struttura di pensiero.

L’orda patriarcale e il controllo dei corpi

Per comprendere questa unità profonda, Cooper recupera una categoria freudiana: quella dell’orda primordiale. In Totem e Tabù, Freud descriveva la fantasia arcaica che soggiace alle forme di organizzazione patriarcale del potere: il maschio dominante che si appropria dei corpi femminili per garantire la propria continuità biologica e costruire una discendenza che prolunghi la sua presenza oltre la morte. L’orda, in questa lettura, risponde a un progetto di immortalità attraverso la riproduzione controllata.

Questa griglia, applicata alla vicenda Epstein, rivela qualcosa che il moralismo individuale non riesce a vedere. Il piano di Epstein di fecondare decine di donne nel suo ranch del Nuovo Messico, lungi dall’essere la fantasia di un ricco eccentrico, rappresentava la versione esplicita, spudorata, di una logica che attraversa tutta la sua rete. Il file EFTA02731395 – il diario di una minorenne a cui fu strappato il figlio appena nato – testimonia che questa logica era stata tradotta in pratica. Un progetto di produzione genealogica, in cui i corpi delle ragazze erano il mezzo e la stirpe di Epstein era il fine.

Questa stessa logica, travestita da visione tecnologica del futuro, è riconoscibile nell’ambizione di Elon Musk di moltiplicare la propria discendenza su scala industriale e di usare SpaceX come vettore della propria eredità genetica verso Marte. Non è una coincidenza che sia Epstein che Musk gravitassero attorno agli stessi ambienti intellettuali:– il transumanismo, la rete Edge, la Silicon Valley eugenicista. In tutti questi casi, la fantasia dell’orda si ripresenta in forma moderna: il maschio eccezionale che intende perpetuare i propri geni, usando il corpo delle donne come strumento e la scienza come legittimazione.

Si tratta di un sistema

La comprensione sistemica che Cooper propone risolve un enigma che ha lasciato perplessi molti commentatori: come poteva la stessa rete includere un ex Primo Ministro israeliano che discuteva di ingegneria demografica di Stato, accademici di Harvard che progettavano ottimizzazioni genetiche, un intellettuale di sinistra come Chomsky sedotto dall’accesso all’élite, e abusatori seriali di bambine? Questi soggetti sembrano avere poco in comune, eppure gravitavano attorno allo stesso epicentro.

La risposta è che condividevano, in forme diversamente elaborate e con diversi gradi di consapevolezza, un’ontologia sociale in cui la gerarchia tra esseri umani è naturale e il dominio è il suo esercizio legittimo. In questa visione del mondo, i corpi – in particolare i corpi femminili, e più ancora i corpi delle donne povere, non bianche, provenienti da paesi subalterni – non sono soggetti con diritti e dignità propri: sono risorse. Come ha sintetizzato Cooper, citata in un articolo di CounterPunch, il progetto politico di questa classe è quello di “governare un’economia di padroni e servi”. La rete Epstein era il luogo in cui quel progetto si esercitava senza filtri.

La genealogia intellettuale: da The Bell Curve alle email di Epstein

Questo sistema di idee ha una storia, e ignorarla significa non capire la vicenda. Nel 1994 Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicarono The Bell Curve, un volume che sosteneva l’esistenza di differenze cognitive strutturali tra gruppi razziali. La tesi implicita era di natura eugenetica: il declino cognitivo della specie si combatte scoraggiando la riproduzione dei ceti inferiori e dei gruppi considerati meno dotati. Il libro fu ampiamente criticato dalla comunità scientifica, ma non per questo ignorato; fu bensì recepito, discusso, metabolizzato in quella parte dell’establishment americano che si riconosceva nel cosiddetto “pensiero duro”, quello capace di affrontare “verità scomode”.

