Dallo scorso dicembre le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile l’annessione del suo territorio.
Queste
decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata
e rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di
Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi,
autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di
quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania
come proprietà dello stato israeliano. Sebbene, infatti, i governi israeliani
che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad
ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di
apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia
ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio
nella Striscia di Gaza e del recente attacco all’Iran.
Ricapitoliamo. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità
fondiaria israeliana ha pubblicato un bando per 3401 unità abitative nell’area
E1, a est di Gerusalemme, nella Cisgiordania occupata. Il piano, congelato
dagli anni Novanta a causa delle pressioni internazionali, mira ad ampliare
l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim e a creare una continuità territoriale
con Gerusalemme Est occupata. Ciò dividerebbe in due la Cisgiordania,
interrompendo in modo permanente la continuità urbana palestinese tra Ramallah,
Gerusalemme Est occupata e Betlemme. Insieme alla costruzione di un bypass (una
strada esterna di collegamento, i cui lavori dovrebbero iniziare questo mese),
il piano comporterà anche il trasferimento forzato delle comunità palestinesi
che vivono nell’area.
L’11
dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per la
creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di
quelli approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa
210 il numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente 750.000
coloni israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa
Gerusalemme Est.
I nuovi
insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di
avamposti costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana.
Almeno tre di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come
quelle di Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite
con la forza a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.
Secondo Peace
Now, organizzazione non governativa israeliana che monitora
l’espansione degli insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi
avamposti, un numero record, in prevalenza agricoli o di
pastorizia, che hanno contribuito in modo significativo all’aumento della
violenza dei coloni sostenuta dallo stato israeliano e al trasferimento forzato
di comunità palestinesi.
Protetti
dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura
israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di
agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni
impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di
pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a occupare
terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e attaccare
persone e abitazioni palestinesi. Secondo un’altra organizzazione non
governativa israeliana per i diritti umani, B’Tselem,
l’anno scorso 21 comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente
sradicate a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo Stato.
Andiamo
avanti. Una
dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5 gennaio di
quest’anno, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni appartenenti
alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel nord della
Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure annunciate
dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo sulla
Cisgiordania, ha segnato un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei
terreni.
Tali misure
comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in vigore per
consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi senza
adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile israeliano
sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e
presso la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità
israeliane di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e
in materie relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B.
L’escalation
è proseguita il 15 febbraio, giorno in cui il governo israeliano ha adottato
una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione israeliana.
Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66
milioni) per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la
registrazione delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in
materia dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia.
Attualmente,
secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C
della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già
confiscato oltre la metà di tale area attraverso la designazione di “terre
statali”. La popolazione palestinese s’imbatte in ostacoli quasi insormontabili
per dimostrare la proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione
restrittiva da parte di Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono
la presentazione di una serie di documenti, mappe e altri registri cui molte
persone palestinesi non hanno accesso.
La
registrazione delle terre è un eufemismo per indicare
espropriazioni e spoliazioni. L’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha
già posto gran parte delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale
governo non avvertono neanche più la necessità di nascondere le proprie
intenzioni.
In
conclusione, uno Stato guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte
penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro
l’umanità continua a ostentare apertamente il proprio disprezzo per il diritto
internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri
consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello
globale, Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali,
rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di
sostentamento della popolazione palestinese.
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