Il sistema che consente a chi sposta la residenza in
Italia di versare sui redditi esteri un'imposta forfettaria ha sempre più
successo. Nel 2024 dai 1.923 beneficiari sono arrivati 153 milioni, ma non è
dato sapere quanto avrebbe incassato il fisco se avessero pagato la normale Irpef
La flat
tax per i super ricchi stranieri che trasferiscono la residenza in
Italia è “idonea a produrre gravi disparità di trattamento” ed è a
rischio di conflitto con il principio costituzionale del
contributo alle spese pubbliche “in ragione della capacità contributiva”.
Motivo per cui ne andrebbe “verificata l’effettiva razionalità“.
Per la prima volta la Corte dei Conti esplicita il dubbio che
il regime fiscale
riservato ai cosiddetti “High Net Worth Individuals“, voluto dal
governo Renzi, sia contrario alla Costituzione. Nel giudizio di parificazione
sul Rendiconto generale dello Stato, i magistrati contabili
ribadiscono poi che non è mai stata fatta alcuna analisi per verificare quanto
i beneficiari abbiano effettivamente risparmiato grazie all’imposta sostitutiva
sui redditi esteri e se la misura abbia
davvero raggiunto l’obiettivo dichiarato di attirare nuovi investimenti.
I numeri
mostrano intanto un successo crescente del meccanismo che consente a chi porta
la residenza in Italia dopo aver vissuto all’estero per almeno nove degli
ultimi dieci anni di sostituire l’Irpef sui redditi prodotti fuori dal Paese
con un’imposta forfettaria, portata da 200mila a 300mila euro con
l’ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Nel 2024 i beneficiari sono saliti
a 1.923, di cui 1.374 contribuenti principali e 549
familiari. Quanto hanno pagato al fisco italiano? Tra il 2020 e il 2024 chi
ha chiesto e ottenuto di versare il forfait ha versato complessivamente
circa 469 milioni di euro, di cui 153 nel solo 2024. Impossibile
valutare se sia tanto o poco, visto che non è dato conoscere l’ammontare dei
redditi esteri dei beneficiari e quindi le imposte ordinarie che
l’erario avrebbe riscosso senza il regime agevolato e a cui sta rinunciando.
Senza
quell’analisi, osservano i magistrati, non è possibile stabilire né il costo
effettivo dell’incentivo per le finanze pubbliche né se il trattamento
privilegiato sia giustificato dai benefici prodotti per l’economia italiana.
Così come nessun governo si è peritato di appurare se sia stata mantenuta la
promessa contenuta nella relazione illustrativa della legge
istitutiva, cioè che il regime avrebbe favorito nuovi investimenti produttivi
nel Paese. Risultato: al momento, la disciplina “sembrerebbe favorire”
soprattutto soggetti con redditi distribuiti in più Stati che scelgono di
trasferirsi in Italia per motivi di lavoro o personali “come nel caso,
probabilmente frequente, degli sportivi professionisti“. Sembra
corroborare questa lettura il fatto che nel 2024 meno della metà dei
beneficiari del regime (il 48,4%) abbia dichiarato anche redditi prodotti in
Italia, per un ammontare complessivo di 102,5 milioni di euro. Quasi tre quarti
(73%) derivano da lavoro dipendente. Il che è coerente con l’osservazione della
Corte secondo cui il regime attrae soprattutto persone che trasferiscono la
residenza nel Paese per ragioni lavorative, piuttosto che Paperoni interessati
a realizzare nuovi investimenti produttivi.
Diverso il
caso del regime per i lavoratori rimpatriati, rivisto dal governo
dal 2024 con requisiti più stringenti. Secondo i dati del Dipartimento
delle Finanze, lo scorso anno ne hanno beneficiato 44.881 lavoratori
dipendenti, con un reddito lordo medio di 120.922 euro, mentre il regime
speciale per docenti e ricercatori ha interessato 4.774 persone con un reddito
medio di 56.411 euro. A differenza della flat tax per i nuovi residenti, su
quei regimi la Corte non formula rilievi.
Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni
Sono ormai
molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro
paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta
sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta
precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo,
quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I
miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi,
2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si
può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo
maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito
individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito
di raggiungere una giustizia fiscale.
La ragione è
facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la
composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito
tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello
che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica
– ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari,
quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro
reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in
un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i
sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro
studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani
(Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le
casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure
esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al
fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici
a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono
accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese,
già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che
pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra
Costituzione.
I dati a
disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando
segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo
leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito,
mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì
che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio
onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa
situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle
teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono
imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.
Per quanto
riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal
2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere
esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un
pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale
tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per
convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la
presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente
George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state
le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan
accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai
governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta
anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta,
il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per
le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che
– prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale
era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del
reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di
un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate
in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima
del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per
cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita
dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.
Quelle
elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema
progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia
fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema
diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre
l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa
provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo
elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito
dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.
Nel caso
italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974,
aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di
reddito, con aliquote
progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la
maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat
tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo
prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad
evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata,
soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio
introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti
a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta
facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.
È chiaro che
ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri
di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro
complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo
alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò
accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una
legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi
patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli
europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale
annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2
milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote
previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i
2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso
progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la
rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato
di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i
bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale
misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della
popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande
capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello
stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei
cittadini e la difesa dell’ambiente.
Perché la proposta di legge possa essere discussa dal
Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire
dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente
sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il
regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di
tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo
contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle
istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e
altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita
piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per
raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid
o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .
La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini
Il Global
Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas
Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di
qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle
disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti
gli Stati convergerebbe a 5mila euro.
Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui
super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima
alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro
al mese di reddito per tutti e un fondo globale che
redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di
finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica,
istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale,
ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della
Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty,
per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso.
Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in
occasione dell’inizio della World Inequality Conference
2026, sono ben
lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica
di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al
2100. Vasto programma, a dir poco.
Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per
evitare il collasso
La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento
delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di
ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la
stabilità climatica. E senza una
drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la
catastrofe ambientale. “La
compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una
profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione
necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”.
Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di
aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare
su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico
– dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il
lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per
arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4%
l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5%
l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno
ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure
più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.
Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo
sovrano mondiale
Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo
globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla
convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e
della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni
anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque
volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo
monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo
sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a
gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico),
soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con
aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha
oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa
mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai
vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è
simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo
dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori –
tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel
Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo
ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei
miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In
altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per
spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali
in clima, sanità e istruzione.
A ogni Paese dividendi in base alla popolazione
Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si
stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero
sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero
distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti
condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di
riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi,
riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che
i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo,
è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse
dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil
mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”,
sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni
cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici
inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.
Cinquemila euro al mese per tutti
Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada
alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati
a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando
l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord
America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale
pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla
crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza
sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La
metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2%
della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità
vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay
gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più
ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di
quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale,
l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre
meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero
inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie
condizioni.
Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la
settimana cortissima
Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione
ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che
costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento
dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le
autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle
nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e
tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il
pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce
“sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e
dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo,
nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le
ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della
produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000
all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.
La camera di compensazione sognata da Keynes
Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di
riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni
climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile
e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la
piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e
monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni
finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di
popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema
“una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e
una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale
come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods
per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie
ricche.
Utopia o scelta politica?
Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme
delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella
Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata
e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità.
Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce
opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche
quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia
di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata
su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche
se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi
precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio
universale alla riduzione degli orari di lavoro
grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione
– che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste
consolidate.
“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta
politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire
una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società
civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe
proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’
che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e
del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio
di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per
compensare i suoi danni climatici.
Il rapporto Mind the Gap della Commissione è il primo
tentativo di analizzare le lacune fiscali dell'Unione. In Italia quasi il 60%
dell’Irpef attesa dagli autonomi non viene versata, l’evasione Iva nel 2023 è
tornata a salire e solo una minima parte degli importi accertati viene
effettivamente incassata
L’Italia
continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale
concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a
trasformare gli accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono
dal nuovo rapporto Mind the Gap della Commissione
europea, primo tentativo di offrire una fotografia comparabile dei “buchi”
fiscali nei 27 Stati membri. Il documento, che distingue tra mancati introiti
dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap determinati da scelte
politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario tipo, non
consente però di creare una classifica europea dell’evasione:
solo per l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime
armonizzate per tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano
invece scarsamente comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per
categoria di reddito.
Il primato italiano
L’Italia
almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati che
stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle
effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia
quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le
previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione
fiscale e contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese
ricorda che nel 2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai 35 dell’anno
prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese,
la cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un
confronto con gli altri Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati
comparabili. Ma per esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli
anni) stime dettagliate sul tax gap dell’imposta personale, stando a controlli
causali ha registrato tra 2014 e 2018 per i redditi da “business activities” un
gap del 21%. Non minuscolo, comunque lontano anni luce dai livelli italiani.
In aumento
anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è
salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021.
Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue
è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti:
il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano
le addizionali regionali.
Non
sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non
dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio
del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2%
del Pil, quasi tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le
ultime stime Istat, nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil, in
aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo scarto tra le due
quantificazioni dipende da differenze metodologiche.
La riscossione che arranca
La
Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte
della digitalizzazione grazie a fatturazione
elettronica, interoperabilità delle banche dati e utilizzo
di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo hanno
ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la
dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte
accertate è limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale
accertata, il recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%.
La riscossione coattiva arranca ancora di più, con incassi
fermi al 3,1% a fronte di 40,7 miliardi di euro di somme accertate. Un dato che
fotografa una debolezza strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che va
dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a fine
anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a
fronte di una media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata
di fatto non riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega fiscale sarà sufficiente per invertire
la rotta.
Non aiuta
che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle
cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte
dei conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali
può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o
al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata.
L’evasione Iva aumentata nel 2023
A livello
europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro, pari
a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si
colloca ancora sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva
registrato un forte calo del gap dal 19 al 15%, in parte
legato al boom dell’edilizia e al Superbonus 110%, che ha incentivato
l’emersione delle transazioni nel settore delle costruzioni. Ma nel 2023 si è
registrato – così come in diversi altri Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe essere
stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi detrazione e
in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo
post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo,
servizi ricreativi e ristorazione, caratterizzati da livelli di
compliance fiscale sotto la media, potrebbe spiegare perché la riduzione
dell’evasione ha conosciuto una battuta d’arresto.
In aggiunta,
anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni
ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito
potenziale, contro una media del 51%.
Il buco nero delle tax expenditure
E per
restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in
Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e
mai cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119
miliardi di euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso
dallo Stato, il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da
anni si parla della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio
di metterci mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli
interessi di piccole o grandi platee di contribuenti.
Nel programma di lavoro 2026 la
Commissione prende atto dei mancati progressi e archivia la tassa sulle
transazioni finanziarie proposta poco dopo la crisi finanziaria per frenare la
speculazione e raccogliere decine di miliardi di euro l’anno. In soffitta anche
la direttiva Unshell
Stop alla direttiva contro le società di comodo utilizzate
solo per pagare meno tasse. E addio alla tassa sulle transazioni
finanziarie, in discussione dal 2013. La Commissione europea ha
deciso di ritirare diverse proposte legislative chiave che
ritiene non abbiano chance di passare. Come parte del
programma di lavoro per il 2026, presentato a fine ottobre, l’esecutivo europeo
guidato da Ursula von der Leyen ha preso atto dei mancati
progressi e ufficializzato quindi l’intenzione di archiviare alcuni
dei progetti più dibattuti degli ultimi anni. Tra cui la direttiva “Unshell”,
concepita per contrastare i “gusci vuoti” mirati a eludere il fisco, e la
decennale proposta di un’imposta comune sulle operazioni finanziarie
all’interno dell’Unione, che avrebbe disincentivato la speculazione e le
operazioni ad alta frequenza.
