sabato 20 giugno 2026

"Il vero obiettivo dei leader europei". L'articolo di Sergej Lavrov che Politico ha oggi censurato

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha scritto un articolo intitolato "Ucraina, Europa e sicurezza globale". All'ultimo momento la redazione europea di Politico ha deciso di censurarlo e il ministero degli esteri russo lo ha pubblicato sulla sua pagina web.


Di seguito la traduzione.

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Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale

In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.

Contesto

Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.

La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo esercitato pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.

Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».

Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.

In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.

La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.

In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.

Situazione attuale

Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».

Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.

L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile e per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.

È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo.»

L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Rischi per la sicurezza globale

Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.

Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.

La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.

Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.

I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.

Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.

Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.

P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.

da qui

venerdì 19 giugno 2026

Epstein, Barak, Chomsky e gli altri: l’eugenetica delle élite - Tahar Lamri


Oltre che uno stupratore di donne e bambine e un ricattatore seriale, Jeffrey Epstein era un ideologo della superiorità razziale. Con la sua cerchia di interlocutori perseguiva una lucida visione eugenetica.

Non è uno scandalo come gli altri. I file Epstein – le migliaia di pagine di email, trascrizioni e registrazioni audio rilasciate tra la fine del 2025 e il febbraio del 2026 – raccontano, sì, di potere, soldi e violenza sessuale. Ma raccontano anche, e forse prima di tutto, di un pensiero che circolava tra le menti più celebrate dell’Occidente accademico e politico: un pensiero sulla gerarchia umana, sulla qualità del materiale biologico, sulla possibilità – anzi, sulla necessità – di selezionare, controllare e migliorare la composizione delle popolazioni. In una parola: eugenetica. Solo che nessuno la chiamava così.

La registrazione della conversazione tra Ehud Barak, ex Primo Ministro di Israele, Jeffrey Epstein e l’ex Segretario al Tesoro americano Larry Summers – tre ore e mezza, privata, apparentemente del 2015 – è diventata la porta d’ingresso su questo universo.

La registrazione Epstein-Barak: gerarchia etnica in forma di strategia

Nella registrazione con Epstein e Summers, Barak non perde tempo in preamboli. Si trova a parlare di ciò che chiama “la sfida demografica di Israele nel lungo periodo” e il suo ragionamento procede con la naturalezza di chi esprime opinioni che non ha mai avuto ragione di nascondere.

Il punto di partenza è una constatazione numerica: la popolazione araba di Israele è passata da circa il 16% di quarant’anni prima, all’attuale 20% (all’epoca della conversazione). A questo si aggiunge la crescita demografica degli ebrei ultraortodossi (haredim), che Barak considera – con la sua tipica franchezza laico-–militare – un altro peso improduttivo per lo Stato. Il problema, come lo vede lui, è di bilanciamento.

La sua soluzione si articola su tre assi. Primo: immigrazione selettiva, in particolare di ebrei russofoni dalla Russia. Secondo: conversione di massa all’ebraismo, previa demolizione del monopolio del rabbinato ortodosso sulle procedure di conversione. Terzo: una gerarchia esplicita all’interno della cittadinanza arabo-israeliana: drusi in cima (“totalmente israeliani nel loro comportamento”), cristiani arabi al secondo posto (“hanno un sistema educativo migliore del nostro”), musulmani implicitamente in fondo.

Ma il passaggio più rivelatore – quello che ha suscitato lo scandalo maggiore – riguarda la storia dell’immigrazione ebraica stessa. Riferendosi all’ondata di immigrazione post-1948 dal Nord Africa e dal mondo arabo, Barak dice: “Fu una sorta di ondata di salvataggio dal Nord Africa, dal mondo arabo o quel che sia. Presero qualunque cosa arrivasse; ora possiamo essere selettivi.”

E ancora: “Possiamo controllare la qualità molto più efficacemente, molto più di quanto facessero i fondatori di Israele.”

La parola qualità applicata a esemplari umani. Il termine “selettivi” per descrivere una politica migratoria verso i propri correligionari. Queste affermazioni sono state riportate e analizzate da Middle East EyeAl JazeeraTimes of Israel e Ynet News. E, sullo sfondo, la valutazione implicita – e storica – dell’immigrazione mizrahi (ebrei del Nord Africa e del Medio Oriente) come immigrazione di serie B, accettata per necessità, non per scelta.

La questione ashkenazita: un eurocentrismo fondativo

Per capire il peso di simili parole, occorre conoscere la storia che vi sta sotto. Israele non è mai stato uno Stato omogeneo. Fin dalla sua fondazione nel 1948, la sua leadership politica, militare e culturale fu quasi interamente ashkenazita – ovvero di origine ebraica dell’Europa orientale e centrale. Ben-Gurion, Golda Meir, Begin, Peres, Rabin, Barak stesso, sono tutti parte di quella tradizione.

Questa élite portava con sé i valori, i pregiudizi e il senso di superiorità culturale dell’Europa orientale ebraica. Il sionismo laburista – il movimento politico che costruì le istituzioni dello Stato – era profondamente eurocentrico: immaginava Israele come una “villa nel deserto”, un avamposto della civiltà occidentale in un Medio Oriente arretrato. Gli ebrei orientali – i mizrahi, i sefarditi del Nord Africa, dello Yemen, dell’Iraq, della Siria – erano visti con ambivalenza. Erano fratelli di fede, sì, ma portatori di una cultura sospettata di arretratezza, contiguità con il mondo arabo e inadeguatezza al progetto modernista.

Le prove storiche di questa discriminazione sono abbondanti e documentate. Negli anni ’50 del Novecento, decine di migliaia di bambini yemeniti e nord-africani scomparvero dagli ospedali israeliani: morirono, disse lo Stato, di malattia. Decenni dopo, commissioni d’inchiesta hanno accertato che molti furono dati in adozione ad ashkenaziti senza il consenso delle famiglie, nel quadro di un’ideologia che considerava i bambini orientali “recuperabili” solo se sottratti alla loro cultura d’origine. Fu uno dei crimini fondativi più taciuti della storia israeliana.

