lunedì 23 marzo 2026

Pratiche scolastiche ormai desuete: fare lezione - Matteo Zenoni

 

Un computo doloroso

Tra le funzioni del registro elettronico che sarebbe meglio non conoscere c’è sicuramente quella che segnala il numero progressivo di ore svolte; situato solitamente a fondo pagina, questo link rimanda alle ore di ogni singola disciplina dettagliando quelle di lezione, didattica laboratoriale, esercitazione, verifica scritta, interrogazione e via dicendo. Per i docenti che nutrono un nostalgico attaccamento per le proprie materie, aprire questa pagina rappresenta una sorta di epifania joyciana sull’andamento della scuola italiana e, in generale, sulle dinamiche che la stanno attraversando. Queste si possono riassumere, in soldoni, nella progressiva erosione delle discipline, in favore di tutta una costellazione di attività che nulla hanno a che vedere con Pirandello, Nietzsche, Giolitti, ma anche con i limiti, il DNA e la legge di Coulomb, dato che tale svuotamento riguarda tanto l’area umanistica quanto quella tecnico-scientifica. Insomma, una riflessione su tali processi prescinde dall’appartenenza a un settore disciplinare, non si riduce a una geremiade pronunciata da un difensore delle materie umanistiche avviate a un inesorabile declino, ma riguarda l’evoluzione della scuola italiana nel suo complesso.

Svuotare la capacità critica

Nel recente volume collettaneo Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, il contributo di Marco Maurizi, intitolato Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola, si concentra proprio su tali tematiche. La tesi del filosofo è che la svalutazione del sapere disciplinare sia strettamente collegata alla riduzione dell’autonomia da parte del docente, sancita nell’articolo 33 della Costituzione: «ridurre l’autonomia del docente equivale a separarlo dal sapere che incarna, svuotando la sua funzione di mediazione critica; e svalutare il sapere disciplinare equivale a ridurlo a semplice supporto di competenze funzionali al mercato, privandolo del suo intrinseco valore formativo» (M. Maurizi, Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola in M. Cangiano (a cura di), Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti, nottetempo, Milano 2025, pp. 45-56). Come nota ancora più avanti, svuotare le discipline significa svuotare la scuola della sua capacità critica; se con una conoscenza solida e strutturata si permette, infatti, «agli studenti di acquisire gli studenti di acquisire strumenti concettuali per interpretare la realtà, riconoscere le contraddizioni sociali e immaginare alternative […], la frammentazione dei saperi in micro-attività, competenze e progetti occasionali priva lo studente di una visione d’insieme» (Ivi, p. 46).

Prendiamo, tanto per fare un esempio, la trattazione del Fascismo all’interno del monte-ore di Storia del quinto anno dei licei. Dopo la riforma Gelmini, ad eccezione del classico, le ore settimanali sono diventate 2 a settimana, per un totale di 66 annuali che, nella migliore delle ipotesi, arrivano a 50-52, se consideriamo l’inserimento delle attività di Formazione Scuola Lavoro, Orientamento, Educazione Civica e progetti di vario tipo, che vedremo più avanti. Con che profondità storica, quindi, può essere studiato questo periodo cruciale della storia d’Italia? Sicuramente con un approfondimento inferiore rispetto al passato, privando gli studenti di letture storiografiche, conflitti di interpretazioni, affondi sui rigurgiti neofascisti contemporanei; in poche parole, si tolgono agli studenti gli strumenti, per esempio, per capire le manifestazioni che ogni anno si svolgono ad Acca Larenzia.

Come si sono innescate però tali dinamiche? Dove affondano le loro radici? Anzitutto nel consiglio di classe, che per primo approva tali progetti-decurta ore, sotto la forte spinta, però, di agenti come il Ministero dell’Istruzione e del Merito e, soprattutto, di quelli che chiamiamo con linguaggio (non a caso) aziendale, stakeholders.

Progettare o progettificio?

