La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 29 settembre 2026
lunedì 28 settembre 2026
In Israele sta iniziando a mancare l’acqua potabile perché Israele ha distrutto gli impianti di depurazione a Gaza
Cinque dei sei principali impianti israeliani di desalinizzazione dell’acqua hanno i filtri intasati da una fioritura di microalghe che si estende per 100 chilometri, sono rimasti chiusi per giorni e da allora funzionano a regime ridotto. Le autorità israeliane invitano a usare l’acqua con parsimonia finché il sistema non sarà ripristinato, le forniture sono state ridotte nel sud del Paese e agli agricoltori è stato ordinato di sospendere l’irrigazione dei campi, cosa che secondo gli economisti farà salire i prezzi dei generi alimentari.
La crisi è
stata innescata dagli attacchi israeliani che hanno distrutto gran parte delle
infrastrutture fognarie di Gaza, da cui è seguito uno scarico di acque reflue
non trattate nel Mediterraneo e nelle falde di acqua potabile sotto la costa. Le
acque reflue contengono azoto e fosforo, e quei nutrienti alimentano microalghe
e cianobatteri, accelerandone la proliferazione.
Dall’altra
parte del confine i numeri sono questi. Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti
israeliani hanno distrutto il novanta per cento delle infrastrutture idriche e
fognarie di Gaza, secondo un rapporto di Médecins Sans Frontières, con attacchi
diretti contro pozzi, condotte, serbatoi e impianti di desalinizzazione. «Tutti
e cinque gli impianti di trattamento delle acque reflue del territorio sono
fuori servizio» dice Omar Shatat, vicedirettore esecutivo dell’azienda idrica
delle municipalità costiere di Gaza, e ogni giorno circa 45 mila metri cubi di
liquami non trattati finiscono nel Mediterraneo, mentre altri 15 mila si
infiltrano nelle falde dai pozzi di dispersione, soprattutto nei campi per profughi
di al Mawasi (a nord della città palestinese di Rafah, nella Striscia di Gaza).
Prima della guerra, l’80 per cento dell’approvvigionamento veniva da una
falda sotto la striscia costiera, oggi contaminata da acqua di mare e acque
reflue e inadatta al consumo umano. Il resto arrivava dai desalinizzatori e
da tre condotte controllate da un’autorità israeliana, interrotte all’inizio
della guerra e riaperte solo in parte. Con le reti di distribuzione danneggiate
o distrutte, gran parte della popolazione dipende dalle autocisterne – che per
entrare in territorio palestinese devono comunque viene permesso dall’Idf – e
per molti significa scegliere tra un bicchiere d’acqua in più e l’acqua per
lavarsi le mani, con la diarrea acuta tra le principali cause di malattia.
Raggiunta
dal Guardian, Nas
al Barawi, 34 anni, madre di cinque figli a Beit Lahia (nel nord della Striscia
di Gaza), racconta le taniche portate a mano e le ore in coda, l’acqua spesso
non potabile, i bambini con infezioni intestinali ricorrenti, diarrea ed
eruzioni cutanee, le fogne rotte e le pompe ferme che fanno scorrere i liquami
tra le tende. Shaimaa al Katari, 37 anni, sfollata ad al Mawasi, dice che
l’acqua dei piatti e del bucato finisce in strada perché non c’è altro posto
dove metterla, e intorno alle pozze stagnanti crescono alghe e zanzare, il
cattivo odore che attira mosche e topi. I ratti hanno infestato alcune zone
di Gaza da mesi, prosperando tra i liquami e i cumuli di rifiuti attorno ai
campi sovraffollati, e un’infestazione senza precedenti sta colpendo anche
le comunità israeliane vicino al confine, con i roditori dentro case e
giardini. Pat Griffiths, portavoce del Comitato Internazionale della Croce
Rossa a Gaza City, dice che i palestinesi vivono circondati dalle acque reflue,
che sono ovunque, dove mangiano, dove prendono l’acqua, dove camminano, e che
con l’inverno la situazione rischia di peggiorare.
Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie
Per un libro appena uscito le settimane che contano sono le prime, è quello il (breve) intervallo di tempo in cui si capisce se avrà successo sul mercato. Secondo uno studio pubblicato all’inizio di settembre, è proprio lì che il prestito digitale delle biblioteche pubbliche pesa di più. Con le app che permettono di prendere in prestito un ebook in pochi secondi, una parte dei lettori rinuncia a comprare la copia in libreria e aspetta il proprio turno sullo scaffale virtuale. La ricerca, un’analisi empirica sull’impatto del prestito digitale sull’economia del libro, è stata commissionata dall’Associazione degli editori americani e dalla Authors Guild, e sostiene che con il boom dei prestiti digitali il mercato commerciale sia in calo. Il punto, secondo gli autori dello studio, è la velocità con cui il fenomeno sta crescendo e continuerà a crescere, considerato soprattutto il fatto che in tante biblioteche, negli Stati Uniti e nel mondo, gli ebook costituiscono ormai quasi la metà delle collezioni.
Per le
biblioteche, però, gli ebook sono tutt’altro che comodi. Una copia di carta la
comprano e resta loro, un ebook invece lo prendono in licenza, e dopo un certo
numero di prestiti la licenza scade, i diritti tornano all’editore e il libro
va ricomprato. Proprio perché questo meccanismo pesa sui bilanci pubblici
(la maggior parte delle biblioteche appartengono ad amministrazioni comunali o
aziende municipalizzate), alcuni Stati americani hanno provato a intervenire.
Il Maryland, per esempio, ha cercato di eliminare i vincoli su distribuzione,
acquisto e prezzo delle licenze per ebook e audiolibri. Il rapporto
dell’Associazione degli editori americani e della Authors Guild considera
queste misure parte del problema, perché licenze più economiche significano
meno ricavi per gli editori, oltre a porre problemi per quanto riguarda
il diritto d’autore, e finora i tribunali hanno dato ragione a chi
detiene i diritti. Il risultato è che i costi continuano a pesare sia sui
margini degli editori sia i bilanci delle biblioteche, e le liste d’attesa per
le nuove uscite si allungano.
Non tutti
accettano l’impostazione. Literary Hub, che ha raccontato la ricerca, osserva che così facendo si
rischia di scaricare un problema di sistema sul lettore e sulla biblioteca, e
ricorda che già Jane Friedman (ex presidente e amministratore delegato di
HarperCollins Publishers Worldwide, uno dei principali editori in lingua
inglese del mondo) aveva scritto su Substack che bisogna diffidare da
qualsiasi analisi che scarichi sui consumatori la colpa del calo dei profitti.
Il modello di vendita digitale oggi in uso, lo ha inventato Amazon e le
soluzioni proposte vanno in due direzioni diverse: più fondi pubblici alle
biblioteche perché possano pagare di più le licenze, oppure prezzi più alti per
gli ebook, che è la via preferita dagli editori ma che avrà innegabili
conseguenze sui lettori.
domenica 27 settembre 2026
Contro il ddl caccia, firma subito per il referendum
da NoDDLCaccia
Vogliono condannare a morte 47 specie di
animali per fare un favore all’1% della popolazione. Fermiamo il DDL Caccia
prima della strage !
Il nuovo DDL Caccia ignora la volontà del popolo italiano per accontentare
la lobby delle armi e una minoranza di cacciatori:
§ 47 specie a rischio: Vogliono estendere la
caccia a decine di nuove specie animali.
§ Oasi violate: Sarà consentito
l’accesso persino in parchi, riserve e aree demaniali finora protetti.
Non permettere che il profitto decida il
destino della nostra fauna. Alza la voce: firma il referendum entra il 30 settembre.
PresaDiretta La riforma della caccia –
20/09/2026
Una riforma che riscrive trent’anni di
tutela della fauna selvatica è a un passo dal traguardo, tra le proteste di
ambientalisti e opposizioni. Più specie cacciabili, calendari venatori
allungati, riserve trasformate in business: il governo parla di “bio-regolazione”,
i critici di “caccia selvaggia”. Nel mezzo, la scienza dell’Ispra messa
all’angolo e un fronte trasversale – anche dentro la maggioranza – che chiede
di fermarsi.
Guarda QUI il
servizio.
PresaDiretta Le lobby della caccia –
20/09/2026
Dietro la riforma della caccia c’è un
mondo di interessi che vale miliardi: armerie che festeggiano il ritorno dei
fucili, riserve trasformate in business per ricchi cacciatori – tra cui il
figlio di Trump, indagato a Venezia per bracconaggio – e un’inedita alleanza
tra Coldiretti e i colossi delle armi. Dalla Laguna di Venezia alle aziende
faunistico-venatorie, PresaDiretta indaga il rapporto tra tutela della
biodiversità e business della caccia. Un viaggio tra interessi contrapposti,
consenso elettorale e futuro della fauna selvatica italiana.
