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mercoledì 15 dicembre 2021

La bellezza di scioperare. La ferita narcisistica del capitalismo - Christian Raimo

 

Si dice che si viva sempre in un’epoca di transizione, ma quello che ormai è evidente è che viviamo in un’epoca di fine. Il novecento è stato un secolo lunghissimo, a dispetto delle sue interpretazioni affrettate, che non smette di finire.

Stiamo dentro almeno tre crisi planetarie: il cambiamento climatico, quella del patriarcato, quella del neoliberismo (ovvero della fase più avanzata del capitalismo). C’è un mondo che sta finendo e un altro che fatica a iniziare. Questa fatica è espressa dall’egemonia del distopico: ci affanniamo a trovare un nuovo realismo. La pandemia ha fatto deflagrare, ha evidenziato, ha accelerato questi processi che stavano emergendo anche nella scena pubblica. Quello che prima era sottotraccia, inconscio, ora è visibile.

Ma come finiscono le cose? In che fase di queste crisi siamo? Come vengono distrutte, superate queste forme di dominio predatorio di un essere vivente sugli altri esseri viventi, di un genere sugli altri generi, di una classe sull’altra?
All’apparenza in una forma melodrammatica. Dovunque si piange, dovunque assistiamo alle lacrime pubbliche di chi finora ha praticato questo dominio e ora sente che non è più possibile, o allo scioglimento del trucco come in un film di Luchino Visconti: le lacrime di Elsa Fornero, le lacrime di Allegra Stratton, la tintura che cola sul volto di Rudolph Giuliani nella conferenza stampa dopo Capitol Hill…

Ma questa modalità comprende solo una parte della performance della fine. La forma che questa fine prende è nella maggior parte dei casi diversa. Non melodrammatica, ma aggressiva, cinica quando non sadica, indifferente: è la forma del backlash – come l’ha definito Susan Faludi -, del contrattacco, dell’esasperazione parossistica di quel dominio.

Di fronte a una crisi irreversibile, ecco cosa abbiamo: negazionismo, recrudescenza, misoneismo, delegittimazione del nuovo, della critica, del conflitto, del dissenso. Ogni dialettica è negata, quella della storia più delle altre; per questo il distopico è diventato così mainstream, anche nell’entertainment e dilaga: perché è la forma della fantascienza che non apre a un mondo nuovo, ma stira fino alla tensione massima il presente.

Ma c’è un sintomo in più che dobbiamo cogliere in questa crisi multifattoriale. La crisi estrema, la fine che non finisce, si mostra come una ferita narcisistica. Se per il patriarcato sembra essere giunta una crisi irreversibile che tenta di contenersi come una crisi di mezz’età, assumendo forme di reiterazione del dominio in modalità che sembrano meno predatorie: il paternalismo, o il patetico (come chi si tinge i capelli o Weinstein che cammina con il girello); dall’altra parte invece il neoliberismo con le sue promesse mancate e i suoi danni planetari non solo non accetta la possibilità di una sua seria crisi, ma reagisce come un narcisista di fronte alla mancanza di consenso, di plauso. Come è possibile? Come mai non ti piaccio? Eppure finora era così. Come è possibile che un governo dei migliori non solo venga sostenuto da tutto il parlamento ma non abbia le fanfare a ogni angolo di strada? Come è possibile che nonostante tutta la bontà di chi decida i destini collettivi, qualcuno decida di non applaudire e scioperare?

Ecco la ferita narcisistica. Qualcuno che dice: non mi piace. Nonostante quel dominio si presenti in forme più suadenti e dolci: resilienza, educazione alla responsabilità, ripartenza, valore sociale, rigenerazione urbana… Cosa deve fare di più per piacere?

Eppure in massa, ovunque, cominciano a dichiararsi i no. Netti, argentini, rotondi.

Le grandi dimissioni sono un fenomeno globale che si amplierà. È come se un fronte di Bartleby si stesse affacciando al mondo e dicesse, con pacata determinazione, Preferirei di no.

Di fronte a questi no, come nel racconto di Bartleby, si impazzisce: cosa succede? Perché? Bartleby si è ammalato all’improvviso? Tutta questi no sono sintomi di depressione collettiva, di irresponsabilità, di mancanza di buon senso?

