domenica 5 aprile 2026

Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla? - Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.

La campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece, tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la convenzione di Montego Bay per concludere poi che l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo, dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia. 7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato omicidio”, doveva essere rimossa?

Oggi quel moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone le prove.

Il ruolo assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi, proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del proprio arrivo.

Ebbene la risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era, ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico, (ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50 piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.

Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta, con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore: quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della missione.

Immaginando i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto, al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni, incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini, a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati insediamenti illegali.

La certezza assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre 2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese – ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia. Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.

Le elezioni politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti, (ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).

Se fosse andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500 attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato ancora a proprio agio.

da qui

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