Una riflessione di Karim Metref. A seguire un articolo di Gianluca Cicinelli. E riprendiamo da FB un messaggio di Antonella Bundu.
Una riflessione molto
personale sui balli degli iraniani e sulle lacrime degli antimperialisti
di Karim Metref
Mentre la congrega
criminale Stati Uniti-Israele prosegue il suo spietato attacco sulla regione
dell’Asia sudoccidentale, questo palcoscenico globale in cui si è trasformato
il mondo ci offre due immagini contrastanti: da un lato, iraniani che gioiscono
per l’attacco contro il loro paese; dall’altro, persone impegnate nella difesa
della libertà e della laicità che si stracciano le vesti per la morte
dell’Ayatollah Supremo dell’Iran.
Sono due modi di
vedere le cose che cerco di decifrare da anni. In apparenza sembrano opposti,
ma, dalle conclusioni a cui sono giunto nelle mie umili riflessioni,
condividono molte più somiglianze che divergenze.
Il nemico del mio
nemico non è mio amico
Prima di tutto, vorrei
sgombrare il campo da ogni equivoco: non credo minimamente nella motivazione
umanitaria di qualsivoglia intervento politico, spionistico o militare messo in
atto dalle potenze occidentali o orientali dalla Seconda guerra mondiale a oggi.
Quello in corso in Iran rappresenta per me l’ennesimo atto di pirateria
compiuto da Stati Uniti e Israele, sulla scia della distruzione del Vietnam,
dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria, della Libia e del
genocidio in corso del popolo palestinese.
Dall’altro lato, non
credo nemmeno che Gheddafi, Saddam Hussein. Assad o Khamenei siano stati leader
virtuosi, che hanno fatto tanto bene ai loro popoli e che per questo sono
odiati da un Occidente diabolico, causa di tutti i mali dell’umanità.
Non aderisco
all’equazione matematica per cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio
amico. Posso avere due amici che si odiano tra loro, così come posso avere due
nemici che, pur essendo in conflitto, nutrono entrambi ostilità verso di me o comunque
non vogliono il mio bene.
Detto questo, torno al
tema che volevo affrontare: perché alcuni amici originari
di paesi del Sud del mondo – persone che non sono guerrafondai,
né hanno simpatie fascistoidi, né sono nemiche del loro popolo – si mettono a ballare per le strade quando l’imperialismo
israelo-statunitense o la NATO attacca la loro terra, rapisce o assassina i
loro leader?
E ancora: perché amici che conosciamo come grandi difensori delle libertà
democratiche nei paesi occidentali mostrano poi un’inspiegabile ammirazione per certi dittatori dei nostri paesi del Sud,
arrivando a stracciarsi le vesti quando questi vengono assassinati, come se si fosse perso un grande rivoluzionario?
Se rivoluzione sarà,
sarà altrove
Alcuni anni fa giravo
l’Italia per raccontare una rivolta popolare che era in corso in Algeria
all’epoca, chiamata “primavera nera del 2001”. I ragazzi della Cabilia erano
per le strade, tutti i giorni, a petto nudo, pronti ad affrontare la violenza
dei gendarmi che sparavano senza risparmio sui manifestanti, uccidendo più di
cento ragazzi e ferendone decine di migliaia.
I media italiani e
internazionali scelsero il silenzio. Non raccontarono quell’insurrezione.
L’Algeria stava privatizzando lo sfruttamento delle sue enormi riserve di
idrocarburi e tutti volevano una fetta della torta. Di conseguenza, nessuno
osava offendere il governo del presidente Bouteflika, che distribuiva
concessioni e contratti succulenti a pioggia: non si morde la mano che ti nutre.
Ancora meno quella che ti apre i rubinetti del petrolio.
Gli unici che, fin da
subito, si erano entusiasmati per quella rivolta popolare – orizzontale, senza
leadership, partita dal basso, dai ragazzi senza lavoro e senza futuro – erano
gli anarchici. Tutta la galassia dei gruppi anarchici, dei centri sociali e
delle occupazioni a loro vicine si mobilitò, organizzando incontri, dibattiti,
conferenze e proiezioni in tutta Italia. Con alcuni amici, di una associazione
amazigh che avevamo creato all’epoca a Torino, abbiamo percorso il paese in
lungo e in largo per raccontare quello che succedeva nella nostra terra.
