Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione di The Weapon Watch, osservatorio
sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo che ha sede a Genova
(www.weaponwatch.net, mail info@weaponwatch.net). Si serve infatti della stessa
base cartografica digitale dell’Atlante dell’industria militare in Italia, che
ha individuato circa 1.500 aziende e siti produttivi legati all’apparato
militare industriale. Sarà così possibile mettere in relazione la presenza
delle basi americane con l’indotto di fornitori e servizi che si è creato
attorno e che su questa presenza prospera.
Quante sono le basi americane in Italia?
Prima di contarle, chiariamo qual è l’oggetto della nostra analisi. Bisognerà
valutare caso per caso, ma in generale è una “base militare straniera”
ogni installazione sul territorio nazionale messa stabilmente o frequentemente
a disposizione dei comandi militari operativi non italiani, siano essi
riferibili agli Stati Uniti o all’Alleanza atlantica.
Secondo David Vine, il massimo esperto
di basi americane, «la creazione di una lista è complicata anche da come si
definisce e si considera una “base”. Le definizioni sono in ultima analisi
politiche (e politicamente sensibili). Spesso il Pentagono e il governo degli
Stati Uniti, così come le nazioni ospitanti, cercano di dipingere la presenza
di una base americana come not a U.S. base per evitare la
percezione che gli Stati Uniti stiano violando la sovranità della nazione
ospitante (cosa che, in effetti, accade spesso). Per evitare il più possibile
questi dibattiti, definisco una “base” utilizzando il termine “sito di base”
del Pentagono».
Extraterritorialità giuridica delle basi Nato?
Queste parole ci aiutano ad andare oltre il dibattito, più accademico che politico
e in ogni caso poco utile, che nei decenni si è sviluppato anche in Italia
attorno all’effettiva giurisdizione delle basi militari, se cioè ricadano sotto
la responsabilità italiana o dell’Alleanza atlantica o degli Stati Uniti, o
sotto diverse combinazioni di questi tre attori. È generalmente accolta
l’opinione che le basi in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato non godano di
extra-territorialità, ma ottant’anni di storia ci hanno insegnato che un conto
è lo stato di diritto e un conto sono i rapporti di forza. Quelli tra Italia e
Stati Uniti sono stati determinati dalla sconfitta nella guerra voluta dal
fascismo e dalla conseguente occupazione militare del paese, condizione che
perdura tuttora e che ci accomuna a Germania e Giappone, gli altri paesi sconfitti
nel 1945. Nonostante i molti decenni trascorsi da allora, ogni tentativo di
esercitare una piena sovranità, anche su questioni limitate ma tali da poter
costituire un precedente, si è infranto per le pressioni esercitate dagli
alleati nei confronti di tutti i livelli della gerarchia amministrativa e
politica nazionale. La questione delle basi, poi, è paradossale perché regolata
da trattati segreti, a partire da quello bilaterale dell’ottobre 1954, di cui
non si può conoscere il testo ma che a sua volta ha funzionato da “ombrello”
giuridico per successivi documenti e memorandum bilaterali o Nato, anch’essi di
conseguenza segreti. Sul tema delle basi militari, così cruciale, lo scudo
costituzionale è stato ed è del tutto inefficace.
Ogni installazione militare è una base se è riconoscibile ed è fisicamente
isolata dal contesto urbano o rurale in cui si trova, mediante muri, barriere,
reticolati, torrette ecc.
Vine precisa che «in alcuni casi un’installazione generalmente indicata come
una singola base, per esempio la base aerea di Aviano in Italia, è in realtà
composta da più siti di base – nel caso di Aviano, almeno otto. Contare ogni
sito della base ha senso perché i siti con lo stesso nome si trovano spesso in
luoghi geograficamente diversi. Gli otto siti di Aviano si trovano in zone
diverse della città. In genere, inoltre, ogni sito di base riflette distinti
stanziamenti del denaro dei contribuenti da parte del Congresso». Per
minimizzare il numero delle basi, le autorità militari italiane aggregano alla
base principale le sue cosiddette “pertinenze”, sorvolando sul fatto che
ciascuna pertinenza ha un proprio e distinto impatto sul territorio e sulla
comunità locale più prossima, per consumo di suolo agricolo, peso delle
infrastrutture urbanistiche, inquinamento acustico e dell’aria, incremento del
traffico veicolare, rischio di coinvolgimento in incendi e esplosioni (molto
spesso i siti secondari sono polveriere e depositi di munizioni o di
carburante).
