Visualizzazione post con etichetta psichiatria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psichiatria. Mostra tutti i post

mercoledì 29 aprile 2020

La pandemia nella testa di chi soffre di una malattia psichiatrica - Giuseppe Rizzo



Quando i medici hanno provato a spiegargli l’importanza di indossare una mascherina, Massimo gli ha detto di non preoccuparsi troppo per lui: “Come sapete, sono immortale”. Magro, capelli rasati e occhi verdi, Massimo non scherzava. Ha 34 anni e dal febbraio del 2018 vive a Villa Letizia, una comunità terapeutica convenzionata nel quartiere di Monteverde a Roma. Santo Rullo, lo psichiatra che guida la struttura, gli ha risposto con la stessa serietà. Ha detto a Massimo di capire la sua situazione ma gli ha chiesto di mettersi nei panni degli altri 24 pazienti e in quelli dei dottori, degli infermieri e degli operatori che danno una mano a lui e ai suoi compagni: “Fallo per noi”. Massimo ha capito, ha detto che la mascherina non l’avrebbe indossata, ma che avrebbe fatto una concessione: dal momento che tutti loro sono mortali, avrebbe mantenuto la distanza di sicurezza. Rullo ha sorriso e gli ha detto che era già qualcosa.
In queste settimane, una delle parti più complicate del lavoro della sua squadra è stata fare l’esatto contrario di quello che fa da sempre, e cioè raccomandare di innalzare delle barriere con il mondo esterno invece di superarle, chiedere di mantenere le distanze tra le persone anziché accorciarle. Naturalmente, rinunciare a progetti di reinserimento o perfino a semplici passeggiate, sentire l’aria intorno a sé diventare satura di ansie e paure, ha avuto le sue conseguenze. Dall’inizio della pandemia, a Villa Letizia e nell’adiacente Villa madre Chiara Ricci, che ospita 19 minorenni, si sono contati due tentativi di suicidio, un paio di fughe e alcuni ricoveri in ospedale di pazienti che non hanno retto.
La quarantena ha modificato la trama delle giornate di tutti, è perfino ovvio dirlo, ma per tanti quella trama era già fatta di fili sottili, in grado di rompersi facilmente. Esmé Weijun Wang, scrittrice californiana che soffre di schizofrenia, ha trovato una sintesi efficace per raccontare la condizione di chi ogni giorno fa i conti con un disturbo psichico: “Essere vivi e malati è una fatica molto più complessa di quanto ci piacerebbe ammettere”. Alleggerire questa fatica è parte del lavoro di medici come Rullo. Capire che riguarda molte più persone di quante si pensi, dovrebbe essere lo sforzo di tutti.
Qualche numero aiuta a provarci. Secondo l’ultima rilevazione del ministero della salute, in Italia le persone assistite dai servizi specialistici perché soffrono di una malattia psichiatrica sono circa 851mila. Nel 2017 quelle che per la prima volta si sono rivolte ai dipartimenti di salute mentale sono state 335mila. Nella stragrande maggioranza dei casi hanno chiesto aiuto perché soffrivano di depressione, di schizofrenia o di sindromi nevrotiche. La loro vita, oggi, è sospesa come quella di tutti. Ma come raccontano le storie delle persone che vivono a Villa Letizia e a Villa madre Chiara Ricci, in molti casi questa sospensione può avere conseguenze gravi.