Ben presto mi accorsi
che erano contenti di ascoltarci raccontare quella rivolta solo a patto che
confermassimo l’idea che si erano fatti: che si trattasse cioè di una sorta di
rivoluzione anarchica. Che quella rivolta orizzontale, senza leader, che aveva
cacciato via i politici e i partiti tradizionali, che voleva distruggere le
caserme dei gendarmi, fosse una manifestazione di anarchismo spontaneo. E che
il suo obiettivo ultimo fosse quello di smantellare lo Stato per realizzare
l’ideale anarchico di una società senza Stato.
E’ vero che il sistema
tradizionale cabilo è una sorta di società anarchica, in cui ogni comunità
funzionava come un piccolo Stato dotato di democrazia diretta e partecipata –
almeno per i maschi adulti. È indubbio anche che, in un momento di smarrimento
e di perdita di credibilità del sistema politico tradizionale, i cabili abbiano
fatto appello a un sistema di organizzazione ancestrale basato sulla democrazia
diretta e sulla partecipazione popolare.
Tuttavia, gli stessi
attivisti della rivolta dichiaravano che quella fase era solo transitoria,
necessaria per correggere il sistema e le istituzioni della Repubblica in
Algeria, non per abolirla. Io continuavo a raccontare quella storia –sbagliando
su molte cose, come ho capito con il senno di poi. Ma raccontarla come mi
sembrava realmente fosse e non come altri volevano vederla, mi portò a subire
alcuni attacchi da parte degli organizzatori degli incontri. E Dopo l’uscita
nel 2002 del film “Il ritorno degli Aarch”1, fui definitivamente escluso da quel ciclo di
conferenze e incontri, che proseguì con altri attivisti, più allineati sulla
visione dei compagni italiani.
Questo accadeva nella
sfera anarchica. All’altra estremità del ventaglio della galassia della
sinistra, nel campo antimperialista di stampo staliniano, mentre Bouteflika
riconsegnava le riserve energetiche alle multinazionali, si continuava a
sognare quell’Algeria intesa come “Mecca dei Rivoluzionari” di tutto il mondo,
quella degli anni Sessanta e Settanta. E chiunque, come noi, osasse dire che le
cose in Algeria andavano male diventava automaticamente un agente del
capitalismo mondiale.
Ostaggi del benessere
Quell’esperienza mi
portò a riflettere sul rapporto che la classe media colta – di sinistra, ma non
solo – intrattiene con la narrazione del mondo e con il desiderio di libertà e
diritti.
Franz Fanon, ne I dannati della
terra2, sosteneva che solo abbandonando le città per
rifugiarsi nelle campagne, ed entrando in contatto con “le masse contadine, e
in particolare i contadini senza terra”, l’attivismo dei giovani intellettuali
indipendentisti può trasformarsi in una guerra rivoluzionaria.
Fanon osserva che
nelle città l’attivismo politico e sindacale dei colonizzati urbani non riesce
a essere abbastanza radicale da trasformarsi in una vera guerra di liberazione.
Questo dipende, secondo lui, dal fatto che la popolazione indigena urbana –
operai, insegnanti, funzionari pubblici – ha acquisito alcuni privilegi. Pochi,
forse, ma sufficienti ad assaggiare il sapore del benessere. E una volta
assaporato, l’obiettivo diventa aumentarli, non metterli in discussione.
La stessa cosa si
potrebbe dire, a mio parere, delle classi medie colte nel mondo di oggi.
Dagli anni Sessanta in
poi, dopo la vittoria delle ultime lotte per le indipendenze, non si è più
ripetuta quell’unione – magica ed effimera – tra élite intellettuali e masse
lavoratrici per contrastare con la rivoluzione il potere politico e militare
dei ricchi. L’unico moto rivoluzionario vincente è stata la rivoluzione
iraniana, che però venne presto recuperata dal clero sciita e dagli
ultraconservatori.
Per quanto riguarda il
mondo occidentale, l’assenza dell’energia necessaria per rovesciare i poteri
economici e politici capitalistici in posto è legata anche a ciò che viene
celebrato come grande conquista dei movimenti operai: lo Stato del welfare.
