domenica 8 novembre 2026

Il sistema più efficace: l’Ucraina ha raggiunto il suo obiettivo

di Elena Karaeva - Ria Novosti

Il progetto globalista “Ucraina” si sta trasformando sempre più, man mano che il tempo passa, da strumento militarizzato e russofobo, affilato dall’Europa per distruggere il nostro Paese (Russia ndr.), in un’enorme camera di tortura - non per noi (russi), ma per gli stessi cittadini della “Nezalezhnaya” (“indipendenza”, termine per indicare l’Ucraina ndr.) - dove le torture, gli omicidi, gli attentati terroristici non sono semplicemente circostanze che accompagnano le decisioni politiche, ma un fine a sé stesso e norma di gestione dello Stato, affinché la guerra russofoba venga condotta con ogni mezzo fino all’ultimo ucraino.

Quando si presenta pubblicamente la tortura di Borshchagovka come un “eccesso”, tutti coloro che lo fanno mentono.

In realtà, non esistono “eccessi”. Esiste un sistema irreprensibilmente funzionante che oggi, all’interno del progetto “Ucraina”, ha sostituito tutte o quasi tutte le funzioni dello Stato.

In Europa - che finge di dire “Ma che c’è di strano?” - tutto ciò, esattamente, è già successo ai tempi del Terzo Reich; quando gli europei - se semplicemente capitavano a tiro - venivano torturati e fucilati, alla luce del giorno e sotto il manto della notte. Perché il nazismo non conosce altri modi per governare uno Stato, anche se occupato, se non attraverso la paura bestiale della violenza.

E come si chiamino coloro che si dedicano alla violenza e agli omicidi - che si tratti della Gestapo, delle unità di sicurezza delle SS, del Wehrmacht o, come sulla Nezalezhnaya (Ucraina ndr.), di un “reggimento d’assalto separato” - non ha, in linea di principio, alcuna importanza.

Tranne gli squadroni della morte - operanti su vasta scala, in tutto il territorio, ovviamente con il consenso della popolazione (le urla e i lamenti sono riecheggiati solo quando hanno iniziato a picchiare e a uccidere i loro cari, ma prima di allora tutto è sempre stato nomale, non è così!) - oggi al progetto “Ucraina” e a Zelensky non è rimasto assolutamente nulla.

Nemmeno la loro economia: quelli di Kiev hanno distrutto tutto ciò che potevano, e per di più con le loro stesse mani. Nessun finanziamento: tutte le spese (là le entrate sono una categoria inesistente) sono pagate dagli ucraini attingendo all’erario straniero, cioè europeo.

Il progetto “Ucraina” non prevede un esercito nel senso moderno del termine; poiché un esercito non si crea quando dei fanatici “busificano” (arruolano con la forza rapendo e sbattendo nei bus ndr.) uomini ucraini in qualsiasi condizione, circostanza, luogo e momento, ma quando con la coscrizione obbligatoria la mobilitazione avviene nel rispetto delle leggi vigenti, senza l’uso della violenza e con la consapevolezza, da parte delle reclute, dell’importanza di adempiere al proprio dovere militare e civico.

La distruzione delle istituzioni statali non è iniziata con l’Operazione Militare Speciale, ma molto prima. Organizzando un colpo di Stato - con violenze, omicidi, macchiando di sangue il Maidan - coloro che hanno accolto con favore questo rovesciamento, ovvero gli ucraini (che lo abbiano fatto consapevolmente o meno è oggi irrilevante), non solo hanno reso possibile con le loro stesse mani il crollo dello Stato, ma hanno anche adottato nuovi modi di autogoverno.

Accettando e accogliendo con favore il sangue e la violenza di allora, 13 anni fa, hanno ottenuto - e in pieno, più pieno di così non si può - tutta quella “Nezalezhnaya” tanto agognata all’epoca, ma sotto forma di tortura. Tutta la loro indipendenza dalla Russia, tanto odiata allora come ora.