Addio anche
alla Tobin Tax europea
La tassa sulle transazioni finanziarie era stata proposta nel 2011, poco
dopo la crisi finanziaria e nel pieno di quella dei debiti sovrani. L’obiettivo
era duplice: frenare la speculazione e raccogliere nuove risorse pubbliche,
fino a 57 miliardi di euro l’anno secondo le stime iniziali.
La direttiva avrebbe introdotto un’aliquota minima comune dello 0,1%
sulle transazioni relative ad azioni e obbligazioni e dello 0,01%
sui derivati, da applicare alle operazioni effettuate da istituzioni
finanziarie quando almeno una delle controparti avesse sede in uno Stato
membro. La misura, ispirata alla tassa proposta dal premio Nobel per
l’Economia James Tobin, si basava sul principio di residenza, così
da tassare anche le operazioni spostate fuori dai confini europei.
Il progetto è stato osteggiato da Regno Unito, Svezia e Lussemburgo. Undici
Paesi tra cui Germania, Francia e Italia sono
andati avanti da soli attivando una cooperazione rafforzata.
Proventi potenziali, in questa configurazione ridotta, circa 30 miliardi di
euro. Ma i negoziati si sono impantanati sulle differenze tra i sistemi
nazionali e sulla paura di fuga dei capitali. L’Italia ha proceduto
da sola, introducendo sotto il governo Monti una “Tobin tax nazionale” sulla
compravendita di azioni italiane e derivati con aliquote dello 0,10 e 0,20%, a
seconda del tipo di transazioni, e un gettito di circa 400 milioni l’anno.
Dopo oltre dieci anni di discussioni, il ritiro formale della proposta
“rischia di porre una pietra tombale su un dossier che quando l’eco della crisi
finanziaria del 2008 ancora rimbombava era arrivato a un passo dall’accordo”,
commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia
economica di Oxfam Italia. “La scelta è da scongiurare. Se
confermata, sancirebbe l’incapacità dei governi Ue di mettersi in sintonia con
le istanze dei propri cittadini. La misura è popolarissima tra
gli europei. Aiuterebbe a contrastare pratiche speculative sui mercati
finanziari e, se disegnata in modo ambizioso, genererebbe cospicue risorse,
destinabili a soddisfare crescenti bisogni sociali, alla lotta
contro il cambiamento climatico e alla solidarietà
internazionale”. La speranza è che la commissione Econ del Parlamento europeo
chieda a Bruxelles di ripensarci. Ma dovrebbero essere i governi che hanno
aderito alla cooperazione rafforzata a ridare slancio alle trattative.
Società di comodo, tramonta la direttiva Unshell
Stesso destino, salvo ripensamenti, rischia di averlo anche la direttiva
Unshell con cui la Commissione aveva tentato di introdurre un quadro comune per
individuare e neutralizzare le società di comodo, attraverso una serie di test sulla
sostanza economica: si trattava di valutare per esempio la presenza di
personale e locali aziendali e le effettive attività svolte. Le società
identificate come “vuote” avrebbero perso i benefici fiscali dei
trattati contro la doppia imposizione e delle direttive Ue sui dividendi o gli
interessi intra-gruppo.
Dopo tre anni di discussioni e veti incrociati, l’iniziativa è naufragata.
Il colpo di grazia è arrivato dal rapporto Ecofin del 18
giugno 2025, in cui il gruppo tecnico “Questioni commerciali” ha rilevato
“potenziali sovrapposizioni” tra i criteri della Unshell e le regole già
previste dalla direttiva DAC6, che impone la segnalazione degli
schemi fiscali transfrontalieri aggressivi. Molti governi hanno concluso che
gli stessi obiettivi potevano essere raggiunti con semplici modifiche alla
DAC6, senza una nuova norma vincolante. Così la direttiva Unshell è uscita di
scena, lasciando il posto a un vago impegno per “approcci alternativi”.
La “pulizia” nell’agenda fiscale
L’obiettivo, secondo Bruxelles, è sgombrare il campo da proposte rimaste
senza sbocco per concentrarsi su quelle con possibilità concrete di adozione e
sulle nuove sfide strategiche” come transizione verde, digitale, sicurezza e competitività. Nell’elenco delle misure
destinate alla stessa sorte figurano anche la proposta sulla riduzione
della distorsione tra debito e capitale proprio (Debt-equity
bias reduction allowance) e la direttiva sui prezzi di trasferimento (Transfer
pricing directive). Restano invece in agenda il proseguimento dell’iniziativa BEFIT
(Business in Europe: Framework for Income Taxation) per creare un
sistema comune per la tassazione del reddito delle imprese, la fiscalità verde
– revisione della Energy Taxation Directive e attuazione
del Sistema di scambio di quote di emissione riformato – e
la riforma delle risorse proprie per assicurare entrate stabili al bilancio
dell’Unione. Tra il resto, si punta a ottenere gettito da un nuovo
prelievo sui rifiuti elettronici, dai dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, cioè la tassa sull’anidride carbonica incorporata o emessa per la
produzione di beni importati in Europa, e dal contributo
legato ai rifiuti di plastica non riciclata. Nessun cenno al Pillar
Two, la tassazione minima globale al 15% per le multinazionali elaborata
in sede Ocse: la Ue l’ha trasposta in una direttiva in vigore
dal 2024, ma gli Stati Uniti non hanno mai ratificato l’accordo e a
giugno Donald Trumpha ottenuto dagli altri leader del G7 l’assicurazione che i gruppi Usa
saranno esentati perché sarebbero già soggetti ad
adeguate misure nazionali di contrasto all’erosione della base imponibile e
al profit shifting. Una resa che potrebbe costringere il vecchio
continente a modificare la sua normativa.