I consigli di classe autunnali servono a impostare la programmazione di classe; le circolari di convocazione sottolineano di prestare particolare attenzione alla progettazione delle attività di Educazione Civica (insegnamento trasversale istituito con la  Legge 92 del 20 agosto 2019) e dei moduli di Orientamento (introdotti dal D.M. 328/2022), che dovranno essere rispettivamente di almeno 33 ore e di 30 ore, in orario curricolare per il secondo biennio e quinto anno.

In queste occasioni si assiste, solitamente, a una divisione in tre gruppi dei colleghi del consiglio di classe: un primo gruppo squaderna tutta una serie di iniziative, progetti, percorsi formativi già preconfezionati che, sorta di Eldorado, daranno la possibilità di raggiungere il monte-ore agognato senza alcuno sforzo; un secondo gruppo sottolinea, invece, la necessità di ancorare Educazione Civica e Orientamento a contenuti disciplinari e, soprattutto, di non eccedere nel monte-ore restando nei numeri minimi; un ultimo gruppo, invece, si dichiara d’accordo con le scelte della maggioranza.

Se, però, in un consiglio di classe prevalgono docenti del primo gruppo, la programmazione di classe si trasformerà in un progettificio vero e proprio e conterrà tutta una serie di iniziative, progetti, sicuramente meritevoli e con un taglio civico e di Orientamento, ma che poco avranno da spartire con la programmazione disciplinare. Va  aggiunto poi che se di queste attività, come spesso accade, non si presuppone una rielaborazione in classe o a casa, il tutto rimane lettera morta: ore delle discipline quindi immolate sull’altare dei progetti, ma che alla fine non porteranno a nulla, se non alla partecipazione passiva di studenti ben contenti di “saltare” ore di lezione.

Una scuola assediata

Opporsi a queste iniziative, specie se si è in minoranza, equivale a vestire i panni di un Anticristo e, quindi, per non rendere il luogo di lavoro un (insano) teatro di conflitto, si acconsente spesso a progetti e iniziative di vario tipo che riducono sempre più le ore effettive di lezione sui contenuti disciplinari. Una pressione, in tal senso, viene esercitata spesso dal territorio e dalle Associazioni che gravitano intorno alla scuola e che fanno sentire la loro influenza specialmente nelle realtà più periferiche e provinciali: Carabinieri, Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Croce Verde, Associazioni per la sicurezza stradale, per la prevenzione alle tossicodipendenze e altri ancora vengono a “bussare” alle porte della scuola, inviando proposte formative per incontri (rigorosamente mattutini), ma anche per progetti volti alla realizzazione di prodotti di vario tipo, con restituzione finale.

In questo contributo non si vuole negare la validità, a livello sociale e di Educazione Civica, di tali progetti, ma ciò si configura, a mio avviso, come una continua intrusione in un recinto, quello della scuola, dove la parte del leone dovrebbe essere quella dei contenuti culturali, atti a formare quello spirito critico, di cui si parla sempre, tra le altre cose, come difesa contro l’avanzare dell’intelligenza artificiale.

La sensazione, invece, è di un vero e proprio assedio, da più parti; il povero Coordinatore, quando apre la cartella delle iniziative provenienti dalla segreteria, si trova di fronte, spesso, a una fiumana che può letteralmente travolgere il monte-ore annuale delle singole discipline. A volte questi progetti si configurano, con un retaggio delle modalità della DaD, come pacchetti da svolgersi online, ascoltando registrazioni in modalità asincrona, tanto che il docente viene del tutto esautorato dal suo ruolo, limitandosi a fare sorveglianza in classe mentre gli studenti si ascoltano il Dirigente d’azienda o di banca di turno.

Orientare con le discipline?

Se l’insegnamento di Educazione Civica, pur con tutte le sue criticità (ben delineate da Orsetta Innocenti nel suo articolo Il metodo dell’ultimo biscotto: la ‘novità’ dell’Educazione Civica nella scuola italiana) trova comunque un suo spazio nella dimensione disciplinare, dato che, per citare le parole pronunciate da Romano Luperini in un intervento all’Università di Siena, «ogni ora di letteratura è un’ora di Educazione Civica» e molti dei contenuti di Storia, Diritto, Scienze naturali vanno a intrecciarsi con le tematiche di questa “materia trasversale”, credo che l’introduzione delle ore di Orientamento, nella misura di 30 annuali, rappresenti invece un bel colpo ai saperi disciplinari.

