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venerdì 31 ottobre 2025

Il delitto Mattarella e l’omicidio di La Torre: quella targa rubata a Palermo e trovata a Torino che può collegare i mafiosi ai neri

di Giuseppe Pipitone, Marco Lillo, Saul Caia

L'INCHIESTA - Scomparsa nel capoluogo siciliano alla vigilia del delitto del leader comunista, trovata in un covo dei Nar a 1.500 km di distanza, è stata indicata per anni come la prova regina del delitto del fratello del capo dello Stato. Ipotesi accantonata dalla procura nell'ultima inchiesta. Ma la targa PA563091 può ancora illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e neofascisti

 

Unisce Palermo a Torino, ma potrebbe collegare anche gli ambienti di Cosa Nostra a quelli dell’eversione nera, sullo sfondo dei delitti eccellenti. Nell’ultima inchiesta della Procura di Palermo sull’omicidio di Piersanti Mattarella si torna a parlare della targa usata per camuffare l’auto utilizzata dai killer dell’ex presidente della Sicilia. E che nell’originaria ipotesi investigativa avrebbe potuto legare la mafia al mondo del terrorismo di destra. Nella richiesta di arresto per l’ex prefetto Filippo Piritore, finito ai domiciliari con l’accusa di depistaggio, si dedica un paragrafo a questo pezzo di plastica rettangolare dato per disperso negli atti ufficiali e che invece è custodito ancora oggi all’ufficio corpi di reato del tribunale di Palermo. Negli ultimi quarant’anni quella targa ha colpito l’attenzione delle migliori menti investigative italiane. Sono due lettere e sei numeri in bianco su sfondo nero: PA563091. È una targa famosa, anzi famigerata perché fu sequestrata dai carabinieri il 26 ottobre del 1982 a Torino in via Monte Asolone, all’interno di un appartamento usato dai terroristi di Terza posizione e dei Nuclei armati rivoluzionari. Che ci faceva quella targa rubata a Palermo in un covo di neofascisti a Torino? Nessuno si è posto questa domanda per sette lunghi anni. Poi nel 1989 il magistrato Loris D’Ambrosio si accorge di una singolare coincidenza: PA563091 è una sequenza composta dagli stessi numeri “avanzati” nella creazione della targa finta fabbricata dagli assassini di Piersanti Mattarella.

Il 6 gennaio del 1980 l’allora presidente della Regione Siciliana viene ucciso sotto casa sua da due killer, che poi fuggono a bordo di una Fiat 127 targata PA546623. È il risultato di un mix di targhe rubate: PA54-0916 e PA53-6623. Da quell’operazione avanzano appunto due frammenti di targa: PA53 e 0916. Due anni e mezzo dopo, il 26 ottobre 1982, i carabinieri fanno irruzione in via Monte Asolone nel capoluogo piemontese: a verbale scrivono di aver sequestrato “due pezzi di targa di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il numero 563091”. D’Ambrosio unisce i puntini e l’8 settembre del 1989 firma una relazione che sottolinea come la targa trovata a Torino (PA563091) sia composta esattamente dalle stesse cifre “avanzate” dalla creazione della targa usata nell’omicidio Mattarella (PA53-0916).

La pista delle targhe

L’intuizione di D’Ambrosio colpisce l’attenzione di Giovanni Falcone, da tempo impegnato nelle indagini sugli omicidi politici commessi in Sicilia. Il giudice istruttore Gioacchino Natoli va ad acquisire la targa di via Monte Asolone, che nel frattempo era stata inviata a Roma. Il ragionamento investigativo è semplice: se quella targa è composta da più pezzi incollati allora vuol dire che i Nar sono coinvolti nell’omicidio di Mattarella. Natoli va a Roma, si fa consegnare la targa e scopre che è integra. Ad accusare Giusva Fioravanti ci sono le dichiarazioni di suo fratello Cristiano e il riconoscimento di Irma Chiazzese, vedova Mattarella e testimone oculare del delitto. Ma la presunta prova regina rappresentata dalla targa perde consistenza: nei due anni e mezzo di vita che lo separano dalla strage di Capaci, Falcone non se ne occuperà più. Come D’Ambrosio e Natoli. Fioravanti viene processato insieme a Gilberto Cavallini per l’omicidio Mattarella ma viene assolto in via definitiva. Condannati, invece, i boss della cupola di Cosa Nostra, indicati come mandanti. Oscuri ancora oggi gli esecutori del delitto.

