Visualizzazione post con etichetta Chiara Brusini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiara Brusini. Mostra tutti i post

venerdì 26 giugno 2026

La Corte dei conti: “Flat tax per i super ricchi stranieri? Crea gravi disparità di trattamento, verificare se è compatibile con la Costituzione” - Chiara Brusini

 

Il sistema che consente a chi sposta la residenza in Italia di versare sui redditi esteri un'imposta forfettaria ha sempre più successo. Nel 2024 dai 1.923 beneficiari sono arrivati 153 milioni, ma non è dato sapere quanto avrebbe incassato il fisco se avessero pagato la normale Irpef

La flat tax per i super ricchi stranieri che trasferiscono la residenza in Italia è “idonea a produrre gravi disparità di trattamento” ed è a rischio di conflitto con il principio costituzionale del contributo alle spese pubbliche “in ragione della capacità contributiva”. Motivo per cui ne andrebbe “verificata l’effettiva razionalità“. Per la prima volta la Corte dei Conti esplicita il dubbio che il regime fiscale riservato ai cosiddetti “High Net Worth Individuals“, voluto dal governo Renzi, sia contrario alla Costituzione. Nel giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato, i magistrati contabili ribadiscono poi che non è mai stata fatta alcuna analisi per verificare quanto i beneficiari abbiano effettivamente risparmiato grazie all’imposta sostitutiva sui redditi esteri e se la misura abbia davvero raggiunto l’obiettivo dichiarato di attirare nuovi investimenti.

I numeri mostrano intanto un successo crescente del meccanismo che consente a chi porta la residenza in Italia dopo aver vissuto all’estero per almeno nove degli ultimi dieci anni di sostituire l’Irpef sui redditi prodotti fuori dal Paese con un’imposta forfettaria, portata da 200mila a 300mila euro con l’ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Nel 2024 i beneficiari sono saliti a 1.923, di cui 1.374 contribuenti principali e 549 familiari. Quanto hanno pagato al fisco italiano? Tra il 2020 e il 2024 chi ha chiesto e ottenuto di versare il forfait ha versato complessivamente circa 469 milioni di euro, di cui 153 nel solo 2024. Impossibile valutare se sia tanto o poco, visto che non è dato conoscere l’ammontare dei redditi esteri dei beneficiari e quindi le imposte ordinarie che l’erario avrebbe riscosso senza il regime agevolato e a cui sta rinunciando.

Senza quell’analisi, osservano i magistrati, non è possibile stabilire né il costo effettivo dell’incentivo per le finanze pubbliche né se il trattamento privilegiato sia giustificato dai benefici prodotti per l’economia italiana. Così come nessun governo si è peritato di appurare se sia stata mantenuta la promessa contenuta nella relazione illustrativa della legge istitutiva, cioè che il regime avrebbe favorito nuovi investimenti produttivi nel Paese. Risultato: al momento, la disciplina “sembrerebbe favorire” soprattutto soggetti con redditi distribuiti in più Stati che scelgono di trasferirsi in Italia per motivi di lavoro o personali “come nel caso, probabilmente frequente, degli sportivi professionisti“. Sembra corroborare questa lettura il fatto che nel 2024 meno della metà dei beneficiari del regime (il 48,4%) abbia dichiarato anche redditi prodotti in Italia, per un ammontare complessivo di 102,5 milioni di euro. Quasi tre quarti (73%) derivano da lavoro dipendente. Il che è coerente con l’osservazione della Corte secondo cui il regime attrae soprattutto persone che trasferiscono la residenza nel Paese per ragioni lavorative, piuttosto che Paperoni interessati a realizzare nuovi investimenti produttivi.

Diverso il caso del regime per i lavoratori rimpatriati, rivisto dal governo dal 2024 con requisiti più stringenti. Secondo i dati del Dipartimento delle Finanze, lo scorso anno ne hanno beneficiato 44.881 lavoratori dipendenti, con un reddito lordo medio di 120.922 euro, mentre il regime speciale per docenti e ricercatori ha interessato 4.774 persone con un reddito medio di 56.411 euro. A differenza della flat tax per i nuovi residenti, su quei regimi la Corte non formula rilievi.

da qui

venerdì 5 giugno 2026

Tassare i grandi patrimoni

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni

Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo, quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, 2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale.

La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica – ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione.

I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che – prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.

Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.

Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.

È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.

Perché la proposta di legge possa essere discussa dal Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .

da qui



La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini

Il Global Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti gli Stati convergerebbe a 5mila euro.

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

da qui

domenica 14 dicembre 2025

Ecco il primo report sull’evasione nei 27 Paesi Ue: Italia nel mirino per il nero degli autonomi e la riscossione che fa acqua - Chiara Brusini

Il rapporto Mind the Gap della Commissione è il primo tentativo di analizzare le lacune fiscali dell'Unione. In Italia quasi il 60% dell’Irpef attesa dagli autonomi non viene versata, l’evasione Iva nel 2023 è tornata a salire e solo una minima parte degli importi accertati viene effettivamente incassata

 

L’Italia continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a trasformare gli accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono dal nuovo rapporto Mind the Gap della Commissione europea, primo tentativo di offrire una fotografia comparabile dei “buchi” fiscali nei 27 Stati membri. Il documento, che distingue tra mancati introiti dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap determinati da scelte politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario tipo, non consente però di creare una classifica europea dell’evasione: solo per l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime armonizzate per tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano invece scarsamente comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per categoria di reddito.