Le fonti statunitensi
Nell’inventario dei siti militari, pubblicato ogni anno dal Segretario alla
difesa degli Stati Uniti, troviamo ciò che il Pentagono considera “di proprietà
federale” sotto un profilo meramente immobiliare. L’ultimo inventario pubblicato è aggiornato al
30 settembre 2023, e riporta per l’Italia 33 U.S. sites principali
più 14 minori. Nel quadro complessivo della proiezione militare americana nel
mondo, l’Italia si conferma come paese strategicamente importante per gli Stati
Uniti, che vi mantengono installazioni militari per più di 13,3 miliardi di
dollari, ma non importante quanto il Giappone (175 miliardi di $), la Germania
(50 miliardi) o la Corea del Sud (48 miliardi). Circa un quarto
dell’investimento militare in Italia si deve all’Air Force, il restante 75% è
diviso quasi alla pari tra US Navy ed Esercito (non ci sono basi dei Marines in
Italia).
Le maggiori basi Nato in Italia
La base italiana più importante è quella aerea di Aviano, la
più estesa con i suoi 5,5 milioni di m², in cui il Pentagono ha investito 3,3
miliardi di dollari. Dei sette annessi alla base principale citati da Vine, uno
(l’Air Force Housing Annex 5) è geograficamente sparso, costituito dai 13
immobili in affitto per le residenze del personale posti in un raggio di 15
minuti dalla base. Gli uffici e il quartier generale, il deposito munizioni e
il magazzino manutenzioni occupano tre annessi separati, in tutto 34 edifici di
proprietà federale, un quarto è alle porte di Pordenone per gestire i piccoli
commerci privati dei militari. La base operativa vera e propria consiste in 188
edifici (il 40% in proprietà), 250.000 m² coperti su un’area complessiva di 5
milioni di m², compresa un’“area Nato” con doppia recinzione di sicurezza che
racchiude 12 protective aircraft shelters (ricoveri corazzati
dei jet), dotati di caveau sotterranei per lo stoccaggio delle bombe nucleari. Com’è noto, anche la
“condivisione nucleare” – cioè il dispiegamento di ordigni atomici americani
anche in paesi che, come l’Italia, si sono impegnati a non dotarsi dell’arma
atomica – fa parte delle decisioni a senso unico prese molto tempo fa a
Washington, e accettate in segreto a Roma. A Roma, invece, si è deciso
pubblicamente (in Parlamento) di non firmare il Trattato sulla messa al bando
delle armi atomiche decisione recentemente ribadita dal
governo col rifiuto di richiedere lo statuto di ‘osservatore’ del trattato
entrato in vigore nel 2021.
Seconda per dimensione è “base Vicenza”, che è una base
dell’esercito americano composta di sei annessi, tre di grandi dimensioni. La
caserma Ederle (600.000 m²) e la caserma Del Din (580.000 m²) sono in città,
distanti tra loro 7-8 km, nel complesso 284 immobili di proprietà federale per
un controvalore a inventario di oltre 2,4 miliardi di dollari. A circa 10 km
dalla Ederle si trova il Site Pluto di Longare, già deposito di testate
nucleari (gli americani preferivano l’eufemismo special weapons)
scavato sotto i Colli Berici, di recente riqualificato dall’amministrazione
militare Usa per ospitare un moderno centro di intelligence militare. Si
aggiungono un family housing da 800 milioni di $ (il 70% in
affitto), più un’altra area in città di 1,2 milioni di m² quasi interamente in
affitto, e infine un’area di stoccaggio di 2.500 m², probabilmente il deposito
munizioni “(#7) Usa Setaf – Id 6666” di Tormeno sottoposto a servitù militare,
recentemente prorogata dal 2021 al 2026.
