Ogni gruppo di amichetti che si rispetti è in genere legato da una passione in comune e pare che il requisito fondamentale per prendere parte alla costruzione della Torino Lione sia essere invischiati in affari illeciti. Basta infatti pescare a caso dal cappello una delle ditte connesse alla costruzione del TAV che trovi subito del marcio tra quelli che sembrano essere più degli amici di merende che altro.
Giunge
infatti alle orecchie della nostra redazione, che la procura di Roma stia indagando sull’ipotesi che alcuni imprenditori abbiano
manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche,
corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno, per un totale di 26 persone
indagate per corruzione, induzione indebita, traffico di influenze, turbativa
d’asta e riciclaggio. Insomma, una bella zuppa di illegalità.
Ma di chi
stiamo parlando?
Tra gli
implicati in questa indagine c’è anche la nostra “cara” RFI, che
come sappiamo si occupa della pianificazione e dei lavori infrastrutturali sul
territorio nazionale della Torino – Lione. Oltre ad RFI, sotto ai riflettori
c’è anche Terna, che è una delle principali società italiane operanti nel
settore dell’energia, con un ruolo cruciale nella gestione della rete di
trasmissione elettrica nazionale. Le altre aziende coinvolte sono la Red Hat,
che sviluppa software, e la Nsr, che si occupa della loro distribuzione sul
mercato, ad enti pubblici e aziende.
In
particolare si indaga su una gara d’appalto da 400 milioni bandita da
RFI nel 2024, dove il dirigente di Nsr Francesco Dattola, attraverso anche
alcuni dirigenti di RFI avrebbe ottenuto il capitolato in anticipo (il
documento che descrive, tra le altre cose, le caratteristiche del bene o del
servizio da fornire) e avrebbe suggerito delle modifiche e integrazioni, per
assicurarsi di rispondere meglio ai requisiti tecnici del bando. In
particolare, il manager di RFI, Riccardo Barrile, avrebbe passato
il capitolato al responsabile di Tim per la rete ferroviaria, Carlo
Antonello Bisi, che a sua volta lo avrebbe condiviso con Dattola. L’appalto
sarebbe relativo alle tecnologie informatiche nelle ferrovie italiane, nel
particolare alla gestione del traffico e della sicurezza del trasporto su
ferro.
Il
signor Francesco Dattola, nel corso del 2023, stando alle indagini
in corso, si sarebbe mosso per reperire notevoli quantità di denaro contante,
attraverso un complesso sistema di fatture fittizie e compravendita di Rolex,
ricavando circa 600 mila euro (in effetti rispetto ai 35
milioni spesi per la nuova talpa stiamo parlando di spiccioli) che sarebbero
stati utilizzati anche per tangenti a dirigenti di RFI e Terna.
Diciamo che
di irregolarità che abbiamo segnalato negli anni nella
costruzione della tratta, ce ne sono a bizzeffe. La trasparenza che dovrebbe
essere un requisito fondamentale, specialmente in progetti che vedono il
movimento di così tanto denaro, agli amici di merende che plasmano e raccontano
la Torino Lione non è mai piaciuta troppo. Così come la creazione di gare
d’appalto ad personam, che proliferano quando si parla della Grande Opera.
Basti pensare, all’appalto gestito da TELT del 2018 per il
lotto transfrontaliero, contestato per l’assegnazione a un raggruppamento
guidato da Eiffage e CMC, che è stato anche in questo caso un bel “patto tra
amici”. Nonostante le irregolarità procedurali siano state riscontrate anche
dalla Corte dei Conti europea, la gara non è stata (ovviamente) annullata,
altrimenti non saremmo qui a contarcela.
Nel 2021
oltretutto, l’ANAC (l’Autorità Nazionale Anticorruzione) ha
inserito la Torino-Lione tra i progetti considerati ad alto rischio
corruzione, segnalando carenze nei controlli sulle assegnazioni dei
subappaltati.
Ad
aggiungersi a quanto detto, vorremmo commentare le recenti parole di Matteo Salvini alla Fondazione Feltrinelli.