Il primato italiano

L’Italia almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati che stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese ricorda che nel 2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai 35 dell’anno prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese, la cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un confronto con gli altri Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati comparabili. Ma per esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli anni) stime dettagliate sul tax gap dell’imposta personale, stando a controlli causali ha registrato tra 2014 e 2018 per i redditi da “business activities” un gap del 21%. Non minuscolo, comunque lontano anni luce dai livelli italiani.

In aumento anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021. Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti: il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano le addizionali regionali.

Non sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2% del Pil, quasi tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le ultime stime Istat, nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil, in aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo scarto tra le due quantificazioni dipende da differenze metodologiche.

La riscossione che arranca

La Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte della digitalizzazione grazie a fatturazione elettronica, interoperabilità delle banche dati e utilizzo di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo hanno ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte accertate è limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale accertata, il recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%. La riscossione coattiva arranca ancora di più, con incassi fermi al 3,1% a fronte di 40,7 miliardi di euro di somme accertate. Un dato che fotografa una debolezza strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che va dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a fine anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a fronte di una media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata di fatto non riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega fiscale sarà sufficiente per invertire la rotta.

Non aiuta che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte dei conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata.

L’evasione Iva aumentata nel 2023

A livello europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro, pari a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si colloca ancora sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva registrato un forte calo del gap dal 19 al 15%, in parte legato al boom dell’edilizia e al Superbonus 110%, che ha incentivato l’emersione delle transazioni nel settore delle costruzioni. Ma nel 2023 si è registrato – così come in diversi altri Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe essere stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi detrazione e in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo, servizi ricreativi e ristorazione, caratterizzati da livelli di compliance fiscale sotto la media, potrebbe spiegare perché la riduzione dell’evasione ha conosciuto una battuta d’arresto.

In aggiunta, anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito potenziale, contro una media del 51%.

Il buco nero delle tax expenditure

E per restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e mai cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119 miliardi di euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso dallo Stato, il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da anni si parla della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio di metterci mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli interessi di piccole o grandi platee di contribuenti.

da qui

sabato 13 dicembre 2025

La Ue rinuncia a tassare le transazioni finanziarie. E ritira la direttiva contro le società di comodo - Chiara Brusini

 

Nel programma di lavoro 2026 la Commissione prende atto dei mancati progressi e archivia la tassa sulle transazioni finanziarie proposta poco dopo la crisi finanziaria per frenare la speculazione e raccogliere decine di miliardi di euro l’anno. In soffitta anche la direttiva Unshell

 

Stop alla direttiva contro le società di comodo utilizzate solo per pagare meno tasse. E addio alla tassa sulle transazioni finanziarie, in discussione dal 2013. La Commissione europea ha deciso di ritirare diverse proposte legislative chiave che ritiene non abbiano chance di passare. Come parte del programma di lavoro per il 2026, presentato a fine ottobre, l’esecutivo europeo guidato da Ursula von der Leyen ha preso atto dei mancati progressi e ufficializzato quindi l’intenzione di archiviare alcuni dei progetti più dibattuti degli ultimi anni. Tra cui la direttiva “Unshell”, concepita per contrastare i “gusci vuoti” mirati a eludere il fisco, e la decennale proposta di un’imposta comune sulle operazioni finanziarie all’interno dell’Unione, che avrebbe disincentivato la speculazione e le operazioni ad alta frequenza.

Addio anche alla Tobin Tax europea

La tassa sulle transazioni finanziarie era stata proposta nel 2011, poco dopo la crisi finanziaria e nel pieno di quella dei debiti sovrani. L’obiettivo era duplice: frenare la speculazione e raccogliere nuove risorse pubbliche, fino a 57 miliardi di euro l’anno secondo le stime iniziali. La direttiva avrebbe introdotto un’aliquota minima comune dello 0,1% sulle transazioni relative ad azioni e obbligazioni e dello 0,01% sui derivati, da applicare alle operazioni effettuate da istituzioni finanziarie quando almeno una delle controparti avesse sede in uno Stato membro. La misura, ispirata alla tassa proposta dal premio Nobel per l’Economia James Tobin, si basava sul principio di residenza, così da tassare anche le operazioni spostate fuori dai confini europei.

Il progetto è stato osteggiato da Regno Unito, Svezia e Lussemburgo. Undici Paesi tra cui Germania, Francia e Italia sono andati avanti da soli attivando una cooperazione rafforzata. Proventi potenziali, in questa configurazione ridotta, circa 30 miliardi di euro. Ma i negoziati si sono impantanati sulle differenze tra i sistemi nazionali e sulla paura di fuga dei capitali. L’Italia ha proceduto da sola, introducendo sotto il governo Monti una “Tobin tax nazionale” sulla compravendita di azioni italiane e derivati con aliquote dello 0,10 e 0,20%, a seconda del tipo di transazioni, e un gettito di circa 400 milioni l’anno.

