venerdì 27 marzo 2026

Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

da qui

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