Gli immigrati nord-africani arrivati negli anni ’50 furono instradati verso le ma’abarot – tendopoli di transito – e poi verso le “città di sviluppo” nelle periferie del deserto, lontano dal centro del paese. La segregazione non era formale – non c’era apartheid giuridico tra ebrei – ma era reale, strutturale, e si tradusse in decenni di sottorappresentazione politica, economica e culturale dei mizrahi.

Quando Barak dice che i fondatori “presero qualunque cosa arrivasse”, sta inconsapevolmente – o consapevolmente – riproducendo quella stessa narrativa. Il giornalista israeliano Rogel Alpher su Haaretz ha fotografato la cosa con precisione chirurgica: Barak parlava “come se fosse membro di un comitato di ammissione di una comunità residenziale israeliana”.

L’idea della conversione di massa come ingegneria etnica

Ancora più elaborata è la proposta di conversione di massa. Barak vuole che Israele apra le porte a un altro milione di immigrati russofoni – molti dei quali non ebrei secondo la halacha, la legge religiosa – e li integri attraverso un processo di conversione semplificato, svuotando il rabbinato ortodosso del suo potere di veto.

L’idea che un ex Primo Ministro abbia proposto a Putin di “inviare un altro milione di russi” è di per sé straordinaria. Il rabbino Pinchas Goldschmidt, ex rabbino capo di Mosca, ha raccontato al Forward di aver ricevuto già decenni fa una proposta simile, mediata dall’allora ministro Haim Ramon, e di averla respinta: “La halacha non parla in cifre. Non c’è un numero in alto e non c’è un numero in basso. La halacha parla di standard e condizioni”. Più tardi, scoprì che la stessa idea era stata discussa con Epstein.

Il dettaglio più inquietante è il riferimento alle “ragazze giovani” della prima ondata russa degli anni ’90, pronunciato con Epstein che ridacchia sullo sfondo. In un documento che riguarda un pedofilo convinto e un trafficante seriale di giovani donne, quel dettaglio non è innocuo. È il momento in cui la conversazione demografica si rivela immersa in un contesto di mercificazione dei corpi femminili – dove le donne russofone vengono citate sia come ingrediente del piano demografico, sia come oggetto di desiderio.

Jeffrey Epstein: l’eugenista che si comprava le menti

Per capire il ruolo di Epstein in tutto questo, bisogna liberarsi dall’immagine del semplice pedofilo ricco. Epstein era questo, certamente – un criminale seriale, uno stupratore di bambine – ma era anche altro: era un ideologo. Aveva una visione del mondo, e usava il suo denaro per finanziarla, per diffonderla e attirarsi intorno le menti che potevano darle legittimità accademica.

La sua ossessione centrale era l’eugenetica. Secondo il New York Times, Epstein ambiva a “seminare la razza umana” con il suo DNA impregnando donne nel suo ranch del New Mexico. Aveva parlato di voler far congelare il suo cervello e il suo pene alla morte, per essere riportato in vita nell’era del transumanismo. Finanziò il lavoro di George Church, genetista di Harvard, che stava sviluppando un’app per abbinare i partner in base alla compatibilità genetica. Discusse con biologi evoluzionisti e neuroscienziati della possibilità di modificare i geni responsabili della “memoria di lavoro”. Usava il termine “altruismo genetico” per dare una vernice filantropica a ciò che era, nei fatti, eugenetica classica.

Edge: il salotto dove la pseudoscienza diventava mainstream

Il vettore principale attraverso cui Epstein si inserì nel mondo intellettuale fu Edge, il salotto fondato dall’agente letterario John Brockman negli anni ’90. Come ha ricostruito la giornalista Virginia Heffernan – che ne fu membro – Edge si presentava come il luogo dove le menti più brillanti del mondo si incontravano per discutere le grandi questioni del tempo. Tra i suoi membri figuravano Richard Dawkins, Steven Pinker, Daniel Dennett, Marvin Minsky, Martin Nowak, Robert Trivers. Ma il vero padrone di casa, quello che pagava, finanziava e attirava a sé le menti di punta, era Epstein.

I file rivelano email in cui il finanziere discute di “gerarchia razziale” con scienziati del suo cerchio. Coltivava relazioni con figure della destra alternativa online. Discusse con i suoi interlocutori scientifici della “utilità del fascismo”.

L’investimento più grande – 9,1 milioni di dollari tra il 1998 e il 2008, di cui 6,5 milioni in un’unica tranche nel 2003 – andò al Program for Evolutionary Dynamics di Harvard, diretto dal matematico-biologo Martin Nowak. Come ha scritto la storica della scienza Naomi Oreskes su Scientific American: “Epstein era un eugenicista dell’era moderna la cui ossessione era legata all’illusione delirante di seminare la razza umana con il proprio DNA. Ciò che peggiora le cose è che concentrasse la sua generosità sulla ricerca sulla base genetica del comportamento umano”.

Il transumanismo come eugenetica presentabile

C’è un filo che lega il pensiero di Epstein alla Silicon Valley contemporanea: a Elon Musk, a Peter Thiel, alle fantasie di “miglioramento umano” che circolano tra i miliardari tech. Quel filo è il transumanismo: l’idea che la tecnologia possa e debba trascendere i limiti biologici dell’uomo, portando a una nuova specie superiore. Come nella versione classica dell’eugenetica novecentesca, c’è la convinzione che alcuni siano più adatti di altri alla sopravvivenza e alla riproduzione. Solo che invece di razzismo biologico esplicito si parla di “ottimizzazione genetica”, di “editing del DNA” o  di “altruismo evolutivo”.

La differenza con l’eugenetica nazista o americana degli anni ’30 è solo di forma. La sostanza è la stessa: l’idea che ci siano popolazioni “di qualità superiore” da riprodurre e popolazioni “problematiche” da gestire, ridurre o escludere. Che venga espressa in linguaggio da startup tecnologica invece che in lingua tedesca non la rende meno pericolosa.