Dopo oltre dieci anni di discussioni, il ritiro formale della proposta “rischia di porre una pietra tombale su un dossier che quando l’eco della crisi finanziaria del 2008 ancora rimbombava era arrivato a un passo dall’accordo”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “La scelta è da scongiurare. Se confermata, sancirebbe l’incapacità dei governi Ue di mettersi in sintonia con le istanze dei propri cittadini. La misura è popolarissima tra gli europei. Aiuterebbe a contrastare pratiche speculative sui mercati finanziari e, se disegnata in modo ambizioso, genererebbe cospicue risorse, destinabili a soddisfare crescenti bisogni sociali, alla lotta contro il cambiamento climatico e alla solidarietà internazionale”. La speranza è che la commissione Econ del Parlamento europeo chieda a Bruxelles di ripensarci. Ma dovrebbero essere i governi che hanno aderito alla cooperazione rafforzata a ridare slancio alle trattative.

Società di comodo, tramonta la direttiva Unshell

Stesso destino, salvo ripensamenti, rischia di averlo anche la direttiva Unshell con cui la Commissione aveva tentato di introdurre un quadro comune per individuare e neutralizzare le società di comodo, attraverso una serie di test sulla sostanza economica: si trattava di valutare per esempio la presenza di personale e locali aziendali e le effettive attività svolte. Le società identificate come “vuote” avrebbero perso i benefici fiscali dei trattati contro la doppia imposizione e delle direttive Ue sui dividendi o gli interessi intra-gruppo.

Dopo tre anni di discussioni e veti incrociati, l’iniziativa è naufragata. Il colpo di grazia è arrivato dal rapporto Ecofin del 18 giugno 2025, in cui il gruppo tecnico “Questioni commerciali” ha rilevato “potenziali sovrapposizioni” tra i criteri della Unshell e le regole già previste dalla direttiva DAC6, che impone la segnalazione degli schemi fiscali transfrontalieri aggressivi. Molti governi hanno concluso che gli stessi obiettivi potevano essere raggiunti con semplici modifiche alla DAC6, senza una nuova norma vincolante. Così la direttiva Unshell è uscita di scena, lasciando il posto a un vago impegno per “approcci alternativi”.

La “pulizia” nell’agenda fiscale

L’obiettivo, secondo Bruxelles, è sgombrare il campo da proposte rimaste senza sbocco per concentrarsi su quelle con possibilità concrete di adozione e sulle nuove sfide strategiche” come transizione verde, digitale, sicurezza e competitività. Nell’elenco delle misure destinate alla stessa sorte figurano anche la proposta sulla riduzione della distorsione tra debito e capitale proprio (Debt-equity bias reduction allowance) e la direttiva sui prezzi di trasferimento (Transfer pricing directive). Restano invece in agenda il proseguimento dell’iniziativa BEFIT (Business in Europe: Framework for Income Taxation) per creare un sistema comune per la tassazione del reddito delle imprese, la fiscalità verde – revisione della Energy Taxation Directive e attuazione del Sistema di scambio di quote di emissione riformato – e la riforma delle risorse proprie per assicurare entrate stabili al bilancio dell’Unione. Tra il resto, si punta a ottenere gettito da un nuovo prelievo sui rifiuti elettronici, dai dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, cioè la tassa sull’anidride carbonica incorporata o emessa per la produzione di beni importati in Europa, e dal contributo legato ai rifiuti di plastica non riciclata. Nessun cenno al Pillar Two, la tassazione minima globale al 15% per le multinazionali elaborata in sede Ocse: la Ue l’ha trasposta in una direttiva in vigore dal 2024, ma gli Stati Uniti non hanno mai ratificato l’accordo e a giugno Donald Trump ha ottenuto dagli altri leader del G7 l’assicurazione che i gruppi Usa saranno esentati perché sarebbero già soggetti ad adeguate misure nazionali di contrasto all’erosione della base imponibile e al profit shifting. Una resa che potrebbe costringere il vecchio continente a modificare la sua normativa.

da qui

mercoledì 5 novembre 2025

paradisi fiscali e nebbie

Il rapporto di Tax Justice Network: Italia rapinata dai paradisi fiscali. Saccheggio da 22 miliardi – Chiara Brusini

Il sistema. L’elusione fiscale delle multinazionali ha tolto 1.700 miliardi ai Paesi. Con Trump gli Usa sono diventati la meta dei colossi a suon di favori

 

Tra il 2016 e il 2021 l’Italia ha perso 22,3 miliardi di dollari di tasse che sarebbero dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le imposte sono più leggere: non solo Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma anche – e per una fetta importante – Stati Uniti. Il nuovo rapporto State of Tax Justice 2025 di Tax Justice Network, rete internazionale che da anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, aggiorna le stime sul costo globale degli abusi delle grandi imprese. E arriva alla conclusione che il mancato gettito sia ammontato solo in quei sei anni all’astronomica cifra di 1.700 miliardi di dollari, poco meno del Pil della Spagna, di cui 495 miliardi (il 29% del totale) per effetto delle strategie fiscali delle sole multinazionali statunitensi. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per finanziare sanità, istruzione e altri servizi pubblici…

continua qui

 