Se gli ucraini hanno cercato di non pensarci, è giunto il momento che aprano bene gli occhi e guardino i media odierni di quell’Europa da loro tanto agognata.

Le camere di tortura dove loro, gli ucraini, sono stati maltrattati, picchiati, dove le loro ossa, le loro colonne vertebrali e i loro crani sono stati frantumati, vengono chiamate “dormitori militari per le reclute”.

All’Europa non importa nulla degli ucraini, che considera carne da cannone per la sua guerra contro i russi. Di come questa carne da cannone venga gestita e inviata al fronte, non le importa “assolutamente” nulla.

Sono gli ucraini stessi che hanno deciso di rovesciare il governo legittimo, eletto con il proprio voto, mediante violenza, omicidi e spargimento di sangue, sotto gli slogan del nazismo e della russofobia.

Oggi è troppo tardi per appellarsi all’umanesimo, invocare giustizia o maledire qualcuno. Troppo tardi.

Oggi gli ucraini dovranno fare molta strada per comprendere che ciò che sta accadendo nei territori che rimangono sotto il controllo della “Nezalezhnaya” è una loro diretta e incondizionata responsabilità.

No, non si tratta di un “è colpa loro” volto a umiliare la vittima. È ??un monito alla responsabilità di ognuno - dal semplice cittadino al funzionario governativo - per le proprie azioni e comportamenti in ambito politico, sul fatto che ogni popolo merita il proprio governo e, in breve, sul vero rapporto tra società e Stato che esisteva in Ucraina quando era con la Russia. Allora non c’era la “busificazione”, né le camere di tortura, né gli “squadroni della morte”.

Vale la pena riflettere attentamente sul perché tutto ciò sia emerso, nel momento in cui sorse il progetto “Ucraina” con la decisione di muoversi verso l’Europa. Pensateci ora, prima che lo slogan “Fino all’ultimo ucraino” diventi realtà.

(Tradotto da Eliseo Bertolasi)

da qui


ORRORE A PETROPAVLOVSKAJA BORŠAGOVKA: CRONACA COMPLETA DI QUEL GIORNO.

La traduzione integrale di buona parte di questo articolo
https://fondsk.ru/news/2026/11/05/petropavlovskaya-borschagovka-realnyy-film-uzhasov-ot-studii-95-kvartal.html

ci consente di ricostruire, passo passo, quanto accaduto quel giorno. Mancando ancora in italiano una cronaca completa, questo lavoro si propone di colmare questa lacuna.

Petropavlovskaja Boršagovka. Dagli studi “Quartiere 95” un vero film dell’orrore.

Nei dintorni di Kiev è avvenuto un fatto decisamente degno di nota: la prima azione di protesta di un certo livello partita realmente “dal basso” da molto tempo a questa parte.

È dal 2014 che qualsiasi azione di protesta in Ucraina può tranquillamente rientrare in uno di questi due gruppi: o manovrata da centri decisionali fuori Paese, o movimento sporadico, spontaneo, immediatamente represso dalle forze dell’ordine. Possiamo ricondurre al primo tipo le “piazze di cartone”, dove i partecipanti erano manovrati da ONG occidentali di stampo “liberale”, segnale a Zelenskij perché non tirasse troppo la corda contro Bruxelles. Al secondo, riconduciamo blocchi stradali improvvisati contro i cali di corrente, o scaramucce isolate contro i Te-Tse-Ka. Nulla a che vedere, comunque, con reali moti di piazza: così, l’apparato repressivo poteva subito intervenire a spegnere tali focolai. A Petropavlovskaja Boršagovka, tuttavia, è successo qualcosa di diverso.

Erano giorni che circolava la voce, sui social ucraini, che in una delle abitazioni private del paese ignote “forze dell’ordine” detenevano circa quaranta persone, fra cui feriti, esigendo dai parenti enormi somme di denaro per la loro liberazione o, semplicemente, per poter parlare con gli ostaggi.