Nelle Linee guida per l’orientamento, si scrive che «La progettazione didattica dei moduli di orientamento e la loro erogazione si realizzano anche attraverso collaborazioni che valorizzino l’orientamento come processo condiviso, reticolare, coprogettato con il territorio, con le scuole e le agenzie formative dei successivi gradi di istruzione e formazione, con gli ITS Academy, le università, le istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica, il mercato del lavoro e le imprese, i servizi di orientamento promossi dagli enti locali e dalle regioni, i centri per l’impiego e tutti i servizi attivi sul territorio per accompagnare la transizione verso l’età adulta». Il messaggio che passa, a mio avviso, è che non è la scuola a realizzare la formazione del cittadino del futuro, ma la spinta decisiva può essere data solo da tutta una serie di attori che stanno al di là delle mura scolastiche.

Mi si obietterà che si può anche orientare con le discipline, come ho appreso nel corso OrientaMenti, che ho frequentato nello scorso anno scolastico. In quelle lezioni registrate si sottolineava la necessità di superare la lezione frontale e come, attraverso la didattica orientativa, si potessero rendere consapevoli gli studenti del proprio progetto di vita e guidarli nelle scelte future; si ripeteva più volte, a mo’ di mantra, che le discipline dovevano essere attraversate (cito), diventando percorribili, in modo da dare luogo a saperi significativi, che riguardassero non soltanto le discipline, quanto il sé degli studenti. La didattica doveva quindi porsi come obiettivo quello di perseguire obiettivi tanto disciplinari quanto orientativi.

Si tratta di discorsi che, però, calati nella pratica, contribuiscono a quello svuotamento e appiattimento delle discipline che l’erosione del monte-ore già depaupera di un approfondimento decoroso. E quindi il Dante della selva oscura diviene il personaggio a cui affidarsi per le proprie scelte future in un momento di difficoltà, la Mirandolina della Locandiera una paladina ante litteram dei diritti delle donne e delle studentesse chiamate a lanciarsi nelle lauree STEM; Svevo e Pirandello, infine, due punti di riferimento che possono guidare gli studenti nella ricerca della propria identità nell’era dei social. Oltre a peccare di scientificità e a incappare in approssimazioni che la critica letteraria e la filologia hanno cercato di correggere, si corre però il rischio che tutta la letteratura, in questo caso, venga piegata su un eterno presente, in una salsa orienta-pop che nuoce a tutti.

Il trionfo della superficie: metodologie in azione

Si assiste quindi a una perdita di profondità disciplinare e la sottolineatura sulle metodologie, a mio avviso, rappresenta una risposta a questo monte-ore eroso che, alla fine, diventa il recinto, sempre più ristretto, entro cui far entrare i contenuti disciplinari. All’atto pratico e venendo alle materie che insegno, se dieci anni si potevano avere a disposizione 5 ore per spiegare il Barocco, ora, assediato da FSL, Educazione Civica, Orientamento, Progetti, Educazioni varie ne rimarranno, ottimisticamente, 2-3 e il docente sarà più propenso a progettare un lavoro di gruppo o Jig-Saw in cui i diversi gruppi analizzeranno, per esempio, un aspetto del periodo storico considerato, magari con infografica finale, ottenendo quella parcellizzazione del sapere in micro-attività di cui parlava Maurizi nel contributo citato.

Il focus quindi è sempre più sul come, più che sul cosa, dimenticando che le metodologie non sono vestiti che “vestono bene” su tutte le discipline, caratterizzate invece ognuna da una propria epistemologia; scorrendo però, per esempio, le proposte di formazione su Futura, piattaforma del MIM, non troveremo sicuramente un corso, per esempio, sul romanzo del secondo Novecento, oppure sulla Scuola di Francoforte e sui vaccini a RNA, ma tutta una serie di iniziative di formazione sulle metodologie, sull’AI, sul digitale. Le previsioni future, quindi, sono assai nefaste, specie perché l’erosione delle discipline nella scuola inizia dalla loro erosione nella formazione di chi dovrebbe esserne il custode, ovvero gli insegnanti. Un insegnante, però, che ha più interesse per la didattica a stazioni che per l’ultimo saggio su Elsa Morante, ahimé, è destinato a contribuire a questo declassamento continuo dei saperi disciplinari.

