lunedì 6 aprile 2026

Perché l’alleanza con gli USA è un danno non più sostenibile - Piero Bevilacqua

Quale democrazia?

È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto, offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente ineliminabile della modernità europea.

Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti, comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre immaginarie.

Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni), sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano. Ma è stato pur sempre un ben contraddittorio liberalismo, che ha convissuto, sino a metà degli anni ’60 del secolo scorso, con la segregazione razziale del popolo nero, lunga eredità della propria economia schiavile. Domenico Losurdo ha ricostruito una minuziosa cronaca nera di questa socialità liberale e delle sue pratiche discriminatorie e persecutorie (Controstoria del liberalismo, Laterza, 2005).

Ma lasciando da parte la storia, che cosa è oggi la democrazia in USA? Intendo la democrazia formale, ovviamente, niente più che il meccanismo liberale della rappresentanza. Osserviamo innanzi tutto che cosa è diventato realmente il sistema politico. Chi non vede che il cosiddetto bipolarismo, l’alternanza al governo tra Democratici e Repubblicani, è da decenni una finzione? Non è evidente che vige il sistema del partito unico abilmente camuffato? Il rito elettorale in quel paese è una dispendiosa fiera milionaria dove nessun candidato ha speranza di arrivare al Congresso senza investire una fortuna familiare, ma di norma elargita dalle varie e potenti lobbies economiche e finanziarie. Non è il popolo, che si limita di fatto a mettere la scheda nelle urne, a eleggere i deputati, ma sono le ristrette élites del danaro. E come possono questi eletti rispondere agli interessi reali del vasto “popolo delle urne” se essi debbono la loro elezione al ristretto “popolo dei soldi”? Dunque, la politica, chiunque governi, democratici o repubblicani, si svolge secondo un unico copione con irrilevanti variazioni, un sequel cinematografico in cui si replicano le stesse storie.

Sarebbe sufficiente tale constatazione per non stupirsi più di tanto della clamorosa inerzia e silenzio da parte del Partito Democratico di fronte alle scorribande criminali del presidente Trump. Ma tale silenzio si era già manifestato in forme più gravi, quando un presidente espresso da quel partito, Joe Biden, ha sorretto e alimentato militarmente il governo di Israele per compiere il genocidio a Gaza.

Lo stesso presidente e la stessa amministrazione che hanno rigettato le risoluzioni dell’Onu su Gaza e le varie sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. Pratica che si perpetua da 76 anni, durante i quali gli USA hanno posto il veto per ben 45 volte su 94 risoluzioni dell’ONU di condanna di Israele, che è stato il modo per svuotare l’autorevolezza di quell’organismo. (Le risoluzioni dell’Onu e i veti degli USA sono pubblicati in appendice a J. Baud, Operazione Diluvio Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max Milo, 2024)

Ma se il sistema formale della rappresentanza ha così poco a che fare con la democrazia, che cosa ne è del potere esecutivo, della democraticità e rappresentatività popolare del governo? Risparmiamo al lettore tante analisi di cose note. Oggi su questo potere ci informa, nella forma spettacolare che è propria della politica contemporanea, il comportamento del presidente in carica. Nelle grottesche, ridicole contorsioni retoriche, nelle affermazioni e smentite dello stesso giorno, delle stesse ore, dello stesso discorso, di Donald Trump, questo istrionico, folle personaggio balzato sul proscenio del mondo da una tragedia di Shakespeare, c’è la rappresentazione plastica, l’incarnazione umana dell’avvenuta dissoluzione privatistica del potere esecutivo negli USA. Quest’uomo, che forse è la persona giusta per rappresentare l’agonia di un impero che non vuol rinunciare al proprio dominio, mostra che lo stato americano è oggi spartito, come una preda di caccia, tra i poteri economici che tengono in piedi la società: il complesso militare-industriale, il variegato mondo della finanza, le lobbies ebraiche che guidano la politica estera in Medio Oriente, le Big Tech. Le quali ultime, pur essendo al momento forse le meno potenti nella capacità di condizionamento politico, costituiscono tuttavia una innovazione inquietante nelle forme in cui i poteri privati gestiscono funzioni pubbliche. Come ha da poco sottolineato Dario Guarascio in una sistematica disamina: “Il controllo di infrastrutture, tecnologie e dati ha gradualmente reso le Big Tech una ‘componente attiva’, rafforzando ulteriormente la loro posizione all’interno del complesso militare-digitale americano. In casa e all’estero, le Big Tech si trasformano sempre più spesso negli ‘occhi’ e nelle ‘orecchie’ dei loro governi” (Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026).