Collegata a “base Vicenza” perché appartenente alla stessa “guarnigione”, Camp
Darby è la più storica delle basi americane in Italia, dal momento che
risale al luglio 1944 l’accampamento militare nella Tenuta di Tombolo, tra Pisa
e Livorno, poi trasformato in insediamento stabile nel 1951, con un accordo
bilaterale tra Italia e Stati Uniti la cui scadenza rimane segreta. Oggi, su
una superficie di mille ettari, in parte utilizzata anche dalle nostre forze
armate (in un sito interforze si conservano le scorie del reattore nucleare
sperimentale “Galileo Galilei” spento nel 1980), si trova il più grande
deposito di materiale e munizioni che gli Stati Uniti mantengono in Europa,
ottimamente servito dal vicino porto di Livorno – che è il porto italiano più
coinvolto nel traffico militare insieme a La Spezia – collegato alla base via
ferrovia e via acqua attraverso il Canale Navicelli, e dal confinante aeroporto
di Pisa San Giusto. È di fatto un gigantesco terminale logistico multimodale,
costantemente rifornito dai cargo di bandiera americana che sbarcano e reimbarcano
armi, missili, bombe e munizioni di ogni tipo, carri armati, mezzi corazzati,
cannoni, veicoli leggeri e pesanti, cingolati, ponti mobili, ospedali da campo
e ambulanze, carburanti, razioni alimentari, materiali da costruzione e da
barriera, pezzi di ricambio ecc. Su una superficie formalmente italiana,
l’esercito americano ha costruito 328 edifici per quasi 200.000 m² che
considera propri, in cui lavorano 1.500-2.000 persone.
La presenza della Us Navy in Italia poggia su due possenti
pilastri: da una parte nell’area napoletana sono collocati i
comandi della VI Flotta; dall’altra, la base di Sigonella, in
provincia di Catania, è l’insediamento operativo più prossimo alle aree di
crisi di Nordafrica e Medioriente.
Quando si parla di comandi, per un’armata aero-navale presente in tutti i
mari del pianeta, si parla di strutture di comunicazione intercontinentali, di
aeroporti e di flotte aeree, di squadre navali e di porti attrezzati. A Napoli
c’è tutto questo nei due siti del Nsa Naval Support Activity,
Capodichino (230.000 m² in proprietà) e Gricignano di Aversa (oltre
900.000 m², gran parte in locazione), valore complessivo di circa 2,5 miliardi
di dollari. In quello di Lago Patria, frazione di San Giugliano in
Campania, hanno sede la Ncts Naval Computer and Telecommunications
Station e l’Allied Joint Force Command. A un centinaio di
chilometri da Napoli, il distaccamento Nsa di Gaeta ospita e supporta la «Uss
Mount Whitney», l’ammiraglia della VI Flotta che è anche nave comando per le
forze di attacco e supporto navali della Nato, con base proprio nel porto di
Gaeta.
La base aeronavale di Sigonella occupa cinque distinti siti,
complessivamente per quattro milioni e mezzo di m², di cui 280.000 m² coperti
sono di proprietà federale. Il primo è Nas 2 Sigonella, la maggiore
base aeronavale operativa del Mediterraneo, fondamentale per il supporto
logistico e la rotazione del personale imbarcato, nonché centro di lancio e
controllo dei grandi droni di sorveglianza Triton; il sito ospita anche la
nuova Ncts Naval Computer and Telecommunications Station – Sicily che supporta
le comunicazioni critiche per Usa, Nato e coalizioni militari. Vi sono
poi: Nas 1 Support Area, l’ex Villaggio Nato, nucleo originario
della base costruito a partire dagli anni Cinquanta ma divenuto troppo piccolo
e da cui molte funzioni sono migrate a Nas 2, che dista una ventina di minuti
d’auto; Nrtf Naval Radio Transmitter Facility – Niscemi, il grande
“campo” delle antenne Muos inserito nella rete satellitare mondiale delle
comunicazioni navali; Nas Sigonella Belpasso Housing, un grande
villaggio di 530 villette, costruite nei primi anni Duemila da Impresa
Pizzarotti di Parma, che ne cura affittanza e manutenzione; e infine Nato
Ordnance Facility, il deposito di stoccaggio e manutenzione delle munizioni
costruito negli anni Sessanta, in corso di ammodernamento (investimento di 72
milioni di dollari per quattro box in cemento armato per bombe ad alto
potenziale).