 

Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata - Mario Sommella

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

da qui

giovedì 19 giugno 2025

La grande ingiustizia delle tasse sulle eredità: colpiscono di più chi riceve meno. Ecco lo studio che spiega come rimediare - Chiara Brusini

  

"Circa il 70% dell'onere tributario ricade sui lasciti sotto 1 milione di euro", spiega Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica all'università Roma Tre. E la maggior parte delle grandi eredità, quelle che aumentano la disuguaglianza di ricchezza, sono esentasse. La soglia critica? 429mila euro

 

Le piccole eredità diffuse diminuiscono le disuguaglianze di ricchezza, perché migliorano la condizione economica di famiglie che si collocano nella fascia intermedia della distribuzione dei patrimoni. Eppure sono tassate, in proporzione, più di quelle grandi che sulle disuguaglianze hanno un impatto negativo, con tutto quel che ne deriva in termini di minore mobilità sociale, sfiducia nelle istituzioni, indebolimento della crescita. Rimediare non sarebbe complicato, perché esiste una precisa “soglia critica” oltre la quale gli svantaggi per la società suggeriscono di aumentare il carico fiscale. Per l’Italia ammonta a 429mila euro: meno di metà rispetto alla franchigia di 1 milione di euro sotto la quale nel nostro Paese i lasciti tra coniugi e parenti in linea retta sono del tutto esentasse. A individuare quel numero chiave, utilizzando un nuovo approccio empirico, è il paper The influence of inheritances on wealth inequality in rich countries degli economisti Salvatore Morelli, Brian Nolan, Juan Palomino e Philippe Van Kerm, appena pubblicato sul Journal of Public Economics.

Le conclusioni sono preziose in una fase in cui il peso delle eredità sul reddito nazionale è in forte crescita per effetto del passaggio generazionale dai baby boomer ai loro figli e nipoti mentre la tassazione effettiva tende a diminuire. Paradossalmente “oggi circa il 70% dell’onere tributario ricade sui lasciti sotto 1 milione di euro“, ha spiegato Morelli, associato di Economia pubblica all’università Roma Tre, durante il convegno Tassazione della ricchezza: stato dell’arte, potenzialità e prospettive che si è tenuto venerdì a Roma (qui la registrazione della prima e della seconda parte con la presentazione di Morelli). “L’imposta di successione non è progressiva: su un asse ereditario di valore superiore a 10 milioni grava un’aliquota media effettiva dell’1%, identica a quella che colpisce eredità tra zero e 20mila euro“. Una macroscopica iniquità a favore dei contribuenti in condizioni più floride e dei loro discendenti, a scapito dell’erario. Oggi il gettito che deriva da quest’imposta, come ha ricordato Francesco Figari che insegna Scienza delle Finanze all’università del Piemonte orientale, si ferma sotto lo 0,07% del pil, circa 900 milioni di euro l’anno. Tra i più bassi dell’Ocse. La Francia, dove la pressione fiscale complessiva è simile a quella italiana ma si concentra molto di più sulle successioni e meno sui redditi, ne ricava 21 miliardi.

Ma le storture del sistema non finiscono qui: il nuovo studio di Morelli, Nolan, Palomino e Van Kerm rivela che in Italia, vero e proprio paradiso fiscale per gli eredi, grazie alle elevate franchigie la maggior parte dei lasciti superiori al 95esimo percentile della distribuzione nazionale – oltre i 429mila euro appunto – e che in quanto tali risultano avere effetti negativi sulla distribuzione della ricchezza non è soggetta ad alcuna tassazione. Una situazione che ci accomuna solo agli Stati Uniti, dove all’epoca della raccolta dei dati usati nell’analisi non si pagava nulla fino a 5 milioni (oggi la soglia è più che raddoppiata) anche se la soglia oltre la quale emerge un aumento del coefficiente di Gini che misura la disuguaglianza è di 507mila dollari. In Germania e nel Regno Unito, al contrario, le soglie di esenzione dall’imposta di successione per i figli – circa 400mila euro e 325mila sterline rispettivamente, nell’anno della survey – sono vicinissime alle cifre oltre cui le eredità risultano accrescere le disuguaglianze (395mila euro e 343mila sterline rispettivamente). In Francia e in Spagna, poi, è esentato solo chi eredita meno di 160.000 euro e 16.000 euro, a fronte di soglie critiche rispetto all’impatto sulla disuguaglianza molto più alte (295mila e 173mila euro).

