Mentre gran
parte dei Leader europei hanno tutti i loro sensi orientati ad ovest, agognanti
di carpire un minimo cenno di benevolenza nelle sparate del posseduto di
Washington, il Premier spagnolo Sanchezha rivolto la prua del suo
aereo di stato nella direzione esattamente opposta, per volare a Pechino e
consultarsi con Xi Jinping.
Un atto che,
molto probabilmente, costerà alla Spagna ulteriori strali e minacce da parte della coppia del momento Trump-Netanyahuche,
peraltro, sembrano sortire solo l’indesiderato effetto di compattare ancor di
più il tessuto socio-politico iberico, che ha portato Madrid a consolidare la
propria posizione ben precisa nei confronti della politica estera di
Washington, di quella di Tel Aviv e di quella devastante che, congiuntamente,
l’asse israelo-americano sta implementando.
Tuttavia, è
necessario rammentare che gli attuali contrasti tra questi Leader fanno parte
di un’onda lunga che nasce già dal giugno dello scorso anno, allorché il
Premier Sanchez, a premessa del Vertice NATO dell’Aia, quello annuale al
massimo livello di Capi di Governo, aveva perentoriamente affermato che la Spagna non si sarebbe allineata all’imperio american-trumpiano,
per i Paesi Europei dell’Alleanza di raggiungere lo spropositato 5% del PIL in
spese militari. La risposta del Tycoon fu immediata e, come di consueto,
brutale, proponendo di “buttare fuori” la
Spagna dall’Alleanza Atlantica. Un intento che non ha avuto problema a ribadire
durante il Vertice stesso, tra un insulto e l’altro a tutti i Membri del
Vecchio Continente.
Peraltro,
non è la prima volta che la Spagna assume “decisioni di personalità”
non particolarmente gradite dagli USA. Un caso eclatante si verificò nel marzo
2004, allorché Madrid decise di ritirare il proprio contingente (1300 u.)
dall’Operazione in Iraq. Il motivo ufficiale fu il mancato
rispetto del termine previsto per l’assunzione, da parte dell’ONU,
di un ruolo centrale nella Missione, che era a guida USA. In realtà incise
anche molto la perdita di ben 7 agenti dei Servizi spagnoli, caduti in un
agguato qualche mese prima. Fu un ritiro rapidissimo, deciso dal neo-eletto
Zapatero, che creò anche degli scompensi operativi nell’assetto della Forza
internazionale, tanto da costringere gli Americani, rischiando un
ammutinamento, a prolungare la permanenza in Teatro Operativo di una propria
Brigata, che si stava già imbarcando per tornare in Patria, dopo un anno di
Iraq.
E anche
nell’operazione ISAF in Afghanistan (pure questa a guida USA), il Contingente
spagnolo sostanzialmente si ritirò già nel 2013, partecipando alla successiva
fase della missione NATO (Resolute Support) solo con un nucleo logistico, che
controllava l’aeroporto di Herat. Una funzione prestigiosa e di visibilità a
bassissimo costo. In Afghanistan, la Spagna subì la perdita di un
centinaio di militari, di cui però un’ottantina perirono in due
gravissimi incidenti aerei, avvenuti per cause tecniche. A titolo di confronto,
l’Italia è rimasta “fedele” alla missione in Afghanistan dal 2002 al 2021 e i
suoi Caduti sono stati 53, praticamente tutti in attività operative.
Si può
quindi affermare che, in politica Internazionale, la Spagna è
sempre stata presente nell’ambito dei maggiori impegni dell’ONU e della NATO,
ma è anche stata molto attenta a tutelare un adeguato equilibrio tra le
finalità di tali missioni e gli interessi nazionali, assumendo anche decisioni
autonome e nazionali, senza peraltro temerne le possibili conseguenze.
Con questa
chiave di lettura, probabilmente, è possibile comprendere meglio quanto sta
succedendo in questo periodo tra la Spagna e gli USA, che non è di certo una
novità, anche se il tutto viene esasperato dalla posta in gioco,
probabilmente mai così alta e, ancor di più, dai modi prevaricatori, da bar di
periferia, da parte americana.
Inoltre, la
posizione spagnola assume ancor più risalto se contestualizzata nell’attuale
panorama continentale, con gran parte dell’Europa che appare frastornata e in
continua oscillazione tra una colpevole inerzia politica e una pericolosa
subordinazione strategica verso gli USA. I Paesi Europei si sono sinora mossi in
ordine sparso, in modo scoordinato, sulla base di evanescenti
vertici assembleari della UE o sporadici incontri a partecipazione ristretta che,
però, sono sempre in ritardo sull’evoluzione della situazione e senza forza e
volontà po litica di riprendere l’iniziativa nella gestione degli eventi.
In un quadro
del genere, il Premier Sanchez risulta quindi essere la classica “mosca bianca” che, se non altro, dimostra di aver
individuato una direzione e di volerla seguire, anche a costo di inimicarsi due
personaggi che, tra i tanti loro difetti, hanno anche il vizio del rancore, che
non esitano a sfogare concretamente, senza particolari remore morali o di
Diritto Internazionale.