Sicché oggi la supposta democrazia americana non solo è capace di esprimere presidenti che sostengono il genocidio di un popolo, apparso in questi anni come uno spettacolo hollywoodiano agli occhi del mondo, ma elegge un uomo come Trump, che può sentirsi un monarca planetario, il primo della storia. Un padrone senza limiti che minaccia e aggredisce vari popoli della terra senza che una qualche opposizione si levi dalle istituzioni americane. E ricordare che gli USA godono ancora della libertà di parola e di stampa poco ci consola, se pensiamo all’asfissiante potere di manipolazione dei media, con cui i cittadini vengono quotidianamente ingannati e disinformati. Dunque un potere così sregolato e assoluto, penetrato da sistemi di sorveglianza e controllo sempre più efficienti, da far temere per l’avvenire della nostra libertà, di tutti noi, americani e non americani, “amici” o “nemici”, poco importa.

Dunque noi non abbiamo più oggi ragioni di essere alleati degli USA per la sua democrazia, per il nostro appartenere alla stessa “sfera di valori”. Dove sono poi i valori? Può esserlo forse il governo neofascista di Giorgia Meloni, che con la tirannia e la violenza convive bene — ed è infatti complice degli USA del genocidio israeliano a Gaza — ma non l’Italia rappresentata dalla Costituzione repubblicana.

Un patto di aggressione al resto del mondo

Ma noi, si obietterà, siamo legati agli USA dal Patto Atlantico. Bene, quel patto, nato nel 1949, doveva servire a difendere il “mondo libero” dalla minaccia sovietica, era figlio della guerra fredda e delle sue retoriche. Benché si debba ricordare che esso nasceva, oltre che in funzione di controllo e repressione dei movimenti comunisti, quale strumento di espansione dell’impero in Europa e in Oriente. Nel dopoguerra, l’Unione Sovietica, che aveva accettato la divisione del mondo in sfere di influenza, sancita a Yalta nel 1945, non poteva nutrire alcuna velleità aggressiva fuori dalla sua sfera. Questa minaccia era agitata ad arte dagli USA per avviare la guerra fredda. L’URSS usciva stremata dalla guerra, con 27 milioni di morti e un numero mai calcolato di mutilati e invalidi inetti al lavoro, con tanta parte dell’industria e delle infrastrutture distrutte. Com’è storicamente accertato: “I sovietici ritenevano che, sia a livello internazionale che all’interno di ogni paese, la politica del dopoguerra dovesse svolgersi entro i confini dell’alleanza antifascista con tutte le forze politiche. Essi si auguravano una coesistenza di lunga durata, o piuttosto una simbiosi di sistemi capitalista e comunista” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Rizzoli, 1995). Ma gli americani avevano altri progetti.

Infatti, dopo il crollo dell’URSS, era evidente che la Nato non aveva più ragioni di esistere. La contrapposizione di sistema tra comunismo e capitalismo non esisteva più. Era chiaro che la sua permanenza e la sua espansione, addirittura la sua proiezione verso l’Europa orientale, ubbidiva a un disegno imperiale e per niente pacificatore. Del resto, analisti e dirigenti politici americani dopo il 1991 hanno esplicitamente dichiarato, nel corso degli anni, gli intenti di dominio unipolare del mondo a cui gli USA si sentivano destinati dopo l’uscita di scena del Grande Nemico. Ed è ormai diventato un rito obbligato ricordare il testo di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, La grande scacchiera, pubblicato nel 1997 (ripubblicato con una postfazione, The Grand Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives. Updated with a New Epilogue, Basic Books, 2016). Oggi, d’altra parte, possiamo dire con sicura certezza che questa alleanza non doveva proteggerci da nessuna possibile minaccia. E anche senza il cosiddetto “ombrello americano”, tanto esaltato da una stampa europea, non si sa se più disonesta o ignorante, non si vede davvero chi avrebbe potuto aggredire l’Europa. Per i popoli del Continente sarebbe stato in realtà molto più naturale e vantaggioso stabilire un nuovo rapporto, anche di alleanza militare, con un paese europeo, come la Russia, che non ci aveva mai aggredito (al contrario di quanto aveva fatto la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini), con cui avevamo peraltro fruttuose relazioni economiche e politiche fino al 2022. L’Alleanza atlantica invece ci ha fatto complici del progressivo accerchiamento della Russia, sino alla guerra per procura in Ucraina. Un magistrale colpo strategico da parte degli USA inferto all’Europa, a partire dalla Germania, a cui ha imposto la fine dell’acquisto di energia a buon mercato e la possibilità della formazione di una vasta area euroasiatica, economica e commerciale, che competesse con l’America. Ma non è solo questo. La Nato ci ha trascinato, in varia misura, in guerre di aggressione contro altri popoli che non ci avevano portato alcuna minaccia: la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria, ciò che ha indotto i nostri governanti, a partire dai presidenti della Repubblica, a snaturare principi solenni della Costituzione, sino a coinvolgerci nel sostegno economico e militare a Israele, perché consumasse il genocidio dei palestinesi a Gaza. E ancora oggi questa fedeltà scellerata ci spinge a sostenere l’esercito criminale di quel paese, perché possa continuare i suoi massacri in Cisgiordania, in Libano, in Siria, nello Yemen, in Iran e dovunque lo ritenga di suo interesse.

