Pubblicato
per la prima volta nel 1967, il libro, ormai pieno di polvere in qualche biblioteca, è
stato ripubblicato recentemente, e meritoriamente, da Il Maestrale,
Romano
Ruju, nato nel 1939, e morto prematuramente a 39 anni, nel libro racconta la vita a Nuoro dopo
la seconda guerra mondiale.
Da
bambino Romano si traferisce in un altro quartiere, quando Nuoro era solo un grande paese, una piccola cittadina, capoluogo di provincia, che piano piano si
espandeva.
Erano
pochi gli abitanti, nel dopoguerra, a Nuoro, per i bambini come Romano c’erano le bande
dei bambini e le lotte fra le bande, come nella via Pál, di Budapest, tutto il mondo è (forse era)
paese.
Intanto
conosce la scuola, gli amici, i battiti del cuore, l’amore.
E
poi parte verso il continente (salta il fosso), in traghetto, naturalmente, quando
gli aerei erano rari, e dopo un po’ di tempo torna a Nuoro.
Scriveva Lev Tolstoj: Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio, Romano Ruju dimostra quanto ha ragione Tolstoj.
Leggete il libro, sembra un mondo di due secoli fa, è molto più vicino.
ps: Chi è nato 20 anni dopo Romano Ruju, come chi scrive, a Nuoro, sembra di rivivere
un po’ le stesse esperienze, quando dentro la cittadina continuava a esistere
dei pezzi di campagna, e la campagna, quella vera, era a pochi passi da casa, vent’anni dopo qualche palazzo in più, l’asfalto sulle strade, non tutte, c’erano
ancora bambini scalzi, le prime automobili, le televisioni, poche, che favorivano
gli incontri dei vicini.
Da
bambini (fino a 15-16 anni) facevamo lunghissime partite a pallone, solo
all’ora del pranzo e della cena si finiva, e poi scorribande in campagna e
anche al Monte (a Nuoro c’è il Monte e poi anche altri monti), sui muri delle
case c’erano (ancora negli anni sessanta e settanta) frasi indelebili e
irrevocabili di Mussolini (come canta De Gregori).
Alle medie, la nostra scuola era intitolata a un partigiano sardo, ucciso dai nazisti tedeschi nel 1944 in Liguria, abbiamo imparato l’antifascismo, un po’ di storia sarda, su fotocopie di un professore poco italiota, abbiamo scoperto il cinema, grazie a un professore che aveva fondato un cineforum, facendoci conoscere film che oggi sarebbe impossibile vedere. E poi è impossibile dimenticare un professore che alle superiori ci ha fatto amare i libri per sempre. Allora si pensava, per nostra fortuna, che si cambiava la scuola, aumentando conoscenze e senso critico, per cambiare la società, che sarebbe migliorata (anche oggi, negli ultimi 30 anni, in direzione contraria, cambiano la scuola per cambiare la società, mortificando le conoscenze e penalizzando il senso critico, per costruire una società di merda).
E anche
noi saltavamo il fosso, in traghetto naturalmente, costava poco rispetto all’aereo,
verso Roma, o anche verso Genova, e poi in treno, destinazione Parigi o Londra,
per vedere il mondo, e poi tornare nell’isola (oggi non si torna più, si parte in
aereo, con biglietto di sola andata).
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Anche i giovani hanno capito che
restare e lottare in Sardegna può diventare una ragione di vita. Mi ha detto
Romano Ruju: «Il mio libro si propone proprio di far capire che non bisogna
andarsene, che per un giovane sardo vale la pena di restare e battersi» (Corrado
Stajano, Corriere della Sera, 27 giugno 1968)
Romano Ruju è di Nuoro; il suo
libro autobiografico allude apertamente alla crisi. Il giovane protagonista la
vive dall’infanzia fino al momento delle scelte decisive, quando riesce a
disciplinare il suo istinto di evasione trasformandolo in un sentimento di
partecipazione ai problemi della sua isola. «I bambini sardi sono soli», dice
Ruju. (Giuliano Zincone, Corriere d’Informazione,
24-25 giugno 1968)
Con Il salto del fosso Romano
Ruju esordì nella narrativa nel 1967. Da allora mai ristampato, si ripropone il
romanzo in questa nuova edizione arricchita di materiali rari e di notizie
inedite. Un romanzo autobiografico, quello di Ruju, ambientato nella Nuoro
degli anni ’50, quasi un Cosima al maschile traslato di
mezzo secolo. Il protagonista ha 20 anni quando inizia a raccontare la propria
esistenza, in un punto in cui la vita conosce una cesura coincidente con la
fine delle illusioni giovanili. Cesura preceduta da altra pure dolorosa: la
fine dell’infanzia, con il bambino strappato all’antico rione di Santu Predu
per andare ad abitare nella prima periferia di Nuoro, dove l’edilizia popolare
stona con la campagna circostante. Poi, l’ingresso nella giovinezza sarà il
teatro del dissidio fra l’indole contemplativa del ragazzo e la realtà
immediata, in un giovane che coltiva sogni di gloria artistica (il canto
lirico), destinati a svanire sul ripiego di una condizione impiegatizia. La
compensazione arriva dall’ethnos: il contrasto fra interno ed esterno,
fra l’isola-prigione e il vagheggiato Continente che chiama al “salto del
fosso”, si risolve in un “salto” rovesciato, e la rappacificazione con la
realtà, superato il travaglio individuale, si realizza nell’appassionarsi a una
tormentata vicenda collettiva, quella del popolo sardo.
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