Il conflitto, il dissenso viene così delegittimato.
Ma questa delegittimazione non è una novità. Margaret Thatcher è la prima a avere l’intuizione che poteva minare nel profondo la cultura del lavoro del movimento operaio. Nel 1984-1985 il Regno Unito è attraversato da un leggendario sciopero dei minatori: dura 51 settimane, coinvolge 165mila lavoratori, e finisce con una resa da parte del sindacato della National union of mineworkers, sconfitto dall’intransigenza della iron lady. Ma a Margaret Thatcher non basta vincere, vuole delegittimare la battaglia: uno degli elementi che usa per sfiancare/trattare i sindacati a la proposta di spesare le spese psicologiche degli operai che avrebbero perso il lavoro. Il conflitto viene ridotto a disagio, a trauma.

Il quarantennio del neoliberismo nasce così insomma, come un dominio sociale e sulla psiche. Quale è allora la novità attuale?

Finora questa delegittimazione attraverso la patologizzazione è riuscita. I decenni che abbiamo vissuto ci hanno mostrato come questo conflitto venisse preso in carico e introiettato da chi subiva il dominio.
Oggi può andare diversamente? Sì. La pandemia ha slatentizzato sia l’aggressività del dominio nelle sue forme di backlash, sia ha permesso di fare acting out a chi sentiva ma non riusciva a legittimare il conflitto, ha dato la possibilità ai subalterni di emanciparsi non solo dal dominio dalla patologizzazione della crisi.

È come se arrivato il tempo di ribaltare le diagnosi: ovvero il tempo che la ferita narcisistica del capitalismo sanguini. Si può scioperare, dimettersi, sindacalizzarsi, rivendicare diritti, senza dover minimamente cedere alle lusinghe o alle proiezioni del capitalismo che dice Ma come? Non ti piaccio più? Sei sicuro?

La risposta è un bellissimo no.

da qui

lunedì 16 settembre 2019

«Preferirei di no»: lo scrivano Bartleby e i social media - Giada Ceri e Marica Romolini

La trama in sintesi:
Il protagonista di 
Bartleby lo scrivano (racconto di Herman Melville del 1853) è appunto uno scrivano di nome Bartleby che un giorno, misteriosamente, smette di fare il proprio lavoro. Dopo anni di ligia esecuzione del proprio dovere si chiude in un «Preferirei di no» ripetuto e ostinato sino alla fine quando, condotto in prigione, si lascerà morire di inedia.

Estratto del testo:
«Era con me, credo, da tre giorni quando, dovendo completare in gran premura una faccenduola, di punto in bianco [lo] chiamai, spiegando rapidamente quello che volevo da lui, cioè esaminare insieme a me un breve documento. Figuratevi la mia sorpresa, anzi la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo angolino, con voce singolarmente soave, ma ferma, Bartleby rispose: “Preferirei di no”. Rimasi per qualche tempo seduto, trasecolato, in assoluto silenzio. Ripetei la richiesta con quanta chiarezza mi era possibile, ma con altrettanta chiarezza giunse la risposta di prima: “Preferirei di no”».