Il caso Chomsky: il dissidente cooptato

Di tutte le rivelazioni uscite dai file Epstein, quella che ha colpito più duramente la sinistra intellettuale riguarda Noam Chomsky. Il linguista del MIT, 97 anni, autore di Capire il potere e di La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, risulta aver intrattenuto con Epstein una relazione estesa, multiforme e – nonostante le smentite – difficilmente riducibile a un semplice malinteso. Il dossier completo è stato ricostruito dal World Socialist Web Site, dal New Statesman, da CounterPunch e da The Canary.

La portata del rapporto

Le email e i messaggi di testo rilasciati documentano anni di frequentazione. Epstein trasferì 270.000 dollari sui conti di Chomsky o della sua famiglia. Gli offrì l’uso del suo appartamento di Manhattan. Lo invitò sull’isola. Gli mandò kit del DNA nel 2017: una mossa che si inserisce, come è ora chiaro, nella sua ossessione per la raccolta di materiale genetico da individui di spicco intellettuale.

In uno degli scambi più inquietanti, Epstein spinse Chomsky su temi di differenze cognitive tra gruppi razziali e possibilità di editing genetico. La risposta di Chomsky fu quella di un uomo che cerca di resistere alla provocazione: attribuì le disparità misurate nei test cognitivi all’eredità storica del razzismo, non a fattori biologici. Ma poi concesse il terreno su cui Epstein voleva portarlo: disse che se i geni potessero essere modificati, la priorità dovrebbe essere ridurre la “ferocia dedicata” di chi cerca il potere. Epstein aveva ribattezzato il tutto “altruismo genetico”. Quando nel 2016 Epstein gli inviò un link al podcast neonazista The Right Stuff – la stessa rete che avrebbe poi partecipato attivamente al raduno di Charlottesville del 2017 – non risulta che Chomsky abbia interrotto il rapporto.

Il dettaglio forse più imbarazzante riguarda il 2019: quando il Miami Herald pubblicò l’inchiesta sugli abusi di Epstein, Chomsky gli scrisse consigliandogli di ignorare le accuse, descrivendo il trattamento ricevuto come frutto di un’isteria mediatica. “Il modo migliore per procedere è ignorarla”, scrisse. Chomsky esprimeva simpatia a Epstein per “il modo orribile in cui sei trattato dalla stampa e dal pubblico”.

La moglie di Chomsky, Valeria, ha rilasciato una dichiarazione ammettendo “gravi errori di giudizio”: Epstein avrebbe costruito “un racconto manipolatorio” sulla propria innocenza cui Chomsky, in buona fede, avrebbe creduto. Ma lettere come quella in cui Valeria descriveva Epstein come “il nostro migliore amico, intendo l’unico” – o quella in cui Noam concludeva con “come una vera amicizia, profonda e sincera ed eterna da entrambi noi” – sono difficili da ridurre a manipolazione unilaterale.

Come si spiega?

La spiegazione più convincente è strutturale, non psicologica. Chomsky ha sempre creduto che il cambiamento non venisse dalla classe lavoratrice organizzata, ma dall’azione educativa sulle élite. Ha sempre pensato che fosse più utile influenzare chi detiene il potere piuttosto che organizzare chi non lo ha. Questa visione lo portava naturalmente a cercare accesso ai centri del potere, non ad arginarli dall’esterno.

In questo senso, Chomsky e Barak sono speculari: entrambi si muovono in un universo in cui le decisioni che contanosi prendono in privato – in appartamenti di Manhattan, sull’isola di Little St. James, nei salotti di Edge, nelle conversazioni riservate con i capi di Stato. Entrambi accettano, in forme diverse, la logica elitista che Epstein incarnava.

L’imbarazzo della sinistra

La reazione della sinistra intellettuale americana a questa vicenda è stata rivelatrice. Il silenzio è stato la risposta dominante. Jacobin, che nel giugno 2024 aveva celebrato Chomsky come ‘campione intellettuale e morale’, non ha pubblicato un’analisi critica degna di nota. E l’asimmetria – la stessa che Barak ha rivendicato nella sua autodifesa – è essa stessa un problema politico. La critica del potere applicata solo agli avversari smette di essere critica e diventa identità settaria.

Chi altri nella cerchia?

Barak, Chomsky ed Epstein sono le figure centrali di questa vicenda, ma non le sole. Attorno a loro si muove una galassia di nomi che i file continuano a rivelare.

Lawrence Summers

L’ex Segretario al Tesoro di Clinton, ex presidente di Harvard e uno degli architetti della deregolamentazione finanziaria degli anni ’90 era presente nella conversazione con Barak. È lui ad aver introdotto il concetto della terrible demography: l’espressione che nella politica israeliana identifica la crescita demografica palestinese come una minaccia esistenziale. Summers ed Epstein si scambiarono email in modo routinario per anni, secondo il New York Times. Summers era anche alla cena di Harvard del 2004 con Epstein, Dershowitz, Trivers e Pinker: la foto che li ritrae vale più di mille parole.

Il circolo scientifico

Martin Nowak, il matematico finanziato da Epstein con 6,5 milioni di dollari, è solo il caso più eclatante. Ci sono anche: il fisico teorico Lawrence Krauss, presidente del progetto Origins di Arizona State University, che chiedeva consigli a Epstein dopo le proprie accuse di molestie sessuali; la fisica Lisa Randall di Harvard, che scherzava sull’arresto di Epstein in tono affettuoso. Elementi ampiamente ricostruiti da Scientific American nel novembre 2025.

Il denominatore comune non è la consapevole adesione all’eugenetica, almeno non in tutti i casi. È qualcosa di più sottile: l’accettazione del finanziamento, la disponibilità a frequentare il personaggio, la rinuncia a fare domande sulla provenienza del denaro e sulle intenzioni di chi lo elargiva. La cooptazione funziona raramente con la violenza o l’esplicita corruzione. Funziona con la lusinga, la convenienza, il senso di appartenere a una cerchia speciale.