Tre decenni dopo, questa genealogia è rintracciabile direttamente nella corrispondenza di Epstein. Nelle email con Chomsky, Epstein citava articoli da The Right Stuff – il podcast legato ai circoli neonazisti che avrebbe contribuito a organizzare il raduno di Charlottesville – come veicolo delle sue tesi sulla “scienza della razza”. Nelle email con Joscha Bach, tecnologo della Silicon Valley, si discuteva apertamente di presunte inferiorità cognitive legate all’appartenenza etnica. Epstein finanziava George Church per sviluppare strumenti di selezione genetica. Finanziava Nick Bostrom, filosofo transumano con una storia documentata di dichiarazioni razziste e legami con Musk, per sviluppare un’organizzazione che Epstein usava come involucro presentabile del suo progetto eugenetico. Il filo è continuo, e non è un caso.

L’elemento che emerge con forza da un’analisi integrata è questo: le ragazze e le bambine trafficate, sottoposte a violenza riproduttiva nel contesto della rete Epstein erano la parte più esposta, il punto in cui l’ideologia si traduceva in pratica corporea. Ma la stessa logica di strumentalizzazione operava, in forme meno visibili e socialmente più accettate, nei dibattiti demografici di Barak, nelle ambizioni genealogiche di Epstein, nelle teorie di ottimizzazione genetica dei ricercatori di Harvard. Il disprezzo per la dignità eguale degli esseri umani funzionava su tutti questi piani simultaneamente, con registri diversi ma con la stessa struttura profonda.

L’eugenetica come logica del potere

Cosa ci dice tutto questo sul momento storico in cui viviamo? Molto. Forse tutto.

L’eugenetica non è mai sparita. È stata messa nella clandestinità dopo Auschwitz: nessuno poteva più parlarne esplicitamente, dopo che il progetto nazista aveva mostrato dove portava. Ma le idee non muoiono, si travestono. Si travestono da “realismo demografico” (come dice Barak), da “eugenetica positiva” e “altruismo genetico” (come dice Epstein), da “ottimizzazione genetica” e “transumanismo” (come nella Silicon Valley). La struttura del pensiero rimane identica: ci sono popolazioni di qualità superiore e popolazioni problematiche; il futuro dell’umanità richiede di amplificare le prime e ridurre o controllare le seconde.

Nel caso israeliano, questo pensiero ha una valenza geopolitica diretta. La domanda demografica – chi avrà la maggioranza numerica tra il Giordano e il Mediterraneo – è reale, e le risposte che se ne danno strutturano le politiche concrete. L’idea di Barak di importare un milione di russi, convertirli pro forma, e usarli come contrappeso alla crescita araba non è fantapolitica: è una proposta seria, discussa con un capo di governo (Putin) e con l’establishment economico americano (Summers). Se fosse stata attuata, avrebbe cambiato radicalmente la composizione della società israeliana.

L’inganno del ‘pensiero duro’

Nel gergo degli ambienti che ruotano attorno alla rete Edge e alla Silicon Valley reazionaria, è diffuso un approccio intellettuale che va sotto il nome di “dark enlightenment”. Un’espressione coniata dal filosofo britannico Nick Land e dal blogger Curtis Yarvin per designare un pensiero che si vuole libero da ogni vincolo egualitario e democratico. In Italia non ha ancora un nome consolidato, ma la sua logica è riconoscibile: rivendicare il coraggio di “dire ciò che non si può dire”, presentando come censura qualsiasi obiezione etica. In questo saggio lo traduciamo con l’espressione “pensiero duro”.

Il pensiero duro è la trappola intellettuale in cui molti di questi personaggi sono caduti. La trappola dell’idea che i “fatti scomodi” debbano essere affrontati senza tabù, a rischio altrimenti di essere dominati da chi lo fa. Questa retorica del coraggio intellettuale serve a screditare preventivamente chiunque sollevi obiezioni etiche. Come ha analizzato Virginia Heffernan nel suo articolo per The Nerve: “Il salon [Edge] ha fatto da tramite tra il denaro miliardario e le menti di maschi dominanti, e insieme, nel corso dei decenni, sono approdati a una filosofia comune: erano predatori naturali, chiamati a sfruttare e sottomettere gli altri.”

