Ieri, nel
sud del Libano, nel villaggio di Qlayaa, il prete maronita-cattolico Pierre
Al-Rahi è stato barbaramente assassinato da Israele subito dopo i suoi ultimi due discorsi pubblici.
Parole di sfida pura, pronunciate da un uomo legato visceralmente alla sua
terra come tutto il popolo del Libano meridionale: “Io sono disposto a morire
in casa mia perché questa è casa mia. Noi siamo costretti a stare sotto al
pericolo perché queste sono le nostre case. Non le lasceremo come un teatro per
chi vuole cacciarci per usarle a suo piacimento e occuparle, come abbiamo fatto
nel 2024, che siamo stati assediati da Israele ed eravamo solo
quattro persone”.
“Non importa
quante minacce riceveremo, noi non lasceremo il nostro
villaggio Qlayaa. Resteremo, resteremo, resteremo fino alla morte”.
Al Rahi non era solo un prete: rappresentava l’unione dei libanesi al di là
della religione e l’attaccamento indissolubile dei libanesi di Qlayaa alla
loro patria, quella terra continuamente devastata da Israele e ogni giorno
sorvolata dai suoi droni che controllano, minacciano e disturbano con i loro
suoni. Nato e cresciuto lì, aveva rifiutato ogni ordine israeliano di
evacuazione, incarnando la resistenza quotidiana di una comunità che non
abbandona le proprie radici sotto le minacce. In un Libano devastato dalla
connivenza della comunità internazionale, i morti per mano israeliana
sono già 486, di cui almeno 83 bambini, secondo il ministero della salute
libanese; 1313 sono i feriti e quasi 700mila gli sfollati.
Il suo
villaggio è stato teatro di un ennesimo massacro che
colpisce cristiani, musulmani e persone di ogni credo senza distinzioni. La sua
uccisione è il simbolo di una pulizia etnica in corso, imposta
da Israele con ordini di evacuazione forzati. Un ordine che i libanesi sanno,
per esperienza diretta e assistendo a ciò che è accaduto ai palestinesi, che
prevede l’impedimento del ritorno nella propria terra una
volta ottenuto un cessate il fuoco. Sanno bene che non è un allontanamento
momentaneo.
Per me, la banale frase di circostanza pronunciata da Papa Leone XIV riguardo all’assassinio di Al-Rahi è un endorsement politico a Israele. Si è limitato a una frase generica, senza condannare Israele. Ma in realtà la posizione l’ha già presa, stringendo la mano al presidente israeliano Isaac Herzog in Vaticano a settembre 2025. In quel frangente, con i libanesi e palestinesi – tra cui numerosi cristiani – sotto sterminio in diretta, quel gesto ha significato un via libera quasi esplicito ai responsabili di queste atrocità. Proprio come ha ignorato le sofferenze dei cristiani palestinesi, oggi abdica al suo ruolo, preferendo una frase di circostanza davanti all’assassinio di un prete.
La foto di
Al-Rahi, con il volto deciso, ci ricorda che la vera resistenza è quella di chi
difende la propria casa contro l’invasore. Israele prosegue la sua opera
di distruzione, mentre Roma stringe mani sporche di sangue. Ma a
Qlayaa resteranno fino alla morte, una sfida al papa e all’intero occidente.
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