Ma con la guerra di aggressione all’Iran — nella quale, con leggendaria disonestà, i governanti italiani, come tanti altri leader europei, non vedono la violazione criminale del diritto internazionale — siamo in una fase nuova. La situazione odierna ci mostra nitidamente a cosa ci espone “l’amicizia con l’alleato americano”. Non sono solo i dazi commerciali, non è solo l’imposizione ai paesi Nato della spesa del 5% del Pil in armi, comprate dalle industrie USA, non è solo l’acquisto del petrolio a caro prezzo dal severo padrone, non è solo la richiesta di investire i nostri risparmi nel vertiginoso debito americano. Non è solo questo, soprattutto per l’Italia. Noi stiamo mettendo le basi militari del nostro paese a servizio di una guerra contro l’Iran, per un’aggressione sanguinaria in violazione di qualunque diritto. E questo ci trascina direttamente in guerra. Così, nel Mediterraneo, il Mare Nostrum, una potenza atlantica, che vive lontano, al riparo tra due oceani, ci espone alla legittima rappresaglia armata di un paese ripetutamente ingannato e aggredito. Senza mai, in nessuna circostanza, esprimere la benché minima protesta contro un’aggressione che procurerà, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e i danni bellici connessi, un danno ingente all’economia mondiale, alla vita di miliardi di cittadini.

Una conferenza internazionale per la pace

A quale punto dobbiamo dunque arrivare, in quale abisso dobbiamo precipitare per incominciare a predisporre una rottura di questo vincolo servile con gli USA, che da tempo non ha altra ragione di continuare se non la corruzione, gli interessi inconfessabili, la viltà, l’inerzia imbelle, la miseria politica e intellettuale dei nostri gruppi dirigenti? Tutto questo in danno crescente e non più sopportabile del popolo italiano?

Rintuzzo subito la ritorsione retorica che ogni volta si attiva, anche da parte di analisti non corrivi, di fronte a tante luminose evidenze. Essa suona: «ma non possiamo essere nemici degli americani». Ma è il contrario. Siamo noi gli autentici, sinceri amici del popolo americano, perché siamo gli avversari dei loro gruppi dirigenti guerrafondai e criminali. Sciogliere la Nato, chiudere le basi militari in Italia e dovunque possibile significa sconfiggere i gruppi dirigenti che non vogliono rinunciare all’impero unipolare, ormai conservabile solo a prezzo di guerre sempre più rovinose e sempre più pericolose. Rinunciare al delirio di onnipotenza equivale per lo stato USA a sottrarre alle spese in armi risorse ingenti, che possono essere destinate al welfare, al benessere generale della popolazione di un grande e ricco paese, così apertamente danneggiato, da decenni, insieme a tanti altri popoli del pianeta, dai suoi governanti dementi.

Dunque, è il ritorno dell’Europa alla sua piena sovranità, anche territoriale, a cominciare dall’Italia, il passo importante per incominciare a riportare ordine e pace nello scenario internazionale. Ma non certo per sostituirci agli USA in vista di una nuova stagione di guerre, come immaginano con stoltezza e velleità superiore a quella americana, i governanti europei, che oggi vorrebbero continuare la guerra contro la Russia senza gli USA. È il lucido, delirante programma elaborato dall’UE nel Libro bianco sulla prontezza alla difesa europea per il 2030 (si veda l’acuta disamina di Alessandro SommaNoi, l’America e l’atlantismo. Sull’inerzia e i guasti di una ideologia costitutiva della costruzione europea, in «La fionda», 2025, n. 1).