Bob Marley, credo,
diceva che dai paesi ricchi si guarda al Sud del mondo come a una prigione,
perché lì non si hanno tutti i privilegi di uno Stato moderno. Ma forse,
suggeriva il poeta giamaicano, la vera prigione per i cittadini dei paesi
ricchi sono proprio quei privilegi.
L’aiutante magico
Le classi medie colte
dei paesi ricchi sanno che questo mondo in cui viviamo è ingiusto. Sanno che la
ricchezza dei ricchi è costruita sulla povertà dei più poveri. Sanno
dell’ingiustizia del colonialismo e poi del neocolonialismo. Sanno che il
sovrasfruttamento del pianeta porta alla rovina di tutti. Sanno delle guerre neocoloniali,
delle speculazioni delle banche che strozzano intere popolazioni. Sanno tutto.
Ma non si oppongono,
perché hanno troppo da perdere. Lo stesso sistema che distrugge altri popoli e
devasta il pianeta è quello che garantisce loro la casa, il riscaldamento,
l’auto, le ferie, il buon cibo, le cure gratuite, la pensione, una buona scuola
per i figli.
Allora la rivoluzione
non si fa – abbiamo troppo da perdere – ma la si continua a sognare. Non saremo
noi a farla, perché noi stiamo bene. Saranno i paesi poveri a farla per tutti.
E così si proiettano i desideri di rivoluzione su qualche leader: Che Guevara,
Mao, Ho Chi Minh, Castro, Chávez, Gheddafi. Si arriva persino a trasformare in
rivoluzionario anche Putin – che nel frattempo finanzia e sostiene partiti
fascisti in giro per il mondo e persino l’ayatollah Khamenei.
Nelle fiabe
tradizionali esiste una forma di aiuto che arriva quando ogni via di salvezza
sembra preclusa. Vladimir Propp, l’antropologo russo, massimo specialista della
struttura del linguaggio fiabesco, lo chiamò “l’aiutante magico”3. È quella formica, quell’uccellino,
quell’essere apparentemente piccolo e senza forza che il protagonista ha
aiutato in qualche modo, o verso il quale ha dimostrato tenerezza o generosità,
e che all’improvviso si trasforma in una forza salvifica.
Così funziona anche
per certi leader terzomondisti: quelli che con fatica hanno liberato qualche
piccola nazione un tempo colonia, per magia si trasformano -nell’immaginario di
molti- in guide supreme pronte a condurre i popoli del mondo verso la libertà.
Che poi trattino i loro stessi popoli come merda, en passant, è solo un piccolo
dettaglio.
“I paesi
latinoamericani hanno bisogno sempre di una figura forte al potere”, mi disse
una compagna peruviana, un giorno. È una frase che ho sentito spesso ripetere
anche da europei bianchi, non particolarmente razzisti.
“Ma ti rendi conto”,
le dissi, “che stai ripetendo pari pari uno dei peggiori luoghi comuni
infantilizzanti del pensiero colonialista? Il bianco evoluto sarebbe adatto
alla democrazia, mentre il povero indigeno avrebbe sempre bisogno di essere
comandato con il bastone”.
Non essendo stupida,
ma solo priva di esperienza, la ragazza si rese conto subito dell’aberrazione
delle sue affermazioni. Molti amici europei, invece, continuano a pensarla
così.
Lontani dal popolo
Nei paesi del Sud del
mondo il fenomeno che si è verificato è molto simile a quello dei paesi ricchi,
ma ha riguardato in buona parte soltanto la classe media istruita. Dopo le
indipendenze, le famiglie della classe media hanno preso possesso delle città,
delle amministrazioni, del potere – se non politico, almeno amministrativo. La
loro situazione è migliorata enormemente, mentre la maggior parte del popolo è
rimasta molto povera. Questo divario ha progressivamente creato, e poi
allargato, una frattura tra le classi.
Questo fossato separa
la classe istruita dalla popolazione povera e con un basso livello culturale.
Le persone colte che sono rimaste progressiste continuano a sognare progresso
per tutti, libertà e benessere condiviso. Ma non avendo modo di dialogare con
il popolo, e quindi di costruire un progetto rivoluzionario dal basso
–barricati come sono nei loro quartieri residenziali, nei bar esclusivi e negli
uffici con l’aria condizionata– proiettano il loro desiderio sul regime in
carica.
