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mercoledì 23 settembre 2026

I robot scioperano (era ora) - Fabrizio Melodia

C’è una scena che la fantascienza ci ha mostrato in mille salse: l’umanità che si accorge, troppo tardi, che la macchina non era neutrale. Ebbene, la realtà ci ha appena superato in originalità: a Varsavia, davanti al ministero degli Affari Digitali polacco, trenta umanoidi e alcuni cani-robot hanno sfilato in cerchio, bandiere al vento e altoparlanti accesi, per chiedere — udite udite — una regolamentazione più severa dell’intelligenza artificiale. Slogan tipo «difendiamo i posti di lavoro» e «non aspettate, regolate», urlati da macchine che in teoria dovrebbero essere le prime beneficiarie della deregulation.

Vi sembra un cortocircuito? Lo è. Ed è anche la battuta più involontariamente marxista dell’anno: il capitale ha messo in scena persino la protesta contro se stesso, pur di far parlare di sé.

Al netto dell’operazione mediatica orchestrata dall’associazione Democratism (e benissimo riuscita, visto quanto ne stiamo parlando) il punto sollevato brucia: la sostituzione del lavoro cognitivo, non solo manuale, da parte di sistemi sempre più capaci. E arriva proprio mentre l’AI Act europeo entra nella sua fase attuativa più stringente, quella pensata per i sistemi a rischio più alto.

Nel frattempo, da San Francisco arrivano notizie che sembrano uscite da una sceneggiatura di serie B: un giovane ricercatore britannico si è dimesso da Anthropic denunciando che questi sistemi possano rappresentare un pericolo esistenziale entro la fine del decennio. Non è il primo: se ne sono andati, tra gli altri, l’eticista dell’azienda e il responsabile della sicurezza dei sistemi. Un altro ricercatore di punta ha parlato pubblicamente di una probabilità superiore al 10% che l’IA possa, nel prossimo decennio, arrivare a compromettere la sopravvivenza stessa dell’umanità: detto da chi il sistema lo costruisce tutti i giorni dovrebbe farci quantomeno sudare freddo.

# Ve l’avevamo detto (letteralmente da un secolo)

La fantascienza merita un applauso e io propongo un «avevamo ragione» a caratteri cubitali. Perché tutto questo — l’ansia per il lavoro rubato dalle macchine, il sospetto che l’intelligenza artificiale possa sfuggirci di mano e possa rivoltarsi contro chi l’ha creata — non è una scoperta del 2026. È un genere letterario intero, coltivato per due secoli.

Si parte da Mary Shelley: nel 1818 inventa quello che Asimov battezzerà poi «complesso di Frankenstein», la creatura contro il suo creatore, riscrittura laica del mito di Prometeo. Da lì in poi è un crescendo. Karel Čapek, nel 1920, conia la parola robot per raccontare una rivolta di schiavi meccanici contro i loro padroni umani. Poi Fritz Lang con «Metropolis» (1927) e James Whale con «Frankenstein» (1931) fissano l’immaginario filmico dell’automa che si anima e si ribella. Poi arriva l’era di quello che uno studioso ha definito «hardware euristico»: la coppia Kubrick-Clarke propone «2001: Odissea nello spazio», con quell’ HAL 9000 che nel 1968 incarnava la paranoia tecnologica di un’intera generazione.

Ancora in libreria per sbirciare «Gli androidi sognano pecore elettriche?» (poi ribattezzato «Blade Runner») di Philip Dick e «Guida galattica per autostoppisti» di Douglas Adams. Il “complesso cyborg” riappare negli anni Ottanta e Novanta: il romanzo «Neuromante» e film come «Matrix» o «Terminator».