Il corpo come territorio: pedofilia, stirpe e dominio

C’è una dimensione degli Epstein Files che il dibattito pubblico ha faticato a mettere a fuoco, e che invece i relatori speciali del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU hanno avuto il coraggio di nominare senza eufemismi. Nella dichiarazione del 17 febbraio 2026, i relatori scrivono che le prove contenute nei file sono tali da configurare potenzialmente crimini contro l’umanità: schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, femminicidio. La loro analisi aggiunge qualcosa di fondamentale: questi crimini sono stati commessi “in un contesto di ideologie suprematiste, razzismo e misoginia estrema”. Ovvero: c’era una cornice ideologica. C’era un sistema di credenze che li rendeva pensabili, anzi razionali, per chi li pianificava.

È precisamente questa connessione – tra il piano ideologico e quello criminale – che la politologa australiana Melinda Cooper ha contribuito a chiarire. Cooper, il cui lavoro è stato segnalato in Italia da Francesca Coin sul manifesto, propone un’analisi che va controcorrente rispetto alla narrazione prevalente. La versione più diffusa della vicenda Epstein separa nettamente due piani: quello degli abusi sessuali e quello delle idee eugenetiche. Come se fossero due patologie indipendenti presenti nello stesso individuo. Cooper sostiene invece che questa separazione è analiticamente sbagliata: i due piani sono manifestazioni diverse della medesima struttura di pensiero.

L’orda patriarcale e il controllo dei corpi

Per comprendere questa unità profonda, Cooper recupera una categoria freudiana: quella dell’orda primordiale. In Totem e Tabù, Freud descriveva la fantasia arcaica che soggiace alle forme di organizzazione patriarcale del potere: il maschio dominante che si appropria dei corpi femminili per garantire la propria continuità biologica e costruire una discendenza che prolunghi la sua presenza oltre la morte. L’orda, in questa lettura, risponde a un progetto di immortalità attraverso la riproduzione controllata.

Questa griglia, applicata alla vicenda Epstein, rivela qualcosa che il moralismo individuale non riesce a vedere. Il piano di Epstein di fecondare decine di donne nel suo ranch del Nuovo Messico, lungi dall’essere la fantasia di un ricco eccentrico, rappresentava la versione esplicita, spudorata, di una logica che attraversa tutta la sua rete. Il file EFTA02731395 – il diario di una minorenne a cui fu strappato il figlio appena nato – testimonia che questa logica era stata tradotta in pratica. Un progetto di produzione genealogica, in cui i corpi delle ragazze erano il mezzo e la stirpe di Epstein era il fine.

Questa stessa logica, travestita da visione tecnologica del futuro, è riconoscibile nell’ambizione di Elon Musk di moltiplicare la propria discendenza su scala industriale e di usare SpaceX come vettore della propria eredità genetica verso Marte. Non è una coincidenza che sia Epstein che Musk gravitassero attorno agli stessi ambienti intellettuali:– il transumanismo, la rete Edge, la Silicon Valley eugenicista. In tutti questi casi, la fantasia dell’orda si ripresenta in forma moderna: il maschio eccezionale che intende perpetuare i propri geni, usando il corpo delle donne come strumento e la scienza come legittimazione.

Si tratta di un sistema

La comprensione sistemica che Cooper propone risolve un enigma che ha lasciato perplessi molti commentatori: come poteva la stessa rete includere un ex Primo Ministro israeliano che discuteva di ingegneria demografica di Stato, accademici di Harvard che progettavano ottimizzazioni genetiche, un intellettuale di sinistra come Chomsky sedotto dall’accesso all’élite, e abusatori seriali di bambine? Questi soggetti sembrano avere poco in comune, eppure gravitavano attorno allo stesso epicentro.

La risposta è che condividevano, in forme diversamente elaborate e con diversi gradi di consapevolezza, un’ontologia sociale in cui la gerarchia tra esseri umani è naturale e il dominio è il suo esercizio legittimo. In questa visione del mondo, i corpi – in particolare i corpi femminili, e più ancora i corpi delle donne povere, non bianche, provenienti da paesi subalterni – non sono soggetti con diritti e dignità propri: sono risorse. Come ha sintetizzato Cooper, citata in un articolo di CounterPunch, il progetto politico di questa classe è quello di “governare un’economia di padroni e servi”. La rete Epstein era il luogo in cui quel progetto si esercitava senza filtri.

La genealogia intellettuale: da The Bell Curve alle email di Epstein

Questo sistema di idee ha una storia, e ignorarla significa non capire la vicenda. Nel 1994 Charles Murray e Richard Herrnstein pubblicarono The Bell Curve, un volume che sosteneva l’esistenza di differenze cognitive strutturali tra gruppi razziali. La tesi implicita era di natura eugenetica: il declino cognitivo della specie si combatte scoraggiando la riproduzione dei ceti inferiori e dei gruppi considerati meno dotati. Il libro fu ampiamente criticato dalla comunità scientifica, ma non per questo ignorato; fu bensì recepito, discusso, metabolizzato in quella parte dell’establishment americano che si riconosceva nel cosiddetto “pensiero duro”, quello capace di affrontare “verità scomode”.

Tre decenni dopo, questa genealogia è rintracciabile direttamente nella corrispondenza di Epstein. Nelle email con Chomsky, Epstein citava articoli da The Right Stuff – il podcast legato ai circoli neonazisti che avrebbe contribuito a organizzare il raduno di Charlottesville – come veicolo delle sue tesi sulla “scienza della razza”. Nelle email con Joscha Bach, tecnologo della Silicon Valley, si discuteva apertamente di presunte inferiorità cognitive legate all’appartenenza etnica. Epstein finanziava George Church per sviluppare strumenti di selezione genetica. Finanziava Nick Bostrom, filosofo transumano con una storia documentata di dichiarazioni razziste e legami con Musk, per sviluppare un’organizzazione che Epstein usava come involucro presentabile del suo progetto eugenetico. Il filo è continuo, e non è un caso.

L’elemento che emerge con forza da un’analisi integrata è questo: le ragazze e le bambine trafficate, sottoposte a violenza riproduttiva nel contesto della rete Epstein erano la parte più esposta, il punto in cui l’ideologia si traduceva in pratica corporea. Ma la stessa logica di strumentalizzazione operava, in forme meno visibili e socialmente più accettate, nei dibattiti demografici di Barak, nelle ambizioni genealogiche di Epstein, nelle teorie di ottimizzazione genetica dei ricercatori di Harvard. Il disprezzo per la dignità eguale degli esseri umani funzionava su tutti questi piani simultaneamente, con registri diversi ma con la stessa struttura profonda.