Guarda QUI il
servizio.
Gaslighting, senso di rivalsa e antiscientificità
del “Ddl caccia”. Il cui vero scopo è il profitto
di Michelangelo Morganti (*)
Il Disegno di legge 1552 interviene a modificare numerosi
dettagli della Legge 157 del 1992, che regola l’esercizio della caccia in
Italia. Perché mai l’allora Governo Andreotti approva una legge di questo tipo?
Perché lo chiede l’Europa.
Nel 1992 nasce infatti quel progetto internazionale e visionario che è la Rete
Natura 2000: gli Stati sono obbligati a recepire le Direttive europee “Habitat”
(92/43/Cee) e “Uccelli” (79/409/Cee), disegnando sul territorio nazionale una
rete di aree protette. Allo stesso tempo diventa indispensabile una legge che
tuteli la fauna selvatica e disciplini in modo organico l’esercizio della
caccia, regolando spazi, tempi e specie oggetto di prelievo venatorio.
Nasce così la 157, una legge complessa
ed equilibrata. La 157 prende atto che una parte degli italiani desidera
praticare la caccia e prova a regolamentarla in un contesto che mette al primo
posto la conservazione della fauna. Ad esempio, vieta la caccia durante la
migrazione primaverile e la riproduzione degli uccelli, perché è in quei
periodi che si rischia davvero di comprometterne le popolazioni. Non si può
cacciare tutti i giorni: martedì e venerdì sono giorni di “silenzio venatorio
assoluto”, nei quali tutti gli animali (anche quelli umani) possono frequentare
i boschi in sicurezza. La 157 cerca in tutti i modi di impedire la nascita di
filiere di profitto economico basate sulla caccia.
Ad esempio, l’appostamento fisso (“capanno”) non può essere venduto o
ereditato, salvo che l’erede sia anch’egli cacciatore. Il numero totale degli
appostamenti non può superare quello della stagione 1989-1990. Gli uccelli
abbattuti a capanno o i capi uccisi nelle aziende faunistico-venatorie non sono
vendibili ma destinati al solo consumo privato. Le aziende faunistico-venatorie
non possono, da statuto, avere scopo di lucro. Ogni cacciatore può praticare
una sola forma di caccia, quella da appostamento fisso oppure quella vagante.
Insomma, una fitta rete di norme di
dettaglio che vengono quasi tutte eliminate dal Ddl, nel nome di un cambio di
filosofia della legge. È esplicitamente dichiarato che “[…] si abbandona una
visione meramente conservativa della natura, promuovendo una prospettiva
dinamica e multifunzionale”.
L’autore del Ddl arriva perfino a presentare questo cambiamento come un
progresso: non conserviamo più la natura, rendiamola “dinamica”.
È qui che comincia il gaslighting: la manipolazione deliberata del
significato delle parole e una narrazione fuorviante mirata a dare a questo
disegno di legge un’apparenza di innovazione che, in realtà, non esiste. Il Ddl
1552 è un certosino lavoro di svuotamento della Legge 157. C’è di più. Ad
avviso di chi scrive, questo Ddl può essere letto come la rivalsa di chi per
trent’anni ha vissuto la 157 come una costrizione alle proprie libertà
venatorie. Rivalsa che, in alcuni passaggi, assume i toni della perfida ironia.
Allo stesso tempo, va riconosciuto che la visione di questo Ddl riflette solo
quella della componente più conservatrice del mondo venatorio, come sembrano
confermare anche le recenti dimissioni dei vertici di Arci caccia, in aperta polemica con
il provvedimento.
Se l’era Berlusconi ha introdotto la
sistematica “manomissione delle parole” nel dibattito politico, l’era Trump
l’ha portata a compimento, e questo Ddl è un figlio perfetto del suo tempo.
Vediamone alcuni esempi.
Articolo 1, comma 2. La figura del
cacciatore “concorre alla tutela della biodiversità” (nonostante il successo
giornalistico del termine, la parola “bioregolatore” non compare mai
esplicitamente nel Ddl). Come se l’attività venatoria fosse, di per sé, non
solo positiva ma addirittura necessaria alla conservazione della natura. Se è
vero che in alcuni casi è necessario ricorrere ad abbattimenti selettivi e
scientificamente guidati di animali problematici (gestione faunistica) non è
affatto vero che la pratica venatoria, in quanto tale, favorisca la
conservazione della biodiversità. La caccia, semplicemente, gli animali li
uccide.
Tra l’altro spesso gli animali sono
ormai talmente pochi che, prima di poterli cacciare, vengono allevati e immessi
in natura. È il caso di fagiani, lepri, starne e cinghiali.
Può sembrare una pratica innocua ma non lo è. L’immissione a scopo venatorio è
una delle principali fonti di inquinamento genetico delle popolazioni
selvatiche; inoltre ha favorito la diffusione di specie alloctone invasive e,
nel migliore dei casi, produce densità di animali superiori alla capacità
portante dell’ambiente. Continuando a immettere cinghiali si crea un problema e
la caccia può vantarsi di essere indispensabile per arginarlo. Questo è già
accaduto in Italia.
Rimaniamo sull’Articolo 1. L’attività
venatoria viene riconosciuta come espressione di una “tradizione nazionale” e,
a sostegno di questa tesi, i proponenti richiamano perfino l’Unesco, facendo
leva sul riconoscimento della falconeria come patrimonio immateriale
dell’umanità. È vero che la falconeria ha radici antichissime ed è stata
riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale (in realtà solo per venire
incontro a una richiesta dei Paesi arabi ma questa è un’altra storia).
Ovviamente questo non significa che qualunque forma di caccia possa rivendicare
lo stesso riconoscimento. Il punto è un altro: nel Ddl 1552 il richiamo alla
falconeria serve ad ammantare di tradizione millenaria una riforma che riguarda
la moderna attività venatoria con armi da fuoco, visori notturni e altre innovazioni
che nulla hanno a che vedere con la falconeria medievale. Non è quindi il caso
di scomodare Federico II e il suo “De arte venandi cum avibus”.
Altra opera di mistificazione è quella
per cui i promotori del Ddl sfruttano la diminuzione progressiva dei cacciatori
per allargare le maglie dei regolamenti. Si legge già nell’introduzione (a
pagina 4) che “la caccia è praticata da circa 300mila amatori”. Questo numero è
marcatamente più basso delle 630mila licenze di caccia rilasciate nel 2025
secondo il ministero dell’Interno, e viene usato per sostenere diverse
deregolamentazioni.
Ad esempio, dato il presunto basso numero di cacciatori se confrontato a un
tempo, non è più necessario mantenere i giorni di silenzio venatorio, né
limitare il numero di appostamenti fissi né obbligare i cacciatori alla scelta
del tipo di caccia che attueranno. Peccato che la nuova legge inserisca un
vantaggio economico nella caccia, e dunque miri proprio a far crescere il
numero dei cacciatori, rendendo ancor più pericolosa una deregolamentazione in
materia.
Anche la “braccata sulla neve” (inserita
a pagina 7), cioè la pratica di sfruttare le nevicate per inseguire facilmente
le tracce degli animali, diventa legittima. Più che legittima, pare quasi
pietosa. Il Ddl afferma infatti che, in condizioni nevose, “sia i cani sia i
cacciatori sono indotti ad una maggiore attenzione”. Non è chiaro l’uso del
comparativo (maggiore rispetto a che cosa?) dato che l’alternativa sarebbe
semplicemente non cacciare in queste condizioni.
Questi esempi mostrano quanto sia facile
creare confusione con poche parole e quanto sia invece difficile smontare le
mistificazioni che ne derivano. Ci ha lavorato sia l’Associazione teriologica
italiana (Atit) sia il
Centro italiano studi ornitologici (Ciso), società scientifiche che riuniscono rispettivamente i
ricercatori italiani esperti di mammiferi e di uccelli, ciascuno in un
dettagliato documento (qui quello dell’Atit e qui quello del Ciso), analizzando e contestando diversi punti del Ddl.
Nel complesso la lunga serie di
modifiche introdotte dal Ddl non dovrebbe far perdere di vista quello che è il
vero obiettivo centrale della riforma. Non sono le tradizioni, né la tutela
della natura ma, semplicemente, il profitto. Con il Ddl 1552 diventa possibile
ampliare gli appostamenti fissi e introdurne di mobili, commercializzare i
prodotti dell’attività venatoria, trasformare a scopo di lucro le aziende
faunistico-venatorie e, indirettamente, allargare un mercato fatto di armi,
munizioni, visori notturni, richiami, attrezzature e servizi vari. Per la prima
volta la caccia non viene semplicemente regolata: viene ripensata come un
settore economico da espandere. È qui che la riforma cambia davvero filosofia.