Sarà il leader a
portare il paese verso il progresso.
E se il leader si
rivela un vigliacco venduto alle multinazionali o un tiranno megalomane,
violento e corrotto – come è successo la maggior parte delle volte – allora
riversano tutte le loro speranze sull’intervento esterno: ci libererà la NATO,
o ci libererà Putin, o lo Spirito Santo.
Il vero lavoro
rivoluzionario di costruzione dei movimenti dal basso – stare con i poveri,
dare loro istruzione, orientamento politico e culturale – lo hanno fatto, negli
ultimi decenni, i fascisti di ogni estrazione: integralisti musulmani,
cristiani, induisti ed ebrei, ultranazionalisti di ogni dove. Ed è per questo
che stanno fiorendo regimi conservatori, xenofobi, razzisti, violenti e
intolleranti ovunque.
Ciò che è male per te
può essere buono per me?
È pieno di
contraddizioni il rapporto tra la classe media di sinistra dei paesi del Sud e
le potenze imperialiste della NATO. Tutti sanno bene che l’intervento della
NATO nei paesi aggrediti negli ultimi sessant’anni è sempre andato a favore
delle multinazionali e del dominio delle ex potenze coloniali sulle risorse del
Sud del mondo e mai a favore della popolazione. Ma quando si tratta del proprio
paese, ecco che ci si convince che possa portare a un netto miglioramento
grazie all’eliminazione del tiranno di turno.
Ero in Iraq nel
2004-2005, quando gli esuli iracheni rientrarono dall’estero con il cuore pieno
di speranza, per vedere poi il loro paese sprofondare progressivamente nel
caos. Un caos, in buona parte, programmato dalle potenze “liberatrici” – o dai
loro alleati locali.
In quel periodo ho
conosciuto amici siriani scandalizzati dall’invasione anglo-americana
dell’Iraq. Alcuni andarono persino a combattere come volontari nelle fila della
resistenza irachena per qualche tempo.
Quando toccò alla
Libia, vidi alcuni amici libici – gli stessi che ieri erano contro l’invasione
dell’Iraq e oggi contro l’aggressione all’Iran – fare il tifo per i
bombardamenti franco-britannici e per l’abominevole linciaggio di Gheddafi.
Quando toccò alla
Siria, iracheni e libici erano contro l’aggressione camuffata da guerra civile,
orchestrata da una schiera di potenze locali (Israele, Turchia, paesi del
Golfo) e internazionali (USA, Gran Bretagna, Francia). Eppure i miei amici
antiimperialisti siriani erano molto contenti. Fuggiti all’estero, per la
maggior parte, perché non in grado di sopravvivere al drago integralista creato
dai Ben Saud e ben nutrito da Erdogan, ma comunque felici per l’imminente
caduta del tiranno.
E ho visto, per le
strade di Torino, ballare militanti – uomini e donne di sinistra, laici – per
l’improvvisa ascesa al potere del macellaio oscurantista Al-Charaa. In questi
giorni sono amici iraniani quelli che ballano.
Ecco la tragica
situazione in cui ci ha gettato il naufragio universale della sinistra. Non il
naufragio del pensiero – perché il pensiero ancora c’è, forte e giusto – ma
quello delle persone che vi aderiscono idealmente senza voler accettare che per
fare una rivoluzione, violenta o non violenta che sia, bisogna pur sacrificare
qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna
sacrificare tutto: la vita.
Finché non accettiamo
questo fatto. Dico noi, perché in questo naufragio ci metto anche me stesso.
Finché non lo accettiamo, saremo solo dei poveri sognatori.
Nessuno uccellino
magico
Ma lo statuto di
sognatore, seduto al calduccio a immaginare grandi rivoluzioni, è anche il mio.
Non ne sono molto fiero, ma è mio. Il mio quindi non è un giudizio. Non giudico
chi non fa niente. Non butto la pietra come raccomandava quell’altro compagno
rivoluzionario di Nazareth.
Non giudico, non
prendo in giro chi sogna. Soprattutto, non mi permetto di prendere in giro da
osservatore esterno chi vive gli eventi sulla propria pelle, o sulla pelle dei
propri cari.4 Ma almeno mi sforzo di non cercare nessun
aiutante magico. Non ce n’è. Nessun uccellino, nessuna formica magica ci
salverà. Se non ci salviamo da soli.