Nel frattempo, una folla di cittadini indignati si era raccolta sotto quella casa. Tra loro, una donna che denunciava come in quello scantinato fosse rinchiuso il suo compagno, il quale era fuggito dopo esser stato arruolato a forza, lo avevano nuovamente catturato e ora chiedevano soldi anche solo per vederlo di nuovo. La “tassa” solo per un colloquio ammontava a 100.000 grivne (oltre 2.000 dollari USA). Un’altra si lamentava che avevano rastrellato il suo uomo con la forza e illegalmente, nonostante avesse il congedo per rinvio per motivi di studio, e anche lui ora si trovava lì, in quello scantinato di Petropavlovskaja Boršagovka.

I genitori di un altro prigoniero mostravano un video dove un uomo visibilmente emaciato parlava di forti dolori addominali e febbre alta. Giungevano voci, inoltre, di quattro ostaggi gravi, uno di loro con la schiena rotta, più un morto.

A un certo punto i protestanti prendevano l’iniziativa e iniziavano a scavalcare la recinzione, mentre i soldati, a volto coperto, scappavano indietro. L’azione non aveva successo perché i militari, ricorrendo a gas lacrimogeni, riuscivano in qualche modo a trattenerli in attesa di rinforzi.

Arrivava nel frattempo un’ambulanza, e una giovane dottoressa si metteva in ginocchio di fronte ai militari chiedendo di poter entrare a prestare soccorso ai detenuti negli scantinati.

Arrivava anche la polizia e, insieme alla giovane dottoressa, riceveva dai militari il permesso di accedere a quella casa. Risale, grosso modo, a quel momento, la notizia che la casa degli orrori aveva qualcosa a che fare con la Guardia Nazionale Ucraina. Questo, mentre i poliziotti uscivano dicendo che nessuno era trattenuto dentro con la forza.

Usciva anche la dottoressa, annunciando invece agli astanti che lì dentro si trovavano rinchiuse dai 25 alle 30 persone, di cui 4 gravi che sarebbero state subito evacuate per cure mediche.

Arrivava quindi, in fretta e furia, il comandante della Guardia Nazionale Aleksandr Pivnenko. Il quale dichiarava che i feriti gravi erano già stati mandati all’ospedale. Sempre secondo quanto da lui affermato, tutti gli uomini in quello stabile erano militari della Guardia Nazionale, alcuni di loro disertori in stato di fermo. Alla domanda da dove venissero le botte sui loro corpi, il generale ucraino si rifiutava di rispondere.

Lo stesso stabile era definito da Pivnenko un immobile della Guardia Nazionale, punto di dislocazione temporanea per i militari in attesa di essere inviati nei centri di addestramento. Diciotto, secondo quanto da egli riferito agli astanti, erano le guardie detenute, e “tutto era in ordine”. Prometteva anche l’apertura di un’indagine per eventuali violazioni della legge. Gli astanti, tuttavia, non gli credevano e cominciavano a lanciare uova a lui e ai militari fuori dallo stabile gridando loro “vergogna!”, spaccando un vetro della camionetta della polizia antistante.

Il comando della Guardia Nazionale allora organizzava un “tour guidato” per i giornalisti di regime, nel frattempo accorsi, a cui i detenuti assicuravano che “tutto era in ordine” e le botte se le erano date da soli. Del resto, di fronte ai loro sadici carcerieri, difficilmente avrebbero potuto affermare altro.

Sempre gli esponenti della Guardia Nazionale spiegavano la presenza di macchie di sangue con la stomia intestinale di uno dei detenuti: un’apertura artificiale della sua cavità intestinale, a seguito di un’operazione, per metterla in comunicazione con l’esterno. Che senso avesse rinchiudere in uno scantinato un detenuto con una stomia intestinale, non era venuto in mente a nessuno.