La Legge del 1992 cercava di impedire che la fauna diventasse una merce; il Ddl
1552 va nella direzione opposta.
Se verrà approvata, la nuova Legge sulla
caccia trasformerà il modo in cui in Italia ci si rapporta alla fauna selvatica
e allontanerà la gestione della fauna da ogni fondamento scientifico, come
testimonia la cancellazione dell’obbligo di raccogliere il parere dell’Istituto
superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) sulle decisioni
venatorie.
La scienza non prevede il futuro ma è in
grado di fare ottime previsioni sulla base dei dati pregressi. E le previsioni
in questo caso sono tutt’altro che rosee. Mala tempora currunt, sed peiora
parantur.
**
(*) Tratto da Altreconomia.
Michelangelo Morganti è un ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche.
Classe 1983, è un naturalista di formazione, e ha un dottorato in Biologia. Fa
ricerca in ambito ecologico e ha una sessantina di pubblicazioni all’attivo, a
cui si aggiungono contributi in volumi, atti di conferenze e testi divulgativi.
Le sue ricerche lo portano in giro per l’Europa ed il mondo, seguendo gli
uccelli dove vanno, lavorando spesso in Africa subsahariana.
Si occupa di progettazione Europea per la conservazione della natura (Progetti
Life). È docente a contratto presso l’ Università di Pavia, dove tiene un corso
titolato “Fauna Regionale”.
Meta ha bloccato la promozione di un adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf in quanto contenente “temi femministi”
Per pubblicizzare l’adattamento teatrale di Una stanza tutta per sé
di Virginia Woolf, il Teatre Raval di
Barcellona (un piccolo teatro con 193 posti a sedere, riaperto di recente), ha
ovviamente pensato di promuovere l’annuncio dello spettacolo su Facebook e
Instagram. Con grande sorpresa, però, ha subito ricevuto un messaggio di Meta:
“il tuo annuncio è stato rifiutato”. Questa la motivazione: «qualsiasi menzione di diritti civili, femminismo o riforma sociale viene
solitamente classificata dal nostro sistema automatico come “temi sociali” e
quindi filtrata». Per risolvere la situazione, Meta ha consigliato al
teatro di eliminare dall’annuncio le “parole
chiave”, in modo che il testo non sembrasse «incoraggiare l’attivismo».
Senza dirlo chiaramente, insomma, Meta suggeriva di rimuovere la parola
“femminista”, usata per descrivere lo spettacolo.
Giustamente
sconcertati, i lavoratori del teatro hanno pubblicato sui loro social un
comunicato, con tanto di screenshot della surreale conversazione avuta con
Meta, in cui si legge: «Ci sentiamo in
dovere di denunciare l’ingiustizia e la violazione dei nostri diritti nel non
poterci essere permesso di promuovere un’opera femminista, in particolare
un’opera di Virginia Woolf, nata nel 1882. Cosa possiamo fare? Come
teatro dobbiamo pubblicizzare le nostre attività … e dobbiamo servirci dei
social media affinché le persone siano informate sulle attività culturali». Il
caso è stato ripreso e raccontato anche dal Guardian.
sabato 26 settembre 2026
Per colpa di un errore dell’AI, Stati Uniti e Cina sono andati a tanto così dallo scatenare la Terza guerra mondiale
C’erano aerei militari in volo e uomini armati pronti a salire a bordo. Il
rapporto circolato questa primavera tra le forze armate statunitensi, in piena
guerra con l’Iran, diceva che una nave cinese in Medio Oriente stava
trasportando componenti necessari all’implementazione di un programma bellico
nucleare. A partire da queste informazioni, i militari si erano subito messi a
pianificare l’intercettazione, secondo quattro fonti a conoscenza dell’episodio
raggiunte da Cnn. Solo poco prima dell’operazione,
un benemerito analista si è fatto venire il dubbio e ha fatto quello che
chiunque usi l’AI per lavoro ormai sa benissimo: sempre meglio controllare che
la macchina non abbia preso un grosso, grossissimo granchio. Il rapporto era
stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e il chatbot usato
dall’analista aveva identificato male il carico. Secondo una delle fonti il
rapporto era completamente falso e ha quasi scatenato una guerra, perché
qualunque operazione americana contro una nave cinese si sarebbe potuta
trasformare in uno scontro armato tra i Paesi e, potenzialmente, in un
conflitto mondiale.
L’analista che ha quasi scatenato la Terza guerra mondiale, secondo le
ricostruzioni giornalistiche, avrebbe interrogato un chatbot sui rapporti di
intelligence relativi al manifesto di carico della nave cinese in questione,
informazioni raccolte dal Comando operazioni speciali del Pacifico, che ha sede
alle Hawaii. Il chatbot, nella sua risposta, ha mescolato informazioni di
pubblico dominio a intercettazioni riservate in possesso del governo degli
Stati Uniti, arrivando, ancora non è chiaro secondo quale percorso logico, alla
sua (gravissima) conclusione. Poi l’analista ha usato di nuovo
l’intelligenza artificiale per trasformare il risultato in un rapporto
d’intelligence standard, il formato a cui i militari sono abituati e di cui si
fidano, e lo ha passato lungo la catena di comando. Non è chiaro se il
chatbot fosse commerciale o governativo, e secondo un ex alto funzionario la
differenza conta poco perché gli strumenti interni, dice «sono per lo più copie
di quelli commerciali, con una patina di novità messa sopra». Una delle fonti
sostiene che allucinazioni (si chiamano così gli errori grossolani che talvolta
le AI commettono) di questo tipo non sono un caso isolato da quando questi
strumenti si sono diffusi negli apparati militari.
Già a gennaio 2026 il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva presentato
la Strategia di accelerazione dell’intelligenza artificiale, promettendo di
dare libero sfogo alla sperimentazione, eliminare le barriere burocratiche e
mettere i modelli americani nelle mani di tutti i tre milioni di dipendenti
civili e militari del dipartimento. Lo sforzo però è frammentato: ogni
parte del governo usa strumenti propri con regole di sicurezza proprie, e non
esiste uno standard unico su come verificare quello che questi sistemi
producono. Nel frattempo, l’uso per individuare i bersagli è in forte aumento,
dice un’altra fonte, senza vere linee guida su come l’intervento umano possa
evitare vittime civili o fuoco amico. Alcuni funzionari di lunga data,
favorevoli in generale all’intelligenza artificiale in ambito militare,
raccontano che la tecnologia spinge gli analisti a produrre più in fretta, e
che i più giovani, cresciuti con questi strumenti, tendono a fidarsene senza
controllare.
Il bene, il male e i loro campioni - Luca Rastello
È indubbio
che la lucidità con cui Luca Rastello, morto prematuramente lo scorso luglio,
ha saputo raccontare alcune delle questioni più complesse di questi anni – la
guerra jugoslava e le ambiguità degli interventi umanitari; le migrazioni
forzate e la condizione dei profughi; il mercato della droga; i conflitti
intorno all’alta velocità ferroviaria – nasca dal suo anomalo “posizionamento”.
In proporzione a quanto la malattia via via gli concedeva, non si è limitato,
come si suol dire, a osservare da vicino le vicende di cui scriveva. Ha tentato
anche di intervenire per modificarle. La frizione, vissuta sulla propria pelle,
tra la verità e il bene, tra la necessità di raccontare le cose come stanno e
il desiderio di migliorarle, è stata uno dei motivi ispiratori del suo ultimo
romanzo. Crediamo che I buoni (Chiarelettere 2014), di cui ci siamo altre volte occupati,
abbia il merito di aver “scandalosamente” spiegato alcune delle ragioni
profonde della corruzione cui è andato incontro in questi anni molta parte
dell’associazionismo solidale. Se il romanzo lo ha fatto indirettamente,
attraverso l’artificio dell’arte, nell’intervento che rimontiamo e pubblichiamo
di seguito, raccolto durante la presentazione che si è tenuta nel giugno del
2014 al Circolo degli artisti di Roma, Rastello si sforzò di mettere in fila
alcune delle contraddizioni più dolorose del “sociale”, le stesse con cui da
tempo anche Gli asini cercano di misurarsi.