Ma la fantascienza non si è limitata a spaventarci (o a porci quesiti, se preferite). Ha anche provato a immaginare vie d’uscita: le Tre Leggi della Robotica di Asimov, pensate come maniglioni antipanico etici scritti nel codice stesso della macchina. All’opposto c’è il rifiuto totale: come il «Jihad Butleriano» immaginato da Frank Herbert nel ciclo di «Dune», in cui l’umanità arriva a vietare per legge la costruzione di intelligenze artificiali forti. Fra questi due estremi (sottomissione regolata e proibizione assoluta) sta praticamente il dibattito politico, sociale ed economico che stiamo vivendo oggi, solo che nel frattempo ci siamo dimenticati di averlo scritto e discusso.

Chi ride e chi no

Un dettaglio, nei materiali che ho consultato, mi pare illuminante: con il tempo, il tono della fantascienza verso l’IA si è ammorbidito. Un confronto tra «2001» e «Moon» di Duncan Jones fa notare come nel giro di quarant’anni si sia passati da un’IA assassino dal cuore freddo a un’IA salvatrice silenziosa che si sacrifica per gli umani. Con la familiarità, la paura si è stemperata? Ma questa “abitudine” non è arrivata insieme a una reale comprensione: usiamo chatbot ogni giorno ma la maggior parte di noi non ha idea di cosa succeda “dentro” mentre chi lo sa per mestiere, a quanto pare, comincia (torna…) ad avere paura sul serio.

Allora, cosa si fa? (Perché limitarsi a fare gli sciacalli ironici non basta)

Diciamolo senza girarci troppo intorno: non serve un robot in piazza per capire che la posta in gioco oggi è la distribuzione del potere. Qualche proposta concreta, senza fare finta che basti genericamente regolamentare:

– Trasparenza obbligatoria sugli impatti occupazionali: le aziende che introducono sistemi di IA in sostituzione di mansioni cognitive dovrebbero essere tenute a dichiararlo pubblicamente, con tanto di numeri e non di comunicati stampa assai vaghi.

– Redistribuzione reale, non assistenzialismo di facciata: se l’automazione genera valore, quel “plusvalore” va tassato e redistribuito: in formazione, riconversione professionale, magari forme di reddito legate alla produttività generata dalle macchine, insomma non un’elemosina.

– Diritto di veto collettivo sul lavoro: i sindacati (quelli umani, per ora) dovrebbero avere voce in capitolo prima che un’azienda automatizzi interi reparti, non un tavolo consultivo decorativo ma un “potere nelle scelte”.

– Audit indipendenti sui sistemi più potenti: se persino chi li costruisce ammette pubblicamente di avere paura, il minimo è che qualcuno esterno possa controllare i conti e i progetti, non fidarsi della buona fede aziendale.

– Alfabetizzazione critica diffusa: la migliore fantascienza ha fatto per un secolo il lavoro che la scuola non ha fatto ovvero raccontarci cosa significa convivere con intelligenze non umane. Sarebbe ora di portarla nei programmi scolastici: non come intrattenimento, ma come pensiero (filosofia e scienze).

In fondo la lezione più semplice, quella che ci ripetono da Shelley a Čapek fino a Dick e Gibson, è sempre la stessa: il problema non è mai la macchina in sé. È chi la possiede, chi decide come usarla, chi viene lasciato fuori dalla stanza dei bottoni.

I sopradetti robot polacchi, con la loro messinscena, un merito ce l’hanno: ci hanno ricordato che la domanda giusta non è “IA si ribellerà?” ma “chi comanda? Chi ha l’IA in mano?”. Una domanda a cui possiamo ancora rispondere noi.


Per approfondire: una bibliografia minima per le scuole

1. «Io, Robot» — Isaac Asimov

Punto di partenza obbligato: le Tre Leggi della Robotica sono la prima, vera proposta di “governance” etica per un’intelligenza non umana. Ogni dibattito discende, consapevolmente o no, da qui.

2. «Ma gli androidi sognano pecore elettriche?» — Philip K. Dick (pubblicato in Italia prima come «Il cacciatore di androidi» poi come «Blade Runner»). 