L’eugenetica come logica del potere

Cosa ci dice tutto questo sul momento storico in cui viviamo? Molto. Forse tutto.

L’eugenetica non è mai sparita. È stata messa nella clandestinità dopo Auschwitz: nessuno poteva più parlarne esplicitamente, dopo che il progetto nazista aveva mostrato dove portava. Ma le idee non muoiono, si travestono. Si travestono da “realismo demografico” (come dice Barak), da “eugenetica positiva” e “altruismo genetico” (come dice Epstein), da “ottimizzazione genetica” e “transumanismo” (come nella Silicon Valley). La struttura del pensiero rimane identica: ci sono popolazioni di qualità superiore e popolazioni problematiche; il futuro dell’umanità richiede di amplificare le prime e ridurre o controllare le seconde.

Nel caso israeliano, questo pensiero ha una valenza geopolitica diretta. La domanda demografica – chi avrà la maggioranza numerica tra il Giordano e il Mediterraneo – è reale, e le risposte che se ne danno strutturano le politiche concrete. L’idea di Barak di importare un milione di russi, convertirli pro forma, e usarli come contrappeso alla crescita araba non è fantapolitica: è una proposta seria, discussa con un capo di governo (Putin) e con l’establishment economico americano (Summers). Se fosse stata attuata, avrebbe cambiato radicalmente la composizione della società israeliana.

L’inganno del ‘pensiero duro’

Nel gergo degli ambienti che ruotano attorno alla rete Edge e alla Silicon Valley reazionaria, è diffuso un approccio intellettuale che va sotto il nome di “dark enlightenment”. Un’espressione coniata dal filosofo britannico Nick Land e dal blogger Curtis Yarvin per designare un pensiero che si vuole libero da ogni vincolo egualitario e democratico. In Italia non ha ancora un nome consolidato, ma la sua logica è riconoscibile: rivendicare il coraggio di “dire ciò che non si può dire”, presentando come censura qualsiasi obiezione etica. In questo saggio lo traduciamo con l’espressione “pensiero duro”.

Il pensiero duro è la trappola intellettuale in cui molti di questi personaggi sono caduti. La trappola dell’idea che i “fatti scomodi” debbano essere affrontati senza tabù, a rischio altrimenti di essere dominati da chi lo fa. Questa retorica del coraggio intellettuale serve a screditare preventivamente chiunque sollevi obiezioni etiche. Come ha analizzato Virginia Heffernan nel suo articolo per The Nerve: “Il salon [Edge] ha fatto da tramite tra il denaro miliardario e le menti di maschi dominanti, e insieme, nel corso dei decenni, sono approdati a una filosofia comune: erano predatori naturali, chiamati a sfruttare e sottomettere gli altri.”

Lo specchio europeo: Renaud Camus, Sellner e la remigrazione come eugenetica negativa

C’è un filo che collega il laboratorio ideologico della rete Epstein alla destra identitaria europea, e passa attraverso la stessa ossessione: chi ha il diritto di abitare un territorio, e chi deve essere indotto – o costretto – ad andarsene. È la stessa domanda che Barak formulava in positivo (importare il materiale umano “giusto”) e che il movimento identitario europeo formula in negativo: espellere quello “sbagliato”. Due risposte speculari alla medesima visione del mondo, in cui la composizione etnica della popolazione è un problema tecnico da risolvere attraverso l’ingegneria demografica.

La cornice teorica è quella del Grand Remplacement, la teoria elaborata dallo scrittore francese Renaud Camus nel 2011, secondo cui le popolazioni europee di origine cristiana starebbero subendo una sostituzione progressiva da parte di immigrati non europei. Camus fornisce la diagnosi. La traduzione in programma politico operativo è opera dell’austriaco Martin Sellner, capo del Movimento Identitario austriaco e oggi figura di riferimento dell’internazionale identitaria europea. Con il suo libro Remigration. Ein Vorschlag (2024) – tradotto e pubblicato in Italia con il titolo Remigrazione. Una proposta nel 2025, da Passaggio al Bosco – Sellner trasforma la parola d’ordine in proposta di legge: rimpatrio “incentivato” o coatto non solo degli irregolari, ma di immigrati con permesso di soggiorno regolare, di naturalizzati, di persone nate e cresciute in Europa. Come ha scritto Annalisa Camilli su Internazionale, quella che si chiama “remigrazione” è, se chiamata con il suo nome, deportazione su base identitaria: la revoca selettiva dell’appartenenza.

La genealogia intellettuale di questo movimento condivide radici con quella della rete Epstein, anche se i percorsi sono distinti. Il Pioneer Fund – la fondazione americana fondata nel 1937 con l’obiettivo esplicito di promuovere la “race science” e il miglioramento della “razza bianca”, classificata come hate group dal Southern Poverty Law Center – ha finanziato per decenni sia la ricerca eugenetica che ha alimentato libri come The Bell Curve, sia le reti di pubblicazioni che hanno nutrito la destra identitaria europea. Come ha ricostruito un’inchiesta di The Conversation, le stesse fondazioni, gli stessi donatori e spesso gli stessi ricercatori circolavano tra le riviste di race science anglosassoni e i movimenti identitari europei. L’eugenetica non ha mai smesso di esistere: ha cambiato editore e indirizzo.

Sul versante della Silicon Valley, il collegamento è ancora più esplicito. Peter Thiel – miliardario libertario presente nella rete di Epstein, finanziatore del transumanista Nick Bostrom e di una costellazione di think tank della destra radicale americana – ha incontrato nel 2016 esponenti del movimento alt-right e white nationalist americano, come documentato da BuzzFeed News. L’ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il politico europeo più vicino all’ambiente di Thiel, ha appena fondato un nuovo think tank chiamato Global Shift Institute. Sellner ha annunciato la creazione di un Institute for Remigration con ambizioni transnazionali, dichiarando di essere in contatto con esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia. La rete si estende e si consolida.