Quindi non aspetto che l’Algeria sia
liberata da Trump o da Macron, nel rispetto dei vecchi accordi di Yalta, se ne
è rimasto qualcosa. No, non lo voglio. Ma non aspetto nemmeno di essere
liberato dall’oppressione dell’asse del male capitalista da Putin, Khamenei o
Kim Jong-un. No, grazie. Forse Xi Jinping…?
No. Non c’è nessun salvatore. Nessun
Messia.
Solo noi. E la nostra enorme, pesante,
mastodontica responsabilità.
Torino il 04/03/2026. Ore 00.14
NOTE
1. Il ritorno degli Aarch.
I villaggi della Cabila scuotono l’Algeria. Documantario in Video 60′. di Karim
Metref e Michelangelo Severgnini. Ed. Metissart – Carta-Cantieri Sociali. 2002
2. Frantz FANON. LES DAMNÉS DE LA TERRE.
Paris: François Maspero, 1961,
3. Vladimir Propp, Morfologia della fiaba,
Torino, Einaudi, 2000 [1928]
4. A questo proposito leggere qui la risposta che mi scrisse
l’amico Farid Adli sull’intervento anglo francese in
Libia: “…Tu puoi anche stare a guardare e aspettare per sapere dove e come
finirà; io no. Io ho la mano sulle bracci ardenti. E devo prendere posizione,
scegliere un campo. Oggi, in Libia il nemico, che si deve neutralizzare
cacciandolo dal potere, è Gheddafi, la sua famiglia e le sue brigate di
assassini.”
https://karimmetref.blog/2011/03/25/la-risposta-di-farid-no-caro-karim-le-cose-non-stanno-cosi/
Iran: buio sulla «rivolta». Blackout non
solo interno
di Gianluca Cicinelli (*)
Da più di quattro giorni l’Iran è, di
fatto, un Paese a luci spente. Non è una metafora: secondo l’osservatorio
NetBlocks, che misura la connettività su larga scala, siamo di fronte a un
blackout prolungato che ha superato le cento ore, con ampie porzioni della
popolazione senza accesso ai servizi online e senza la possibilità di
comunicare con l’esterno.
Nel momento stesso in cui la voce si spegne, però, si accende un secondo buio,
meno visibile ma altrettanto decisivo: quello che si forma fuori dall’Iran,
nello spazio dell’informazione globale. Nella guerra moderna silenziare le voci
autentiche crea un vuoto che viene riempito da narrazioni di parte e da
disinformazione. Il blackout interno non è soltanto censura. È un
moltiplicatore di opacità che rende più difficile verificare, più facile
manipolare, più conveniente mentire.
Ma proprio su questo piano crolla la retorica “liberatoria” con cui questa
guerra è stata presentata mostra la sua prima contraddizione strutturale. La
Casa Bianca e l’ecosistema politico che la sostiene hanno invitato gli iraniani
a “rialzarsi” e a “riprendersi il Paese”, come se la liberazione fosse un
pulsante da premere. Una sollevazione popolare però non nasce da uno slogan, e
non nasce da una rete clandestina di pochi contatti.
Perché una rivolta di massa esista serve una condizione banale: che le persone
sappiano, nello stesso momento, che cosa sta accadendo, dove, con quali rischi,
con quale speranza. Serve un linguaggio comune e un minimo di coordinamento.
Serve, in altre parole, comunicazione.
Se davvero l’obiettivo dichiarato fosse “aiutare” una popolazione a sollevarsi
contro gli ayatollah, la prima domanda più che quante bombe servono sarebbe con
quale canale permettere a milioni di persone di restare connesse quando il
regime taglia Internet. Il paradosso è questo: in una guerra che dice di voler
liberare, la condizione tecnica e politica della liberazione – poter parlare,
sapere, coordinarsi – viene resa impraticabile proprio quando la repressione si
fa più pericolosa.
Come ha spiegato ieri Ben Rhodes, ex consigliere senior di Barack Obama, non si
tratta di un dettaglio polemico: è il punto morale e operativo che inchioda
alle sue menzogne la narrativa bellica. Se oggi la gente scendesse in piazza in
Iran, chi la proteggerebbe dalla repressione?