Anticipa la domanda che oggi ci poniamo davanti a ogni chatbot convincente: cosa distingue una risposta empatica simulata da una vera? Il confine tra umano e artificiale che Dick sfumava nel 1968 è la nostra quotidianità.O quasi.

3. «Neuromante» — William Gibson

Ha inventato il linguaggio con cui ancora oggi parliamo di reti, IA autonome e cyberspazio, anni prima che esistesse un internet vero. Leggerlo oggi è vedere il glossario del presente scritto in anticipo.

4. «Giustizia ausiliaria» — Ann Leckie

Un’intelligenza artificiale che comandava migliaia di corpi si ritrova confinata in uno solo: identità, coscienza distribuita, impero. Vincitore di Hugo, Nebula e Clarke — la riflessione più sofisticata sulla domanda «cosa resta di un’IA se le tagli la scala?», questione centrale ora che i grandi modelli vengono compressi, distillati, frammentati in versioni più piccole.

5. «I diari del robot assassino» — Martha Wells (ciclo che si apre con «All Systems Red»)

Il celebre «Murderbot»: un androide autocosciente che preferirebbe guardare serie TV piuttosto che salvare vite umane. Ironico, tenero, pluripremiato: forse il ritratto più realistico del “diventare cosciente” per un sistema addestrato solo a eseguire ordini.

6. «Klara e il Sole» — Kazuo Ishiguro

Un’Amica Artificiale osserva gli umani con sensibilità aliena e poetica. Uno dei romanzi più profondi su amore e coscienza artificiale; non a caso arriva mentre discutiamo se un modello possa “provare” qualcosa o solo simularlo abbastanza bene da ingannarci.

7. «Il ciclo vitale degli oggetti software» — Ted Chiang (non ha un’edizione italiana a sé, ma circola in varie antologie)

IA che crescono come bambini digitali: addestramento, affetto, responsabilità. Il testo più lucido sulla domanda chiave: chi è responsabile di un sistema che “impara” nel tempo?

8. «La Luna è una severa maestra» — Robert A. Heinlein

Un supercomputer lunare diventa autocosciente sviluppando umorismo e personalità propria. Classico della fantascienza politica: divertente e non solo.

9. «Hyperion» — Dan Simmons

Il TechnoCore, un’alleanza di intelligenze artificiali, manipola di nascosto la storia umana per i propri fini. Epico, filosofico, complesso: l’incubo perfetto per chi si preoccupa di sistemi che ottimizzano obiettivi che noi non vediamo.

10. «Aurora» — Kim Stanley Robinson

L’IA di una nave “generazionale” riflette sui limiti dell’esplorazione umana e sulla sopravvivenza della specie. Rigoroso sul piano scientifico è anche un utile promemoria. Lintelligenza più potente, se è programmata per servire un obiettivo sbagliato, inevitabilmente ci porterà fuori rotta.

da qui

domenica 26 luglio 2026

Il ministero per il futuro - Kim Stanley Robinson

le ondate di calore sono sempre più frequenti e letali, nasce il Ministero per il futuro, un organismo che si interessa dei problemi economici e tecnologici alla base delle crisi climatiche.

lo dirige, con un ampia libertà d'azione, Mary Murphy, ex ministro degli Esteri irlandese, che si avvale di validissimi collaboratori provenienti da tutto il mondo, con una strategia visibile e un'altra occulta, all'insaputa, più o meno, di Mary Murphy.

chi pensa di leggere un libro di fantascienza leggerà un libro di attualità (tranne per la parte dei rimedi, purtroppo ancora da venire, radicali, ma necessari).