Il rifornimento di carburanti a navi e sottomarini americani è garantito dalla base
di Augusta, a una cinquantina di chilometri da Sigonella. Molte manovre
Nato antisommergibile si sono svolte nel poligono marittimo di Pachino, al
largo della Sicilia sudorientale.
Le basi excelsior, eccellenza italiana
Un filo rosso, un elemento comune collega le basi maggiori elencate sopra:
la grandiosità dell’accommodation, in uno stile smaccatamente
“americano” che sicuramente è lo standard di tutte le installazioni militari
Usa, in patria e all’estero. Prendiamo il caso della cittadella di
Gricignano, 800.000 m² affittati dal Pentagono per trent’anni per
ospitare 995 alloggi residenziali, un complesso scolastico per 1.500 studenti
(21.000 m²), un centro commerciale (50.000 m²), un centro comunitario con hotel
da 100 camere, chiesa, biblioteca e palestra, un edificio residenziale da
10.000 m² e undici edifici di servizio (telefono, centro tv-radiofonico,
manutenzione ufficio, magazzino, bowling, cinema, vigili del fuoco, garage
ecc.). Solo il nuovo ospedale (85.000 m²) inaugurato nel 2002 è stato acquisito
come proprietà federale, su espressa domanda del Pentagono.
All’interno di ogni grande base, ogni militare ha diritto alla camera
individuale con servizi e cucina, anche se normalmente pranza nelle “mense
Italia” o in un fast food americano in franchising. Per gli acquisti personali
ha a disposizione numerose shoppettes dove trova dal
dentifricio agli accessori per fucile, i liquori, le sigarette ecc. I centri
sportivi che offrono campi da baseball, softball, basket, tennis, soccer ecc.
sono spesso appartati, mentre sono di solito posizionate al centro della base
le palestre fitness e le piscine (elegante il restyling di quella di Camp
Ederle, ricoperta di vetrate foto- termoisolanti). Onnipresenti i centri Exchange (anche
chiamati PX, Post Exchange) dove americani e locali compra-vendono auto, moto,
elettrodomestici e altri beni durevoli.
L’ampia offerta di servizi mira a mantenere i familiari del personale
militare all’interno del perimetro di sicurezza della base o dei villaggi
residenziali loro riservati. Ma l’amministrazione militare, attraverso un
apposito ufficio del “tempo libero”, gestisce anche ampi spazi verdi esterni.
A Gaeta ufficiali e marinai hanno a disposizione i due ettari
e mezzo dell’Olde Mill Inn Park, molto prossimo al porto. Per rimanere
nell’area napoletana, a Pozzuoli c’è il gigantesco Carney
Park, un centro sportivo-ricreativo di ben 43 ettari, con campo da golf, campi
da tennis e una cinquantina di edifici dedicati a sport e relax, il tutto
edificato all’interno della caldera del Campiglione, nei Campi Flegrei, nella
parte settentrionale del vulcano Gauro (un vulcano attivo…). Caso unico in
Europa, i militari di stanza a Camp Darby e i familiari hanno
avuto a loro disposizione per sessant’anni un tratto della spiaggia di Marina
di Pisa, ancora oggi noto come American Beach, restituito al Comune
di Pisa dal 2015.
L’impatto sul territorio delle basi americane
Come suggeriscono recenti ricerche, sintetizzate
nell’articolo “L’impatto degli eserciti e del settore militare sulla crisi
climatica” di Pietro Malesani su Altreconomia (8 aprile 2024), l’impatto
sull’ambiente delle basi e dell’attività militare è estremamente negativo. In
Italia non ci sembra che qualcuno se ne sia occupato, sinora. Come primo
approccio, si potrebbe calcolare la carbon footprint del
sistema delle basi militari straniere in Italia, o anche solo dell’impatto sul
traffico locale degli spostamenti infra ed extra-urbani creati dalle grandi
basi. A Vicenza si calcola che siano 16.000 persone, tra militari e civili, che
vivono, lavorano e si muovono tra le diverse pertinenze della base. Prima dei
recenti ampliamenti, i comandi Usaf stimavano che ogni giorno per le proprie
necessità la base di Aviano creava un traffico stradale di 5.000 veicoli.
Siamo terreno di logistica militare USA?