L’Italia laboratorio per politiche di ingegneria demografica

L’Italia è diventata un laboratorio privilegiato di questi fenomeni. Il Remigration Summit del maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, in provincia di Varese, in un teatro messo a disposizione dal sindaco leghista Andrea Cassani. Sellner lo ha scelto perché l’Italia è considerata “un paese sicuro per un raduno dell’estrema destra”, come hanno riferito gli organizzatori. Tra i relatori: Jean-Yves Le Gallou (ex Front National), Eva Vlaardingerbroek (Olanda), Afonso Gonçalves del gruppo filonazista portoghese Reconquista. A gennaio 2026, la conferenza stampa alla Camera dei Deputati per il lancio della raccolta firme sulla “Remigrazione e Riconquista” – organizzata dal leghista Domenico Furgiuele con CasaPound, Veneto Fronte Skinheads e Rete dei Patrioti – è stata bloccata dall’opposizione. Ma in ventiquattr’ore la petizione aveva già raggiunto le 50.000 firme necessarie per l’esame parlamentare, come riportato da il manifesto.

La proposta di legge in 24 articoli è un documento rivelatore. Prevede la “remigrazione volontaria o coatta”, l’abolizione del decreto flussi, la revisione del ricongiungimento familiare, un Fondo per la Natalità Italiana riservato “ai veri italiani”, la priorità negli alloggi pubblici e negli asili nido per i soli cittadini italiani. È, nella sua interezza, un programma di ingegneria demografica di Stato – esattamente ciò di cui Barak discuteva con Epstein e Summers, ma con il segno invertito, come detto. La logica che li unisce è identica: la composizione etnica della popolazione vista come un problema tecnico da risolvere con strumenti di selezione.

La differenza tra remigrazione e pianificazione demografica è di metodo e di segno, non di principio. Entrambe condividono la premessa che certe categorie di esseri umani siano elementi di un’equazione demografica piuttosto che soggetti portatori di diritti inalienabili. È la stessa premessa che rendeva pensabile, agli occhi di Epstein, usare corpi di bambine come incubatrici per la propria stirpe. Quando si accetta che la composizione umana di una società sia una variabile da ottimizzare, le conseguenze si moltiplicano in direzioni che – come la storia ha già mostrato – tendono a convergere verso lo stesso punto.

Le registrazioni Epstein ci hanno dato qualcosa di raro: la possibilità di ascoltare i potenti quando credono di parlare tra sé. Senza le mediazioni del discorso pubblico, senza la prudenza del politicamente presentabile, senza la necessità di tenere conto degli “others”. E quello che emerge è un mondo in cui la gerarchia umana è data per scontata, in cui la selezione delle popolazioni è discussa come si discuterebbe di ottimizzare una catena di produzione, in cui il denaro e il potere conferiscono il diritto non solo di dominare gli altri, ma di decidere chi meriti di esistere e in che proporzione, e i cui corpi siano disponibili per essere usati.

Ehud Barak è il prodotto coerente di una cultura politica – il sionismo laburista ashkenazita – che ha costruito il suo Stato sull’esclusione sistematica e sulla gerarchia etnica, e che ha sempre trovato il modo di giustificarla come realismo, necessità, lungimiranza. Jeffrey Epstein era l’incarnazione della logica dell’orda – nel senso freudiano che Melinda Cooper ha riesumato –, il patriarca che usa i corpi delle donne e delle bambine per garantire l’immortalità della propria stirpe, mentre usa le menti degli intellettuali per legittimare il dominio della propria classe. Noam Chomsky è l’esempio paradigmatico di come il pensiero critico possa essere cooptato quando perde il contatto con la prospettiva degli esclusi e cerca il potere invece di organizzare chi ne è privo.

La complicità delle istituzioni

Nel suo assieme, il caso Epstein è anche – forse soprattutto – una storia di impunità istituzionale. Un uomo condannato nel 2008 per crimini sessuali gravi continuò per un decennio a frequentare presidenti, accademici, capi di Stato, ex Primi Ministri. Continuò a finanziare ricerche universitarie. Continuò a discutere di eugenetica con premi Nobel e ministri. E le istituzioni – Harvard, il MIT, Arizona State University, la giustizia americana, i governi israeliano e americano – lasciarono fare.

Il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha detto ciò che troppi commentatori ancora esitano a dire: non si tratta di storie di singoli criminali. I crimini furono commessi in un contesto ideologico preciso – suprematismo, razzismo, misoginia estrema – che ha reso possibile, per decenni, l’impunità. Le sopravvissute che hanno avuto il coraggio di denunciare, e le protagoniste del #metoo che le hanno precedute, hanno riconosciuto prima di tutti il mondo che stava rinascendo. 

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Valle di Susa, valle delle guerre d’Europa - Nicoletta Dosio

 

Guerra. Non ha mai smesso di ammorbare il mondo, di mietere vittime innocenti ed instaurare schiavitù là dove al sistema del capitale, per risolvere le proprie crisi con l’aumento del proprio potere, serve a depredare risorse umane e ambientali, devastare territori, cancellare culture, calpestando ogni diritto all’autodeterminazione dei popoli.

Ora la guerra imperiale e coloniale, portata avanti anche grazie alla connivenza dei governi del nostro Paese da sempre fedeli al Patto Atlantico ed alla NATO, ce la sentiamo addosso, col pesantissimo taglio delle spese sociali a favore delle spese militari, l’aumento dei prezzi di prima necessità, il rincaro insostenibile di energia, benzina e combustibili e, conseguentemente, dei prodotti di prima necessità.

Ma non ci sono parole per dire i massacri, la disperazione di chi questa guerra la sta subendo direttamente. Orrori di cui sono responsabili non solo i diretti esecutori, ma tutti coloro che nell’indifferenza se ne fanno complici.

Le morti bambine, lo sterminio sistematico, umano e ambientale, dell’amata Palestina. Il Medio Oriente in fiamme, le guerre dimenticate dell’Africa profonda. L’America Latina contro cui si fa più che mai intollerabile la minaccia dell’imperialismo USA. Cuba che da più di sessant’anni resiste contro l’embargo dell’Occidente capitalistico, ora aggravatosi fino alla insostenibilità per la penuria di cibo e di medicine e per il taglio delle fonti energetiche.