Non è solo
in ricordo della sua figura che abbiamo deciso di dedicare a Luca Rastello
l’edizione di quest’anno del Salone dell’editoria sociale, ma per discutere dei
suoi temi, dei suoi libri, delle contraddizioni che sollevano. E di un
“posizionamento” che, per quanto difficilmente imitabile, educatori e operatori
sociali dovrebbero sforzarsi di sperimentare. (Gli asini)
Nel momento
in cui ho iniziato a scrivere un romanzo su una questione così poco letteraria
come i meccanismi che stanno dietro al mondo dell’intervento sociale e
l’antropologia di cui quel mondo è intriso, sapevo che mi sarei messo su un
terreno alquanto scivoloso. Non so se sono riuscito a evitare il rischio cui va
incontro la maggior parte di quella che oggi viene chiamata non-fiction, ovvero
di avere un atteggiamento parassitario nei confronti dell’attualità, dei problemi
e dei conflitti che l’attraversano. Il rischio di rincorrere quelle storie che
piacciono molto agli editori. Se oggi qualcuno scrivesse un romanzo sui droni
avrebbe molte probabilità di venderlo; se scrivesse, magari in prima persona,
la storia di un cecchino ceceno le probabilità aumenterebbero ulteriormente.
Un buon
antidoto per affrontare questo rischio è scrivere storie che ti riguardano e
che ti mettono emotivamente in difficoltà perché hanno a che vedere con la tua
vita, con le tue contraddizioni. Ed è quello che ho cercato di fare con I
buoni.
Il romanzo è
costruito su tre livelli digressivi. Adotta tre punti di vista differenti che
si allontanano lentamente dal centro, sarebbe a dire dal potere. La prima parte
è raccontata attraverso la prospettiva di un operatore sociale, il personaggio
in cui mi sono più identificato, un figlio di puttana – spero sia peggio di me
– che porta all’estremità gli aspetti più ambigui degli educatori. Nella
seconda parte il punto di vista scivola all’indietro e arriva a coincidere con
quello di Aza che nel gergo del terzo settore potremmo definire l’“utente”,
parola corruttrice, come sappiamo, perché toglie un po’ di cittadinanza alle
persone a cui viene applicata. Nella terza la prospettiva arretra ulteriormente
e abbraccia tutta la vicenda e tutte le violenze nascoste nelle altre due
parti. Il punto di vista diventa quello di un individuo, Adrian, che non potrà
mai diventare un “utente” perché è totalmente irraggiungibile dall’azione
sociale. L’uomo della strada, anzi delle fogne. L’uomo che è arrivato al grado
zero della morale – questo il significato che dà al “lavarsi” – un piccolo
Cartesio che mette alla prova col dubbio tutte le posizioni morali enunciate.
Non si accontenta di vendicare, vuole salvare con una vicinanza carnale le
persone che dal suo punto di vista sono andate lontano dal cuore dell’etica
umana. “Strapperò dal tuo petto il cuore di pietra e ti farò dono di un cuore
di carne”, recita una delle preghiere di Ezechiele. È questo che vuole fare
Adrian. Dal punto di vista della strada, dal grado zero dell’etica non può che
proporre la carne come valore, il contatto. E lo fa per redimere non per
distruggere. Ovviamente non ne è capace perché aspira colla, vive nelle fogne e
non ha codici sofisticati. Ma riesce a essere terribilmente rivelatore dei
codici linguistici, dei ruoli, dei valori che agiscono nelle prime due parti
del romanzo. E che rappresentano alcune delle forme che possono prendere codici
linguistici, ruoli e valori nel mondo del cosiddetto intervento sociale. Da
questo cortocircuito di prospettive emerge una delle questioni per me centrali,
quella del linguaggio.
La
costruzione totalitaria del linguaggio
Se vogliamo
comprendere come è iniziata la degenerazione del variegato mondo della solidarietà
organizzata – volontariato, associazionismo, cooperazione sociale – la
questione del linguaggio è decisiva.
La prendo
larga, raccontando un paio di episodi avvenuti durante alcune presentazioni del
libro che mi paiono chiarificatori. Nel romanzo c’è un episodio molto marginale
di una donna che lavora part time per una onlus e che scopre di essere incinta.
Quando annuncia al suo datore di lavoro la sua gravidanza le viene imposto il
seguente trattamento: ti licenzi, dal giorno del parto stai a casa tre mesi,
noi poi ti riprendiamo con un contratto a tempo determinato rinnovabile ogni
tre mesi. E il primo trimestre ti facciamo un part-time, ma tu lavori a tempo
pieno così da recuperare il tempo perso. È un episodio del romanzo che spesso,
durante le presentazioni, scatena delle lunghe discussioni. Una volta si alza
una ragazza dall’aspetto molto alternativo che dice: “io sono presidentessa di
un circolo Arci e rivendico con orgoglio il fatto di aver applicato questo
stesso trattamento di maternità a me stessa e alle mie collaboratrici”.
Nel libro la
ragazza che subisce questo trattamento partecipa a un’assemblea in cui al
leader dell’associazione scappa detto qualcosa del genere: “E ora, dopo le 50
ore di contratto nazionale, sarà necessario fare sette ore di volontariato
obbligatorio.” “40 ore di contratto nazionale”, lo corregge la ragazza. Non fa
in tempo a finire di parlare che viene investita dalla carica retorica
violentissima del leader, che culmina con un’espressione inventata, ma che
ricalca il linguaggio di molti leader carismatici del sociale: “tu sei qua per
guadagnare un misero stipendio, non riesci a sentire la frusta dell’oltre”.
Cos’è la frusta dell’oltre? Quel morso che ti permette di lavorare senza uno
stipendio perché hai uno stimolo superiore, più “sociale” del tuo misero
stipendio.
Mentre
raccontavo quest’episodio durante un’altra presentazione a una società operaia
di mutuo soccorso, a un certo punto si alza una donna estremamente emozionata e
racconta di aver subito un trattamento simile. E dopo di lei un’altra dice lo
stesso, aggiungendo una riflessione che mi ha lasciato di sasso. La cito per
come la ricordo. Ci siamo trovate a maturare la nostra coscienza civica, ha
detto questa operatrice, il nostro impegno sociale all’interno di un contesto
dominato da un linguaggio che non siamo noi a parlare. È il linguaggio che parla
noi, perché è un linguaggio costruito e manipolato retoricamente per definire i
confini del mondo e la legittimità del tuo operare in quel mondo: i diritti che
hai, quanto li puoi esercitare, le relazioni che costruisci e il modo di
gestirle. Se tu contravvieni ai codici ne vieni espulsa perché quel mondo è
costruito come narrazione per essere il mondo. E quando sei fuori da
quell’universo ti viene anche strappata la lingua per dire quello che ti è
successo e ti viene rovesciata addosso la responsabilità. La frusta
dell’oltre, appunto.
A un’altra
presentazione un ragazzo mi dice: so che dovrei pretendere con più forza quanto
è dovuto, come le ferie o le malattie pagate, ma la cooperativa sociale dove
lavoro è talmente indebitata, ha un tale buco di bilancio che se io esercitassi
i miei diritti metterei in pericolo il mio posto di lavoro. Ecco un altro
esempio di uno che è parlato dal linguaggio del suo mondo. Questa
connessione naturale e causale tra il buco di bilancio della cooperativa e i
diritti negati ai suoi lavoratori, non è per niente ovvia, però quanti
educatori l’hanno introiettata! Questa manipolazione retorica dei linguaggi che
diventa costruzione sociale della realtà è uno degli aspetti che più mi
interessava affrontare nel romanzo.
Io creo la
realtà dominando il linguaggio. In tutte le comunità chiuse, non importa se
profit o non profit, in tutte le comunità “finalizzate”, la costruzione sociale
della realtà attraverso il linguaggio diventa costruzione totalitaria. A questa
realtà totalitaria abbiamo consegnato le chiavi di alcuni degli esempi civili
più alti della contemporaneità, quelli di chi lavora con gli esclusi, con gli
oppressi, con gli ultimi.
I feticci
della legalità e della memoria
Sugli alti
luoghi della mia città sono stati eletti alcuni idoli con culti molto
feticistici. Questi idoli si chiamano: memoria e legalità.
Comincio dalla memoria.
La memoria è
oggi un ricatto permanente. Chi si ponesse con sguardo critico nei suoi
confronti, automaticamente sarebbe in odore di sospetto. La narrazione
dominante recita più o meno così: la memoria è sacra, perché se non lo si
ricorda, il passato, è destinato a ripetersi. E siccome il passato è sempre orrore,
sangue e abisso, noi che siamo gente civile teniamo lontano il mostro del
passato col culto della memoria.
Primo Levi,
riferendosi ai meccanismi della memoria, nella prefazione dei Sommersi
allerta i lettori sul fatto che il libro che si trovano tra le mani è impastato
di una sostanza ambigua e complessa, da prendere sul serio, ma al tempo stesso
da guardare con sospetto. Perché come ha scritto recentemente Daniele Giglioli
nella sua Critica della vittima, la memoria istituisce con il passato un
rapporto proprietario. La memoria si appropria del passato. Non è mai neutra; è
sempre la mia memoria, la nostra memoria, la memoria delle vittime, la memoria
di qualcuno nel cui nome si parla. E serve per lo più a legittimare l’azione
nel presente di qualcuno che diventa portavoce, detentore, mediatore dei
possessori di memoria. Osservazioni banali, se non fosse per questo culto di
massa che ci ha accecati. Tutti i nazionalismi sterminatori dell’ultimo secolo
hanno avuto la memoria come propria bandiera.