Fiumi di inchiostro, invece, sono stati spesi per valutare il valore
politico e di politica internazionale che le basi hanno rappresentato e
rappresentano oggi. È anche per noi indubbio che sono una delle tante
manifestazione del hard power riservato dagli Stati Uniti ai
loro “alleati” in tutto il mondo, un’esibizione muscolare ed economica
dell’abissale differenza tra l’estensione e il peso degli interessi americani,
a confronto di ciò a cui può ambire anche un paese come l’Italia.
Tuttavia, fino alla svolta degli anni Novanta l’intento difensivo
dell’occupazione americana poteva essere considerato plausibile ed effettivo,
al di là delle ossessioni tipiche della Guerra fredda circa una possibile
invasione sovietica, e senza entrare qui nella sfera delle “interferenze” più
direttamente politiche nella vita e nella storia del Paese, vedi solo ad
esempio i “casi” Mattei e Moro. Fino a un certo momento, la presenza stabile di
militari USA/Nato ha comportato frequentemente una catena di comando double
key italo-americana, anche se in definitiva dipendente dalle decisioni
del Pentagono. All’interno della Nato, di nuclear sharing non
si è mai ufficialmente parlato prima del 2010, ma di fatto l’Italia aveva
accettato di ospitare sul suo territorio le bombe atomiche americane già dal
gennaio 1962, firmando il memorandum segreto Atomic Stockpile Agreement
28. Anzi, quel passo era stato preceduto dal dispiegamento sul campo,
in collaborazione con l’Aeronautica Militare, di dodici basi di lancio dei
missili anti-missile Mim-14 Nike Hercules, situate quasi tutte in Veneto, di
cui sette abilitate all’impiego di ordigni nucleari. Queste basi rimarranno
operative tra i primi anni Sessanta e il 1998, e inquadrate nella
1a Brigata aerea Intercettori Teleguidati. La loro collocazione
geografica, le attrezzature fisse e mobili (piattaforme di lancio, radar di
acquisizione e inseguimento bersaglio, ovviamente missili e testate, ecc.), gli
obiettivi di addestramento da raggiungere perché ciascuna base ottenesse la
“qualifica Nike”: tutto ciò era deciso dal Supremo comando alleato, e messo in
pratica sotto la supervisione di ispettori e tecnici militari americani, ai
quali – precisava il memorandum – nelle caserme italiane si dovevano garantire
gli abituali standard americani di alloggio e alimentazione.
Tuttavia il personale operativo delle basi Nike era composto da ufficiali
di carriera e avieri di leva italiani, per alcuni anni regolarmente inviati
negli Stati Uniti a svolgere i corsi di addestramento (a Fort Bliss, Texas, in
lingua inglese) e le esercitazioni di tiro (nel poligono Mc Gregor, New
Mexico). Dopo il 1962, il programma Nike divenne ufficiale, l’addestramento
venne spostato in Italia, nella Scuola missili dell’Aeronautica di Montichiari
e nel poligono di tiro di Salto di Quirra in Sardegna, sempre sotto l’attento
controllo degli ispettori Usa.
La rete Nike rispondeva direttamente ai comandi Usa/Nato di Verona. In caso
di attacco, i comandi si sarebbero spostati in “basi segrete” sotterranee a
prova di attacco nucleare e chimico. Se ne conoscono due, nomi in codice “West
Star” e “Back Yard”. Situata nei pressi di Affi, in provincia di Verona, West
Star è stata centro telecomunicazioni e controllo per tutte le esercitazioni
Nato dal 1966 al 2007; poteva ospitare fino a 500 persone nei suoi 13.000 m² di
bunker antiatomici sotterranei, su tre livelli. Back Yard ne era la replica in
scala minore, 6.000 m² su un solo livello, ricavati in parte dalle gallerie
della vecchia miniera di Grezzana, altro comune in provincia di Verona, e
sarebbe entrata in azione nel caso West Star fosse fuori uso. Anche le
esercitazioni nei bunker si svolgevano sotto la supervisione statunitense ma
con personale tecnico-operativo italiano.