In questo scenario di morte Trump e Netanyahu non sono che le tragiche maschere della crudeltà sfrenata del sistema.

Quanto alla guerra in Ucraina che costa sangue russo non meno che ucraino, voluta dai potenti e pagata come sempre dalle popolazioni, non se ne coglierà il peso reale se non si parte dalla spinta ad allargare i confini UE-NATO verso Oriente.

Il 2014 con Euromaidan, i bombardamenti del governo di Kiev sul Donbass indipendentista: questo il vero inizio della guerra per procura dell’Alleanza Atlantica NATO – USA contro la Russia.

Da tempo il dominio del mercato globale imposto dal capitalismo occidentale sul mondo sta andando in pezzi, messo in discussione dalla nascente egemonia di altri mercati concorrenti. E la risposta è, come sempre, la guerra.

Lo diceva bene Rosa Luxemburg: il capitalismo risolve con la guerra le sue proprie crisi e si rigenera.

E più che mai attuale è il messaggio politico di Brecht:

“La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.

La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre

e ne ha in faccia
i lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
ciò che alla loro pace
è sopravvissuto”.

E a questo punto si svela fino in fondo anche il significato delle Grandi Opere imposte con la repressione ai territori che contro di esse resistono: i corridoi di traffico TEN-T programmati dall’Unione Europea come linee ad alta capacità per merci e ad alta velocità passeggeri globali, vengono inseriti nel piano europeo di mobilità militare e potenziati per duplice uso (civile e militare), al fine di permettere il transito rapido di mezzi pesanti e truppe attraverso l’Europa su strade, ferrovie, porti e aeroporti , “da nord verso sud e da ovest verso est e oltre i suoi confini” .

Ben quattro dei corridoi TENT-T interessano il territorio italiano.

(li cito come da fonte ministeriale):

1.      Corridoio Mediterraneo: unisce il Sud-Ovest all’Est Europa passando per Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste e BolognaIn questo asse è inserita la Torino-Lione.

2.      Corridoio Reno-Alpi: collega i porti del Mare del Nord con Genova, passando per i valichi di Domodossola e Chiasso.

ed ecco il significato del Terzo Valico.

3.                  Corridoio Baltico-Adriatico: collega i porti del Nord Adriatico (Trieste, Venezia, Ravenna) con l’Austria e l’Est Europa. A fini militari sono potenziati il centro ferroviario di Palmanova e la linea ferroviaria Udine Cervignano.

4.      Corridoio Scandinavo-Mediterraneo: attraversa l’Italia da nord a sud, partendo dal Brennero per scendere fino in Sicilia.

Della tratta fanno parte la linea TAV (i cui lavori stanno già devastando i territori da Brescia a Bolzano) e il mostruoso progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Inoltre, è in atto il potenziamento della linea ferroviaria Firenze-Pisa a servizio delle basi militari esistenti sul territorio e della stazione di Pontedera.

Valle di Susa, valle d’Europa“: era lo slogan pubblicitario coniato dalla lobby dell’autostrada per mascherare la ferocia onnivora che si preparava a ridurre il nostro territorio ad invivibile corridoio di traffico dove tutto passa e rimangono soltanto veleni e devastazione.

Se nella “Valle d’Europa” la vita era dura, ora nella “Valle delle guerre d’Europa” sarà impossibile.

Motivo in più per intensificare la lotta contro il “treno di guerra” ed il modello economico, politico, sociale che lo produce.

Sulla via del conflitto non siamo soli: in varie parti del paese i lavoratori di porti, aeroporti e ferrovie con scioperi e presidi stanno bloccando i trasporti d’armi.

Anche dal passato della Valle ci giungono insegnamenti preziosi. Nell’autunno del 1944 i ferrovieri di Bussoleno, organizzati in una forte cellula clandestina, scioperarono compatti per ben quattro mesi bloccando la stazione ferroviaria, e successivamente salirono in montagna organizzati nella brigata partigiana ferrovieri.

Già un anno prima un pugno di partigiani avevano fatto saltare il ponte ferroviario dell’Arnodera di Gravere, interrompendo per mesi il transito di armamenti, truppe e deportati.

Venticinque anni dopo,  alle Officine Moncenisio di Condove ( fabbrica iscritta nell’elenco ufficiale dei fornitori della Marina miliare), gli operai opposero un netto, unanime rifiuto alla prospettiva di fabbricare armi e sottoscrissero un documento per ribadire che“I lavoratori delle Officine Moncenisio  preoccupati dei conflitti armati che tuttora lacerano il mondo e il corpo dell’Umanità, e dello spaventoso aumento del potenziale distruttivo in mano agli eserciti (…) diffidano la Direzione della loro Officina dall’assumere commesse in armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici. Avvertono tempestivamente e lealmente le Autorità Aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici (…).

Da allora sono passati cinquantasei anni, ma quel messaggio e quelle resistenze hanno più che mai la forza dell’attualità e il potere di interpellarci, di sottrarci ad ogni rassegnazione, all’indifferenza che uccide.

Dunque, la lotta continua…

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giovedì 18 giugno 2026

Un giorno nella vita di Abed Salama. Anatomia di una tragedia a Gerusalemme - Nathan Thrall

l'incidente di un autobus pieno di bambini e maestre è un dramma sempre, ancora di più se avviene in un territorio dove vigono, tra le altre cose, l'apartheid e la burocrazia di stampo nazista.

Nathan Thrall racconta quello che è successo, ciascuno col suo nome, la sua storia, il suo dolore.

il libro non lascia scampo, è una cronaca senza sconti e senza vie d'uscita, non è un semplice incidente stradale, che poteva essere senza vittime, è solo l'ennesimo effetto collaterale di sterminio di una potenza occupante, nel silenzio degli ignavi.

un libro da non perdere.

ps: mi è tornato in mente un gran libro di Russell Banks, Il dolce domani, anche lì la tragedia di un autobus pieno di bambini.