Il rapporto di Tax Justice Network: Italia rapinata
dai paradisi fiscali. Saccheggio da 22 miliardi – Chiara Brusini
Il sistema.
L’elusione fiscale delle multinazionali ha tolto 1.700 miliardi ai Paesi. Con
Trump gli Usa sono diventati la meta dei colossi a suon di favori
Tra il 2016
e il 2021 l’Italia ha perso 22,3 miliardi di dollari di tasse che sarebbero
dovute entrare nelle casse pubbliche. Soldi rimasti invece nei bilanci di
grandi multinazionali che hanno registrato i propri profitti in Paesi dove le
imposte sono più leggere: non solo Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo, ma anche
– e per una fetta importante – Stati Uniti. Il nuovo rapporto State of
Tax Justice 2025 di Tax Justice Network, rete internazionale che da
anni analizza l’elusione delle imprese e dei super-ricchi, aggiorna le stime
sul costo globale degli abusi delle grandi imprese. E arriva alla conclusione
che il mancato gettito sia ammontato solo in quei sei anni all’astronomica
cifra di 1.700 miliardi di dollari, poco meno del Pil della Spagna, di cui 495 miliardi
(il 29% del totale) per effetto delle strategie fiscali delle sole
multinazionali statunitensi. Soldi che avrebbero potuto essere utilizzati per
finanziare sanità, istruzione e altri servizi pubblici…
Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata - Mario Sommella
In sei anni
l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in
scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono
spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e
le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove
si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la
fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e
che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano
centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando
i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale
parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di
miliardi di gettito bruciati ogni anno.
Questo non è
un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un
capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in
contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi
come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le
imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato
sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui
piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.
Il ruolo
degli Stati Uniti dopo il taglio Trump
La parte più
interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti
dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva
per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un
rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta
federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la
possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando
aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili
dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese.
Non è un paradosso, è un disegno.
Così gli USA
sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi
dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei
più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato
tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e
alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai
tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo
Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei
soldi a casa d’altri.
Europa e
Italia: le casse bucano, i servizi arretrano
Dentro
questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere
strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di
dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un
rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non
ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una
sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un
decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle
multinazionali.
I dati
europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania
perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di
gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol
dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa
altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la
sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i
soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento
di ricchezza verso i board delle corporation.
Le
multinazionali si sono fatte politica
Qui sta il
punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il
Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è
che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione
diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo
compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle
norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la
trattativa è sempre sbilanciata.
Questa è la
forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying,
ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di
trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le
multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte
riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA,
già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese
non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico.
La partita
ONU e l’astuzia del Nord globale
Per questo è
importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale
internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema
multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta
che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso
reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate
complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro
e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione
dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle
loro piazze finanziarie. 
Se la
Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per
paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime
di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È
esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti
sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.
Un problema
di modello, non di furbetti
Qui è utile
togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del
professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura
pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla
progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione
della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere
“attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al
ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di
bilancio da un continente all’altro con un clic.
Ed è un
problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i
piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo
Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio,
aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la
socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo
capitalismo.
Cosa dire,
allora
Primo, che i
paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel
funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può
continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità
finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che
la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia
democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di
tecnici.
E soprattutto
va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per
compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana
delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso
l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo
circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni
necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che
potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei
paradisi fiscali.
"Circa il 70% dell'onere tributario
ricade sui lasciti sotto 1 milione di euro", spiega Salvatore Morelli,
associato di Economia pubblica all'università Roma Tre. E la maggior parte
delle grandi eredità, quelle che aumentano la disuguaglianza di ricchezza, sono
esentasse. La soglia critica? 429mila euro
Le piccole eredità diffuse diminuiscono le disuguaglianze
di ricchezza, perché migliorano la condizione economica di famiglie che si
collocano nella fascia intermedia della distribuzione dei patrimoni. Eppure
sono tassate, in proporzione, più di quelle grandi che sulle
disuguaglianze hanno un impatto negativo, con tutto quel che ne deriva in
termini di minore mobilità sociale, sfiducia nelle istituzioni,
indebolimento della crescita. Rimediare non sarebbe complicato, perché esiste
una precisa “soglia critica” oltre la quale gli svantaggi per la società
suggeriscono di aumentare il carico fiscale. Per l’Italia ammonta a 429mila
euro: meno di metà rispetto alla franchigia di 1 milione di euro sotto
la quale nel nostro Paese i lasciti tra coniugi e parenti in linea retta sono del
tutto esentasse. A individuare quel numero chiave, utilizzando un
nuovo approccio empirico, è il paper The influence of inheritances on
wealth inequality in rich countries degli economisti Salvatore
Morelli, Brian Nolan, Juan Palomino e Philippe
Van Kerm, appena pubblicato sul Journal of Public Economics.