Gli Stati Uniti e Israele possono colpire infrastrutture, possono decapitare
vertici, possono distruggere radar. Ma non possono “scortare” una folla nelle
strade di Sanandaj o di Teheran, non possono impedire a un apparato di
sicurezza di fare ciò che gli apparati di sicurezza fanno quando temono di
perdere il controllo: arrestare, sparare, terrorizzare. Invitare a sollevarsi
quando non puoi proteggere chi si espone è un gesto politicamente irresponsabile.
La seconda contraddizione è ancora più rivelatrice, perché riguarda i mezzi.
Non è vero che “non esiste” una tecnologia capace di bypassare la censura.
Esistono connessioni satellitari, reti mesh, strumenti di aggiramento. Lo
dimostra proprio la cronaca di questi mesi: il Wall Street Journal ha
raccontato che l’amministrazione Trump avrebbe fatto arrivare clandestinamente
in Iran migliaia di terminali Starlink, cioè dispositivi per collegarsi a
Internet via satellite senza passare dalla rete controllata dallo Stato
Anche il Guardian ha descritto un vero e proprio ecosistema di tecnologia
contrabbandata che, nelle settimane del grande blackout di gennaio, ha permesso
a una minoranza di iraniani di restare agganciata al mondo, mentre Teheran
rispondeva con disturbi elettronici, caccia ai terminali e pene durissime.
Foreign Policy ha aggiunto un dettaglio che fa capire quanto il conflitto sia
entrato nella sfera delle comunicazioni: nelle fasi più dure non si bloccano
solo social e messaggistica, ma anche reti mobili, linee telefoniche, servizi
di base — e perfino l’accesso satellitare può essere ostacolato.
E allora la domanda che tutte le persone in buona fede capiscono immediatamente
è: se esistono strumenti per “fare Radio Londra” nel 2026 – non una radio
romantica, ma un’infrastruttura minima per mantenere informata una popolazione
sotto censura – perché il risultato politico che si diceva di voler ottenere
non si vede? Perché la sollevazione non arriva, o arriva solo in frammenti
isolati e facilmente schiacciabili?
La risposta più onesta non è psicologica (“gli iraniani non vogliono”), ma
strutturale: una sollevazione di massa non nasce nel buio, e soprattutto non
nasce quando chi la invoca non paga il prezzo della repressione. Se la
comunicazione alternativa è minoritaria, rischiosa, discontinua; se il Paese è
spezzato tra chi riesce a connettersi e chi no; se la paura di essere
individuati rende impossibile trasformare un messaggio in una folla; allora la
“rivolta” resta un argomento da conferenza stampa, non un processo reale.
In questo senso, il blackout è già un pezzo di guerra: non perché “nasconde”
soltanto, ma perché impedisce la formazione di una massa, cioè l’unico soggetto
che potrebbe dare senso alla parola “liberazione”.
Il buio interno produce automaticamente il buio esterno. Quando dall’Iran
escono meno immagini, meno testimonianze, meno verifiche incrociate,
l’informazione globale cambia natura: diventa più dipendente da dichiarazioni
ufficiali, da fughe di notizie, da account partigiani, da video non verificati.
È la condizione ideale per il rumore. Wired ha documentato come, dopo l’avvio
dei raid, la piattaforma X sia stata invasa da contenuti fuorvianti sulla
localizzazione e sulla scala degli attacchi. Un flusso che corre più veloce
della verifica, e che si alimenta proprio dell’assenza di fonti dirette.
In questo ambiente, la volatilità comunicativa di Donald Trump è un
acceleratore del caos. Annunci solenni, promesse di “opportunità storiche”,
inviti alla popolazione a “riprendersi il Paese”, seguiti da smentite e
correzioni operative. Il risultato non è solo la confusione nei commentatori: è
un vantaggio per chiunque, dentro e fuori dall’Iran, abbia interesse a
trasformare la guerra in una palude narrativa dove nessuno risponde davvero di
ciò che dice e di ciò che fa.
Riprendendo quindi il filo della sollevazione popolare, che chi ha a cuore la
libertà degli iraniani auspica materialmente, a differenza di chi la agita
cinicamente, la continuazione dei bombardamenti senza comunicare con i soggetti
della dichiarata rivolta denuncia ulteriormente la menzogna.