Gli effetti della quarantena
Ad accompagnarmi nella stanza di Rullo una mattina di metà aprile è Gaetano, un ragazzo che vive a Villa Letizia da due anni e due mesi, e che chiede subito se sono il signor magistrato. Gli rispondo di no mentre un’operatrice mi misura la temperatura, puntandomi alla tempia uno strumento che somiglia a una pistola. “Siamo obbligati a farlo a chiunque entri nella struttura”, dice Rullo.
Lo psichiatra ha 58 anni e da dodici è a Villa Letizia. Da dietro la mascherina protettiva mi spiega il perché della domanda di Gaetano. Nato nel 1981, pelle olivastra e broncio perenne, Gaetano è cresciuto a Roma senza il padre e con una madre che aveva problemi psichiatrici. Quando la donna è morta, il ragazzo ha ereditato il suo appartamento. “È stata la sua fortuna”, racconta Rullo, “gli ha consentito di barcamenarsi per tutta l’adolescenza, passando dei periodi in comunità e altri a casa”. L’equilibrio si è rotto un giorno di qualche anno fa quando una ragazza minorenne lo ha accusato di averla molestata. “È successo su un autobus, in un periodo più complicato del solito per Gaetano”, dice il dottore. La denuncia ha portato a una condanna e la condanna lo ha portato a Villa Letizia, dove il magistrato ha chiesto a Rullo e agli altri medici di valutare la sua pericolosità sociale.
“Zia Laura e zia Giusi dicono che sono pericoloso”, dice Gaetano. Rullo sorride e spiega che le due zie sono in realtà i magistrati che si occupano del caso. “Ma tu non sei pericoloso”, dice il dottore, “lo abbiamo scritto anche nella relazione per loro”. Nel documento Rullo auspicava che Gaetano potesse passare l’ultima parte della misura cautelare nel suo appartamento, ma la quarantena ha bloccato tutto. Insieme al progetto, è saltata anche la pazienza di Gaetano.
 “Io non ce la faccio più”, dice, “io da qui me ne devo andare”. Sono passate da poco le nove e questa è la parte della giornata in cui Rullo incassa le frustrazioni, le lamentele e le domande dei suoi pazienti. Dopo averli ascoltati ammorbidisce i malumori, ribalta alcune argomentazioni e invita tutti a riflettere sul loro ruolo nei conflitti che denunciano. “Io ce l’ho con il mondo. Io voglio uscire da qui se no ammazzo qualcuno”, dice senza molta convinzione Gaetano. Rullo sorride: “Quante volte ti ho spiegato che dire una frase del genere a chi sta valutando la tua pericolosità sociale non è una grande mossa?”.
Gaetano dice che non era serio. “Non lo faresti anche perché sei buono come il pane”, gli risponde Rullo. Gaetano si alza, ma prima di andarsene ci tiene a dire un’ultima cosa: “Signor giornalista, stavo scherzando”. Rullo non lo lascia andare via così: “Non si scherza su queste cose, non si dicono”. Gaetano prova a prendersi l’ultima parola: “Allora neanche gli operatori devono dirmi ‘li mortacci tua’”.
Quando rimaniamo soli, Rullo mi spiega che tra i pazienti c’è chi sta tenendo bene l’ulteriore carico di inquietudine causato dalla pandemia e chi invece ha i nervi tesi come lame. Tra i primi c’è Ivano, che ha 53 anni e ne ha passati dieci in alcuni manicomi criminali. Rullo lo presenta come “l’incarnazione della storia della psichiatria”. Con perfetto tempo comico Ivano aggiunge: “Ma dagli albori, da Freud proprio”.
Il dottore gli chiede di raccontare cos’è successo dopo la condanna per omicidio colposo: “A vent’anni stavo male e ho messo sotto uno che manco conoscevo, facevo il militare e m’hanno portato prima al manicomio di Secondigliano e poi a quello di Aversa. Botte dalla mattina alla sera. Poi quando sono uscito ho continuato le cure, ero seguito. Nel frattempo ho vissuto dieci anni per strada”. A questo punto Ivano fa una pausa e poi si rivolge a Rullo: “Dotto’, gli dica quando mi so’ dato fuoco a piazzale Annibaliano”. Rullo dice che lavorava in una asl lì vicino, ma che non aveva fatto in tempo a fare niente. “Manco io”, dice Ivano. “Beh, insomma, tu ti sei dato fuoco”, gli ricorda lo psichiatra. Ivano ride, l’ironia è il modo che ha trovato per sopravvivere ai manicomi e alla strada. A Villa Letizia è arrivato due anni e mezzo fa. La quarantena, dice, a lui non pesa: “Dopo dieci anni di manicomio, sono abituato a stare rinchiuso”.
Non è così semplice per Fabio, un ragazzo di Milano di 33 anni che entra nella stanza di Rullo per chiedergli un favore: “Ho lasciato il caricabatterie del telefono in ospedale. Senza musica e senza film impazzisco”. Il dottore dice che vedrà cosa si può fare. Fabio ringrazia ed esce. Rullo spiega come sono andate le cose: “Due sere fa è crollato ed è stato portato in ospedale. Lì hanno combinato un disastro. Lui certo non è stato calmo, ma la loro risposta è stata metterlo su un taxi alle due di notte e rispedirlo qui. Senza fargli un tampone e senza un foglio di dimissioni”. Rullo è furioso anche per un’altra questione: “Lavoriamo con Fabio da tre anni, ma non riusciamo ancora a inquadrarlo da un punto di vista diagnostico. Eppure, all’ospedale lo hanno bollato immediatamente come antisociale. Il che significa dire: c’è un’emergenza in corso e tu sei un rompicoglioni, non ho il tempo o la voglia di ascoltarti, perciò ti etichetto come indesiderabile. E questo non va bene”.
“Abbiamo fatto un patto con i pazienti”, dice Rullo, “cercheremo di essere più tolleranti quando hanno degli episodi, ma dovranno esserlo anche loro con i loro compagni, con i dottori e con gli operatori”. Alla conversazione si unisce la psichiatra e psicoterapeuta Grazia Cassatella, che è a Villa Letizia da otto mesi. “Appena in tempo per passare dai progetti di apertura e reinserimento alla chiusura di quasi tutte le attività”, spiega. “Laboratori come quello teatrale o musicale sono stati sospesi, così come le semplici passeggiate, e chi tra i pazienti faceva volontariato o usciva per lavorare ora non può più farlo”. Cassatella parla di valvole di sfogo che si sono chiuse da un giorno all’altro, e dice che questo non poteva non avere conseguenze. “Fabio non vede i suoi da un anno, era pronto a fare dei passi in avanti ma gli è stato detto di fermarsi. Una ragazza di 24 anni ci teneva ad andare a casa del padre e a rivedere la madre, ma non avendo potuto fare nulla, è entrata in un modus anoressico per cui rifiuta tutto il cibo che le diamo, facendoci preoccupare molto”.
Uno dei modi che gli psichiatri di Villa Letizia hanno trovato per lavorare sulle piccole e grandi tempeste che la pandemia agita nei loro pazienti è vedersi tutti insieme ogni mattina nel giardino esterno della struttura. Seduti in cerchio a distanza di sicurezza, ognuno esprime le proprie paure e le proprie rabbie. “È qualcosa a metà tra una riunione di condominio e un’attività terapeutica”, dice Rullo, “ma in qualche modo funziona”.

L’assemblea
L’assemblea comincia sotto il sole alto delle dieci del mattino e va avanti per più di un’ora. Santo Rullo chiede ai quindici pazienti davanti a lui chi si sente triste. “Io!”, grida Chiara, 37 anni, piccola e nervosa. “Ma quanto dura questa tristezza?”, vuole sapere il dottore. “Mille anni”, dice Chiara a pieni polmoni. E dopo, con un’ottava più bassa, aggiunge: “Poi passa”. Qualcuno non sente, qualcun altro sorride.
Gaetano è seduto su una cyclette e interviene in un momento di silenzio: “Dice che in America gli scienziati stanno trovando delle soluzioni. Rullo, quando smette questa cosa?”. È una domanda che risuona in tutto il mondo. Lo psichiatra cerca di essere il più onesto possibile: “Molti esperti sono al lavoro, ma quando tutto questo finirà ancora non lo sappiamo con certezza”. Massimo, che è immortale ma anche molto ansioso, racconta di averlo sentito in radio: “Dicevano che finisce il 3-4 maggio, bisogna avere pazienza”. Rullo non crede a quello che ha appena sentito: “Pazienza? Hai detto che bisogna avere pazienza? Beh, detto da te vuol dire che sei guarito!”. Massimo annuisce e un sorriso leggero gli si disegna sulle labbra.
Gloria, una ragazza dai lunghi capelli neri e gli occhi scuri come l’inchiostro, mostra una certa sfiducia: “Noi qui ci comportiamo bene, ma gli altri fuori come si stanno comportando?”. Rullo affronta la questione in maniera diretta: “Molte delle vostre storie sono caratterizzate dalla sfiducia verso qualcuno: un genitore, un dottore, un amico, voi stessi. In questo momento invece dobbiamo avere più fiducia. Le persone che prima vi spaventavano, anche loro si sono riscoperte più vulnerabili. Anche loro stanno capendo che siamo tutti fragili”. Gloria aggiunge un ulteriore motivo di preoccupazione: “Comunque dicono che quando finirà, la ripresa sarà durissima. Come faremo, come si farà?”. “Si farà abituandosi a un mondo nuovo”, risponde lo psichiatra. “Vi ricordate quanto è stato difficile all’inizio stare lontani gli uni dagli altri, indossare le mascherine, lavarsi più spesso le mani? Eppure ce l’abbiamo fatta. Approfittate della quarantena per individuare le vostre risorse e per sfruttarle. Chiedetevi cosa potete fare voi per modificare la vostra vita, senza avere troppa sfiducia e senza incolpare sempre gli altri”.
Prima di sciogliersi, l’assemblea si dà dei compiti. C’è chi pulirà la sala dove si mangia, chi i corridoi e chi i giardini. Poi, prima di pranzo, ci si riunirà in piccoli gruppi terapeutici dove si discuterà ancora più a fondo delle proprie emozioni.

