Via libera
ai “Paesi sicuri”, ai “Paesi terzi sicuri” e al modello Albania: l’UE diventa
la scorciatoia legale per deportare, respingere, rinchiudere
C’è un
sincronismo che sa di regia politica, non di coincidenza: ieri il Parlamento
europeo ha approvato la prima lista europea di Paesi d’origine “sicuri” e ha
riscritto i criteri del cosiddetto “Paese terzo sicuro”; oggi il governo Meloni
porta in Consiglio dei ministri il ddl immigrazione che punta a trasformare
quella cornice europea in un dispositivo italiano di interdizione marittima,
deportazione e detenzione fuori confine.
È la
vittoria del “modello Albania”. È l’Europa che smette di essere — anche solo
formalmente — il luogo dove si frenano gli eccessi dei governi nazionali. E
diventa, al contrario, la via traversa con cui travolgere le ultime resistenze:
quelle della magistratura, della Costituzione, dei diritti fondamentali, della
semplice idea che il diritto d’asilo non sia un optional.
La lista dei “Paesi sicuri”: la scorciatoia per negare
l’asilo
La nuova
lista europea include Stati come Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India,
Marocco e Tunisia. È un passaggio politico gigantesco: non perché quei Paesi
siano improvvisamente diventati paradisi dei diritti, ma perché l’etichetta di
“sicuro” serve a una sola cosa. Rendere più facile respingere. Rendere più
rapida l’inammissibilità. Rendere più veloce il rimpatrio.
Non è un
aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. Si passa dall’esame della
persona all’esame del passaporto. E quando il passaporto è quello “sbagliato”,
la tua storia diventa irrilevante.
“Paesi terzi sicuri”: la deportazione come politica
pubblica
La novità
più brutale è la revisione del concetto di “Paese terzo sicuro”. Tradotto:
deportare i richiedenti asilo sulla base di accordi con Stati terzi, anche
accordi individuali, e farli aspettare altrove mentre l’Europa si lava le mani.
Il cuore
della norma è l’esternalizzazione: l’Unione spalanca la porta alla costruzione
di centri in Paesi terzi per l’esame delle domande. Hub fuori dall’UE. Recinti
legali. Zone grigie dove la responsabilità si disperde e i diritti evaporano.
Albania
oggi. Ruanda domani. Qualsiasi luogo dopodomani, purché abbastanza lontano da
non disturbare lo sguardo europeo.
Il “modello Albania” non era un incidente: era un
prototipo
Per mesi
l’opposizione italiana ha deriso l’esperimento albanese come propaganda. E
invece era un prototipo: un’anticipazione. Un test politico su una corrente
gelida che stava già attraversando l’Europa.
Ora quella
corrente è diventata egemonia. E non è nemmeno solo l’egemonia delle destre.
Perché a far passare la linea più dura non sono stati soltanto i partiti della
destra radicale: c’è stato anche “qualche socialdemocratico”, abbastanza per
dare alla svolta una patina di rispettabilità istituzionale.
Questo è il
punto più inquietante: l’estrema destra non vince soltanto quando prende voti.
Vince quando gli altri si adeguano.
Il ddl immigrazione di Meloni: il pacchetto coerente
del respingimento
Il ddl
immigrazione atteso oggi è la traduzione nazionale del nuovo clima europeo. E
secondo le anticipazioni potrebbe includere blocco navale, ritorno del sistema
Albania e una stretta sui ricongiungimenti familiari. Un pacchetto coerente,
pensato come una catena di montaggio del controllo: prima si dichiara
l’“eccezionale pressione migratoria”, poi si interdicono le acque territoriali,
poi si intercetta, poi si impacchetta, poi si deporta, poi si rinchiude fuori
dall’Europa, poi si respinge o si parcheggia. E soprattutto l’obiettivo resta
uno solo: che in Europa non mettano piede, che non vedano le coste, che non
esistano.
La formula
“eccezionale pressione migratoria” è la chiave autoritaria del disegno. Perché
la pressione “eccezionale” non la decide un tribunale, non la misura un
organismo indipendente: la decide il governo. E quando è il governo a decidere
l’eccezione, l’eccezione diventa normalità.
La bugia centrale: “sicuro” non significa sicuro
Dentro
questa architettura c’è una bugia madre: che esistano Paesi “sicuri” per
definizione. Che basti un timbro europeo per cancellare persecuzioni, torture,
repressioni, discriminazioni, violenze di Stato, carceri arbitrarie.
E non è un
caso che proprio Bangladesh ed Egitto — Paesi da cui provenivano persone già
trascinate nel circuito Albania e poi rientrate per intervento della
magistratura — rientrino ora nella lista “sicura”. È un regolamento dei conti
politico con chi ha provato a fermare l’operazione. È un modo per dire: la
prossima volta non ci saranno ostacoli.
L’Europa non è più la barricata. È il bulldozer.
Per
vent’anni una parte del centrosinistra ha coltivato un riflesso: “l’Europa
impedirà il peggio”. Quel tempo è finito. Quell’Europa è stata travolta.
Oggi l’UE
non frena: accelera. Non impone decenza: costruisce procedure. Non tutela:
normalizza la disumanità.
E mentre i
governi nazionali avanzano col passo dell’oca, Bruxelles fornisce la base
giuridica per farlo con il timbro della legalità. Questa è la vera mutazione:
non più violazioni episodiche, ma un sistema.
La posta in gioco: non è l’immigrazione. È lo Stato di
diritto.
Chi pensa
che sia “solo” una battaglia sui migranti non ha capito niente. Qui si sta
riscrivendo il rapporto tra diritto e potere. Tra persona e confine. Tra
Costituzione e propaganda.
Il diritto
d’asilo non è un favore. È un pilastro. È la linea che separa una democrazia —
imperfetta, ipocrita, contraddittoria — da un regime che decide chi è umano e chi
è merce di scambio.
E la verità
è semplice, brutale, incontestabile: se l’Europa può deportare i richiedenti
asilo, può farlo con chiunque diventi scomodo. Oggi sono loro. Domani sarà
qualcun altro. È sempre così che funziona.
Che fare: basta indignazione, serve conflitto politico
Non basterà
appellarsi ai “guardiani”: la Corte, il Quirinale, Strasburgo, i tecnicismi.
Questa ondata non è un incidente giuridico: è una scelta politica. E come tale
va combattuta.
Se
l’egemonia della destra si è imposta, non si smonta con comunicati prudenti o
con l’ennesimo “siamo preoccupati”. Si smonta con un fronte sociale e politico
che dica chiaramente che questo non è governo dei confini: è demolizione dei
diritti.
Perché è
esattamente questo che sta accadendo: l’Europa affonda il diritto d’asilo. E
Meloni, finalmente, ha trovato il continente perfetto per farlo sembrare
inevitabile.
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