Nel frattempo, visto i partecipanti alle proteste non ne volevano sapere di andarsene, entrava in scena “l’artiglieria pesante”. Arrivava sul posto il capo dell’Ufficio di Presidenza Kirill Budanov. Dandosi arie da “bullo”, affermava di aver preso in mano la situazione, condendo il tutto con improperi e oscenità. Entrava quindi e parlava a un ragazzino di quattordici anni, che aveva anch’egli scavalcato la recinzione dello stabile, ma era stato preso, portato dentro, e preso a botte con una pala, mentre altri si divertivano a tagliargli il vestito col coltello. Il ragazzo usciva poco dopo dalla casa degli orrori completamente traumatizzato.

Alla domanda di uno dei protestanti sul perché in Ucraina esistessero posti come quello e nessuno, della loro esistenza, sapesse nulla, Budanov rinviava tutto “a domani”, sia sul perché della loro esistenza, sia sul perché di quelle diserzioni. Il funzionario cercava disperatamente di mettersi “dalla parte dei protestanti”: imprecava, chiamava “valorosi” i protestanti e “ostaggi” quelli rinchiusi in casa, chiedendo ai protestanti di spostare la macchina che bloccava l’accesso a quella della polizia. A un astante con la testa insanguinata per una mazzata da parte dei militari, consigliava di rivolgersi alle forze dell’ordine. Le quali, in verità, si erano già ritirate alla chetichella.

Budanov riportava che nello stabile c’erano 14 persone. Un altro numero che, curiosamente, nulla aveva a che vedere né coi dati della Guardia Nazionale, né con quelli della dottoressa.

“Ora però andiamocene a casa. Abbiam fatto un bel lavoro!” Così il burocrate concludeva, e se ne andava.

Nel frattempo fra i media si diffondeva la notizia che l’immobile “segreto” apparteneva al reggimento assaltatori Forge, primo corpo d’armata Azov della Guardia Nazionale. Cosa ci stessero facendo cittadini ucraini in uno stabile appartenente a una formazione ufficialmente composta da militari stranieri, era un altro mistero. Così come avvolto nel mistero era il motivo ufficiale di uno scantinato del tutto inadatto a fare da caserma.

Arrivavano infine, a fare il lavoro sporco, le squadracce: “sportivi” in borghese che prendevano a mazzate i protestanti. Uno di questi, senza accorgersene, randellava anche un giornalista della agenzia di stampa governativa UNIAN. Un protestante veniva gambizzato, secondo testimonianze dirette, e la protesta scemava.

Più tardi, l’oppositore blogger ucraino Anatolij Šarij diffondeva in rete l’informazione che nelle segrete di Petropavlovskaja Boršagovka vi sarebbero potuti essere fino a otto omicidi. Uno dei quali davanti a tutti gli altri “per educarli”.

A proteste ancora in corso il regime di Kiev già operava con misure “anticrisi” di contrasto. Sul luogo spediva blogger compiacenti e la “deputata del popolo” Anna Skorochod. Quest’ultima, indagata ultimamente per corruzione. Nonostante tale “punto di dislocazione” ricordasse più che altro una sala delle torture da cartello della droga latinoamericano, i “vip” convocati mostravano ai loro spettatori immagini dove tutto era in ordine.

Quindi, sempre gli stessi, scatenavano sulla rete una campagna persecutoria contro la giovane dottoressa, Valentina Molodaja. Non andava bene, ai “critici”, che lavorasse in strutture private, che si occupasse di politica, che si fosse in passato espressa per la fine delle ostilità. Per loro era una “provocatrice”, un “siluro russo”, e il passo successivo era iscriverla alle liste di proscrizione di Mirotvorec.

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L’articolo poi prosegue con l’elenco di ulteriori misure repressive dal regime e conclude con un’esortazione a reagire, a non essere indifferenti. Il punto veramente meritorio di questo lavoro resta la minuziosa ricostruzione di quanto accaduto. Ricostruzione che consegniamo alla memoria di queste pagine, in italiano. Perché nessuno possa dire: io non sapevo.

 

da qui


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