I più giovani
Dall’altra parte del giardino, a pochi metri dall’ingresso di Villa Letizia, c’è quello di Villa madre Chiara Ricci, che ospita 19 minorenni. Le due strutture sono separate anche se condividono alcuni medici e specialisti. Ad accompagnarmi nella seconda è la psicoterapeuta Maria Rita Ludovici. Occhiali da vista sul naso e mascherina sulla bocca, Ludovici spiega che ragazze e ragazzi sono quasi tutti di Roma o del Lazio. Il più giovane ha 14 anni, ma ci sono anche diversi maggiorenni. “Tecnicamente potrebbero stare solo fino ai 18 anni, ma se c’è un progetto scolastico in corso, allora restano fino al diploma”.
Mentre saliamo le scale dell’edificio, la dottoressa racconta che la maggioranza di loro è passata per l’uso di marijuana e che tutti hanno famiglie più o meno disfunzionali. “Tanti genitori non riescono o non vogliono riconoscere che i figli hanno delle patologie”, dice Ludovici, “oppure che spacciano o che stanno abusando di certe sostanze. In questi casi, le asl segnalano al tribunale che c’è qualcosa che non va e un giudice dopo vari inviti a intervenire può decidere di sospendere la patria potestà”.
Dopo due rampe di scale incontriamo un paio di ragazze. Il primo piano è la parte dell’edificio riservata a loro. Ognuna ha una camera con bagno e fino a poco tempo fa poteva condividere un divano con le altre per guardare la tv. Ora se vogliono farlo devono sedersi a distanza su delle sedie. Qui i ragazzi non possono entrare, il loro piano è il secondo. È lì che ne incontriamo tre che giocano alla Playstation. “L’hanno avuta a grande richiesta, una concessione per la quarantena”, dice la psicoterapeuta. Su un terrazzino, un gruppetto di ragazze e ragazzi si gode il sole, qualcuno abbracciato, qualcuno sdraiato su qualcun altro. “Ci proviamo a dirgli di stare attenti e di mantenere le distanze di sicurezza, ma con i più giovani non è così semplice”, dice Ludovici. “E del resto, con loro buona parte del lavoro che facevamo prima dell’emergenza era incentrato sull’importanza del gruppo, della vicinanza, mentre ora non possiamo fare più niente del genere, compresi i laboratori di teatro o di musica, oppure le due uscite settimanali durante le quali cercavamo di capire come se la cavavano da soli”.
Tutto questo non è stato indolore. “Ragazze e ragazzi ribollono, la loro impulsività è aumentata”, dice Ludovici. Molti vanno nel cortile esterno a sfogarsi, qualcuno urla, qualcuno crolla. Due all’inizio dell’emergenza sono scappati per provare a passare la quarantena a casa. “Quando sono tornati abbiamo dovuto metterli in isolamento in camera loro”, racconta la dottoressa. Una ragazza ha tentato il suicidio due volte. “Quando è stata ricoverata al Bambino Gesù l’ha visitata un medico che poi è stato trovato positivo al covid-19, ma per fortuna le hanno fatto il tampone ed è risultato negativo”.
Non passa giorno che qualcuno non chieda quando finirà tutto questo, quando si potrà tornare a scuola, a uscire, a vedere i propri genitori.
Alternative
In un mondo che si è fermato per cercare di contenere il contagio del nuovo coronavirus, il rumore che copriva ogni cosa è diminuito ed è emerso con più chiarezza lo stridore di tanti meccanismi inceppati o rotti. La pandemia, com’è successo in altri casi, ha reso più evidenti le debolezze anche nel perimetro della salute mentale. “Arriviamo a questa situazione dopo anni di tagli, che hanno depotenziato i centri di salute mentale, i centri diurni, le asl”, spiega Santo Rullo. “Questi servizi in psichiatria sono fondamentali, perché sono sentinelle sul territorio. Da un lato dovrebbero intercettare le situazioni di crisi e dall’altro fornire dei progetti per accogliere chi le ha superate”. Non ce la fanno perché tanti hanno poco budget e poco personale, e così non riescono a immaginare niente che non sia la sopravvivenza quotidiana.
“Faccio un esempio che ci riguarda”, dice lo psichiatra di Villa Letizia. “Per noi undici dei nostri pazienti, undici su venticinque, potrebbero uscire, ma non c’è nessun progetto per loro fuori”. Negli anni, Rullo e i suoi collaboratori sono riusciti a costruire qualcosa per qualcuno. Una coppia ora vive in maniera autonoma a pochi passi dal centro, mentre “Karim e Mario, due ragazzi che hanno sofferto per anni, stanno a un chilometro da qui, e prima della quarantena venivano solo per qualche attività diurna”. E poi c’è la storia di Daniele, che da ragazzo era esploso in alcuni episodi di violenza in famiglia. Era arrivato a Villa Letizia molto giovane e ora è uno degli operatori.

“Costruire delle alternative aiuta le strutture a reagire meglio in momenti di emergenza come quello attuale”, dice Rullo. “Per molti nostri pazienti Villa Letizia è come una casa, ma succede che nei momenti di difficoltà, di chiusura, di alternative ridotte a zero come quelli che stiamo vivendo, qualcuno pensi che sia un manicomio e si chieda perché debba stare qui per anni senza avere diritto ad altro”.
La speranza di Rullo è che dopo la pandemia si esca da questo vicolo cieco. “La politica dovrebbe rendersi conto che privare di aiuto o alternative una persona che soffre di problemi psichici spesso significa lasciarla scivolare nell’imbuto dei reati, fatti gravi ma anche ridicoli”, dice lo psichiatra. Fatti che in mancanza di ascolto, aiuto e alternative, portano chi soffre negli unici due luoghi che per loro restano sempre aperti, ovvero le aule giudiziarie e le carceri