Vogliamo
parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto
e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello
imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste “memorie”, nell’ultimo secolo
si è sparso sangue a fiumi.
Anni fa mi
capitò di andare nel Nagorno Karabakh, una regione del Caucaso meridionale, e
di trovare una città che era stata fatta letteralmente sparire. Si chiamava
Agdam, era una città di 150mila abitanti che nel corso del ‘900 gli armeni avevano
letteralmente cancellato. Non c’erano più nemmeno le fondamenta. Avevano
bruciato e sotterrato anche le stoppie in modo che non ne rimanesse traccia.
Un’intera città azera eliminata dagli armeni. Gli armeni, popolo della memoria,
quelli che giustamente sbattono in faccia all’Europa lo specchio impietoso del
passato: tu non puoi costituirti come terra dei diritti e della civiltà finché
neghi la tua genealogia. E la tua genealogia comprende anche lo sterminio
immane degli armeni a opera dei turchi. E allora discutiamone, organizziamo
convegni, facciamo memoria, ma intanto lasciamo sparire la memoria degli azeri
di Nagorno Karabakh. Cerchi concentrici della memoria.
La memoria è
preziosissima, fondamentale, a condizione che sia sussunta nella fatica della
storia, la fatica cioè di mettere molte interpretazioni, molte “memorie”, su un
tavolo – come ha fatto, ad esempio, Nelson Mandela – e di negoziare tra
interpretazioni diverse, accettando anche di arrivare a un accordo artificiale,
perché l’obiettivo, per certi versi impossibile, è di capire il passato. Il
culto feticistico della memoria rivela i suoi piedi di argilla non appena se ne
rovesci l’assunto di base. Non è vero che il passato si ripete se non lo si
ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce.
Il culto
della memoria è stato messo lì, sulle alture delle mia città, insieme a un
altro feticcio che si chiama Legalità. La legalità viene presentata come
un valore assoluto, da insegnare nelle scuole, da trasmettere ereditariamente.
Ogni bambino deve crescere con l’idea di Legalità.
Dopodiché la
storia, quel convitato di pietra che descrivevo prima, arriva sempre un po’
petulante a ricordarci che ogni evoluzione umana è avvenuta attraverso una
rottura della legalità vigente, e che la legalità in realtà non è un valore ma
un metodo. La società è un accordo raggiunto tra soggetti che portano interessi
diversi, addirittura in conflitto. I rapporti di forza intercorrenti tra di
essi determinano un accordo artificiale che è una specie di patto: la società,
appunto. Questo accordo artificiale viene fatto rispettare grazie a un metodo
che si chiama legalità. Metodo che quindi risente degli stessi condizionamenti,
delle stesse ideologie, degli stessi rapporti di forza che intercorrono in una
società, in un preciso momento storico.
Può elevare
a valore assoluto il metodo della legalità solo chi presuma di essere nella
società ideale, nell’anarchia realizzata, nel socialismo utopistico, nella
democrazia perfetta. Solo se penso di essere al culmine della storia umana, se
credo in un progresso costante e perfetto rispetto al quale mi trovo
nell’ultimo stadio posso attribuire alla legalità un valore assoluto. Se le
cose non stanno così e la legalità rimane un valore al di là dei condizionamenti
di potere, allora ha ragione Adolf Eichmann quando difendendosi a Gerusalemme
afferma di essere il rappresentante di una legalità voluta e costruita dal
popolo tedesco attraverso un processo di consenso democratico e di non poter
essere giudicato ex post da i vincitori della guerra. Se la legalità è
un valore assoluto, indipendente dal contesto in cui viene invocata, Eichmann
ha ragione e Sandro Pertini e Giovanni Pesce sono terroristi. Non c’è via di
mezzo
E che la
legalità sia un metodo condizionato dai rapporti di forza e dalle ideologie lo
dimostra quello che succede oggi. Giancarlo Caselli, ex capo della Procura di
Torino, ha istituito due processi che stanno infiammando la mia città. Uno
riguarda l’incendio di un compressore in un cantiere della Tav, a Chiomonte.
Quattro ragazzi che sono stati incastrati con un’intercettazione vengono
incriminati per aver tentato di bruciare un compressore, con l’aggravante di
finalità terroristica che prevede una pena minima di 20 anni e una massima di
30. L’aggravante di finalità terroristica è una novità assoluta nel panorama
giudiziario italiano, perché il terrorismo fino a ora era considerato un reato
di tipo associativo. Ora questi quattro ragazzi, che non si conoscevano nè
avevano niente in comune, diventano improvvisamente terroristi perché dopo il
2001 è stato aggiunto un comma alle leggi sul terrorismo secondo il quale ha
finalità terroristica ogni azione volta a impedire allo stato di compiere
un’attività che lo vincola sul piano internazionale.
Quindi fate
attenzione: se qualcuno ha manifestato contro gli F35 potrebbe avere problemi
simili in futuro. Il procuratore Caselli ha sempre dichiarato di perseguire i
No Tav sulla base della singola responsabilità, del singolo reato e non in nome
di una valutazione sull’opportunità o meno della “grande opera”. Ma se ci
pensate bene l’aggravante di terrorismo è esattamente la conseguenza di una
valutazione sul valore strategico dell’opera.
Proviamo a
incrociare un altro rogo e un altro processo. Torino, inverno del 2011: una
ragazzina dice di essere stata violentata dagli zingari del campo della
Continassa. Dopo pochissimo ritratta: aveva semplicemente fatto sega a scuola e
si era inventata la scusa della violenza per mettersi al riparo dalle
conseguenza della sua marachella. Il giorno dopo la vicenda è già risolta, ma
nel frattempo da una manifestazione spontanea a Torino si stacca uno spezzone
che va a bruciare le baracche dei rom della Continassa.
La procura
che propaganda e vende alle scuole i corsi sulla legalità ha incriminato questa
gente per incendio doloso: pena massima 6 anni. Una delle società che realizza
l’Alta velocità è ammessa come parte civile nel processo contro i quattro che
hanno bruciato il compressore: avrebbero potuto esserci degli operai di
conseguenza il reato non è solo contro oggetti, ma anche contro la persona. Le
famiglie rom del campo della Continassa, al contrario, non sono ammesse come
parte civile perché sono state bruciate solo delle roulotte e quindi si tratta
di un danno contro beni materiali.
Questa è la
legalità per come viene intesa alla luce dei rapporti di forza delle ideologie
che controllano oggi il nostro immaginario, oltre che il nostro territorio. In
nome di questi due feticci si arruolano giovani coscienze a migliaia e si
creano masse di manovra che danno visibilità, potere, contiguità col potere.
Minoranze
attive e crollo del welfare
Cosa è
successo sugli alti luoghi della mia città dove sono stati eletti i feticci
della legalità e della memoria? Abbiamo preso i nostri bambini – e questi
bambini li chiamo tutela della maternità sul lavoro, eguaglianza uomo-donna,
dignità della persona, diritto del lavoro, assistenza sanitaria – e li abbiamo
sgozzati sotto quegli altari. Uno dei teatri principali in cui sta avvenendo
tutto ciò è proprio il mondo del privato sociale. I poteri che stanno minando
il sistema del welfare coccolano quel privato sociale che gestisce il nuovo
welfare esternalizzato per ripulirsi la coscienza e sembrare in questo modo
attenti ai bisogni della marginalità. Quei poteri indicano il privato sociale
come il laboratorio più avanzato di cittadinanza, convivenza, democrazia,
giustizia sociale. Ma in quel laboratorio vengono massacrati i diritti del
lavoro, la dignità, la parità fra uomo e donna.
Alla
presidentessa del circolo Arci si potrebbe obiettare: negando alle tue colleghe
il diritto alla maternità in nome della memoria e della legalità sei sicura che
stai mandando avanti la società o la stai facendo retrocedere di settant’anni?
Tutto quel
mondo che per comodità chiamo dell’“azione solidale organizzata” è recente,
recentissimo. La maggior parte delle onlus, ha scritto recentemente Giovanni
Moro (Contro il non profit, Laterza 2014) sono state fondate dopo il
1978. Questo mi fa sperare che un fenomeno sociale così recente per quanto
ingarbugliato e corrotto sia ancora riformabile.