Le conclusioni sono preziose in una fase in cui il peso delle eredità sul
reddito nazionale è in forte crescita per effetto del passaggio generazionale dai baby boomer
ai loro figli e nipoti mentre la tassazione effettiva tende a
diminuire. Paradossalmente “oggi circa il 70% dell’onere tributario ricade
sui lasciti sotto 1 milione di euro“, ha spiegato Morelli,
associato di Economia pubblica all’università Roma Tre, durante il convegno Tassazione della ricchezza: stato dell’arte,
potenzialità e prospettive che si è tenuto venerdì a Roma (qui la registrazione della prima edella seconda parte con la presentazione di Morelli). “L’imposta di
successione non è progressiva: su un asse ereditario di
valore superiore a 10 milioni grava un’aliquota media
effettiva dell’1%, identica a quella che colpisce eredità tra zero e
20mila euro“. Una macroscopica iniquitàa favore dei contribuenti in condizioni più floride e dei loro discendenti, a scapito
dell’erario. Oggi il gettito che deriva da quest’imposta, come ha
ricordato Francesco Figari che insegna Scienza delle Finanze
all’università del Piemonte orientale, si ferma sotto lo 0,07% del pil, circa
900 milioni di euro l’anno. Tra i più bassi dell’Ocse. La Francia, dove la
pressione fiscale complessiva è simile a quella italiana ma si concentra molto
di più sulle successioni e meno sui redditi, ne ricava 21 miliardi.
Ma le storture del sistema non finiscono qui: il nuovo studio di Morelli,
Nolan, Palomino e Van Kerm rivela che in Italia, vero e proprio paradiso fiscale per gli eredi, grazie alle
elevate franchigie la maggior parte dei lasciti superiori al 95esimo percentile
della distribuzione nazionale – oltre i 429mila euro appunto – e che in quanto
tali risultano avere effetti negativi sulla distribuzione della ricchezza non è
soggetta ad alcuna tassazione. Una situazione che ci accomuna solo
agli Stati Uniti, dove all’epoca della raccolta dei dati usati
nell’analisi non si pagava nulla fino a 5 milioni (oggi la
soglia è più che raddoppiata) anche se la soglia oltre la quale emerge un
aumento del coefficiente di Gini che misura la disuguaglianza è di 507mila
dollari. In Germania e nel Regno Unito, al
contrario, le soglie di esenzione dall’imposta di successione per i figli –
circa 400mila euro e 325mila sterline rispettivamente, nell’anno della survey –
sono vicinissime alle cifre oltre cui le eredità risultano accrescere le
disuguaglianze (395mila euro e 343mila sterline rispettivamente). In Francia e
in Spagna, poi, è esentato solo chi eredita meno di 160.000 euro e
16.000 euro, a fronte di soglie critiche rispetto all’impatto sulla
disuguaglianza molto più alte (295mila e 173mila euro).
Nonostante l’evidente necessità di un riequilibrio, nella Penisola qualsiasi ipotesi di ritocco alle norme che regolano le successioni si è
rivelata finora kriptonite elettorale. Enrico Letta qualche anno fa,
da segretario Pd, ha provato a portare il tema al centro dell’agenda
politica, con scarsissimo successo. Morelli, da accademico, sta ai
numeri. E calcola come cambierebbero le cose se si seguisse la strada proposta dal Forum disuguaglianze e diversità, a cui lo stesso
Letta si era in parte ispirato. Si tratta di prendere come base imponibile i
“vantaggi ricevuti” nel corso di tutta la vita a titolo di donazioni o
successioni, valutando gli immobili al valore di mercato (al posto delle obsolete rendite
catastali) ed eliminando i regimi di favore sulla base della parentela. E
tassare la cifra finale con tre aliquote differenziate per scaglioni: 5% da
500mila euro a 1 milione, 25% da 1 a 5 milioni, 50% oltre
i 5 milioni. Contro il 4% attuale sui trasferimenti in favore del
coniuge o di parenti in linea retta che superino 1 milione di euro (6% tra
fratelli e sorelle per valori superiori a 100mila euro).
La soglia di esenzione, aggiunge il docente, andrebbe ridotta e
portata intorno ai 500mila euro, cioè il valore oltre il quale come visto i
trasferimenti aumentano le disuguaglianze di ricchezza. “In questo modo si
otterrebbe un’imposta ottimale anche dal punto di vista dell’equità, ribilanciando il
peso dell’onere: il 90% andrebbe sui lasciti superiori a 1 milione“.
Non un’impostazione punitiva, ma una strategia di riequilibrio. Su
un lascito di 1 milione, tolta la franchigia, si pagherebbero 25mila
euro, il che ridurrebbe la disparità di tassazione rispetto alla stessa
cifra guadagnata da un lavoratore dipendente nel corso della vita (in quel caso
tra Irpef, addizionali e contributi si versano 400mila). La nuova architettura
consentirebbe tra l’altro di “ridurre da 76mila a poco più di 43mila
l’anno il numero di persone colpite” facendo al tempo stesso salire il
gettito: “Tenendo conto anche della possibile evasione ed elusione, potrebbe
arrivare a 5 miliardi l’anno“. Risorse che potrebbero essere
investite nel sostegno alle famiglie, nella sanità, nel
contrasto alla povertà.
La ong Tax Justice network ha aggiornato il suo
Financial Secrecy Index, che valuta il grado di complicità degli Stati nell'aiutare
individui e società a nascondere capitali. L'Italia tra i Paesi che rifiutano
di applicare la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa quando a
chiederla è uno Stato extra Ue
Gli Stati
Uniti restano al primo posto, davanti alla Svizzera e
a Singapore, nella classifica dei Paesi che più favoriscono l’occultamento
di capitali illeciti e l’evasione fiscale. La Germania sale
al sesto dal settimo del 2022, piazzandosi prima dei Paesi Bassi, e la Francia scala
nove posizioni ed è ventunesima, subito dietro le isole Cayman e la Gran
Bretagna. Nel complesso oltre la metà dei Paesi Ue usa scappatoie
giuridiche che consentono agli evasori di nascondere
denaro all’interno dei loro confini e rendono più facile la circolazione di denaro
sporco. La ong Tax Justice network ha aggiornato il
suo Financial Secrecy Index, che a partire dal 2009 valuta il grado
di complicità degli Stati nell’aiutare individui e società a
nascondere fondi. E a differenza di quasi tutte le liste nere dei paradisi
fiscali misura l’effettivo ruolo di ogni giurisdizione nell’offrire a
chi lo chiede un “servizio” di segretezza finanziaria. I risultati dimostrano,
secondo l’organizzazione, la necessità di sostenere i negoziati in corso alle Nazioni Unite per
arrivare a una riforma della tassazione globale più equa e partecipata di
quella negoziata da 140 Paesi in sede Ocse.