sabato 4 aprile 2020

LA PSICHIATRIA AI TEMPI DEL COVID-19




Il Collettivo Antipsichiatrico Artaud di Pisa cerca di dare una continuità al proprio lavoro di ascolto attraverso uno sportello telematico, telefonico o virtuale. Non solo per chi già seguiva un percorso di terapia, ma anche a tutti/e coloro che vivono la quarantena in isolamento o con condizioni familiari difficili.
Oggi i CIM (centri di igiene mentale) si limitano alla distribuzione di psicofarmaci, mentre tutti i servizi d’ascolto e di assistenza sono sospesi. Mentre sulle residenze psichiatriche è calato un silenzio totale, non si sa qual è la reale condizione dei detenuti, se vengono applicate o meno le misure di sicurezza e, soprattutto, se c’è una possibilità di farli uscire.
Questa auto-detenzione forzata ha forti ripercussioni sulla stabilità mentale delle persone e in tanti/e si affidano agli psicofarmaci (soprattutto antiansiolitici e antidepressivi) per sostenere questa situazione. Al contempo aumentano i casi di TSO, dunque di somministrazione forzata di psicofarmaci, anche in chiave repressiva come s’è palesato a Salerno, dove ad un pestaggio da parte delle forze armate è conseguito il Trattamento Obbligatorio per il fermato. L’uso di psicofarmaci crea una forte dipendenza, le prospettive della “cura” all’epidemia potrebbero essere più nefaste della malattia stessa. Gli psicofarmaci oltre ad essere un business delle case farmaceutiche sono un vero e proprio strumento di controllo. Questo paradigma si amplifica nei luoghi di reclusione, dove l’isolamento forzato e la volontà repressiva delle guardie, favorisce l’uso dei medicinali pschiatrici come strumento di sopportazione e contenimento.
In questo momento è negata la radice umana della vita: sono preclusi il tempo, lo spazio e le relazioni sociali, mentre siamo bombardati da informazioni terroristiche imperniate da un linguaggio bellico e costretti nello svago, nell’intrattenimento e nel lavoro a relazionarci unicamente con degli schermi che, oltre ad essere causa di svariati disturbi, celano anche un sofisticato controllo.
Spesso le leggi d’emergenza diventano norma, il pericolo è vedere prorogate le limitazioni alla libertà. Probabilmente i primi luoghi a ripartire saranno i luoghi di lavoro, specialmente le fabbriche, per cui le prime forme di relazioni saranno mediate dal rapporto lavorativo e dai ritmi e le gerarchie insite in queste. Oltretutto questa quarantena ha creato sfiducia e sospetto verso il proprio vicino, recidendo ancor di più i legami sociali già logorati dall’isolamento.
Le opportunità dobbiamo costruircele a partire dall’ascolto, dal creare relazioni e percorsi di solidarietà, solo in questo modo potremo combattere l’isolamento a cui ci voglio confinare e i disturbi che da esso derivano
Ne parliamo con Diego del coll. Antipsichiatrico Artaud, in seguito riportiamo anche il link della campagna d’ascolto promossa dallo stesso
https://artaudpisa.noblogs.org/post/2020/03/29/raccontaci-la-tua-esperienza-di-questi-giorni/


sabato 8 ottobre 2016

Psichiatria e potere - intervista a Giorgio Antonucci (di Moreno Paulon)




Dalla collaborazione con Franco Basaglia fino alla chiusura dei manicomi di Imola, uno dei più noti psicanalisti italiani ripercorre la sua vita professionale, ci ricorda che le “malattie mentali“ non esistono e spiega perché il principale nemico è ancora lo Stato.

Giorgio Antonucci (Lucca, 1933) è un medico italiano che ha dedicato i suoi studi e il suo lavoro ad abolire la violenza psichiatrica. Ha lavorato con Franco Basaglia nell'ospedale di Gorizia, ha diretto vari istituti psichiatrici sul territorio nazionale ed è autore di numerose pubblicazioni di ispirazione libertaria nelle quali pone in discussione gli assunti stessi dell'epistemoligia psichiatrica. Assumendo lo spirito dell'etica basagliana, ha lavorato allo smantellamento del manicomio di Imola. Nel 2005 è stato insignito del premio internazionale Thomas Szasz «per eccezionali contributi nella lotta contro lo Stato terapeutico», vale a dire contro uno Stato che adotta il pregiudizio psichiatrico per reprimere le devianze dall'ordine costituito.
Storicizzando la natura dell'apparato psichiatrico, decostruendone i concetti e abdicando personalmente alle sue pratiche repressive, Antonucci riconduce il patologico al sociale, indicando il ruolo politico delle concezioni mediche assunte al servizio delle relazioni di potere fra gli individui e fra i gruppi sociali. L'ho intervistato a casa sua, a Firenze, con l'intenzione di chiarire il ruolo dell'apparato statale di fronte alle spinte più progressiste della società italiana negli anni '70, di indagare lo scarto fra la sua visione e quella di Franco Basaglia e di scoprire quali siano gli ultimi muri, ancora da abbattere, nella lunga lotta contro la discriminazione sociale di ispirazione psichiatrica. Nelle lucide considerazioni di Giorgio Antonucci la psichiatria depone senza appello la sua maschera scientifica e svela un volto fatto di uomini, di comunicazione e di potere.
M.P.



Quando arrivò la polizia
noi ci chiudemmo dentro
L'Italia può gloriarsi oggi della legge 180/1978, del “metodo Basaglia“ e della chiusura dei manicomi come un progresso sociale nazionale. Ma quali furono realmente le prime reazioni dello Stato di fronte alle innovazioni promosse da te, da Cotti, da Basaglia?
Richiamo un episodio su tutti. Nel 1968 Basaglia stava trasformando il manicomio di Gorizia, Cotti era impegnato a Bologna al reparto manicomiale di villa Olimpia ed io lavoravo a Firenze. Quando Cotti si trasferì per assumere la dirigenza del nuovo reparto “neurologico“ di Cividale del Friuli, Basaglia pensò di inaugurare anche lì un discorso nuovo, così si rivolsero a me sapendo che avevamo le stesse idee. Io da Firenze, Cotti da Bologna e Leopoldo Tesi da Gorizia impostammo insieme il lavoro a Cividale secondo i nostri criteri: le persone si rivolgevano a noi soltanto volontariamente, non erano invitate ad assumere farmaci di nessun tipo, non erano contenute da camicie di forza ed erano anzi tutte libere di muoversi in giro per la città. Cotti aveva letto Il mito della malattia mentale di Thomas Szasz e sapeva che le persone non hanno malattie di mente, ma problemi di relazione da risolvere, così parlavamo con loro, singolarmente o in assemblee.
Fuori da questi incontri le persone andavano nei bar, in farmacia, a teatro, in chiesa, dove volevano. Cividale del Friuli è una cittadina piccola, la situazione divenne subito nota e il sindaco Guglielmo Pelizzo, sindaco democristiano, allineato con il governo Leone, governo democristiano, decise che queste persone non dovevano stare liberamente fra le altre, ma rinchiuse come da tradizione repressiva. Un giorno si seppe, attraverso Basaglia, che avevano intenzione di chiuderci. Mandarono la polizia. I poliziotti partirono da Udine in colonna. Il dispiegamento di forze era tale che i cittadini pensarono si trattasse di una mobilitazione legata ai fatti cecoslovacchi oltreconfine. Fu la sola volta, a mio sapere, che in una nazione non totalitaria un ospedale venne aggredito dallo Stato senza che fosse accaduto nulla.
Quando arrivò la polizia, noi ci chiudemmo dentro. Dopo un po' si iniziò a parlamentare e Cotti fece l'errore, decise di fidarsi e aprì la porta. Gli passarono addosso con tutta la violenza della polizia quando interviene per reprimere, la violenza che conosciamo anche oggi. Fummo aggrediti e ci buttarono fuori. Poi volevano portarsi via i nostri utenti, li volevano prendere e rinchiudere. Sia io che Cotti ci opponemmo fisicamente per evitare il sequestro, l'internamento delle persone, e ci riuscimmo. Però l'esperienza di Cividale fu chiusa. Ne parlarono tutti i giornali, anche all'estero, perché era un modo di intervenire inammissibile. Credo sia stata la prima volta nel mondo.