Tutte le
forme che hanno assunto in questi anni le azioni solidali organizzate nascono
da un nucleo atomico originario che è la relazione di aiuto. Possiamo chiamarla
cura, tutela, alfabetizzazione, capacity building, empowerment o tutte le
definizioni che ci vengono in mente, ma il nucleo originario rimane lo stesso.
E quel nucleo contiene sempre dentro di sé un difetto d’origine. Detto in
termini cristiani, contiene il diavolo. Perché la relazione d’aiuto è sempre
anche una relazione di potere. Appena la istituisci, istituisci una rapporto di
minorità, e quindi di potere, tra chi è aiutato e chi aiuta. Finchè la
relazione rimane personale, uno a uno, gli effetti collaterali di questo
difetto d’origine possono essere tenuti sotto controllo. Chi è aiutato potrebbe
prima o poi farsi carico dei bisogni di chi aiuta. A questo stadio la relazione
d’aiuto è in potenza reversibile. Questa possibilità di reversibilità ha a che
vedere con la condizione di cittadino, in assenza della quale si scivola
immediatamente nella categoria di utente.
Ma quando la
relazione d’aiuto cresce oltre una certa misura e diventa da uno a tanti, da
pochi a molti, quando in sostanza si istituzionalizza, non è più reversibile.
Se fondo un’associazione, un’organizzazione, un’istituzione che gestisce
professionalmente relazioni di aiuto, contemporaneamente la relazione di potere
prende il sopravvento sulla relazione di cura.
Con questo
non voglio dire che non si debba fare solidarietà associata, organizzata, e
anche istituzionale. È fondamentale. Una guerra che sposta milioni di profughi
mi dice che quella solidarietà organizzata va messa in piedi; me lo impone. Non
posso non tentarla. Ma è fondamentale tenere sempre l’occhio impietosamente
puntato sul fatto che si sta istituendo una relazione di potere che trasforma
alcuni cittadini in utenti.
La tendenza
a rimuovere questo rapporto di potere porta a vedere solo la parte positiva
dell’aiuto organizzato. E invece il sociale è cresciuto con un diavolo
originario, di natura psicologica se non vogliamo definirlo metafisico, che ha
incontrato altri diavoli, molto più materiali e storici.
Ne cito
subito un paio. Il mondo della solidarietà organizzata si è trovato negli
ultimi vent’anni ad affrontare e per certi versi a incarnare due riforme
striscianti, non dichiarate, che hanno cambiato il nostro paese. La riforma del
welfare, nella direzione della privatizzazione (in cui tutto “il sociale” viene
esternalizzato al privato) e la riforma del lavoro, nella direzione della
decostruzione dei diritti del lavoro dipendente, di cui oggi vediamo
chiaramente la fase terminale.
Ne aggiungo
un terzo. A partire da processi avviati fin dagli anni ’80, molte
organizzazioni del sociale iniziano a trasformarsi in aziende perché devono
mantenersi e competere spietatamente in un mercato che dispone di poche
risorse. Non potendo investire né accantonare (perderebbe in questo modo lo
statuto di “non profit”), il mercato delle associazioni è circoscritto alle
donazioni private e ai finanziamenti pubblici. Questo costringe le associazioni
a entrare in una competizione sempre più spietata le une con le altre, che
trova compimento nello status giuridico, legiferato tra il 2005 e il 2006,
della “impresa sociale”. Tutto questo si traduce in marketing, pubblicità,
controllo del mercato. E professionalizzazione. Non più però nel senso delle
competenze relative alla relazione di aiuto, ma sul modello d’impresa: servono
consulenti commerciali, esperti di comunicazione, di grafica pubblicitaria,
eccetera. Servono insomma altri stipendi, oltre a quelli degli educatori.
Cambiano
anche i modelli organizzativi. Moltissime associazioni ad esempio, anche tra le
più ossequiate, praticano l’interlocking, l’abitudine cioè ad appoggiare
l’ingresso dei propri dirigenti in diversi consigli di amministrazione o in
strutture dirigenziali di altre associazioni. Si crea quella rete di
cointeressenze che a un certo punto Monti ha pensato di mettere fuori legge per
il profit ma che nel no profit è diventata prassi corrente.
Il cerchio
si chiude nel momento in cui, per trovare sostenibilità in questo nuovo regime
di concorrenza ultra liberista che chiamiamo “crisi finanziaria”, le
organizzazioni del privato sociale intervengono sui diritti del lavoro: è lì
che puoi tagliare, è lì che la degenerazione trova compimento.
Intervento
sociale e critica della società
Il mondo
dell’intervento sociale nasce in una fase precisa, verso la metà degli anni
‘70, da due matrici culturali precise, il cattolicesimo dissidente e la
sinistra libertaria post-stalinista, entrambi molto critici nei confronti del
modello sociale dominante. Li accomuna anche una critica “agita” alla società,
non narrata, non ideologica. Come dire: c’è un modo di costruire società che
non ci piace; noi, invece che protestare, “facciamo società” in un altro modo.
E così mettiamo il sistema, come si diceva allora, davanti alle sue
contraddizioni.
Tutta la dimensione
critica che ha determinato la nascita della solidarietà organizzata, per le
ragioni che ho sommariamente descritto, ha finito per evaporare fino al punto
in cui “il sociale” si è trovato a incarnare il laboratorio sperimentale più
avanzato e più innovativo di quel modello dominante contro cui ha combattuto,
con esiti alterni, per oltre trent’anni.
Il brand
rimane ancora la critica al potere e l’escamotage per legittimare questa
contraddizione bruciante non può che essere linguistico. È il linguaggio che
consente di scendere a patti con il potere e contemporaneamente di mantenere
una parvenza di critica al potere.
Tutto è
cominciato con una sorta di “credito morale”: ho tirato fuori dalla strada
gente che si bucava negli ’70 e sono stato il primo a farlo. Belle azioni che
rivendicano un credito: questo monte azioni vi obbliga ad aiutarmi perché ne
possa realizzare delle altre. Passaggio già un po’ più imbarazzante: dal
credito morale, alla credenziale morale. Non è più legata alle azioni importanti,
ma al ruolo, al carisma.
Io combatto
il male, che è assoluto, e quindi rappresento il bene assoluto. Non sono
criticabile perché incarno un modello avanzato di società; i miei comportamenti
sono legittimati in base a una credenziale morale. Ma nel mercato
ultra-liberista nel quale le onlus si trovano a rischiare di diventare le più
liberiste tra le realtà commerciali, non basta la credenziale morale. Bisogna
trasformare la credenziale in ideologia autolegittimante; bisogna rimuovere
completamente le due relazioni di potere che si sono nel frattempo istituite e
che ostacolano la concorrenza.
Una interna
che è quella insita nella relazione d’aiuto di cui parlavo poco fa, e l’altra
esterna perché hai bisogno che non venga l’ispettorato del lavoro a vedere come
tratti i dipendenti; hai bisogno che il sindacato non si intrometta troppo, ma
hai anche bisogno di farti vedere di fianco a Renzi, a Napolitano, al Papa
perché in questo modo aumenta la tua legittimità. Così come loro hanno bisogno
di farsi vedere con te perché così mostrano quanto sono sensibili agli ultimi.
E così che
si instaura un rapporto pesantissimo, di doppio vincolo, con il potere. È così
che il mondo della solidarietà organizzata si è costruito una falsa coscienza
organizzativa, sociale ed economica molto legata a questioni materiali,
diventando al contempo un modello additato dai media e dalla politica per il
futuro della democrazia.
Il fenomeno
è così intricato e implica sfere così profonde – non solo dell’economia, ma
anche della psicologia e dell’antropologia – che ci sembra che le cose siano
sempre andate così e che non possano andare diversamente. In realtà il
pervertimento delle azioni solidali organizzate ha uno sviluppo relativamente
recente e per questo, mi sforzo di credere, non completamente irreversibile.
venerdì 25 settembre 2026
Boia di Stato: gli Usa, gli Usa e gli Usa - Giuseppe Lodoli
Tre articoli ripresi dal nuovo numero del
Foglio di collegamento del «comitato Paul Rogeau contro la pena di
morte»: due storie di “errori” con un elenco di film e video video.
A seguire la presentazione e l’indice del nuovo numero.
“SONO USCITO DALLA PRIGIONE MA
NON SONO ANCORA LIBERO”
LOUISIANA: imparare a vivere in
libertà, 30 anni dopo la condanna a morte.
Condannato
ingiustamente a morte a 17 anni, Shareef Cousin è sopravvissuto a un decennio
dietro le sbarre prima di essere scagionato e rilasciato. Trent’anni dopo, è
determinato a trovare il suo personale senso di libertà, compiendo un viaggio
attraverso gli Stati Uniti con i suoi figli.