Nonostante l’evidente necessità di un riequilibrio, nella Penisola qualsiasi ipotesi di ritocco alle norme che regolano le successioni si è rivelata finora kriptonite elettorale. Enrico Letta qualche anno fa, da segretario Pd, ha provato a portare il tema al centro dell’agenda politica, con scarsissimo successo. Morelli, da accademico, sta ai numeri. E calcola come cambierebbero le cose se si seguisse la strada proposta dal Forum disuguaglianze e diversità, a cui lo stesso Letta si era in parte ispirato. Si tratta di prendere come base imponibile i “vantaggi ricevuti” nel corso di tutta la vita a titolo di donazioni o successioni, valutando gli immobili al valore di mercato (al posto delle obsolete rendite catastali) ed eliminando i regimi di favore sulla base della parentela. E tassare la cifra finale con tre aliquote differenziate per scaglioni: 5% da 500mila euro a 1 milione, 25% da 1 a 5 milioni, 50% oltre i 5 milioni. Contro il 4% attuale sui trasferimenti in favore del coniuge o di parenti in linea retta che superino 1 milione di euro (6% tra fratelli e sorelle per valori superiori a 100mila euro).

La soglia di esenzione, aggiunge il docente, andrebbe ridotta e portata intorno ai 500mila euro, cioè il valore oltre il quale come visto i trasferimenti aumentano le disuguaglianze di ricchezza. “In questo modo si otterrebbe un’imposta ottimale anche dal punto di vista dell’equità, ribilanciando il peso dell’onere: il 90% andrebbe sui lasciti superiori a 1 milione“. Non un’impostazione punitiva, ma una strategia di riequilibrio. Su un lascito di 1 milione, tolta la franchigia, si pagherebbero 25mila euro, il che ridurrebbe la disparità di tassazione rispetto alla stessa cifra guadagnata da un lavoratore dipendente nel corso della vita (in quel caso tra Irpef, addizionali e contributi si versano 400mila). La nuova architettura consentirebbe tra l’altro di “ridurre da 76mila a poco più di 43mila l’anno il numero di persone colpite” facendo al tempo stesso salire il gettito: “Tenendo conto anche della possibile evasione ed elusione, potrebbe arrivare a 5 miliardi l’anno“. Risorse che potrebbero essere investite nel sostegno alle famiglie, nella sanità, nel contrasto alla povertà.

da qui

venerdì 6 giugno 2025

Gli Usa primi nella classifica della segretezza finanziaria. La Ue? “Metà dei Paesi membri aiuta gli evasori fiscali stranieri” - Chiara Brusini


La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo Financial Secrecy Index, che valuta il grado di complicità degli Stati nell'aiutare individui e società a nascondere capitali. L'Italia tra i Paesi che rifiutano di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa quando a chiederla è uno Stato extra Ue

 

Gli Stati Uniti restano al primo posto, davanti alla Svizzera e a Singapore, nella classifica dei Paesi che più favoriscono l’occultamento di capitali illeciti e l’evasione fiscale. La Germania sale al sesto dal settimo del 2022, piazzandosi prima dei Paesi Bassi, e la Francia scala nove posizioni ed è ventunesima, subito dietro le isole Cayman e la Gran Bretagna. Nel complesso oltre la metà dei Paesi Ue usa scappatoie giuridiche che consentono agli evasori di nascondere denaro all’interno dei loro confini e rendono più facile la circolazione di denaro sporco. La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo Financial Secrecy Index, che a partire dal 2009 valuta il grado di complicità degli Stati nell’aiutare individui e società a nascondere fondi. E a differenza di quasi tutte le liste nere dei paradisi fiscali misura l’effettivo ruolo di ogni giurisdizione nell’offrire a chi lo chiede un “servizio” di segretezza finanziaria. I risultati dimostrano, secondo l’organizzazione, la necessità di sostenere i negoziati in corso alle Nazioni Unite per arrivare a una riforma della tassazione globale più equa e partecipata di quella negoziata da 140 Paesi in sede Ocse.

Gli Usa si confermano appunto il principale fornitore globale di opacità finanziaria, con il 25% della quota mondiale e un “punteggio di segretezza” che peggiora passando da 67,4 a 68,6 su 100. Non solo: in parallelo il Polity project del Center for Systemic Peace, in seguito al ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, ha declassato il Paese da democrazia ad “anocrazia”, una forma di governo che presenta in parte caratteristiche proprie della democrazia ma in parte somiglia a una dittatura. Washington ha infatti già smantellato strumenti cruciali per la trasparenza fiscale come i poteri dell’Internal revenue service, spiega l’analisi, e minacciato la sovranità fiscale di altri Paesi rinnegando l’accordo sulla tassazione minima delle multinazionali e minacciando pesanti contromisure nei confronti di chi ha adottato misure mirate a far pagare qualcosa a Big tech.