Quindi la lotta contro l'istituzione psichiatrica fu una lotta contro lo Stato?
È ancora una lotta contro lo Stato. Non c'è da stupirsi: persino Freud, da ebreo a Vienna in quegli anni e promotore di tutte le sue novità, trovava spesso la polizia nel suo studio.


Se si abolisse
il ricovero coatto...
Quali sono i nuovi orizzonti che la psichiatria dovrebbe porsi nei confronti dello Stato?
C'è una legge dello Stato, che secondo me non coincide con la Costituzione, che consente di rinchiudere un cittadino che non ha fatto niente, che non ha commesso nessun reato. Questa legge ammette la pratica del ricovero coatto, che oggi chiamano “trattamento sanitario obbligatorio“.
Se una persona dice di essere San Francesco, solo perché fa un discorso che non mi convince può finire sequestrata. Uno psichiatra emette un certificato medico, questo viene accompagnato da un'ordinanza del sindaco (il quale dovrebbe garantire il benessere dei cittadini, ma poi non si reca mai sul posto a controllare per davvero che cosa succede), e la persona viene presa e messa da parte, chiusa in un edificio chiamato comunità terapeutica, o clinica psichiatrica. Ci viene portata con la forza e contro la sua volontà. Se poi si arrabbia e spacca tutto (e ne ha tutte le ragioni) gli mettono pure la camicia di forza. Tutto legale.
Se si abolisse, come io chiedo da anni, il ricovero coatto, cambierebbe tutto il discorso. Essere presi con la forza e portati un in posto senza difesa è inammissibile. Lo Stato prevede ancora che una persona possa essere sequestrata con la forza quando un'altra crede che il suo pensiero non sia accettabile: è una questione repressiva. Con il trattamento sanitario obbligatorio lo Stato commette una violenza contro cittadini assolutamente innocenti e senza alcuna difesa. L'unico sequestro di persona concepibile nel nostro ordinamento è quello per un'ipotesi di reato. Ma in quel caso ci vuole un'iniziativa della Procura della Repubblica, poi c'è l'avvocato difensore, poi ci sarà il processo, un secondo grado e un terzo grado, poi la cassazione, per cui anche sotto ipotesi di reato un cittadino è garantito da una serie di difese. Invece la persona che sostiene di essere San Francesco, per questo o per altri discorsi, può essere sequestrata con un certificato medico di proposta, uno di conferma, e la benedizione di un sindaco. L'obiettivo da porsi è l'abolizione del ricovero coatto. Decaduto questo, il potere del controllo è finito. Per questo nessuno avanza questa richiesta, nemmeno Basaglia l'ha mai avanzata.

Quali sono le somiglianze e le differenze fra il tuo lavoro e quello di Basaglia?
Sul lavoro abbiamo agito in parallelo, abbiamo svolto le stesse attività e con la medesima etica. La differenza è che io cerco un rapporto diretto e individuale con le persone, mentre Basaglia era una figura più marcatamente anti-istituzionale. Su questo piano istituzionale, inoltre, Basaglia si è occupato giustamente di smantellare il manicomio, mentre io metto in discussione il ricovero coatto, l'ho impedito ogni volta che ho potuto.
Ho sempre cercato di evitare gli internamenti, e da dentro ho liberato le persone internate. Quando ricevevo richieste di ricoveri forzati le respingevo. Io sostengo, diversamente da Basaglia, che il nocciolo del problema è il ricovero coatto, più che il manicomio in sé. Gli altri medici, quelli tradizionali, mi fecero mettere sotto osservazione da parte della Pretura. Perché tutte le persone che arrivavano con ricovero coatto io le facevo togliere dall'ambulanza, mandavo via l'infermiere, entravo in una stanza con loro e dicevo che potevano scegliere se restare o andarsene. Tutto questo avvenne metodicamente. Gli altri medici dicevano che gli sciupavo il lavoro, ed era vero. Il mio lavoro principale è sempre stato quello di evitare i ricoveri o aprire i manicomi e liberare i detenuti, come a Cividale.

Basaglia negli anni '60 e '70 lavorò per ottenere la riabilitazione ufficiale dei pazienti, con tanto di richieste inviate alla Procura della Repubblica perché riconoscesse la fine della degenza. La malattia mentale è un fatto reversibile oppure no?
Il discorso della reversibilità o irreversibiltà è ancora legato alla concezione psichiatrica antecedente a Szasz. Questa sostiene che il cittadino considerato “malato di mente“ (termine che non uso mai perché non significa niente, perché è un'invenzione) ha un difetto del cervello e quindi va curato per modificare questo difetto. Allora pone la questione se questo difetto sia reversibile oppure no. Ma il nostro pensiero non ha malattie, ha semplicemente un'infinità di modi di declinarsi. C'è solo qualcuno che dice che alcune cose si possono pensare e altre no.
Quando ho lavorato al manicomio di Imola ho trovato un “ricoverato“ in camicia di forza.
Io e Cotti l'abbiamo liberato e lui ha ricominciato a vivere. Qualche tempo dopo ha vinto un concorso per l'unità sanitaria locale e ne è diventato un funzionario. Così un uomo è stato, nella stessa unità sanitaria, rinchiuso in manicomio e impiegato dell'amministrazione. Questo caso dimostra indiscutibilmente che i soggetti psichiatrici non hanno niente in meno degli altri, visto che una volta liberato ha fatto ciò che fanno tutti gli altri cittadini, che non hanno mai avuto contatto con la psichiatria. In manicomio non c'erano persone diverse da noi, ma persone sfortunate che nel corso della loro vita, per vari motivi, erano state sequestrate.