A sedici anni, fui arrestato e secondo i
funzionari dello Stato della Louisiana, ero irrecuperabile e decisero che,
qualunque danno credessero avessi commesso, l’unica soluzione era la mia
esecuzione.
A diciassette anni entrai nel braccio della
morte prima ancora di avere l’età per votare, prima che il mio cervello si fosse
completamente formato, prima ancora di avere le parole per descrivere gli
effetti che una paura prolungata può avere su una persona nel tempo.
Stavo giocando a basket in un campionato
cittadino di New Orleans quando è avvenuto l’omicidio.
La principale testimone oculare non poteva
vedere senza occhiali, che quella sera non indossava. Il detective incaricato
delle indagini ha ricevuto una falsa soffiata da un informatore che cercava di
patteggiare, ha segnalato il mio nome a Crimestoppers per ottenere un mandato
di arresto nei miei confronti e poi ha intascato migliaia di dollari per la sua
soffiata. Niente di tutto ciò ha avuto importanza. Sono stato condannato e
spedito ad Angola (NdR:penitenziario di Stato della Louisiana), per i
successivi 10 anni.
Sono sopravvissuto al braccio della morte. Ho
poi trascorso anni nel braccio comune. Solo molto tempo dopo sono tornato a
casa.
Quest’ordine è importante. Perché la libertà,
quando finalmente è arrivata, non è arrivata in modo pulito. Non ha cancellato
ciò che c’era prima. E non è arrivata con delle istruzioni.
Quando finalmente fui scagionato, molti
diedero per scontato che la parte più difficile fosse finita.
Innocenza ritrovata. Porte aperte. Vita
ripresa. Le supposizioni del pubblico tendono a fermarsi lì,come se
sopravvivere a qualcosa di estremo ti preparasse automaticamente a vivere dopo.
No.
Ma la liberazione senza riparazione non è
liberazione. È uno spostamento. Avevo imparato asopravvivere alla detenzione.
Ho continuato in quel modo anche dopo essere uscito di prigione.
Nessuno mi ha insegnato a vivere in libertà.
Nel 2005, la Corte Suprema degli Stati Uniti,
nel caso Roper contro Simmons, stabilì che condannare a morte i minorenni era
incostituzionale. Il giudice Anthony Kennedy, scrivendo per la maggioranza,
osservò che «le differenze tra i delinquenti minorenni e quelli adulti sono
troppo marcate e ben note per rischiare di condannare a morte un giovane». La
Corte riconobbe finalmente ciò che la scienza e il buon senso suggerivano da
tempo: i bambini sono più impulsivi, più suscettibili alle pressioni e più
capaci di cambiare.
È stata una decisione storica. Ma era troppo
tardi per me e per molti altri travolti da quella che oggi viene definita
incarcerazione di massa. Sono solo uno dei milioni di persone che lottano in
questa situazione.
«I miei figli mi hanno mostrato degli schemi
che non sapevo di ripetere: rigidità scambiata per disciplina, distanza emotiva
confusa con forza, controllo che sostituisce la curiosità.Non si è trattato di
scelte deliberate.Si trattava di comportamenti appresi, plasmati da anni
trascorsi in detenzione dove l’autonomia era pericolosa e la conformità veniva
premiata».
Ciò che la sentenza Roper non poteva
cancellare erano gli anni già vissuti sotto la minaccia dell’esecuzione, né
l’architettura psicologica costruita durante quel periodo. Il carcere,
soprattutto il braccio della morte, non è semplicemente un luogo in cui si
sopporta. È un sistema che insegna a sopravvivere restringendo i propri
orizzonti. Il controllo viene percepito come sicurezza.
L’immobilità può sembrare pericolosa.
Nemmeno l’innocenza ti protegge.
Dopo due anni nel braccio della morte e altri
otto nel braccio comune, ero governato da regole rigide, plasmate dal tempo che
scorreva in istituto, e avevo imparato a non dare nell’occhio. Quando sono
tornato nel mondo libero, quelle lezioni erano profondamente radicate, anche se
non sapevo ancora come definirle.
I cambiamenti dentro di me si sono manifestati
in piccoli modi. Nel modo in cui strutturavo rigidamente le mie giornate. Nel
disagio che provavo nel riposo. Nel senso di maggiore affidabilità che il
controllo mi dava rispetto alla fiducia. Queste abitudini in carcere, un tempo
mi tenevano in vita, invece all’esterno, rendevano più difficile l’intimità.
Poi sono diventato marito. Due volte.
Entrambi i matrimoni sono finiti. Non perché
mancasse l’amore, ma perché la detenzione aveva plasmato il modo in cui davo
amore e ricevevo amore. Il carcere insegna l’efficienza emotiva, il controllo.
La vulnerabilità può essere pericolosa. La dipendenza può essere rischiosa.
Quegli istinti non scompaiono solo perché si è legalmente liberi. Invece
l’intimità richiede una delicatezza che la sopravvivenza non premia.
Questa non è una confessione. Sono le
conseguenze di decenni di detenzione. Le conseguenze della detenzione si sono
propagate a macchia d’olio, influenzando matrimoni, famiglie e futuri che non
erano direttamente coinvolti nella sentenza, ma che ne sono comunque stati
plasmati.
Ho perso anche degli amici.
Gli uomini con cui ho convissuto – uomini
sopravvissuti al braccio della morte – non tutti hanno saputo vivere nella
libertà. Alcuni sono tornati a casa portando con sé traumi senza parole, una
struttura senza sostegno, un dolore senza cure. La droga ha riempito lo spazio
che un tempo era occupato dalla reclusione. Lo stesso sistema che ci aveva
rinchiusi ci ha liberati, ma senza prepararci a ciò che ci aspettava. Le
capacità di sopravvivenza non si traducono facilmente nella vita civile. Non
tutti riescono a compiere questa transizione.
Sono padre di 7 figli, di cui 4 maschi. Negli
ultimi 9 anni, sono stato un padre single per 2 di loro, due ragazzi che ora
hanno 10 e 12 anni. Sono cresciuti osservandomi mentre scoprivo il concetto di
libertà non come un’idea astratta, ma come una pratica quotidiana plasmata da
tutto ciò che è accaduto durante la detenzione.
I miei figli sono nati durante la mia libertà,
ma senza la facilità che la libertà stessa offre.
Da padre single, ho iniziato a capire come la
detenzione avesse ripercussioni anche sulla mia vita da genitore. Ciò che il
carcere mi imponeva da adolescente non aveva posto nella vita che volevo
offrire ai miei figli. Ero uscito di prigione, ma non mi ero ancora liberato
dalla prigione.
Come società, parliamo di de-carcerazione
principalmente come obiettivo politico: pene più brevi, meno carceri, riforme
più intelligenti. Questi sforzi sono importanti. Ma sono incompleti se non si
affronta l’impatto interiore della reclusione su una persona.
All’inizio di quest’anno, in occasione del
trentesimo anniversario della mia condanna a morte, io e i miei figli abbiamo
lasciato New Orleans per iniziare un viaggio di due anni. Vivere in un camper
con i miei figli non significa fuggire. Ho imparato che la mobilità sconvolge
le rigide strutture mentali che la detenzione impone. Interrompe il tempo
imposto dalle istituzioni – i conteggi, gliorari, la monotonia – e lo
sostituisce con qualcosa di meno familiare e più impegnativo: la possibilità di
scegliere.
Ho pianificato attentamente il nostro viaggio,
integrando libertà e possibilità di scelta. L’idea è che queste nuove abitudini
si radichino in me, proprio come lo era la prigione un tempo.
Finora, sembra funzionare. In viaggio, si
impongono meno regole. Se ne negoziano di più.
L’istruzione a casa diventa un atto di
disimparare le regole della detenzione. Sostituire campanelli e file con
conversazione e ricerca. La curiosità torna ad essere centrale, non
l’obbedienza.
Può sembrare romantico. La mia speranza è di
guarire. Perché la libertà può essere destabilizzante.
Ho iniziato a chiamare questo processo
“de-carcerazione del sé”.
In quest’opera discontinua e non lineare, il
dolore convive con la possibilità: dolore per gli anni perduti, per gli amici
che non ce l’hanno fatta, per le versioni di me stesso che non hanno mai avuto
la possibilità di esistere.
Ora, inaspettatamente, mi trovo ad affrontare
un’ulteriore difficoltà: ho perso un contratto su cui contavo per il mio
sostentamento durante il viaggio. Ho avviato una raccolta fondi su GoFundMe (vi
prego di contribuire se potete), ma cerco di non perdere la speranza.
Ho anche appreso che gli effetti
dell’istituzionalizzazione non si limitano alle carceri. Molti statunitensi
vivono con una mente istituzionalizzata, plasmata da scuole, luoghi di lavoro e
sistemi che premiano l’obbedienza a scapito dell’immaginazione.