Lo specchio europeo: Renaud Camus, Sellner e la remigrazione come eugenetica negativa

C’è un filo che collega il laboratorio ideologico della rete Epstein alla destra identitaria europea, e passa attraverso la stessa ossessione: chi ha il diritto di abitare un territorio, e chi deve essere indotto – o costretto – ad andarsene. È la stessa domanda che Barak formulava in positivo (importare il materiale umano “giusto”) e che il movimento identitario europeo formula in negativo: espellere quello “sbagliato”. Due risposte speculari alla medesima visione del mondo, in cui la composizione etnica della popolazione è un problema tecnico da risolvere attraverso l’ingegneria demografica.

La cornice teorica è quella del Grand Remplacement, la teoria elaborata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo cui le popolazioni europee di origine cristiana starebbero subendo una sostituzione progressiva da parte di immigrati non europei. Camus fornisce la diagnosi. La traduzione in programma politico operativo è opera dell’austriaco Martin Sellner, capo del Movimento Identitario austriaco e oggi figura di riferimento dell’internazionale identitaria europea. Con il suo libro Remigration. Ein Vorschlag (2024) – tradotto e pubblicato in Italia con il titolo Remigrazione. Una proposta nel 2025, da Passaggio al Bosco – Sellner trasforma la parola d’ordine in proposta di legge: rimpatrio “incentivato” o coatto non solo degli irregolari, ma di immigrati con permesso di soggiorno regolare, di naturalizzati, di persone nate e cresciute in Europa. Come ha scritto Annalisa Camilli su Internazionale, quella che si chiama “remigrazione” è, se chiamata con il suo nome, deportazione su base identitaria: la revoca selettiva dell’appartenenza.

La genealogia intellettuale di questo movimento condivide radici con quella della rete Epstein, anche se i percorsi sono distinti. Il Pioneer Fund – la fondazione americana fondata nel 1937 con l’obiettivo esplicito di promuovere la “race science” e il miglioramento della “razza bianca”, classificata come hate group dal Southern Poverty Law Center – ha finanziato per decenni sia la ricerca eugenetica che ha alimentato libri come The Bell Curve, sia le reti di pubblicazioni che hanno nutrito la destra identitaria europea. Come ha ricostruito un’inchiesta di The Conversation, le stesse fondazioni, gli stessi donatori e spesso gli stessi ricercatori circolavano tra le riviste di race science anglosassoni e i movimenti identitari europei. L’eugenetica non ha mai smesso di esistere: ha cambiato editore e indirizzo.

Sul versante della Silicon Valley, il collegamento è ancora più esplicito. Peter Thiel – miliardario libertario presente nella rete di Epstein, finanziatore del transumanista Nick Bostrom e di una costellazione di think tank della destra radicale americana – ha incontrato nel 2016 esponenti del movimento alt-right e white nationalist americano, come documentato da BuzzFeed News. L’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il politico europeo più vicino all’ambiente di Thiel, ha appena fondato un nuovo think tank chiamato Global Shift Institute. Sellner ha annunciato la creazione di un Institute for Remigration con ambizioni transnazionali, dichiarando di essere in contatto con esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. La rete si estende e si consolida.

L’Italia laboratorio per politiche di ingegneria demografica

L’Italia è diventata un laboratorio privilegiato di questi fenomeni. Il Remigration Summit del maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, in provincia di Varese, in un teatro messo a disposizione dal sindaco leghista Andrea Cassani. Sellner lo ha scelto perché l’Italia è considerata “un paese sicuro per un raduno dell’estrema destra”, come hanno riferito gli organizzatori. Tra i relatori: Jean-Yves Le Gallou (ex Front National), Eva Vlaardingerbroek (Olanda), Afonso Gonçalves del gruppo filonazista portoghese Reconquista. A gennaio 2026, la conferenza stampa alla Camera dei Deputati per il lancio della raccolta firme sulla “Remigrazione e Riconquista” – organizzata dal leghista Domenico Furgiuele con CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e Rete dei Patrioti – è stata bloccata dall’opposizione. Ma in ventiquattr’ore la petizione aveva già raggiunto le 50.000 firme necessarie per l’esame parlamentare, come riportato da il manifesto.