Il Giornale riporta: “[…] In questo lunedì mattina di sole di fine marzo
abbiamo operai, mega talpe, ingegneri, che stanno lavorando per la Torino –
Lione sotto le Alpi, conclusione lavori ipotizzata dai tecnici fra il 2032 e il
2033 per unire col treno velocità di Francia. Le infrastrutture sono il più
grande piano antimafia. È complicato perché ci sono i comitati del “no” per
ogni cosa, ci sono disagi, di cui mi scuso, ma se non facessimo questo lavoro
tra pochi anni saremo a piedi” (?????????), ha aggiunto. “Un ponte unisce, solo
in Italia un ponte divide perché lo fa Salvini”, ha aggiunto il ministro, che
ha rinominato il ponte sullo Stretto come “Ponte della Pace”. Tralasciando che
le cose di cui dovrebbe scusarsi sono altre lasciandoci ben stare, dire che le
infrastrutture sono il più grande piano antimafia sarebbe in parte veritiero se
ci fossero controlli e trasparenza nella loro realizzazione, caratteristiche
che in Italia sono a dir poco manchevoli in progetti come la Torino Lione.
Tanto è evidente che non serve aggiungere altro. Non ci stupirebbe poi vedendo
i precedenti, se il signor Salvini fosse uno degli amici di merende degli altri
signori sopra. Che sappiamo che poi il giro è quello. Della sua conclusione
alla Downtown Abby, possiamo solo dire che non è che un ponte divide perché lo
fa Salvini, divide perché evidentemente per le persone ci sono problemi più
grandi e più vicini e necessari di un’altra opera da milioni di euro, con
ritardi epocali e infiltrazioni mafiose da ogni lato.
Ripetere che
un progetto di questa portata dovrebbe essere dibattuto pubblicamente e non
deciso in stanze chiuse, è probabilmente inutile. Tuttavia, ci sembra più che
normale che anche alla luce delle ultime “questioni personali” dei dirigenti di
RFI, chiederci quanto ci si possa fidare del loro operato. Non che noi ci siamo
mai fidati di loro, anche considerando tutti gli illeciti portati avanti negli
anni. A partire dai criteri nella realizzazione delle gare poco chiari,
commissioni con conflitti d’interessi (nel 2018 alcuni membri delle commissioni
di valutazione avevano precedenti collaborazioni con le stesse aziende
partecipanti, cosa che, pensate un po’, non dovrebbe accadere), documentazione
completa inaccessibile. E ancora le stime dei costi che nel 2007, TELT parlava
di 8 miliardi circa per la Torino Lione, saliti a più di 26 miliardi nel 2024 (sticazzi),
con continue sotto stime e parte dei fondi UE e nazionali gestiti con scarsa
tracciabilità, sollevando dubbi su sprechi o “distrazioni”.
Ci sembra
lecito e doveroso far presente per la millesima volta che non è ammissibile che
vengano chiusi gli occhi su argomenti di questa portata. Chiaro è che i media
preferiscano abbuffarsi su scandali più appetibili, come se le nostre denunce
non fossero legittime. Lo sappiamo bene: davanti ai soldi, alla politica e alle
lobby, la giustizia spesso arranca (specialmente quando deve scegliere tra gli
illeciti dei potenti e la persecuzione di coloro che impiegano il loro tempo
nella lotta per un futuro diverso). Anche se, puntualmente, i pochi riflettori
che arrivano in Val di Susa sembrano concentrarsi solo sui nostri presunti
metodi ‘non leciti’, c’è una differenza fondamentale: mentre noi a merenda ci
gustiamo un pezzo di toma e salame, loro condiscono il piatto con denaro
riciclato e appalti truccati. E i fatti, ormai, lo dimostrano. Il
problema sono loro, non facciamoci ingannare.
Noi
ovviamente non ci arrendiamo e continueremo a denunciare i loro illeciti.
Perché a forza di urlare, qualcosa accadrà e sta accadendo.Crediamo che la vera
forza sia quella delle persone che decidono di schierarsi dalla parte della
trasparenza, dell’etica e del bene comune (che no, non è la realizzazione della
Torino Lione). E confidiamo che, alla fine, saranno le persone che prendono posizione
a fare la differenza.
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