Non porto i miei figli in viaggio per
insegnare loro a essere liberi. La libertà, ho capito, non è l’assenza di
sbarre. È la presenza di autonomia e il coraggio di vivere al di là della mera
sopravvivenza.
Il camper si muove. Il paesaggio cambia. I
miei figli mi fanno domande a cui non sempre so rispondere. Sto imparando a
vivere nella libertà senza temerla.
Questo è liberare se stessi dalla prigione.
(fonte: Shareef Cousin, thelensnola.org)
QUATTRO RAGAZZI INNOCENTI: 35
ANNI contro 35 MILIONI
Una
delle più gravi ingiustizie giudiziarie americane: quattro giovani condannati
senza prove e scagionati solo grazie ai progressi dell’analisi del DNA
TEXAS: Nel maggio del 2026, il Consiglio
comunale di Austin ha approvato un risarcimento di 35 milioni di dollari a
favore di tutti e quattro gli uomini, a seguito delle false accuse mosse contro
di loro nel caso noto come «gli omicidi del negozio di yogurt».
La sera del 6 dicembre 1991, scoppiò un
incendio nel negozio di yogurt “I Can’t Believe It’s Yogurt!” ad Austin, in
Texas. Dopo che i vigili del fuoco spensero le fiamme, trovarono i corpi di
quattro ragazze adolescenti, nude, tutte uccise con colpi di arma da fuoco alla
testa: Eliza Thomas, 17 anni, Amy Ayers, 13 anni, e le sorelle Jennifer
Harbison, 17 anni, e Sarah Harbison, 15 anni.
La polizia ha affermato che alcune delle
ragazze avevano subiìto violenza sessuale e ha ritenuto che il responsabile
avesse appiccato l’incendio per distruggere le prove.
La polizia concentrò le proprie energie su
quattro adolescenti: Maurice Pierce, Michael Scott, Robert Springsteen e
Forrest Welborn.
Pierce fu arrestato per la prima volta entro
una settimana dall’inizio delle indagini, in un centro commerciale locale,
poiché la pistola in suo possesso era simile a una delle armi usate negli
omicidi. Dopo ore di interrogatorio, Pierce confessò i crimini.
Tuttavia, la sua confessione presentava delle
incongruenze con i fatti del crimine, e venne confermato che la pistola non era
quella usata negli omicidi.
Nel 1999 (otto anni dopo i fatti), la polizia
riportò i quattro uomini, che all’epoca degli omicidi erano adolescenti, in
centrale per ulteriori interrogatori e li incriminò per omicidio premeditato.
Tuttavia, una giuria popolare si rifiutò di
incriminare Welborn e le accuse contro Pierce furono infine ritirate per
mancanza di prove.
Scott e Springsteen finirono per subire le
conseguenze più gravi quando entrambi confessarono gli omicidi del negozio di
yogurt durante gli interrogatori della polizia. Tra il 2001 e il 2002, entrambi
furono processati separatamente e condannati nonostante la mancanza di prove
fisiche che li collegassero al crimine. Springsteen ricevette la pena di morte,
successivamente commutata in ergastolo dopo che la Corte Suprema degli Stati
Uniti stabilì che i minorenni non potevano essere condannati a morte, dato che
all’epoca degli omicidi aveva 17 anni. Scott fu condannato
all’ergastolo senza possibilità di libertà
condizionale.
Nel 2009, nuove analisi del DNA scagionarono
tutti e quattro gli uomini. Il procuratore distrettuale della contea di Travis,
Rosemary Lehmberg, annunciò l’archiviazione delle accuse contro Scott e
Springsteen, che furono quindi rilasciati. Il processo di riabilitazione per
tutti e quattro gli uomini iniziò nel dicembre 2025 e, nel febbraio 2026, un
giudice dichiarò Pierce, Scott, Springsteen e Welborn innocenti.
Dall’accordo di risarcimento di 35 milioni di
dollari, Springsteen e Scott riceveranno 9,85 milioni di dollari; Welborn ne
riceverà 4,85 milioni, e la famiglia di Pierce, scomparso nel 2010, ne riceverà
10 milioni.
Nel 2025 (oltre 15 anni dopo l’archiviazione
delle accuse contro i quattro uomini), una tecnologia avanzata del DNA ha
permesso di scoprire chi avesse realmente ucciso le quattro ragazze: Robert
Eugene Brashers. Gli scienziati forensi hanno utilizzato un campione di DNA
prelevato da sotto l’unghia di Amy, che corrispondeva a un profilo genetico di
Brashers, coinvolto in un caso di omicidio e violenza sessuale avvenuto nel
1990 in Carolina del Sud. Tuttavia, Brashers non era stato incriminato perché
si era suicidato nel 1999.
«Fin dall’inizio abbiamo detto loro di
controllare le unghie di Amy» ha raccontato la madre di Amy, Pam Ayers:
«Sapevamo che avrebbe reagito con tutte le sue forze».
(fonte: aetv.com)
VOCI E IMMAGINI CONTRO LA PENA
DI MORTE
Una
selezione di video e film che raccontano il dibattito sulla pena di morte
attraverso testimonianze, storie vere e riflessioni sui temi della giustizia,
della dignità umana e della possibilità di redenzione, da diverse prospettive.
Attraverso testimonianze dirette, analisi giornalistiche, campagne per i
diritti umani e racconti ispirati a vicende reali, questi contenuti offrono
strumenti utili per approfondire.
VIDEO CONTRO LA PENA DI MORTE
1. Amnesty International – “Death to the
Death Penalty“
Breve spot che denuncia la crudeltà della pena
di morte con immagini simboliche e
molto efficaci.
https://www.youtube.com/watch?v=kQRc3C8Ov4U
2. TG2000 – “Pena di morte, appello di
Amnesty International“
Servizio giornalistico sulla Giornata mondiale
contro la pena di morte 2018, con dati
e testimonianze.
https://www.tv2000.it/tg2000/video/pena-di-morte-appello-di-amnesty-international-
abolire-anche-condizioni-disumane-dellattesa/
3. AJ+ – “What if the Death Penalty
Disappeared in America?“
Video divulgativo che spiega perché molti
esperti ritengono la pena di morte
inefficace come deterrente, costosa e soggetta
a errori giudiziari.
https://youtu.be/m4OmTdeFUok
4. “Behnoud’s Story” – Amnesty
International
Cortometraggio animato che racconta la storia
vera di un giovane condannato a
morte in Iran e del tentativo del suo avvocato
di salvarlo.
https://vimeo.com/49304204?fl=pl&fe=sh
5. “One Last Chance” – Amnesty
International
Animazione che riflette sul tema dell’ultimo
pasto dei condannati a morte,
evidenziando gli aspetti più disumani della
pena capitale.
https://vimeo.com/160651518?fl=pl&fe=cm
FILM
Uno dei più celebri è Dead Man Walking
– Condannato a morte (1995), diretto da Tim Robbins e interpretato da Susan
Sarandon e Sean Penn. Il film affronta temi come giustizia, perdono e dignità
umana ed è spesso utilizzato in contesti educativi per discutere la pena di
morte.
Un altro film molto valido è Last Dance (1996)
– nella versione italiana “Difesa a oltranza” – basato sulla vera storia di
Karla Faye Tucker Brown, prima donna giustiziata negli Stati Uniti dal 1984 e
prima in Texas dal 1863, il film uscì due anni prima della vera esecuzione per
tentare di sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo. Anche questo film
denuncia le ingiustizie radicali insite nella pena di more americana.
LA PRESENTAZIONE (e l’indice
completo) DEL NUOVO NUMERO
Il numero si apre con un’importante articolo
di Federica Massoli, che ci racconta le storie che si celano dietro i numeri
delle esecuzioni, sempre più numerose, in Florida. Prosegue con la
testimonianza di Shareef Cousin, che racconta cosa significa vivere dopo aver
trascorso dieci anni nel braccio della morte. Presentiamo poi due articoli
dedicati a due abolizionisti statunitensi “di eccellenza” e altri due articoli
su altrettanti casi emblematici, sempre riguardanti gli Stati Uniti. Segue
un breve ricordo di Emma Bonino e del suo impegno per i diritti umani e contro
la pena di morte. Il numero si conclude con una selezione di contenuti
video e film per sensibilizzare risepetto al tema della pena di morte.
I numeri precedenti del Foglio di
Collegamento sono disponibili sul nostro sito: www.comitatopaulrougeau.org .
Come di consueto, vi invitiamo inoltre a
seguire la pagina Facebook Amici e sostenitori del Comitato Paul
Rougeau contro la pena di morte: https://www.facebook.com/share/1CAo3hLqYc/.
Giuseppe
Lodoli per il Comitato Paul Rougeau