Non si
tratta di chissà quale genialata politica, quanto piuttosto di un atto di
coerenza ad alcuni dei principi fondamentali che dovrebbero animare qualsiasi
Nazione democraticamente evoluta e che, pur se inserita in Alleanze e
Organizzazioni Internazionali, non rinnega la propria sovranità, sostanziale e valoriale, sulle decisioni che la riguardano,
soprattutto se riguardano la guerra.
La Spagna
non ha di certo abbracciato la causa iraniana, ma non ha neanche
condiviso la decisione unilaterale di USA e Israele di attaccare l’Iran, per
cui ha deciso di non voler avere a che fare con questo conflitto, arrivando
anche a negare l’uso delle basi sul proprio territorio. Lo ha fatto con una
decisione puramente politica, assunta in relazione alla situazione contingente,
che ha avuto il sopravvento su qualsiasi alchimistica e strumentale
considerazione sui cavilli burocratici dei trattati. Secondo
Sanchez, l’appartenenza alla NATO e l’alleanza con gli Stati Uniti non sono
state condizioni sufficienti per costringere la Spagna ad assumere un ruolo,
anche solo di supporto, nella guerra all’Iran.
Un ragionamento
politico molto semplice e pragmatico, esplicitamente orientato alla tutela
degli interessi nazionali, che tutti gli altri Paesi europei non hanno fatto,
vuoi per timore riverenziale, vuoi per inconsistenza
politica, vuoi per ignavia dei loro Governanti.
E in questo
contesto, in cui la priorità governativa viene rivolta prioritariamente al
benessere e alla sicurezza della Spagna, ecco che Sanchez dimostra fattivamente
di non aver problemi ad orientare il proprio sguardo verso est, volando a Pechino ad incontrare Xi Jinpig e chiedendo a Mosca di
incrementare del 124% (335 mln di Euro) il proprio rifornimento di
gnl, diventando così il primo importatore europeo di gas russo.
L’incontro
con il leader cinese, che è avvenuto nella Grande Sala del Popolo, l’ambiente
dedicato ai massimi eventi del Governo di Pechino, è stato cordiale e ha avuto
natura esclusivamente politica. L’affermazione di Xi Jinping “La Cina e la Spagna sono Paesi con dei principi, che agiscono con
rettitudine morale. Entrambi sono disposti a stare dal lato giusto della storia”
definisce completamente il trend concettuale dei colloqui, in cui il Premier spagnolo ha esplicitamente riconosciuto all’omologo cinese
il ruolo del suo Paese come Potenza mondiale responsabile ed orientata a
garantire la stabilità globale, attraverso la diplomazia e lo
sviluppo dei rapporti commerciali. Una linea completamente opposta a quella
israelo-americana, improntata sull’imposizione dei propri voleri, mediante la
costrizione doganale e la prepotenza delle armi.
Ovviamente,
i discorsi non sono stati solo di geopolitica, ma hanno riguardato anche le
relazioni economico-commerciali, rinforzando un rapporto già già molto solido
tra i due Paesi, visto che la Cina è il principale partner di
Madrid, al di fuori dell’Unione Europea, con un interscambio che,
nel 2025, ha superato i 55 miliardi di dollari, con un incremento annuo del 10%.
Pertanto, non si è trattato solo di un viaggio diplomatico o solo simbolico, ma
di una visita che avrà ricadute positive a breve termine, in termini sia
politici che commerciali.
Essendo il
quarto incontro in tre anni, non si può di certo parlare di improvvisazione,
quanto piuttosto di una visione strategica ben definita, che propone un modello
“made in Spain”, basato sulla convivenza costruttiva e
fiduciaria di due anime, quella euro-atlantica e quella globale, in grado di
interfacciarsi, alla pari e su diversi piani, con
un interlocutore importante come la Cina, senza rinunciare alle proprie origini
e identità.
E allora c’è
chiedersi se tutto questo non debba far riflettere tutta l’Europa, sulla
possibilità, che gli eventi stanno trasformando in esigenza, di rimodulare il
proprio approccio alle attuali sfide internazionali, abbandonando quelle
timorose prudenze e paure che, sinora, l’hanno sempre costretta ad
inseguire. La Spagna è un esempio, perfettibile ma sostanziale, che
il gigante americano lo si può sfidare, senza patire eccessive conseguenze,
anzi.
Dopo il no
spagnolo, gli USA hanno spostato i propri assetti aerei dalle basi iberiche a
quelle tedesche, proprio sfruttando un’Europa disunita.
Ma proviamo ad immaginare uno scenario in cui tutte le basi europee,
all’unisono, fossero state negate. Si sarebbe probabilmente suonata tutta
un’altra musica che, forse, non sarebbe stata un rock and roll.
PS Il Segretato di Stato Rubio ha
recentemente minacciato di chiudere le basi USA in Europa. Ci sarebbe da rispondergli
di farlo pure senza problemi, mandando poi una cartolina dai posti in cui
riposizionerà, ad esempio, la VI Flotta ora a Napoli, oppure la 173^ Brigata
parà ora a Vicenza, oppure il 31° Fighter Wing ora ad Aviano, oppure gli
assetti della US Navy ora a Sigonella, ecc ecc. Sempre che gli rimangano i
soldi per i francobolli.
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