Intanto l’Unione Europea è un vero e proprio “dottor Jekyll e mister Hyde”, accusa il Network. Si propone come “leader nella trasparenza fiscale” ma quel primato vale solo sulla carta, visto che gli Stati dell’Ue offrono il 21% della segretezza finanziaria globale (è la quota regionale cresciuta di più) e il 56% fa resistenza quando si tratta di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa, strumento fiscale attraverso cui i Paesi possono aiutarsi nella riscossione delle imposte dovute da evasori fiscali accertati quando il patrimonio non tassato viene nascosto all’estero. Ai Paesi extra Ue quell’assistenza viene spesso negata, mentre tra Paesi membri è obbligatoria: un doppio standard strettamente legato al fatto che “solo una ristretta cerchia di Paesi ricchi, inclusi i Paesi dell’Ue, ha avuto voce in capitolo nella progettazione dello strumento”. L’Italia è tra i Paesi che hanno negato cooperazione, in buona compagnia visto che la lista comprende anche Austria, Cipro, Germania, Croazia, Irlanda, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Slovenia e Slovacchia.

“Molti Stati Ue applicano regole severe solo ai propri cittadini, mentre offrono rifugio ai capitali illeciti provenienti da fuori Europa”, commenta Moran Harari, vicedirettrice delle politiche di Tax Justice network. Che ricorda come la Ue stia continuando nel frattempo a ostacolare il processo di riforma delle regole fiscali internazionali in corso all’Onu con l’alibi che il sistema non ha bisogno di aggiustamenti. “I nostri dati dimostrano che il sistema è rotto eccome, e che i Paesi dell’Ue hanno avuto un ruolo significativo nel romperlo”.

La ong ha calcolato che gli abusi fiscali di multinazionali e individui facoltosi comportano per gli Stati la rinuncia a 492 miliardi di dollari di gettito l’anno: poco meno di 348 per effetto dello spostamento di profitti all’estero per pagare meno imposte e 145 come conseguenza dell’occultamento di ricchezza offshore. La convenzione Onu punta a ribaltare la situazione. La Ue si è astenuta mentre otto Paesi si oppongono. In testa gli Usa, con loro Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Israele, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Argentina.

da qui

lunedì 15 novembre 2021

Reddito di cittadinanza, le dieci proposte del comitato Saraceno: da più soldi alle famiglie numerose al dimezzamento a 5 anni del periodo di residenza richiesto agli stranieri - Chiara Brusini e Alberto Sofia

 

La sociologa ha presentato la relazione insieme al ministro del Lavoro Orlando, che non ha nascosto dubbi sul fatto che sia possibile recepire le indicazioni in manovra. Tra i punti divisivi per la maggioranza c'è la riduzione del periodo di residenza in Italia necessario per aver diritto all'aiuto. Un assist potrebbe arrivare dalla Consulta, che sta per pronunciarsi sulla costituzionalità del requisito dei 10 anni. Il comitato intanto critica alcune modifiche previste dal governo: "Palesemente assurdo e punitivo" imporre di accettare la seconda offerta di lavoro anche se è all'altro capo del Paese

Meno paletti per i cittadini stanieri, aiuti più generosi per le famiglie numerose, abolizione dell’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione e cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. Ma anche un’apertura alla necessità di considerare “congrue” offerte di lavoro di brevissima durata. A patto che si eliminino le “disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive” inserite in legge di Bilancio stando alle quali la seconda proposta va accettata anche se è all’altro capo del Paese. Sono alcune delle dieci proposte del comitato di valutazione del reddito di cittadinanza istituito dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e guidato da Chiara Saraceno. L’attesa relazione è stata presentata dalla sociologa insieme all’esponente dem, che si è detto personalmente d’accordo con la riforma “organica e ambiziosa” descritta nel documento ma non ha nascosto di avere molti dubbi sul fatto che il governo riesca a recepire le indicazioni degli esperti. “È una base da cui il Parlamento può partire per riflessioni e ulteriori integrazioni”, ha chiosato, ma ci sono modifiche “che hanno una valenza di buon senso e possono essere recepite rapidamente” mentre “su altre, con valenza politica più impattante, le forze politiche faranno le loro valutazioni”.

Tra i punti evidentemente divisivi per la maggioranza c’è il dimezzamento del periodo di residenza in Italia richiesto agli stranieri per aver diritto all’aiuto. Ma un assist potrebbe arrivare dalla Corte costituzionale, proprio oggi in udienza per valutare la compatibilità del limite attuale di 10 anni con la Carta. “Spero che questo lavoro contribuisca a risanare il dibattito sul reddito”, ha commentato dal canto suo Saraceno, che si è detta dispiaciuta per il fatto che nel decidere le modifiche già inserite in manovra il governo non abbia tenuto conto dei dati e degli orientamenti degli esperti: “A me sembra che non abbia riformato il Reddito ma abbia semplicemente irrigidito un po’ i controlli e in parte anche le condizioni di accesso”. Il rapporto si conclude non a caso con una considerazione amara: “Ovviamente, questo lavoro, e lo stesso Comitato Scientifico, hanno un senso non puramente di studio solo a condizione che i decisori politici ne facciano uso nel prendere le loro decisioni”.