Il problema è il sequestro,
non il manicomio
Parliamo del manicomio diffuso. Dopo la legge 180/1978, oggi abbiamo cliniche, sezioni della sanità o dell'igiene mentale, tecnici e professionisti che pervadono il tessuto sociale. I manicomi sono stati chiusi o sono stati aperti?
Il manicomio non è solo un edificio, è un criterio. È un luogo in cui le persone vengono portate contro la loro volontà per via del loro pensiero. Fintanto che lo Stato si potrà permettere di sequestrare un cittadino per il suo pensiero, i manicomi saranno dappertutto. Ma ripeto: il problema non è il manicomio – e in questo sono in dissenso con Basaglia. Un limite di Basaglia è che non si è mai espresso contro il ricovero obbligatorio. Non importa se i vecchi manicomi sono stati svuotati. Inutile esprimersi contro il manicomio se non si dice che non si devono sequestrare le persone per il loro modo di pensare. Nei manicomi le persone venivano prese in carico per modificarne il pensiero, si credeva che non dovessero stare in mezzo agli altri perché pensando in modo differente erano socialmente pericolose.
Oggi esistono altre strutture. L'eliminazione manicomiale funziona perché appare diversa, il potere non ci fa cattiva figura, anzi finge di procurare assistenza e cura. Chiudere uno scrittore in manicomio, per esempio, è più utile al potere che non ucciderlo. Evita la glorificazione di un martire.

C'è una contraddizione che sottende al tuo lavoro di Imola: quella di un dirigente interno all'istituzione che per suo spirito libertario promuove l'abolizione di quella stessa struttura. Il caso richiama il tipo del sovrano illuminato; è in queste figure che dobbiamo sperare per ottenere un progresso sociale?
Ci sono anche queste figure. Storicamente si dà il caso di Leopoldo di Toscana, che abolì la pena di morte e la tortura. Fu il primo al mondo e lo fece addirittura tre anni prima della Rivoluzione francese. Il sovrano illuminato è una figura che detiene un potere, ma lo usa per smaltire questo potere.

Vuoi dire che esiste un potere buono?
Esiste un potere che nega se stesso. Anche Basaglia era in questa situazione, o Cotti. «Il potere è un male in sé», dice Burckhardt, che non era un anarchico. Potremmo poi considerare che quando qualcuno lotta contro un potere costruisce altri poteri, che è il limite della Rivoluzione. Ma tornando sull'argomento, è importante che il potere sospenda se stesso anche nelle relazioni psicanalitiche e psicoterapeutiche, oltre che in quelle psichiatriche, perché anche qui esiste. Troppo spesso abbiamo visto il terapeuta impedire al paziente di esprimersi e autodeterminarsi, condurlo a dire ciò che vuole sentire l'analista: Freud interpretava ogni colloquio dal punto di vista dei problemi sessuali, Jung in termini simbolico-religiosi, Adler mediante la volontà di potenza. C'è sempre il rischio che il terapeuta non permetta al paziente di parlare dei suoi problemi reali. Questo potere va mitigato, sospeso, negato.


Sintomi e sofferenza
Poniamo il problema dell'istruzione dei tecnici e dei professionisti borghesi, ovvero dell'educazione dei medici. Come si comporta l'Università nei confronti delle correnti iniziate da Ronald Laing, Thomas Szasz, Cooper, Basaglia, Goffman e altri?
Le università per lo più li ignorano, li trascurano oppure li travisano. A volte li fanno passare per buone persone che trattavano bene i ricoverati, altre volte li spacciano per teorici ingenui, che avevano certe loro strane fantasie poco fondate.

Possiamo interpretare l'esordio di un “disturbo mentale“ come un'istanza di rivolta sociale intrapresa da un soggetto sottoposto ad una relazione di potere?
Non precisamente. Solo perché ho pensieri diversi da quelli imposti o da quelli della maggioranza, non divento con ciò immediatamente un critico del potere. Tuttavia possiamo dire che entro in conflitto con quel potere non appena cerco di applicarli. Allora sì, ci si ribella o ci si ritira, adeguandosi pian piano alle forme dell'ordine costituito, vuoi per paura, vuoi per reali minacce, per vivere, per convivere. Parliamo di conformismo, ma questa è già la banalità del male, è già Hannah Arendt.

E i sintomi?
Non parlo mai di sintomi. Parlo di sofferenza. A provocare sofferenza è il fatto che tutte le esigenze di libertà ed espressione interiore che abbiamo si scontrano con una società che ci limita.
Schizofrenico, per esempio, è un termine che non accetto, è l'etichetta attribuita a una presunta malattia mentale. Significherebbe che un cervello è diviso in due, che è un'assurdità. Il cervello è divisibile in quanto organo, il pensiero non è divisibile. Dobbiamo storicizzare. Il termine fu inventato da Bleuler, uno svizzero dei tempi di Freud, per definire il comportamento di coloro che erano già stati rinchiusi. Doveva descrivere alcune presunte contraddizioni dei suoi pazienti reclusi, che reinterpretate alla luce delle situazioni dei soggetti appaiono invece perfettamente coerenti. Spesso gli intellettuali credono di farsi belli pronuncindo il termine “schizofrenico“ in luogo di “contraddittorio“ o apparentemente contraddittorio, ma non significa niente.

Che ne è allora dei sintomi positivi, anche rinunciando all'etichetta, che ne è di chi sente le voci?
Non sono sintomi. Qui si tratta di trovare delle scuse per rinchiudere certe persone. Tutti possiamo sentire delle voci. Sono stati gli psichiatri a dire che questo è un sintomo di malattia. Io non uso mai termini psichiatrici, ricorrere al gergo psichiatrico è già l'inizio di un equivoco. Sentire le voci è immaginazione. Io posso sentire ancora la voce di mia madre che mi parla, posso sentire la tua voce quando te ne sarai andato, come è possibile stabilire se la sento fisicamente o interiormente? Con quali paramentri? Il problema è che il paziente si abitua a pensare con la logica dello psichiatra, con l'interpretazione che gli viene imposta a suo danno. Si tratta unicamente di potere.
Se Padre Pio rientra nell'istituzione della Chiesa diventa un santo, gli portano persino in giro il corpo da morto, se invece una persona che non conta nulla dice molto meno di Padre Pio, per esempio dice che si sente un santo, lo sbattono in manicomio. Il manicomio colpisce le persone che hanno poco potere, oppure che ne hanno meno di chi ha deciso di internarle. La psichiatria è una questione di potere. Se nella famiglia tradizionale il marito ha più potere della moglie, è facile che sarà ricoverata la moglie se lui decide che lei non va bene e la vuole far “curare“. Attraverso uno psichiatra la farà prendere con la forza e portare via. Non può succedere il contrario, se la moglie ha meno potere.
C'è sempre qualcuno che ha più potere e decide sulla testa di chi ha meno potere. Anche un uomo privilegiato, un pezzo grosso, può finire ricoverato, ma è perché ci sono altri che hanno interesse ad eliminarlo, i concorrenti, i figli o altre persone. Lo fanno passare per uno che non ragiona bene e lo mettono da parte. Lo Stato usa la psichiatria per mantenere l'ordine così come stabilito dalla ristrettezza dei costumi, o dalla ristrettezza delle sue leggi o usanze, tuttavia chiunque entra nella vita di una persona per eliminarla psichiatricamente è una persona che ha più potere di quella che viene eliminata.
Pensiamo al famoso caso Dora, di Freud. Dora è insidiata da un uomo anziano (lei è giovanissima), che è il marito dell'amante di suo padre. Il padre, avendo un'amante, chiude un occhio sul concorrente che insidia sua figlia. Quando Freud se ne occupa non dice che bisogna prendere questi due uomini e dirgli di smettere di fare prepotenze sulle donne: cura Dora, invece. Questo per mostrare che gli uomini di potere, quando fanno cose non giuste, si rifanno su persone che non hanno potere (infatti la ragazza, nel gruppo, era quella con meno potere di tutti). Freud accettò questo stato di cose, patrocinò questo squilibrio di potere. Anche Freud era prigioniero di questo modo di pensare, anche Freud assunse un potere insieme agli altri due uomini, e a Dora non restava niente.
Ovunque arrivano gli psichiatrici interpretano fatti culturali. I fatti culturali non sono semplici. Bisogna interpretarli nei termini di quelle culture e delle variazioni di culture, senza bisogno che vi si introducano i termini della psichiatria, che si inserisce non solo con le parole, ma con i fatti. Non solo procede senza rispettare quel pensiero e chi ce l'ha, ma lo reprime.