Giada: «Preferirei di no»: una frase dentro cui sta la storia di un uomo che disobbedisce senza mai alzare la voce. La possibilità, il desiderio, la scelta e, insieme, il rifiuto: un assurdo logico che spariglia e disturba. Con un semplice condizionale e un monosillabo Bartleby inizia la sua resistenza gentile contro la linearità, l’obbedienza, la produttività che lo circondano.
Marica: Il «No» di Bartleby è netto ma non aggressivo né polemico, e lo ripeterà identico ogni volta che verrà richiamato ai suoi compiti lavorativi presso lo studio legale. Mi ricorda C’è chi dice no di Vasco Rossi: in un mondo che ha perso il senso profondo di sé, del tempo, dell’uomo («C’è qualcosa che non va in questo cielo. C’è qualcuno che non sa più che ore sono […] C’è qualcuno che non sa più cos’è un uomo»), c’è chi si ferma e dice «No, io non ci sono […], io non mi muovo».
Giada: Papa Ratzinger si è fermato nel 2013. Nel 2012 lo ha fatto Philip Roth, annunciando l’addio alla scrittura («A dire la verità, ho finito») e due anni dopo anche il ritiro dalla scena pubblica. Chi altro, fra i personaggi considerati emblematici del nostro tempo, potrebbe scegliere la sottrazione, il rifiuto, il silenzio? Tornando a Bartleby: con il suo «No» mette in crisi il sistema nel quale era inserito come un dente nell’ingranaggio e questo «No», per il suo stesso essere apparentemente senza ragioni, sconvolge la quotidianità circostante lo scrivano. Con la sua quieta fermezza Bartleby elude gli schemi della corrente visione di un mondo che si vuole privo di enigmi che non possano essere sondati, di ombre che non si riesca in qualche modo a illuminare.
Marica: È una sottrazione al dato per scontato, all’angusta logica della prassi, al micidiale ritornello giustificazionista «del resto è così che gira il mondo». Certo, anche il mistero di conseguenza. Non dare spiegazioni vuol dire resistere alla prepotenza di chi, senza alcun diritto né reale intimità, vuole sapere solo per controllare. Le domande inopportune fatte dai giornalisti che intervistano solo per amor di tesi o lo sguardo indagatore del medico che riduce il paziente alla patologia; le etichette di chi neanche fa queste professioni ma gioca a farle, vestendo per esempio i panni, sempre più diffusi e a buon mercato, dello psicologo nel rapportarsi con gli altri. Ordinare le persone in casi, caselle e statistiche placa momentaneamente l’ansia: permette di restare sulla soglia, di non rischiare quella vita che è – visto che citavi Roth – un «raro verificarsi del previsto».
Giada: Appunto: l’imprevedibile enigma Bartleby può diventare il simbolo di chi decide di uscire da certi meccanismi che – in contesti e modi plurimi – alimentano il sistema sociale, dalle dinamiche di un efficientismo che ci mette in riga, dal bisogno di “arrivare”, di “riuscire”, di “esserci”. Potrebbe, per esempio, ispirare le decisioni individuali o collettive dei tanti lavoratori variamente precari del nostro tempo, intrappolati in una incertezza che riduce l’orizzonte al tirare avanti giorno per giorno, degli elettori costretti a scegliere il male minore… Ma poi chissà se un enigma può e deve essere trasformato in simbolo.
Marica: Bartleby si rifiuta di sostituire vecchi idoli con nuovi idoli. Come quello del lavoro, che un tempo si chiamava stacanovismo ed è poi stato riconosciuto come workaholism, la dipendenza da un lavoro dai ritmi frenetici, che non risparmia vacanze, weekend, spazi mentali. Un modello che è spesso considerato ancora oggi – forse anche per ipercorrettismo rispetto al suo opposto – un valore da imitare, ma che fomenta una concorrenza sleale ai danni della felicità e della salute della persona e dei familiari. L’etica del lavoro travisata: l’etica del lavorare tanto invece che del lavorare bene, o, ancor meglio, del ben lavorare come parte integrante del ben-essere.
Giada: Dunque il «No» di Bartleby oggi potrebbe essere la risposta alla richiesta della società – o alla necessità dell’individuo – di essere immancabilmente presente, di essere visto dagli altri, perché se nessuno ti vede tu non esisti. Possiamo (che Melville ci perdoni) pensare allo scrivano come a un esempio di disobbedienza civile in un mondo nel quale siamo invece spinti verso un continuo marketing su noi stessi, nel quale la parola-chiave è: comunicazione. Un mondo in cui l’uomo da animale sociale diventa social networker.
Marica: Esserci sempre e comunque, ma per qualcosa di esterno ed estraneo a sé. Ma anche Bartleby, portando alle ultime conseguenze il rifiuto, fino a morire, non cade in fondo nella medesima trappola? Non fa che ribaltare la situazione, precipitando nell’estremo opposto. Non dando più nessuna spiegazione, mai, a nessuno, ostinatamente, finisce sì per riprendere il potere su di sé ma tanto da restarne imprigionato, e quindi solo. Basta dire di no al mondo come è o occorre poi proporre un nuovo sì? Dire no senza formulare un’alternativa strutturata è il metodo delle opposizioni (penso ad alcune forze politiche e parapolitiche), valido finché si tratta di contrastare l’assolutismo del potere ufficiale, ma che alla fine resta dentro a quel gioco, se ne fa complice perché di quel gioco ha bisogno per esistere. Non è insomma un metodo valido per costruire qualcosa, una terza via che superi il dualismo potere-ribellione. Dare quindi la spiegazione del perché no, e aggiungere al no un «si potrebbe però», diventa un atto d’amore; è far sentire anche una voce differente: la propria. Implica certamente la scelta, l’esporsi, in ultima analisi il coraggio. Esporre cioè all’altro da sé, a ciò che ci è “straniero” il proprio io nudo. Con il pericolo di essere disprezzati, derisi, incompresi. Ma avere coraggio vuol dire, letteralmente, avere cuore. È l’unica via per un cambiamento sostanziale, mi pare.
Giada: Un cambiamento che, in questo senso, io colgo proprio nelle parole di Bartleby, in quel condizionale che viene prima del «No» e lascia la porta aperta. Il suo non acconsentire a ciò cui viene ripetutamente e ottusamente messo di fronte allude forse a possibilità ulteriori, impensate ma non per questo impensabili.
da qui