L’ipotesi della manina

Passa quasi un quarto di secolo e la pista delle targhe riemerge: nel 2014 Giovanni Grasso (oggi portavoce di Sergio Mattarella al Quirinale) racconta l’intuizione investigativa di D’Ambrosio nel suo libro Piersanti Mattarella, da solo contro la mafia (San Paolo). Nel 2017 Franco Roberti, all’epoca capo della Direzione nazionale antimafia, chiede al procuratore di Palermo – che era Franco Lo Voi – di verificare se quella targa fosse autentica o falsa, cioè “assemblata con i pezzi residuati dal camuffamento effettuato sulla Fiat 127 utilizzata per l’omicidio Mattarella”. Un interrogativo che da anni si pongono i migliori saggisti e giornalisti italiani. Da ultimo Report a maggio scorso rilancia l’ipotesi di Andrea Speranzoni, avvocato dei familiari delle vittime della strage di Bologna, il quale ipotizza che la prova regina della pista nera nel delitto Mattarella potrebbe essere stata sottratta da una “manina”: qualcuno avrebbe sostituito i due frammenti originari con una targa integra “salvando” così i Nar nelle indagini sull’omicidio Mattarella. A sostegno di questa tesi si cita un documento del 2004 in cui il tribunale di Roma attesta la distruzione di tutti i reperti sequestrati in via Monte Asolone nel 1982, compresi quei due pezzi di targa.

La targa è integra e autentica

La pista è stata esaminata e scartata dal procuratore Maurizio de Lucia e dai sostituti Antonio Carchietti e Francesca Dessì nella richiesta di arresto dell’ex prefetto Piritore. Prima di dedicarsi al guanto trovato il 6 gennaio 1980 sull’auto usata dai killer e poi misteriosamente sparito, i pm spazzano il campo dai vari elementi della cosiddetta “pista nera” che hanno seguito senza risultato. Il primo è appunto la targa. I magistrati spiegano di aver ritrovato negli archivi palermitani “quanto descritto nel verbale di perquisizione” dei carabinieri del 1982, e cioè “effettivamente e chiaramente” due pezzi di targa “di cui uno comprendente la sigla PA e uno contenente la sigla PA e il n. 563091”. Allora cosa è stato distrutto a Roma? Spiegano i pm: “Con il provvedimento del 15 giugno 2004, vennero distrutti tutti i reperti (tra cui altre targhe pure sequestrate nel medesimo covo) facenti parte del plico n. 110116 ad eccezione di quello recante il n. 42 che, essendo stato trasmesso al Tribunale di Palermo e acquisito al procedimento penale relativo all’omicidio del Presidente, rimase regolarmente custodito agli atti”. Semplicemente, dunque, quel verbale di distruzione dei carabinieri di Roma contiene un errore. Ipotizza la distruzione di tutti i reperti senza tener conto che quella targa PA563091 (solo quella) era da quindici anni a Palermo, portata lì da Natoli nel 1989. Nessuna distruzione, dunque. “Una volta recuperati i due pezzi di targa sequestrati in via Monte Asolone a Torino, la targa intera PA 563091 è apparsa ictu oculi integra (cioè non formata da spezzoni incollati tra loro), circostanza questa che, verosimilmente, non suggerì, ai tempi della sua originaria acquisizione, il compimento di ulteriori approfondimenti che, tuttavia, sono stati ugualmente disposti nell’ambito del presente procedimento”, continuano gli investigatori palermitani, risolvendo così un giallo vecchio di quattro decenni.

Verbali scritti male

Anche il verbale dei carabinieri che fecero irruzione nel covo dei Nar, datato 1982, era probabilmente scritto male: riporta l’esistenza di “due pezzi di targa” ma in effetti si tratta di un frammento – PA – e di una targa integra PA563091. Lo certificano anche la consulenze tecniche del perito Carmelo Calzetta, che tra il 2020 e il 2022 spiega come i reperti analizzati non presentino “punti di discontinuità, né lesioni, né fratture, né segni di alterazione e/o contraffazione e pertanto sono costituite da una unica, integra e continua lastra di materiale plastico non proveniente da assemblaggio mediante collanti o altro tipo di adesivo di pezzi originariamente distinti da altri esemplari di targhe”. Si tratta dunque di targhe “verosimilmente originali”. Insomma, per i pm non c’è dubbio: la targa sequestrata nel covo dei Nar a Torino nel 1982 è la stessa di quella esaminata la prima volta a Palermo nel 1989 e poi di nuovo 30 anni dopo. Ed è integra ed autentica. Nessuna manina, dunque.