Secondo te esistono presunti isterismi, schizofrenie, attacchi di panico che possono essere ricondotti all'azione di rapporti di potere quotidiani, anche in famiglia, che instaurano un controllo sociale, impongono aspettative unilaterali, orizzonti d'attesa soffocanti e altro?
Se tu dici che molte delle nostre sofferenze derivano dal fatto che non possiamo esprimerci appieno, è qualcosa che diceva anche Freud. Basta pensare alla limitazione costumi della donna, per esempio.



Origini storiche
e legittimazione
Quali sono le origini storiche della psichiatria?
Schematizzando possiamo trovare un primo sviluppo della psichiatria durante l'Illuminismo, con l'alternativa secondo la quale una cosa è logica o non lo è. Lo sviluppo vero e proprio però è dalla Rivoluzione francese in poi, con Pinel e altri. C'è poi chi mette in relazione, sul piano degli approcci, la psichiatria con l'Inquisizione. Questo è interessante perché l'Inquisizione, struttura di potere, giudicava sulla base del pensiero, o anche dell'intenzione, cosa che fa anche la psichiatria. Un inquisitore non condannava soltanto per un fatto avvenuto, ma anche per uno che sarebbe potuto accadere. Poteva esserne interessata una donna che con certe erbe curava i dolori del parto, perché non era un medico ufficiale. Oppure una donna che si metteva in testa di trovare dei rimedi senza essere un medico. Sia il fatto sia l'intenzione sono motivo di repressione.
Quando uno psichiatra sostiene che qualcuno può essere pericoloso spesso fa un processo alle intenzioni, perché è possibile che quella persona non abbia mai fatto niente di male a nessuno. Recentemente hanno applicato il trattamento sanitario obbligatorio a due persone a Padova e a Torino, Mauro Guerra e Andrea Soldi, due persone che non avevano fatto niente e le hanno ammazzate. Si tratta di un processo all'intenzione, al pensiero.

Sul piano medico la psichiatria come si è guadagnata la sua posizione, la sua legittimazione?
C'è stata la congiunzione, all'epoca di Pinel, del pensare diversamente con l'avere un cervello diverso. L'idea ha avuto seguito con alcuni successori, come Lombroso, secondo il quale la prostituta ha un cervello e l'artista ne ha un altro. Idea assurda, tant'è che anche Tolstoij quando incontrò Lombroso lo definì “un vecchietto insignificante“. I seguaci di Lombroso poi volevano rinchiudere Leopardi, semplicemente perché aveva un punto di vista differente e critico su tutto. Decisero che aveva un cervello che funzionava male, che aveva un problema fisico: la malattia di mente. Quando morì Leopardi qualcuno scrisse sul Corriere della sera che era un fortuna che fosse morto, altrimenti sarebbe finito in manicomio. *
Oggi lo “squilibrio chimico“ è esattamente una sostituzione della teoria lombrosiana della diversità del cranio. Lombroso diceva che il cervello del deviante era diverso, gli psichiatri di oggi dicono che c'è uno squilibrio chimico.

Nel 1961 Thomas Szasz propose l'interpretazione dell'isterismo di conversione come una forma di comunicazione non verbale, inaugurando un approccio semiotico del comportamento umano. Come si spiega questo fenomeno?
Se mia moglie soffre per un mio comportamento, e non me lo può dire, dirà che ha mal di testa, o le verrà il mal di testa. Si può usare il proprio corpo per esprimersi quando ci viene impedito di farlo direttamente. La psicanalisi ha fatto il percorso al rovescio: siccome un soggetto aveva dolori di testa, il mal di pancia o altri fastidi che non avevano un'eziologia fisica ma derivavano da un'impossibilità di comunicare, rimediava a questo cercando di comunicare. Se la terapia riesce a fare questo aiuta la persona. Chi non può comunicare si serve di altri mezzi, se invece riprende a esprimersi questi mezzi non servono più.
Il problema è che la psichiatria classifica questi problemi come malattia, non come disagio; è molto diverso. Se io rifletto sugli attentati che possono verificarsi a Parigi o a Berlino, oppure penso che sto andando avanti con gli anni ed è facile che muoia, faccio degli esempi, a un certo punto l'attacco di panico è una conseguenza dell'accumularsi di queste paure. Quando la paura è così forte e le paure sono così tante, a un certo punto hanno anche degli effetti fisici, come insegna la medicina psicosomatica.


In realtà si tratta solo
di pregiudizio
Quali sono i fattori in base ai quali si stabilisce che una persona è malata di mente? Chi ha l'autorità di farlo?
Il fattore è solo il pregiudizio. Un pregiudizio dice che certe esperienze sono esperienze che non devono esserci e che derivano da un difetto della persona, del suo cervello. Chi lo decide naturalmente è uno psichiatra.
Se in tribunale emerge il problema della sanità mentale, l'avvocato difensore assume un perito che dimostri che l'imputato è malato di mente per farlo fuggire alla pena, l'accusa ricorre a un perito che sostiene sia sano di mente per fargliela pagare. Succede che due periti psichiatri, sulla stessa persona, per la stessa ipotesi di reato, nello stesso momento dicano rispettivamente che sia sano e malato di mente. Il fatto è puramente arbitrario, ce lo dimostra bene il tribunale. La psichiatria è arbitraria, può sostenere contemporaneamente che la luna è qui un satellite e lì una stella.
Un perito psichiatra si arroga la possibilità di dire se una persona ragiona o non ragiona bene. Se non ragiona bene ha dei difetti nella testa, un tempo fisici e oggi biochimici. Al servizio del potere costituito.