1 – Non discriminare i cittadini stranieri – Il comitato, di cui fanno parte l’ideatore dell’Alleanza contro la povertà in Italia Cristiano Gori, il docente di Politica economica ed esperto di disuguaglianze Maurizio Franzini, il capo della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps Daniele Checchi e la sociologa dell’ufficio Politiche sociali della Caritas italiana Nunzia De Capite, il professore di Sociologia Economica alla Sapienza Andrea Ciarini e la docente di diritto del lavoro Paola Bozzao, ha rilevato cinque tipi di criticità da affrontare per rendere il sussidio più equo e più efficace. Si tratta dei criteri di accesso, della difformità sostegno a seconda dell’ampiezza e composizione della famiglia, dei requisiti legati a reddito e ricchezza e dell’implementazione dei patti per il lavoro e per l’inclusione sociale. La prima proposta è quella di ridurre il periodo minimo di residenza in Italia richiesto ai cittadini extracomunitari per avere diritto al reddito da 10 anni a 5. Gli esperti avrebbero preferito un abbassamento più drastico, a due anni, ma “in subordine” ritengono sia indispensabile almeno ridurre il requisito al tempo necessario per ottenere lo status di soggiornante di lungo periodo. Un intervento di buon senso, considerato che la soglia attuale esclude per esempio anche i titolari di protezione internazionale. E già all’indomani del varo del reddito il Servizio studi del Senato aveva rilevato il rischio di incostituzionalità e ad ore la Consulta si pronuncerà proprio su questo. “Nessun Paese europeo richiede un periodo di residenza così lungo”, ha sottolineato Saraceno, spiegando che la modifica “costerebbe circa 300 milioni in più all’anno” e consentirebbe di raggiungere 68mila persone in più.

2 – Un reddito a misura di famiglie numerose – La seconda modifica che gli esperti considerano necessaria riguarda la cosiddetta scala di equivalenza: l’obiettivo è superare il metodo attuale che penalizza le famiglie numerose, che sono più facilmente escluse dal beneficio (perché la soglia di accesso è meno generosa per i nuclei con minorenni) e a cui spetta una cifra ingiustamente bassa rispetto a quella garantita ai single perché a ogni minore viene attribuito un coefficiente pari a solo 0,2, contro lo 0,4 per i maggiorenni. “Chiunque abbia un figlio adolescente ha sicuramente qualche dubbio sul fatto che mangi meno di un adulto o richieda una spesa più bassa, per esempio, per le scarpe, visto che gli crescono i piedi…”, ha commentato Saraceno. Ed è tanto più un paradosso in un Paese in cui la diffusione della povertà tra i minorenni è più alta che tra adulti e anziani. La proposta allora è quella di portare il valore massimo a 2,8 (2,9 in caso di componenti con disabilità) dal 2,1 attuale e ridurre la soglia di partenza per i nuclei di una persona da 6000 a 5.400 euro. In caso di decadenza dal diritto al beneficio di un componente della famiglia bisognerebbe poi prevedere che la decadenza valga solo per lui e non per l’intero nucleo. L’implementazione “sarebbe quasi a costo zero”, secondo la Saraceno, perché la riforma “si intreccia con l’entrata a regime dell’assegno unico” per i nuclei con figli. Se le proposte saranno accettate il beneficio massimo mensile ottenibile da una famiglia di sei componenti che vive in affitto potrebbe passare da 1.330 euro al mese a 1.540.

3 – Più equità sui costi dell’abitare – La terza proposta consiste nel differenziare il contributo per l’affitto in base alla dimensione del nucleo familiare, riducendolo per i nuclei formati da una sola persona e incrementandolo al crescere del numero dei componenti. La normativa attuale prevede una quota di integrazione al reddito fino a un massimo di 500 euro a cui si somma la componente affitto, fino a 280 euro. Ma questa seconda parte “è uguale per tutte le famiglie, indipendentemente dalla loro dimensione”. Di conseguenza, spiega il comitato, “si produce un ulteriore svantaggio per i nuclei numerosi. I dati, infatti, mostrano che sono soprattutto le famiglie di maggiore ampiezza quelle che non riescono a coprire per intero il costo della locazione con il contributo”.

4 – Non penalizzare chi lavora – E’ uno dei punti cruciali in vista dell’inserimento di quella fetta di percettori – comunque una minoranza – che è in grado di lavorare. Oggi ai beneficiari “lavorare non conviene”, è la considerazione oggettiva del comitato. Questo perché per ogni 100 euro di reddito da lavoro, 80 vengono decurtati dall’ammontare del sussidio. “Di fatto è come prevedere una tassazione dell’80% sul nuovo reddito”, spiegano gli esperti. E “entro un anno”, quando i nuovi introiti entrano nell’Isee, “questa percentuale salirà al 100%”. Di qui la necessità di consentire un cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. La proposta è di considerare il reddito da lavoro solo per il 60%

5 – Considerare il patrimonio in modo flessibile – Utilizzare una soglia fissa di patrimonio (6mila euro in caso di un solo componente) comporta l’esclusione tout court dall’aiuto di chi supera di pochissimo quel tetto, sottolinea il comitato. Inoltre, visto che l’ammontare del sussidio dipende solo dal reddito, si creano forti iniquità tra percettori che possono contare su “cuscinetti” di risparmio di entità molto diversa. La proposta dunque è quella di considerare il patrimonio mobiliare come solo una delle tre fonti – insieme a reddito familiare e RdC – che contribuisce a determinare la capacità di spesa della famiglia, prevedere che fino a 4mila euro non siano liquidabili perché sono una riserva a cui attingere in caso di necessità e calcolare il sussidio come differenza tra soglia di reddito che si vuole garantire e somma di reddito disponibile e quota di patrimonio liquidabile.