 

Leggo d’un fiato, sempre più angosciata e sgomenta, continuando a chiedermi dove abbia trovato, il narratore, la capacità di inventare la variegatissima folla umana che popola il suo testo. Nessuno dei suoi personaggi, neppure il più secondario o marginale, può essere confuso con nessun altro o dimenticato. Ognuna e ognuno di loro ha una propria storia e una propria solidissima fisionomia. Niente comparse e niente generici, solo figure di primo piano impigliate nella geografia esplosa dei Territori palestinesi occupati, intorno a quel grumo di lucida follia che è la Gerusalemme segmentata dalla Barriera di separazione israeliana…

https://www.doppiozero.com/nathan-thrall-tragedia-gerusalemme

 

Leggendo questo libro – preciso e caldo, appassionato e lucido – non ci troviamo in un’opera di finzione in cui gli eventi, le persone citate sono frutto della fantasia dell’autore, ma precipitiamo nel feroce quotidiano di chi vive nella terra più contesa del pianeta e, pur privato dei più elementari diritti, cerca di mantenere intatta la propria umanità. Ne usciremo più acutamente, e nuovamente, consapevoli.

«Le migliori pagine sulla Palestina che abbia mai letto.» - J.M. Coetzee

«Mi sono ritrovata a leggere e rileggere capitoli, paragrafi, singole frasi solo per assorbire la brutalità e l’intensità, il pathos e la cruda rappresentazione dei metodi usati da uno Stato per mettere in ginocchio un popolo senza perdere il plauso del mondo civile». - Arundhati Roy

«Una combinazione di prosa struggente ed eccezionale intuizione politica». - Yuval Noah Harar


Milad, cinque anni, è emozionatissimo: sulle spalle uno zaino più grande di lui con dentro la sua merendina preferita, non vede l’ora di salire sul pullman per la prima gita di classe della sua vita, destinazione un parco a nord di Gerusalemme. Quando Milad saluta la mamma ed esce sotto una pioggia battente, suo padre Abed sta ancora dormendo. La giornata che cambierà per sempre la vita di Abed Salama comincia qualche ora più tardi, su una strada bloccata, una delle poche su cui ai palestinesi è ancora concesso viaggiare, e la notizia di un incidente «con alto numero di vittime». Incalzato da un presagio, Abed raggiunge trafelato il luogo dell’impatto dove lo accoglie una bolgia infernale: un gigantesco tir rovesciato, uno scuolabus in fiamme, dei corpi a terra. Milad però non si trova. Inizia così per Abed una corsa angosciante in un labirinto fatto di ostacoli fisici, burocratici, emotivi, dovuti alla sua condizione di palestinese. E questo padre palestinese è dalla parte sbagliata del muro di separazione, i suoi documenti del colore sbagliato non gli consentono di superare i checkpoint dei militari, di entrare a Gerusalemme, di conoscere la sorte di suo figlio. La ricerca disperata di Abed incrocia il cammino di altre persone, con le loro storie che convergono, tutte, su quell’inferno: un’insegnante di asilo e un meccanico, un ufficiale israeliano e un funzionario palestinese, un colono paramedico, operatori sanitari ultraortodossi. Due madri, che sperano che il bambino ferito ma vivo sia il loro.

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Uno sguardo lungo che vede il futuro. Lo sguardo dei bambini e delle mamme. I presagi ci sono, ma affidarsi a quel sentire interiore appare difficile. Forse perché troppo forte, sincero, quasi sovrannaturale. Così per altri segnali emessi da uno Stato che in teoria dovrebbe invece rispettare precisi obblighi nel segno delle Convenzioni Internazionali. Le infrastrutture: strade sicure e non strade della morte, ambulanze che dovrebbero arrivare in tempo. Ma anche una casa in cui poter abitare e restare, una scuola dove recarsi anche se piove e un ospedale raggiungibile. Invece nuovi sbarramenti si frappongono sistematicamente alla vita di ogni giorno. Sono gli hawajez (e non solo) sparsi per tutta la Cisgiordania, separando le comunità palestinesi e rendendo l’accesso a città e villaggi quasi impossibile. Con ancora e sempre nuovi progetti di insediamenti per i coloni. Perché "l'altro" popolo semplicemente non esiste. Il fattore tempo diventa determinante nella narrazione ed è allora che si comprende la vera natura della prevaricazione che si è insinuata in ogni anfratto, in ogni spiraglio della quotidianità. Tanto violenta da non lasciar respiro. Non è mai giusto morire, ma lo è soprattutto quando si è così piccoli. Cancellando il diritto di un papà di prendere per mano il suo bambino per andare insieme a osservare cose mai viste prima. Una fatalità... può succedere... ma quando la morte è annunciata, allora proprio niente può andar bene. Cronaca e romanzo di una struggente delicatezza.

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…a mettere i brividi, in questo caso, sono i dettagli di quel lontano incidente del 2012. Lo scuolabus “crepitava di fiamme”, tra urla e grida, con i bambini che bruciavano al suo interno. Lo scontro con il camion era avvenuto a pochi minuti di auto da un insediamento e a pochi secondi da un posto di blocco. Un’ambulanza israeliana avrebbe potuto aggirare i check point e prendere una strada diretta verso il luogo dell’incidente.

Portare un soccorso immediato e magari salvare qualche vita. Eppure, dopo mezz’ora, scrive Thrall, “non era arrivato un solo pompiere, agente di polizia o soldato”. La dinamica dei fatti dimostra che l’incidente mortale non era stato causato soltanto dalle condizioni meteorologiche avverse e da un atto di grave negligenza da parte del camionista che si era scontrato con lo scuolabus.

Tra quelle che Thrall definisce “le vere origini della calamità” ci sono i posti di blocco, il muro di separazione e l’assenza di servizi di emergenza da un lato di esso, oltre al sistema di permessi che ha costretto una classe dell’asilo a fare una lunga e pericolosa deviazione verso la periferia di Ramallah. Un insieme di concause che hanno contribuito a ingigantire la tragedia il cui vero colpevole è il progetto politico dell’occupazione che intrappola le persone in un conflitto permanente e rendendo più difficile e pericoloso ogni aspetto della vita dei palestinesi…

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