Quando gli strati più avanzati dell'intellighenzia hanno superato certi criteri e paradigmi (l'inconscio, l'isteria, l'omosessualità come malattia...) ecco che questi sono appena stati assorbiti dagli strati più popolari, dove si inizia a pronunciare la parola inconscio, ad accusarsi di isteria o di schizofrenia negli scambi più prosaici e quotidiani. La realtà è anacronistica?
Questi fatti corrispondono piuttosto al fatto che la psichiatria ha dominato il pensiero tanto delle popolazioni quanto delle persone più importanti, compresi i filosofi, che hanno usato queste categorie a servizio del potere dello Stato e della psichiatria.

Se una relazione di potere può essere foriera di sofferenza, senza il supporto della psichiatria quali sono gli strumenti di chi soffre per gestire un abuso di potere o un controllo sociale?
Se è possibile parlare con la persona e capirne i problemi, magari indicando anche le soluzioni utili, questo è sufficiente. Non si nega che l'aiuto sia necessario, ma che lo sia la figura dello psichiatra. In una società con un elevato livello di comunicazione forse gli psichiatri non esisterebbero nemmeno, ma lasciamo le utopie. Il problema è che una persona che soffre ha bisogno di comunicare per capire cosa fare per liberarsi della sofferenza. Ma è difficile pensare a un mondo in cui la libertà sia davvero un valore di fondo, in cui non esistono stratagemmi per limitare le persone e costringerle a pensare ciò che si vuole far loro pensare.


Moreno Paulon


* In relazione a questa frase, sul numero successivo ("A" 409, estate 2016) è stato pubblicato il seguente errata corrige: "Giorgio Antonucci fa riferimento a quanto scrisse il Corriere della sera quando morì Giacomo Leopardi.
Si tratta di un evidente errore, dato che Leopardi morì nel 1833 e il Corriere della sera iniziò le pubblicazioni nel 1876. Ci fu effettivamente uno scritto in tal senso sul Corriere della Sera, ma al momento Giorgio Antonucci non è in grado di rintracciarne il ritaglio e quindi di specificarne la data. Se ne scusa con i lettori".


domenica 1 febbraio 2015

Le nuvole di Picasso - Alberta Basaglia

Alberta è una bambina attenta, figlia di Franco, il padre sta scrivendo un pezzo di storia e lei vede tutto da dentro.
all'inizio vede tanta gente strana, a Gorizia, ma per una bambina, non troppo strana come per i grandi, poi crescendo capisce di chi è figlia e nel '68 sarà l'unica giovane che non potrà ribellarsi al padre.
dice Franco Basaglia, e nel libro di Alberta è citato: “di volta in volta sono stati gli schiavi, il proletariato, i negri, gli ebrei, i ‘matti’, le donne, i bambini, gli ‘irregolari’, i ‘disadattati’, gli ‘elementi di disturbo’”. 
un libro da non perdere, una sorpresa bellissima, non ve ne pentirete, promesso - franz





Non serve dare un senso a faccende che molte volte spiegazioni non hanno. E nessuno dei grandi ha mai ritenuto fosse giusto “spiegare”, semplicemente bastava vivere. Anche l’ansia che a volte si percepiva. Era nello stato delle cose. Noi bambini non ne siamo mai stati tagliati fuori, perché non esistevano cose da grandi e cose da piccoli. Eravamo tutti solo persone. Al massimo potevamo rappresentare dentro di noi, a nostro modo, realtà adulte. Per fare un esempio, prendiamo La passione secondo Matteo di Bach che il personale della Clinica Neurologica di Padova aveva regalato a papà per il trasferimento a Gorizia: ero convinta che fosse cantato e suonato dai medici e dagli infermieri del reparto, un’orchestra perfetta. Avevo ovviamente preso un bel granchio, ma quelle note le sentivo e le apprezzavo comunque. La realtà è la stessa per tutti, e non importa se la vivi a modo tuo o se fraintendi qualcosa, lei ti spetta comunque di diritto. Grande o piccolo che tu sia. Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell'ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all'altra, insieme all'odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. I loro discorsi erano anche i nostri. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

…il racconto delle storie di tante internate, riemerse da vecchie cartelle cliniche, conferma l’opinione che la logica dei manicomi pre-legge 180 (lontano dagli occhi, lontano dal cuore)  letteralmente uccideva le vite “escluse e ignorate”, e che quindi è assolutamente necessario proseguire sulla strada aperta dal padre.
Malgrado si legga benissimo al punto da poterlo esaurire d’un fiato, è il caso di soffermarsi sulle riflessioni che il libro stimola quadro per quadro, che sicuramente aiuteranno a comprendere la genesi di una legge che comunque divise l’opinione pubblica del tempo, ma anche a guardare con un occhio più consapevole e maturo alla “malattia mentale” e soprattutto alla vita di quanti ne sono colpiti, che comunque “vita” è e deve restare.

mercoledì 28 gennaio 2015

I giardini di Abele

certo che vedere questo reportage di Sergio Zavoli, su Franco Basaglia e i matti (Alda Merini stava in quella schiera), a TV7, dev'essere stato un colpo per molti *** - franz



qui la versione integrale, con 10 minuti in più, con interviste a malati.

Le immagini, tratte da un documentario realizzato da Sergio Zavoli, nel 1968, raccontano la straordinaria esperienza terapeutica condotta dallo psichiatra Franco Basaglia nel manicomio di Gorizia, all’inizio degli anni Sessanta. 
Si tratta di un’autentica rivoluzione nella psichiatria italiana, che restituisce ai malati un ruolo umano e sociale, tramite una continua comunicazione con chi li cura. La natura carceraria dell’istituzione è eliminata e si comincia a studiare la natura del pregiudizio nei confronti del malato, formatosi storicamente con l’avvento della società borghese, che impone l’emarginazione degli elementi socialmente improduttivi. 
L’unità audiovisiva mostra gli addetti ai lavori - infermieri, psicologi e medici - intenti a discutere della validità dell’esperienza di Gorizia e lo stesso Basaglia, che spiega le ragioni del suo metodo terapeutico e svela le contraddizioni sociali che, fino a quel momento, avevano di fatto creato “due distinte psichiatrie”, per i poveri e per i ricchi. E’ importante, secondo il grande psichiatra, avvicinarsi alla persona che soffre in un modo estremamente dialettico, che trascende la semplice figura “tecnica” del medico, con l’interesse rivolto prevalentemente al malato piuttosto che alla malattia.
da qui

***allora la TV era questa, tra l'altro, oggi è "il grande Fratello" e "Uomini e donne", questo guardano le mie alunne e i miei alunni (non tutti, ma davvero molti), difficile credere in qualcosa di buono per tutti noi.