Gli Usa si
confermano appunto il principale fornitore globale di opacità
finanziaria, con il 25% della quota mondiale e un “punteggio di segretezza” che
peggiora passando da 67,4 a 68,6 su 100. Non solo: in parallelo il Polity
project del Center for Systemic Peace, in seguito al ritorno alla Casa
Bianca di Donald Trump, ha declassato il Paese da democrazia ad
“anocrazia”, una forma di governo che presenta in parte caratteristiche proprie
della democrazia ma in parte somiglia a una dittatura. Washington
ha infatti già smantellato strumenti cruciali per la trasparenza fiscale come i
poteri dell’Internal revenue service, spiega l’analisi, e minacciato
la sovranità fiscale di altri Paesi rinnegando l’accordo sulla tassazione minima
delle multinazionalie minacciando pesanti contromisure nei confronti di chi ha adottato
misure mirate a far pagare qualcosa a Big tech.
Intanto
l’Unione Europea è un vero e proprio “dottor Jekyll e mister Hyde”, accusa il
Network. Si propone come “leader nella trasparenza fiscale” ma quel
primato vale solo sulla carta, visto che gli Stati dell’Ue offrono il 21%
della segretezza finanziaria globale (è la quota regionale cresciuta
di più) e il 56% fa resistenza quando si tratta di applicare
la Convenzione sulla reciproca assistenza amministrativa, strumento
fiscale attraverso cui i Paesi possono aiutarsi nella riscossione delle imposte
dovute da evasori fiscali accertati quando il patrimonio non tassato viene
nascosto all’estero. Ai Paesi extra Ue quell’assistenza viene spesso negata,
mentre tra Paesi membri è obbligatoria: un doppio standard strettamente legato
al fatto che “solo una ristretta cerchia di Paesi ricchi, inclusi i Paesi
dell’Ue, ha avuto voce in capitolo nella progettazione dello strumento”. L’Italia è
tra i Paesi che hanno negato cooperazione, in buona compagnia
visto che la lista comprende anche Austria, Cipro, Germania, Croazia, Irlanda,
Lussemburgo, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Slovenia e Slovacchia.
“Molti Stati
Ue applicano regole severe solo ai propri cittadini, mentre offrono rifugio ai
capitali illeciti provenienti da fuori Europa”, commenta Moran Harari,
vicedirettrice delle politiche di Tax Justice network. Che ricorda come la Ue
stia continuando nel frattempo a ostacolare il processo di riforma delle regole
fiscali internazionali in corso all’Onu con l’alibi che il sistema non ha
bisogno di aggiustamenti. “I nostri dati dimostrano che il sistema è rotto
eccome, e che i Paesi dell’Ue hanno avuto un ruolo significativo nel romperlo”.
La ong ha
calcolato che gli abusi fiscali di multinazionali e individui facoltosi
comportano per gli Stati la rinuncia a 492 miliardi di dollari di
gettito l’anno: poco meno di 348 per effetto dello spostamento
di profitti all’estero per pagare meno imposte e 145 come conseguenza
dell’occultamento di ricchezza offshore. La convenzione Onu punta a ribaltare
la situazione. La Ue si è astenuta mentre otto Paesi si
oppongono. In testa gli Usa, con loro Regno
Unito, Giappone, Corea del Sud, Israele, Canada, Australia, Nuova Zelanda e
Argentina.
La sociologa
ha presentato la relazione insieme al ministro del Lavoro Orlando, che non ha
nascosto dubbi sul fatto che sia possibile recepire le indicazioni in manovra.
Tra i punti divisivi per la maggioranza c'è la riduzione del periodo di
residenza in Italia necessario per aver diritto all'aiuto. Un assist potrebbe
arrivare dalla Consulta, che sta per pronunciarsi sulla costituzionalità del
requisito dei 10 anni. Il comitato intanto critica alcune modifiche previste
dal governo: "Palesemente assurdo e punitivo" imporre di accettare la
seconda offerta di lavoro anche se è all'altro capo del Paese
Meno paletti per i cittadini stanieri, aiuti più generosi per le famiglie numerose, abolizione dell’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese
successivo all’erogazione e cumulo parziale tra
reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. Ma anche
un’apertura alla necessità di considerare “congrue” offerte di lavoro di
brevissima durata. A patto che si eliminino le “disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive”
inserite in legge di Bilancio stando alle quali la
seconda proposta va accettata anche se è all’altro capo del Paese. Sono alcune delle dieci
proposte del comitato di valutazione del reddito di
cittadinanza istituito dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e guidato da Chiara Saraceno. L’attesa relazione è stata
presentata dalla sociologa insieme all’esponente dem, che si è detto
personalmente d’accordo con la riforma “organica e ambiziosa”
descritta nel documento ma non ha nascosto di avere molti dubbi sul fatto che il governo riesca a recepire
le indicazioni degli esperti. “È una base da cui il Parlamento può partire per
riflessioni e ulteriori integrazioni”, ha chiosato, ma ci sono modifiche “che
hanno una valenza di buon senso e possono
essere recepite rapidamente” mentre “su altre, con valenza politica più
impattante, le forze politiche faranno le loro valutazioni”.