La proposta di legge in 24 articoli è un documento rivelatore. Prevede la “remigrazione volontaria o coatta”, l’abolizione del decreto flussi, la revisione del ricongiungimento familiare, un Fondo per la Natalità Italiana riservato “ai veri italiani”, la priorità negli alloggi pubblici e negli asili nido per i soli cittadini italiani. È, nella sua interezza, un programma di ingegneria demografica di Stato – esattamente ciò di cui Barak discuteva con Epstein e Summers, ma con il segno invertito, come detto. La logica che li unisce è identica: la composizione etnica della popolazione vista come un problema tecnico da risolvere con strumenti di selezione.

La differenza tra remigrazione e pianificazione demografica è di metodo e di segno, non di principio. Entrambe condividono la premessa che certe categorie di esseri umani siano elementi di un’equazione demografica piuttosto che soggetti portatori di diritti inalienabili. È la stessa premessa che rendeva pensabile, agli occhi di Epstein, usare corpi di bambine come incubatrici per la propria stirpe. Quando si accetta che la composizione umana di una società sia una variabile da ottimizzare, le conseguenze si moltiplicano in direzioni che – come la storia ha già mostrato – tendono a convergere verso lo stesso punto.

Le registrazioni Epstein ci hanno dato qualcosa di raro: la possibilità di ascoltare i potenti quando credono di parlare tra sé. Senza le mediazioni del discorso pubblico, senza la prudenza del politicamente presentabile, senza la necessità di tenere conto degli “others”. E quello che emerge è un mondo in cui la gerarchia umana è data per scontata, in cui la selezione delle popolazioni è discussa come si discuterebbe di ottimizzare una catena di produzione, in cui il denaro e il potere conferiscono il diritto non solo di dominare gli altri, ma di decidere chi meriti di esistere e in che proporzione, e i cui corpi siano disponibili per essere usati.

Ehud Barak è il prodotto coerente di una cultura politica – il sionismo laburista ashkenazita – che ha costruito il suo Stato sull’esclusione sistematica e sulla gerarchia etnica, e che ha sempre trovato il modo di giustificarla come realismo, necessità, lungimiranza. Jeffrey Epstein era l’incarnazione della logica dell’orda – nel senso freudiano che Melinda Cooper ha riesumato –, il patriarca che usa i corpi delle donne e delle bambine per garantire l’immortalità della propria stirpe, mentre usa le menti degli intellettuali per legittimare il dominio della propria classe. Noam Chomsky è l’esempio paradigmatico di come il pensiero critico possa essere cooptato quando perde il contatto con la prospettiva degli esclusi e cerca il potere invece di organizzare chi ne è privo.

La complicità delle istituzioni

Nel suo assieme, il caso Epstein è anche – forse soprattutto – una storia di impunità istituzionale. Un uomo condannato nel 2008 per crimini sessuali gravi continuò per un decennio a frequentare presidenti, accademici, capi di Stato, ex Primi Ministri. Continuò a finanziare ricerche universitarie. Continuò a discutere di eugenetica con premi Nobel e ministri. E le istituzioni – Harvard, il MIT, Arizona State University, la giustizia americana, i governi israeliano e americano – lasciarono fare.

Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha detto ciò che troppi commentatori ancora esitano a dire: non si tratta di storie di singoli criminali. I crimini furono commessi in un contesto ideologico preciso – suprematismo, razzismo, misoginia estrema – che ha reso possibile, per decenni, l’impunità. Le sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare, e le protagoniste del #metoo che le hanno precedute, hanno riconosciuto prima di tutti il mondo che stava rinascendo. 

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mercoledì 29 aprile 2026

Grazia o non grazia - Thomas Mackinson

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno - Thomas Mackinson

Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.