La scuola-vetrina

Le attività di Orientamento in entrata, d’altra parte, si interessano ben poco di una scuola che fonda la sua didattica sulle competenze disciplinari; nelle locandine degli open-day, nelle brochure informative, sui siti internet, si cerca di mettere in evidenza tutto ciò che è progettualità: viaggi d’istruzione, esperienze di interscambio, Orientamento, Educazione Civica, Educazioni di vario genere e FSL fanno la parte del leone. Per fare un esempio, se uno studente di classe terza della secondaria di I grado è interessato a un liceo linguistico cittadino, probabilmente la sua scelta dipenderà non dalla bontà della didattica erogata o dal corpo docenti più o meno stabile  e valido, ma dalla possibilità di svolgere la Formazione Scuola Lavoro all’estero, dai progetti di Educazione alla salute, dalle iniziative di Orientamento post-diploma: uno scenario che equipara la scuola a un mercato, come ha notato Emanuela Bandini nel suo pezzo Questa scuola non è on demand.

E di colpo venne il mese…di maggio

«Oddio, è già maggio: non sono proprio riuscito a fare Foscolo, quest’anno!». Frammenti rubati da una conversazione di fine anno scolastico in cui, dopo aver attraversato quattro o cinque consigli di classe in cui si è approvato tutto l’approvabile, ci si rende conto che anche i famosi nuclei fondanti, i saperi essenziali, alla fine, non sono stati nemmeno toccati, forse perché delle 132 ore di lezione se ne sono fatte invece 105, con un disavanzo di 25 ore, che corrispondono per italiano, a 6 settimane di lezione.

I dati Invalsi del 2025, sorta di termometro delle competenze sulle prove standardizzate, stanno dando dei chiari segnali: in seconda superiore, sia in Italiano che in Matematica, si registra un calo dell’8 per cento rispetto al 2019 degli studenti che raggiungono i traguardi previsti dai Quadri nazionali di riferimento. Nord-Ovest e Nord-Est, regioni storicamente baluardo e vicine agli standard del Nord Europa, perdono rispettivamente 9 e 13 punti in italiano e 11 e 16 in matematica. Per chi vive la scuola questi numeri non possono sorprendere: sono la logica conseguenza di un esautoramento delle discipline, di una marginalizzazione dei saperi, di un depotenziamento delle competenze disciplinari, per far entrare a scuola tutto ciò che di scolastico ha ben poco. E così, se prima, venendo alla classe seconda, si poteva dedicare, in italiano, un monte ore considerevole alla scrittura, alla lettura e alla riflessione linguistica, ora questo tempo è già eroso dal corso sulla sicurezza per la FSL di terza, dall’incontro con le Associazioni di turno, dal progetto con la Questura da svolgersi nelle ore curricolari.

Tornare ad amare le proprie materie

Come resistere? Opponendosi nelle sedi decisionali con voti contrari, facendo sentire la propria voce in difesa di una scuola sotto assedio, opponendosi alla marginalizzazione dei saperi disciplinari per un precoce avviamento al lavoro e alla scuola come “filiera”. Ogni ora erosa di italiano, matematica, fisica, scienze, filosofia e sacrificata all’altare di progetti che poco hanno di scolastico è un colpo alla democrazia e un ostacolo alla crescita di cittadini consapevoli, solidi culturalmente e dotati di spirito critico.

Svuotando le discipline, svuotando la scuola, stiamo ponendo infatti le basi per uno svuotamento della società, che sarà caratterizzata dal pressapochismo, dalla proliferazione delle fake news, ma soprattutto dall’incapacità di vedere i fenomeni in atto in modo critico, per farci suggestionare, invece, solo dalla pancia e dall’emotività. Queste dinamiche, d’altra parte, sono già sotto i nostri occhi.

da qui


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