6 – No all’obbligo di dichiarazione di disponibilità al lavoro per tutti – La dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro dovrebbe essere chiesta solo dopo che i beneficiari occupabili sono stati indirizzati ai Centri per l’impiego. Oggi, tutti i percettori devono firmarla “indipendentemente dal fatto che come singoli o come famiglia siano poi effettivamente indirizzati ai Cpi o invece ai servizi sociali”, spiega il comitato. Un obbligo che, per chi è indirizzato ai servizi sociali, si sovrappone a quello di sottoscrivere il patto di inclusione. Cosa che crea confusione e lascia molte persone in una sorta di limbo tra due istituti, imponendo un “inutile carico di lavoro ai Cpi che, se non avvertiti per tempo dai servizi sociali della situazione di, più o meno temporanea, inoccupabilità dei beneficiari, devono avviare, appunto, una procedura di presa in carico”.

7 – Ridefinire i criteri di lavoro congruo -Perché una proposta di lavoro sia congrua e quindi non rifiutabile dal punto di vista temporale dovrebbe bastare, secondo il comitato, che il contratto sia di almeno un mese. Questo perché occorre “incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza”. In più va considerato che i settori in cui potrebbero trovare un’occupazione i beneficiari del sussidio (edilizia, turismo, ristorazione, logistica) sono spesso caratterizzati da una forte stagionalità. Di conseguenza va anche modificata la definizione di retribuzione minima accettabile, rimodulandola – ma questo era già previsto dalle bozze della manovra – in base all’orario di lavoro per tenere conto anche di occupazioni part time. Sempre in quest’ottica, spiega la relazione, si dovrebbe ritenere congruo un orario di lavoro non inferiore all’60% (contro l’80% attuale) dell’orario a tempo pieno previsto nei contratti collettivi più rappresentativi. Il Comitato propone in compenso di eliminare le “severe disposizioni che, ai fini della congruità dell’offerta lavorativa, fissano, dopo la prima offerta, il distanziamento del luogo di lavoro su tutto il territorio nazionale, disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive per lavori spesso a tempo parziale e con compensi modesti”.

8 – Promuovere le assunzioni dei percettori – Di conseguenza, l’incentivo alle imprese che assumono i beneficiari del reddito deve valere anche nel caso di assunzioni part time o con contratto a tempo determinato, se con orario pieno e di durata almeno annuale. Bisogna infatti tener conto che il mercato del lavoro “non sempre”, per usare un eufemismo, consente verosimilmente di puntare subito a un assunzione stabile, “anche per chi non è, a differenza dei beneficiari di RdC, in situazione di particolare fragilità. D’altra parte, anche un contratto part-time o a tempo determinato lungo può essere utile per ricominciare a lavorare e avviare un percorso che conduca, nel tempo, verso una più solida configurazione contrattuale”. E va almeno temporaneamente sospeso il requisito della presenza dell’offerta di lavoro sulla piattaforma dell’Anpal (questo è già previsto nelle bozze della manovra).

9 – Rafforzare i patti per l’inclusione e l’attuazione dei progetti di utilità collettiva – Come nel caso dei patti per il lavoro, rileva il Comitato, “la difficoltà riscontrata nell’attivazione dei patti per l’inclusione è largamente dovuta alla carenza di organico, particolarmente grave in alcuni contesti, spesso quelli con un maggior numero di beneficiari”. Difficoltà che hanno anche rallentato anche l’attuazione dei Puc, i progetti di utilità collettiva promossi dai Comuni, cui sarebbero tenuti a partecipare tutti i beneficiari adulti. Occorre quindi rafforzare e formare l’organico dei servizi sociali comunali e definire meglio il sistema di governance, oltre a valutare se “utilizzare criteri di priorità generali e rigidi per coinvolgere i beneficiari nei Puc (i componenti adulti della famiglia più giovani) sia il modo più adeguato per far funzionare i progetti e per rafforzare le capacità delle persone”.

10 – Abolire l’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione – L’ultima richiesta riguarda l’obbligo di spendere l’intero reddito entro il mese successivo alla percezione, pena decurtazioni, e il limite mensile di 100 euro (moltiplicato per la scala di equivalenza se si tratta di una famiglia) ai prelievi di contante. Il comitato rileva che questi paletti impediscono di risparmiare, anche a scopo precauzionale, in vista di spese future. E questo è in contrasto “con ogni principio di saggia gestione del proprio bilancio”. Quanto ai vincoli all’utilizzo della carta, non solo “limitano la libertà delle persone” ledendo il loro status di cittadini adulti e responsabili, ma suggeriscono “una visione dei beneficiari come potenzialmente incapaci o irresponsabili solo perché poveri“.

da qui