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Minetti ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia – Thomas Mackinson

Il bambino grazie al quale Nicole Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette. Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era. Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”. Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.

Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.

È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa. La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza. Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura.

Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo. Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?

L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio. “Non posso fornire informazioni — dice al Fatto il procuratore Sebastián Robles — tutte le piste sono aperte, compresa quella delle cause che patrocinavano”.

Un’altra crepa incrina il pilastro “clinico” della grazia, dopo quello sulla presunta “nuova vita” di Minetti. I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza. Il professor Pietro Mortini del San Raffaele, i professori Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova non lo hanno mai visto. Il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale.

L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni. Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.

Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?

La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.

Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani. Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude. La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.

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Grazia a Nicole Minetti, Mattarella chiede chiarimenti a Nordio dopo gli scoop del Fatto: “Acquisire con urgenza informazioni” - Thomas Mackinson


 “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

Con questa nota il Quirinale prende una posizione netta sulla vicenda rivelata dal Fatto Quotidiano della grazia concessa a febbraio a Nicole Minetti. Il Colle, di fatto, ripassa la palla al dicastero di via Arenula. La legge prevede che il giudizio del Capo dello Stato si debba basare sull’istruttoria trasmessa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a cui spetta lo specifico onere di verificare la veridicità delle pratiche e chiedere ulteriore documentazione. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati quantomeno carenti, compresi quelli della Procura Generale di Milano che aveva dato il primo via libera (non vincolante) alla richiesta.

Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia, ricordano fonti del Quirinale. Nel caso in questione – si rileva – il Procuratore generale di Milano e il ministro Nordio hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 2006.

L’istanza depositata prima dell’estate 2025 dai legali di Nicole Minetti, stando all’inchiesta del Fatto, era carente sotto vari profili. Indicavano il minore adottato in Uruguay come “abbandonato alla nascita” e privo di legami, quando gli atti del Tribunale di Maldonado acquisiti dal Fatto dimostrano che il bambino aveva in realtà due genitori biologici. Minetti e il compagno milionario Giuseppe Cipriani non hanno accolto un orfano, ma hanno intentato una causa civile per togliere la patria potestà ai genitori naturali, approfittando della loro estrema miseria.

Per giustificare la necessità per la Minetti di viaggiare all’estero (aggirando l’affidamento ai servizi sociali in Italia), l’istanza sostiene che due centri d’eccellenza, il San Raffaele di Milano e l’Ospedale di Padova, avessero sconsigliato di operare il minore, rendendo “imprescindibili” le cure al Boston Children’s Hospital. Contattati dal Fatto, i primari di quelle strutture hanno smentito categoricamente: non hanno mai visitato il bambino, il suo nome non è a terminale, e hanno confermato che quegli interventi si fanno comunemente e con successo anche in Italia.

Il contesto dell’adozione gronda misteri. Negli stessi giorni di metà febbraio 2026 in cui a Roma si firmava la grazia, in Uruguay la vera madre biologica del bambino (la 29enne María de los Ángeles González Colinet) scompariva nel nulla, costringendo la polizia locale a diramare un avviso di rintraccio. Un mistero che si incrocia con la morte dell’avvocata d’ufficio che aveva difeso la famiglia biologica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa col marito nel 2024: un caso oggi indagato per duplice omicidio.

Per dimostrare il totale ravvedimento dell’ex consigliera, i legali hanno garantito sulla rettitudine del suo compagno Giuseppe Cipriani, definito un mecenate “lontano da contesti di devianza”. I documenti americani (Epstein Files) consultati dal Fatto svelano invece che l’imprenditore era finanziato “a strozzo” dal pedofilo Jeffrey Epstein. Testimonianze dirette dall’Uruguay confermano inoltre che, proprio nella tenuta in cui la coppia ospitava a favore di telecamera i bambini dell’orfanotrofio, si consumava in realtà un incessante giro di squillo d’alto bordo e minorenni gestito dalla stessa Nicole Minetti, che dunque non avrebbe “cambiato vita”.

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venerdì 27 marzo 2026

Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

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