Se la guerra fosse davvero “per liberare”, il suo primo investimento sarebbe la
possibilità per gli iraniani di parlare tra loro e con il mondo quando il
regime chiude i rubinetti. Se la guerra fosse davvero “per liberare”, non
basterebbe avere contatti clandestini con poche cellule interne – quelle del
Mossad e della Cia già presenti all’interno del Paese – perché la liberazione
non la fa una rete segreta, la fa una moltitudine.
Quindi: cosa stanno facendo concretamente, Usa e Israele per non consegnare
quei civili alla repressione?
Questo doppio blackout, quello che spegne la società e quello che sporca la
verità, non è un effetto collaterale. È la struttura stessa del conflitto. E la
struttura di questa guerra che rende impraticabile la condizione minima della
liberazione. La parola “liberazione” smette di essere un obiettivo e diventa un
alibi. Ai civili si chiede il coraggio più alto mentre si offre la protezione
più bassa. Perchè di quei civili in realtà non importa a chi sgancia bombe
uccidendo anche loro.
(*) da diogenenotizie.com – 5 marzo
ANTONELLA BUNDU ha scritto su FB
Il dolore della signora iraniana che è
venuta in Piazza Goldoni per gridarci in faccia, a voce alta, urlando:
“Dove eravate quando hanno ucciso 40.000
persone? Dove eravate quando vi abbiamo chiesto aiuto? Se ci sono iraniani qui,
sono quelli che non hanno parenti in Iran.”
Io ho sentito tutto quel dolore e non
penso fosse una provocatrice mandata apposta.
E mi sono chiesta: dove eravamo?
C’eravamo.
Io c’ero.
Ero alla manifestazione in Piazza Santa
Maria Novella, dove c’era anche lei, penso fra le organizzatrici.
Io c’ero e poi però ho visto le bandiere
di Azione, la bandiera con il simbolo dello Shah.
Poi la bandiera di Israele.
C’ero e sono andata via perché no, non
era la mia piazza.
Sono venuta via da quella piazza, perché
quel dolore non poteva essere in alcun modo lenito dall’alleanza con chi
opprime, bombarda, viola il diritto internazionale, commette genocidi.
Dov’eravamo?
C’eravamo anche in altre piazze.
C’ero in Piazza Sant’Ambrogio, in una
piazza convocata in solidarietà con il popolo iraniano, che non era con la
monarchia filo-occidentale ed era contro un intervento degli Stati Uniti e di
Israele. Quella manifestazione ha avuto una contestazione con l’irruzione
durante gli interventi di un paio di ragazzi con bandiere con il simbolo dello
Scià.
C’ero e poi sono andata via.
E due giorni fa quella signora ci
chiedeva perché eravamo lì, in Piazza Goldoni. Perché? Dov’eravate prima?
Io lì c’ero,
Due giorni fa siamo scesi in piazza
contro gli attacchi USA e israeliani che hanno scelto unilateralmente di
scendere in guerra e bombardare l’Iran,non come una risposta a un pericolo
imminente reale, ma come politica di dominio e di conflitto e di mantenimento
di potere e influenza.
C’ero anche io in quella piazza quando
urlava e l’ho sentita
Ero in piazza e ho proseguito nel
corteo.
E penso anche alle proteste sciite.
Perché la figura di Khamenei non era
soltanto politica: per milioni di sciiti è anche un punto di riferimento
religioso, in Iran ma anche in Pakistan, in Libano e altrove.
Colpire o delegittimare una figura che
ha questa doppia valenza — politica e spirituale — significa non guardare alle
conseguenze, agli equilibri religiosi, alle reazioni identitarie che
attraversano confini e generazioni, per una questione di potere.
In questo vuoto crescono gli estremismi.
Si alimentano raccontando il conflitto
come una vendetta contro l’imperialismo statunitense e contro il sionismo
israeliano.
E ogni aggressione rafforza quella
narrazione.
Dove eravamo?
Io c’ero.
C’ero nelle piazze, in alcune sono
andata via e in altre sono rimasta.
Pain and suffering.
La domanda resta: dove eravamo?
Eravamo lì.
E dove saremo?
Continueremo a esserci contro
oppressione, sopraffazione, contro ogni conflitto, per costruire la pace
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