Tra i punti evidentemente divisivi per la maggioranza c’è il dimezzamento del periodo di residenza in
Italia richiesto agli stranieri per aver diritto all’aiuto. Ma un assist
potrebbe arrivare dalla Corte costituzionale, proprio
oggi in udienza per valutare la compatibilità del limite attuale di 10 anni con
la Carta. “Spero che questo lavoro contribuisca a risanare il dibattito sul
reddito”, ha commentato dal canto suo Saraceno, che si è detta dispiaciuta per il fatto che nel
decidere le modifiche già inserite in manovra il governo non
abbia tenuto conto dei dati e degli orientamenti degli esperti: “A me sembra
che non abbia riformato il Reddito ma abbia semplicemente irrigidito un po’ i controlli e in parte anche le
condizioni di accesso”. Il rapporto si conclude non a caso con una
considerazione amara: “Ovviamente, questo lavoro, e lo stesso
Comitato Scientifico, hanno un senso non puramente di studio solo
a condizione che i decisori politici ne facciano uso nel prendere le loro
decisioni”.
1 – Non discriminare i cittadini
stranieri – Il comitato, di cui fanno parte l’ideatore dell’Alleanza contro la
povertà in Italia Cristiano Gori, il docente di
Politica economica ed esperto di disuguaglianze Maurizio
Franzini, il capo della direzione centrale Studi e Ricerche
dell’Inps Daniele Checchi e la sociologa
dell’ufficio Politiche sociali della Caritas italiana Nunzia De Capite, il professore di Sociologia Economica
alla Sapienza Andrea Ciarini e la docente di
diritto del lavoro Paola Bozzao, ha rilevato
cinque tipi di criticità da affrontare per
rendere il sussidio più equo e più efficace. Si tratta dei criteri di accesso,
della difformità sostegno a seconda dell’ampiezza e composizione della
famiglia, dei requisiti legati a reddito e ricchezza e dell’implementazione dei
patti per il lavoro e per l’inclusione sociale. La prima proposta è quella
di ridurre il periodo minimo di residenza in Italia richiesto ai cittadini extracomunitari per avere diritto al
reddito da 10 anni a 5. Gli esperti avrebbero preferito un
abbassamento più drastico, a due anni, ma “in subordine” ritengono sia
indispensabile almeno ridurre il requisito al tempo necessario per ottenere
lo status di soggiornante di lungo periodo. Un
intervento di buon senso, considerato che la soglia attuale esclude per esempio
anche i titolari di protezione internazionale. E già all’indomani del varo del
reddito il Servizio
studi del Senato aveva rilevato il rischio di incostituzionalità e ad ore la
Consulta si pronuncerà proprio su questo. “Nessun Paese europeo richiede un
periodo di residenza così lungo”, ha sottolineato Saraceno, spiegando che la
modifica “costerebbe circa 300 milioni in più all’anno” e consentirebbe di raggiungere 68mila persone in più.
2 – Un reddito a misura di famiglie
numerose – La seconda modifica che gli esperti considerano necessaria riguarda la
cosiddetta scala di equivalenza: l’obiettivo è superare il metodo attuale
che penalizza le famiglie numerose, che sono più facilmente
escluse dal beneficio (perché la soglia di accesso è meno generosa per i nuclei
con minorenni) e a cui spetta una cifra ingiustamente bassa rispetto
a quella garantita ai single perché a ogni minore viene attribuito un coefficiente
pari a solo 0,2, contro lo 0,4 per i maggiorenni. “Chiunque abbia un figlio
adolescente ha sicuramente qualche dubbio sul fatto che mangi meno di un adulto
o richieda una spesa più bassa, per esempio, per le scarpe, visto che gli
crescono i piedi…”, ha commentato Saraceno. Ed è tanto più un paradosso in un Paese in cui la diffusione della
povertà tra i minorenni è più alta che tra adulti e anziani. La proposta allora
è quella di portare il valore massimo a 2,8 (2,9 in caso di componenti con
disabilità) dal 2,1 attuale e ridurre la soglia di partenza
per i nuclei di una persona da 6000 a 5.400 euro. In caso di
decadenza dal diritto al beneficio di un componente della famiglia bisognerebbe
poi prevedere che la decadenza valga solo per lui e non per l’intero nucleo.
L’implementazione “sarebbe quasi a costo zero”, secondo la Saraceno, perché la
riforma “si intreccia con l’entrata a regime dell’assegno unico” per i
nuclei con figli. Se le proposte saranno accettate il beneficio massimo mensile
ottenibile da una famiglia di sei componenti che vive in affitto potrebbe
passare da 1.330 euro al mese a 1.540.
3 – Più equità sui costi dell’abitare – La terza
proposta consiste nel differenziare il contributo per l’affitto in
base alla dimensione del nucleo familiare, riducendolo per i nuclei formati da
una sola persona e incrementandolo al crescere del numero dei componenti. La
normativa attuale prevede una quota di integrazione al reddito fino a un
massimo di 500 euro a cui si somma la componente affitto, fino a 280 euro. Ma questa seconda parte “è uguale per tutte
le famiglie, indipendentemente dalla loro dimensione”. Di conseguenza, spiega
il comitato, “si produce un ulteriore svantaggio per i nuclei numerosi. I dati,
infatti, mostrano che sono soprattutto le famiglie di maggiore ampiezza quelle
che non riescono a coprire per intero il costo della locazione con il
contributo”.
