Senza limiti. Lo smisurato, illimitato, impunito genocidio di Gaza ha aperto la porta a una guerra senza limiti: morali, giuridici, umanitari. Senza limiti politici, senza limiti di tempo (può durare “forever”), e senza limiti di luogo (nessuno è al sicuro). È questo ciò che colpisce e travolge della situazione in cui il criminale lucido Netanyahu e il criminale appannato Trump hanno precipitato il mondo con la servile, succube complicità dei governi europei, incluso quello più grottesco – il nostro –, e con la sola, luminosa, eccezione di quello spagnolo.
La guerra
senza limiti è la conseguenza diretta della definitiva rottura del già
precarissimo equilibrio dei poteri interni alle democrazie occidentali. Negli ultimi tempi una
inarrestabile legge di proporzionalità inversa ha visto il potere di pochissimi
super-ricchi farsi senza limiti e il potere dei cittadini venire costretto
entro limiti sempre più angusti: l’estrema diseguaglianza economica ci ha
riportato a un sistema di caste che ordina, dall’alto verso il basso, chi può
fare di tutto giù giù fino a chi non può fare nulla, nemmeno manifestare in
piazza. Così, questa guerra è una Epstein War non solo nel movente occasionale (oscurare il coinvolgimento di Trump
nell’abisso di fango e sangue degli Epstein
Files), ma ancor
di più nell’antropologia del potere.
Quando Trump
(in una intervista al New York Times del gennaio di quest’anno) ha
dichiarato che il suo unico limite è la sua stessa moralità, stava
applicando al governo del mondo lo stesso metro con cui si era regolato in
tutta la sua vita di imprenditore malavitoso e di frequentatore del mondo
di Epstein. Un mondo
di isole, palazzi, aerei, privati in cui la legge non vigeva, e in cui i ricchi
e i potenti potevano fare letteralmente di tutto: senza limiti. Non c’è alcuna
soluzione di continuità tra la violenza privata sui corpi delle donne irretite
da Epstein e le bombe sui corpi delle bambine iraniane: il filo che lega questi
scempi è l’assoluto arbitrio di chi non riconosce alcun limite esterno. Non
c’è soluzione di continuità tra i ‘pieni poteri’ del maschio, bianco e ricco
nelle alcove di Epstein, quello del presidente degli Stati Uniti dentro il suo
Paese (Minneapolis), e quello degli Stati Uniti nel mondo (Venezuela, Iran).
In entrambi i casi, un potere che considera se stesso ‘assoluto’ non riconosce
alcun limite: all’interno non contano la Costituzione, gli Stati federati, i
sindaci, i governatori, le università…, all’esterno non contano il diritto
internazionale, gli altri stati, gli organismi sovranazionali. In questo
assetto non esistono freni: né sul piano simbolico (si può fra presiedere il
Consiglio di Sicurezza dell’Onu a Melania Trump, sbeffeggiando
contemporaneamente il genere femminile e le Nazioni Unite, proprio come
Caligola umiliava il Senato facendo senatore il proprio cavallo), né su quello
sostanziale (si può immaginare e creare un anti-Onu a conduzione privata,
l’osceno Board of Peace). Non esistono argini al potere del capo: mentre ogni
altro potere interno (parlamenti, magistrature, giornali, università…) o
esterno (consessi sovranazionali, corti internazionali, ong…) viene limitato,
svuotato, represso.
Agitando il
feticcio di una sovranità popolare anch’essa senza limiti, di fatto si priva il
popolo sovrano di ogni vero potere: un progetto funzionale a fare la guerra, perché una
legge ferrea stabilisce che «il potere di aprire e far cessare le ostilità è
esclusivamente nelle mani di coloro che non combattono» (Simone Weil). Dovremmo
aprire gli occhi sulla relazione che c’è tra lo smontaggio degli equilibri
delle democrazie (marginalizzazione dei parlamenti, sottomissione
delle magistrature ai governi, repressione securitaria) e questo
terribile amore per la guerra. Di recente, il filosofo del diritto Tommaso
Greco ha ricordato (in Critica della ragione bellica, Laterza 2025)
come per il Kant del trattato sulla Pace perpetua il
mantenimento della pace dipenda in primo luogo dagli ordinamenti interni degli
stati: che proprio a questo fine devono essere “repubblicani”, cioè
garantire che siano i rappresentanti dei cittadini a decidere «se la guerra può
o non può essere fatta». Una richiesta che certo non avviene laddove i capi di
stato sono i “proprietari”, dice Kant, dello Stato stesso. Il fatto che il capo
incontri il limite del Parlamento, della legge e di una magistratura libera
rende meno probabile la guerra: perché rende più probabile che quello Stato sia
disposto a riconoscere il limite degli altri stati, e che ci si doti, insieme,
di un sistema sovra-statale di regole e istituzioni. Esattamente tutto ciò che
ora stiamo distruggendo a rotta di collo: perché abbiamo dimenticato che
ciò che limita il potere limita anche la guerra. La guerra, che ora divampa:
senza limiti.
L’articolo è stato pubblicato anche
su Il Fatto Quotidiano
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