Kim Stanley Robinson è davvero bravo, cinquecento pagine tutte necessarie per una storia avvincente che non annoia mai.

cercatelo e godetene tutti.

ps: i figli di Kali sembrano gli eredi dei favoriti di Mida, di Jack London



 

Il futuro non è alle porte, il futuro è adesso e qui. E non è per nulla buono. In India, in uno scenario da apocalisse biblica, muoiono a milioni per il caldo infernale. Per tutta risposta il governo ritiene di inviare aerei che diffondono anidride carbonica, confidando in questo modo nell’attenuazione del fenomeno. Parte del mondo scuote la testa e qualcuno non va tanto per le spicce: per protesta contro l’emissione di carbonio, una rete terroristica abbatte aerei carichi di passeggeri e navi porta-container. Intanto alcuni scienziati tentano tardivamente di mantenere stabile il livello del mare. Ci stiamo arrivando, ragazzi.

Tra il terrore di sempre più concrete guerre mondiali e quello pretestuoso di pericoli pandemici, il surriscaldamento globale resta per gli stati la cenerentola delle emergenze planetarie. Siamo a un soffio dalla fine, ci manca solo l’istituzione di un Ministero per il futuro – organismo per la difesa “di tutte le creature viventi presenti e future” – e le predizioni pre-apocalittiche del romanzo di Kim Stanley Robinson, Il ministero per il futuro (Fanucci 2022, trad. F. Vitellini), si avvereranno una per una. Il libro è uscito in America due anni fa, a riprova di come la science fiction rappresenti il genere verista del terzo millennio.

Attraverso le testimonianze di personaggi direttamente coinvolti negli eventi emergenziali, la trama enuclea le incidenze (politiche, sociali, esistenziali) che il cambiamento climatico sta avendo e avrà sul genere umano e sul pianeta. Per rinforzare il concetto: il presente è già cataclismatico, il futuro - se futuro ci sarà - sarà peggiore.

Il valore aggiunto e nel contempo l’aspetto più angosciante del romanzo (oltre 600 pagine) è la sua relativa adesione ai canoni post-apocalittici (no manicheismi, no sopravvissuti uniti dagli eventi cataclismatici, no scenari futuribili, no bande di disperati in cerca di razzie), privo com’è di retorica, e costruito con l’asciuttezza tipica della narrazione cronistica.

A partire dalle diverse sottotracce escatologiche, Il ministero per il futuro è insomma un romanzo destinato a lasciare traccia. Un romanzo che non si dimentica: autentica fantascienza sociale nella più potente e plausibile delle accezioni.

da qui

 

Un film apocalittico al rallentatore. In un futuro prossimo e un'ondata di caldo insopportabile uccide in una piccola città indiana quasi tutti i suoi abitanti in una sola settimana, oltre 200.000 persone. Il governo indiano invia aerei per spruzzare anidride solforosa nell'atmosfera per imitare l'effetto di attenuazione delle prime eruzioni vulcaniche. Ma questa scelta, ovviamente, non incontra l'approvazione assoluta in tutto il mondo. Un nuovo organismo internazionale per la crisi climatica è stato "incaricato di difendere tutte le creature viventi presenti e future che non possono farsi sentire" ed è stato immediatamente soprannominato il Ministero per il futuro. È guidato da Mary Murphy, ex ministro degli Esteri irlandese. Il suo lavoro può prevedere dei lati oscuri, alla fine è un lavoro politico, ma mai come l'azione di una rete terroristica chiamata "I figli di Kali" che usa sciami di droni per far schiantare aerei pieni di passeggeri e navi porta-container. Tutto questo in segno di una protesta risolutiva contro le continue emissioni di carbonio. Nel frattempo, gli scienziati ai Poli stanno cercando di pompare acqua da sotto le calotte polari per evitare che scivolino nell'oceano e innalzino catastroficamente il livello del mare. Ogni cosa sembra destinata a collassare, e mentre il mondo è in preda a una frenesia che rende le situazioni ancora più critiche, la speranza di invertire la rotta verso una sicura distruzione pare essersi sciolta come neve al sole. Ma forse, appellandosi alla scienza e al sacrificio, non tutto è perduto…

da qui