Tutta la rete Nike e i bunker segreti sono ancora ben rintracciabili sul
territorio, con diversi livelli di degrado e abbandono. In qualche caso le
comunità locali progettano di farne musei della Guerra fredda o spazi sociali
organizzati fruibili dagli abitanti, e un paio sono già utilizzati per eventi
pubblici estivi (per chi volesse approfondire può consultare il libro reso
disponibile online Bella Italia armate sponde. Guida
dettagliata alla presenza militare in Italia, a cura del
dipartimento Pace di Democrazia proletaria). Dopo gli anni Novanta, con il
capovolgimento degli obiettivi strategici della Nato – da baluardo contro
un’ipotetica invasione sovietica ad alfiere dei valori occidentali in tutti i
teatri di crisi, a partire dalle guerre jugoslave – anche il ruolo delle basi
americane in Italia è cambiato. Oggi il territorio italiano è una piattaforma
per intraprendere operazioni militari decise a Washington e Bruxelles, a cui
talvolta le forze armate italiane neppure partecipano, se non come ausilio
logistico (si pensi ai voli “segreti” nei primi giorni del marzo 2022, compiuti
da C-130J Hercules dell’Aeronautica militare, per armare l’Ucraina attraverso
la Polonia).
Con il XXI secolo, si è avviata la rapida dismissione delle basi double
key, che la fine della Guerra fredda aveva reso obsolete, in una fase
in cui inoltre le forze armate italiane stavano passando dalla coscrizione
obbligatoria al reclutamento volontario, dall’esercito di popolo all’esercito
professionale.
Da parte loro, le ultime sei amministrazioni americane hanno investito
fortemente nelle basi maggiori – quelle che abbiamo analizzato sopra e poche
altre (Ghedi, San Vito dei Normanni) – e oggi si sta pensando anche di
riutilizzare alcune basi dismesse (come La Maddalena, restituita nel 2007).
Oggi la presenza militare in Italia è molto più utile al mantenimento
dell’egemonia degli Stati Uniti che alla difesa dello spazio europeo da
pericoli esterni; ancor meno è utile a garantire un’autodifesa dell’Europa
unita, che Oltreatlantico hanno sempre visto come insidioso competitor economico
che approfitta dell’ombrello militare pagato dai contribuenti americani.
I primi risultati dell’inchiesta
In internet sono reperibili numerosissimi elenchi di basi americane in
Italia, identici e semplicemente copiati senza alcun controllo delle fonti.
Secondo le nostre ricerche si tratta essenzialmente di una sola fonte, definita
“riservata” e riferibile all’ambiente militare. La nostra verifica è partita in
ogni caso da quegli elenchi, pubblicati in rete, da cui si possono ricavare i
primi dati.
Le basi americane in Italia sono almeno una cinquantina, come
ci confermano i documenti ufficiali statunitensi. Anche ammettendo che siano
tutte su territorio giuridicamente italiano, sarà ben difficile – nel caso di
un processo di dismissione unilaterale, che al momento non ci sembra neppure
ipotizzabile – non riconoscerne il valore immobiliare messo a inventario dal
Dipartimento della difesa.
Abbiamo constatato che una decina di basi segnalate dagli elenchi in rete
non sono reperibili o sono doppioni di basi esistenti o esistite. Gli elenchi
in rete indicano la presenza di un altro centinaio di siti, di cui circa
quaranta sono basi dismesse, come abbiamo già potuto constatare.
Rimane da compiere la verifica delle rimanenti sessanta basi, e da
mettere in campo un accurato esame del materiale già raccolto, e che metteremo
a disposizione di ricercatori e gruppi di lavoro locale, di cui auspichiamo
l’organizzazione. Una seria ricerca dovrebbe prendere in considerazione anche
altre infrastrutture concesse in uso agli Stati Uniti e/o alla Nato, ad esempio
i depositi e le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Pol-Nato per jet
fuel, che collega il terminale marino della Spezia con le basi aeree
del Nordest. Da approfondire anche la non casuale contiguità tra alcune basi
militari (ad esempio Cameri, Salto di Quirra) e alcuni impianti industriali di
Leonardo.
Pensiamo che avere un quadro chiaro, nel metodo e nella raccolta delle
informazioni, sia una precondizione necessaria per valutare l’impatto economico
e ambientale delle basi straniere in Italia, che deve dunque precedere – al
contrario di quanto fatto sinora – la discussione sul loro mantenimento o
ridimensionamento o chiusura e di cosa possa eventualmente sostituirle, in un
quadro di difesa europea tutto da costruire.
Il lavoro più impegnativo comincia ora.
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