Il fatto che, dopo tanta retorica sulle magnifiche sorti e progressive a cui ci avrebbe condotto l’Europa Unita, si offra al futuro della nostra gioventù un avvenire di riarmo e di prontezza alla guerra, è solo la dichiarazione del fallimento di una intera generazione di ceto politico continentale. Non siamo più nel ‘900. Nessuna egemonia e dunque nessun potere durevole si può fondare su un progetto simile — che per molti versi è pericolosamente ridicolo di fronte alla grandezza e potenza dei nemici dichiarati, Russia, Cina, Iran, ecc. — perché le guerre i governi le possono dichiarare e provocare, ma a combatterle sono i popoli, che debbono possedere la forza e la volontà di farle.

È invece l’inerzia servile nei confronti degli USA che non ci ha fatto intravedere la strada maestra che poteva evitare la tragedia della guerra in Ucraina e forse un diverso corso della storia degli ultimi 26 anni. Noi avremmo dovuto raccogliere l’invocazione solennemente espressa da Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco del 2007, vanamente ripetuta negli anni successivi: rinunciare all’ordine unipolare americano e stabilire un assetto di “sicurezza indivisibile”, nel quale tutti i paesi partecipassero con pari diritti di tutela e certezza giuridica. Esattamente il tema che oggi le forze progressiste italiane ed europee dovrebbero riprendere, senza rimanere nella scia della retorica della “difesa all’Ucraina”. Quella difesa è contro gli interessi del popolo ucraino (come di quello russo), perché la Russia non può smettere di combattere senza essersi assicurata una sicurezza duratura del proprio territorio, minacciato dalla Nato attraverso il grande paese confinante un tempo russo. Una certezza di confini che la deve mettere al riparo non solo dall’Ucraina, ma di tutta la Nato, che quella guerra ha favorito e ora continua ad armare e alimentare. Si tratta di una iniziativa che romperebbe l’inerzia infruttuosa di questa fase, mentre assistiamo impotenti ai danni economici crescenti e imprevedibili che due stati selvaggi, USA e Israele, stanno provocando con la guerra contro l’Iran. Ci vorrebbe un po’ di coraggio, rischiando l’impopolarità, ma creando contatti con le forze progressiste della Francia e della Germania, perfino del governo spagnolo di Sánchez, e rendendo popolare l’idea di una conferenza da realizzarsi in Europa, in cui si discutano con serietà i temi della sicurezza, ma alla presenza dei rappresentanti della Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti coloro che vorrebbero partecipare.

Sappiamo che al primo annuncio di questa proposta la stampa padronale si scatenerebbe per sabotarla. Ebbene, io credo che questa sarebbe un’occasione per incominciare ad affrontare con serietà e coraggio il gravissimo problema dei media italiani. Gli analisti liberi devono cominciare ad accusare apertamente i giornalisti — non solo il canagliume della stampa di destra, che si sporca con le sue stesse parole — ma soprattutto dei fogli più influenti, il Corriere della SeraRepubblicaLa Stampa, ecc., non solo come vassalli degli USA. Questa loro è antica routine. Ma anche come corresponsabili della continuazione delle morti in Ucraina, complici morali del genocidio a Gaza (giornalisti come Mieli e della Loggia l’hanno apertamente giustificato come responsabilità di Hamas), sostenitori dell’aggressione all’Iran e quindi dell’uccisione di migliaia di cittadini innocenti, del bombardamento di scuole, ospedali e perfino università, che oggi si vanno sempre più ripetendo a Teheran e altrove. Oggi non possiamo più tollerare l’impunità morale e politica di un giornalismo che mente con strategia sistematica ai cittadini, falsifica quotidianamente la realtà dei fatti, tace le cose che non bisogna fare sapere, modifica le interpretazioni secondo precise volontà manipolatorie. Questo lo dobbiamo alla verità, alla volontà di pace del nostro popolo, ma anche a una ragione quasi mai ricordata. Insieme alla TV e ai grandi media, sui temi della politica estera, il giornalismo italiano costituisce oggi al tempo stesso espressione e causa della degenerazione morale e culturale del Paese. L’istituzione di un paese liberale che dovrebbe fornire informazione, procura di fatto danni anche economici indiretti al nostro paese, alimentando la politica rovinosa dell’atlantismo. A mia memoria mai sui temi della guerra e dei rapporti con gli altri paesi erano state riversate così tante menzogne sull’immaginario degli italiani. Non possiamo consentire, per quel pochissimo che possiamo — la nostra libera voce — che le nuove generazioni vivano nell’ipocrisia dei doppi e tripli standard con cui i media italiani si mettono a servizio degli “amici”, sempre più apertamente agenti del disordine internazionale. La libera e coraggiosa critica di tanta disonestà è peraltro oggi uno dei pochi modi per riscattare il buon nome dell’Italia agli occhi del mondo.

da qui

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