4 – Non penalizzare chi lavora – E’ uno dei punti
cruciali in vista dell’inserimento di quella fetta di percettori – comunque una
minoranza – che è in grado di lavorare. Oggi ai beneficiari “lavorare non
conviene”, è la considerazione oggettiva del comitato. Questo perché per ogni
100 euro di reddito da lavoro, 80 vengono decurtati dall’ammontare del
sussidio. “Di fatto è come prevedere una tassazione dell’80% sul nuovo
reddito”, spiegano gli esperti. E “entro un anno”, quando i nuovi introiti
entrano nell’Isee, “questa percentuale salirà al 100%”. Di qui la necessità di
consentire un cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in
modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. La proposta è
di considerare il reddito da lavoro solo per il 60%
5 – Considerare il patrimonio in modo
flessibile – Utilizzare una soglia fissa di patrimonio (6mila
euro in caso di un solo componente) comporta l’esclusione tout court dall’aiuto
di chi supera di pochissimo quel tetto, sottolinea il comitato. Inoltre, visto
che l’ammontare del sussidio dipende solo dal reddito, si creano forti iniquità
tra percettori che possono contare su “cuscinetti” di risparmio di entità molto
diversa. La proposta dunque è quella di considerare il patrimonio mobiliare
come solo una delle tre fonti – insieme a reddito familiare e RdC – che
contribuisce a determinare la capacità di spesa della famiglia, prevedere che
fino a 4mila euro non siano liquidabili perché sono una riserva a cui attingere
in caso di necessità e calcolare il sussidio come differenza tra soglia di
reddito che si vuole garantire e somma di reddito disponibile e quota di
patrimonio liquidabile.
6 – No all’obbligo di dichiarazione di
disponibilità al lavoro per tutti– La dichiarazione di immediata
disponibilità al lavoro dovrebbe essere chiesta solo dopo che i beneficiari
occupabili sono stati indirizzati ai Centri per l’impiego. Oggi, tutti i
percettori devono firmarla “indipendentemente dal fatto che come singoli o come
famiglia siano poi effettivamente indirizzati ai Cpi o invece ai servizi
sociali”, spiega il comitato. Un obbligo che, per chi è indirizzato ai servizi
sociali, si sovrappone a quello di sottoscrivere il patto di inclusione. Cosa
che crea confusione e lascia molte persone in una sorta di limbo tra due istituti, imponendo un “inutile carico di lavoro ai Cpi che, se non
avvertiti per tempo dai servizi sociali della situazione di, più o meno
temporanea, inoccupabilità dei beneficiari, devono avviare, appunto, una
procedura di presa in carico”.
7 – Ridefinire i criteri di lavoro congruo -Perché una
proposta di lavoro sia congrua e quindi non rifiutabile dal punto di vista
temporale dovrebbe bastare, secondo il comitato, che il contratto sia di almeno un mese. Questo perché occorre
“incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare
ad entrarvi e fare esperienza”. In più va considerato che i settori in cui
potrebbero trovare un’occupazione i beneficiari del sussidio (edilizia, turismo, ristorazione, logistica) sono spesso
caratterizzati da una forte stagionalità. Di
conseguenza va anche modificata la definizione di retribuzione minima accettabile, rimodulandola – ma
questo era già previsto dalle bozze della manovra – in base all’orario di
lavoro per tenere conto anche di occupazioni part time. Sempre in quest’ottica,
spiega la relazione, si dovrebbe ritenere congruo un orario di lavoro non inferiore all’60% (contro l’80% attuale)
dell’orario a tempo pieno previsto nei contratti collettivi più
rappresentativi. Il Comitato propone in compenso di eliminare le “severe
disposizioni che, ai fini della congruità dell’offerta lavorativa, fissano,
dopo la prima offerta, il distanziamento del luogo di lavoro su tutto il
territorio nazionale, disposizioni palesemente assurde e
inutilmente punitive per lavori spesso a tempo parziale e con
compensi modesti”.
8 – Promuovere le assunzioni dei
percettori – Di conseguenza, l’incentivo alle imprese che
assumono i beneficiari del reddito deve valere anche nel caso di assunzioni
part time o con contratto a tempo determinato, se con orario pieno e di durata
almeno annuale. Bisogna infatti tener conto che il mercato del lavoro “non
sempre”, per usare un eufemismo, consente verosimilmente di puntare subito a un
assunzione stabile, “anche per chi non è, a differenza dei beneficiari di RdC,
in situazione di particolare fragilità. D’altra
parte, anche un contratto part-time o a tempo determinato lungo può essere
utile per ricominciare a lavorare e avviare un percorso che conduca, nel tempo,
verso una più solida configurazione contrattuale”. E va almeno temporaneamente
sospeso il requisito della presenza dell’offerta di lavoro sulla piattaforma dell’Anpal (questo è già
previsto nelle bozze della manovra).
9 – Rafforzare i patti per l’inclusione e
l’attuazione dei progetti di utilità collettiva – Come nel caso dei
patti per il lavoro, rileva il Comitato, “la difficoltà riscontrata
nell’attivazione dei patti per l’inclusione è largamente dovuta alla carenza di organico, particolarmente grave in
alcuni contesti, spesso quelli con un maggior numero di beneficiari”.
Difficoltà che hanno anche rallentato
anche l’attuazione dei Puc, i progetti di utilità collettiva promossi
dai Comuni, cui sarebbero tenuti a partecipare tutti i beneficiari adulti.
Occorre quindi rafforzare e formare l’organico dei servizi sociali comunali e
definire meglio il sistema di governance, oltre a valutare se “utilizzare
criteri di priorità generali e rigidi per coinvolgere i beneficiari nei Puc (i
componenti adulti della famiglia più giovani) sia il modo più adeguato per far
funzionare i progetti e per rafforzare le capacità delle persone”.
10 – Abolire l’obbligo di spendere
l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione – L’ultima richiesta
riguarda l’obbligo di spendere l’intero reddito entro il mese
successivo alla percezione, pena decurtazioni, e il limite mensile di 100 euro (moltiplicato per la
scala di equivalenza se si tratta di una famiglia) ai prelievi di contante. Il
comitato rileva che questi paletti impediscono di risparmiare,
anche a scopo precauzionale, in vista di spese future. E questo è in contrasto
“con ogni principio di saggia gestione del
proprio bilancio”. Quanto ai vincoli all’utilizzo della carta, non solo
“limitano la libertà delle persone” ledendo il loro status di cittadini adulti e responsabili, ma suggeriscono “una
visione dei beneficiari come potenzialmente incapaci o
irresponsabili solo perché poveri“.