Menti raffinatissime

Bisogna ripartire dal dato iniziale: la targa PA563091, sequestrata nel covo di Monte Asolone, apparteneva a una Renault 14TS immatricolata il 3 marzo del 1980 nel capoluogo siciliano, quindi quasi due mesi dopo il delitto Mattarella. Era intestata a Rosalia L., una donna di Palermo residente in via Ruggero Marturano, non lontano dalla zona di Resuttana-Colli. La targa di quella Renault viene rubata il 24 marzo del 1982, come risulta dalla denuncia presentata da Antonino B., il marito della donna. Chi è che compie quel furto? E per quale motivo? Ma soprattutto: come fa quella targa rubata a Palermo nel marzo del 1982 a ricomparire a Torino, in un covo dei Nar, sette mesi dopo? Eluso finora dalle inchieste giornalistiche e giudiziarie, questo è forse il punto centrale della questione. Anche se integra e autentica, infatti, la sequenza PA563091 ha comunque una straordinaria particolarità: contiene esattamente le stesse cifre “avanzate” dalla fabbricazione della targa falsa usata per l’omicidio Mattarella. Una caratteristica che a Palermo, nel 1982, era condivisa da poche altre targhe. È solo una coincidenza? O chi l’ha rubata ha scelto appositamente la Renault della signora Lombardo, consapevole che quei numeri avrebbero rimandato al delitto del presidente della Sicilia? Se fosse vera questa seconda ipotesi, c’è da chiedersi per cosa doveva servire la targa sottratta alla signora Lombardo: forse per firmare un altro omicidio eccellente? Sarebbe un’operazione da menti raffinatissime.

Il legame col delitto La Torre

Di sicuro c’è solo che il furto della targa PA563091 avviene nello stesso periodo in cui Cosa Nostra comincia a pianificare un altro delitto politico: quello di Pio La Torre, segretario del Partito Comunista in Sicilia e leader del movimento pacifista, contrario all’installazione dei missili nucleari della Nato sull’isola. Il 4 aprile 1982, 11 giorni dopo la sottrazione della targa dalla Renault, viene rubata un’altra targa, che sarà poi usata nell’agguato contro La Torre, il 30 aprile dello stesso anno. Nei giorni precedenti all’omicidio erano state rubate anche una moto Honda e una Fiat Ritmo, cioè i mezzi usati dal commando di killer. Quei furti avvengono nella zona di Resuttana Colli, non distante da dove la signora Rosalia L. aveva parcheggiato la sua auto: è possibile che a mettere a segno quei colpi siano le stesse persone? Nulla riscontra questa tesi ma è una domanda lecita. Una cosa è certa: sulla Ritmo usata dai killer di La Torre non verrò montata la targa PA563091, che invece si materializzerà sette mesi dopo e 1.500 chilometri più a nord: a Torino, nel covo dei neofascisti. Come ci è finita? All’epoca del furto Fioravanti e Mambro erano già in carcere, mentre altri esponenti di primo piano dei Nar, come Giorgio Vale, erano braccati dagli investigatori a Roma. Secondo Fabrizio Zani, neofascista e inquilino del covo di via Monte Asolone e in stretti rapporti con Fioravanti, Cavallini e Mambro, sono stati i carabinieri di Mario Mori a piazzare quella targa a casa sua. Zani sottolinea una stranezza oggettiva: in quel covo vennero compiute due perquisizioni, una il 20 ottobre e una seconda la sera del 26. L’obiettivo, secondo questa tesi non considerata credibile dai magistrati, sarebbe stato quello di indirizzare le indagini sul delitto Mattarella verso i neri. Un “impistaggio”, ma con un piano complesso e inverosimile: nell’aprile del 1982 i carabinieri – o qualcuno su loro input – avrebbero dovuto rubare la targa alla signora L.a Palermo, con l’obiettivo di piazzarla nel covo di Torino nell’ottobre successivo, prevedendo che qualcuno notasse prima o poi la compatibilità con gli spezzoni dell’omicidio Mattarella. Cosa che avverrà con la relazione D’Ambrosio, ma solo ben sette anni dopo. A quel punto scatta “l’impistaggio”, che definire raffinato è riduttivo. Va detto che Zani non è stato considerato credibile dalla corte d’Assise di Bologna che ha condannato Cavallini all’ergastolo per la strage alla stazione. La domanda dunque resta inevasa: come ha fatto la targa PA563091 rubata a Palermo alla vigilia di un importante delitto di mafia a finire nel covo dei Nar a Torino?

Quella Bmw di Cavallini finita a Palermo

C’è un altro dato che emerge dai vecchi atti delle indagini sui Nar e sull’omicidio Mattarella: la targa fa quasi il percorso inverso di una BMW 735 targata MI39213G. Rubata a Salsomaggiore nell’ottobre del 1980, avvisata a Milano negli anni successivi, è l’ennesima auto con una targa finta di questa storia. Era stata intestata in modo fasullo a Giovanni Bottacin, cioè le generalità usate da Cavallini, che per guidare quella Bmw senza dare nell’occhio l’aveva camuffata con una targa di un taxi. Quella macchina doveva servire ai neri per rapire uno dei Benetton, ma a un certo punto scompare dai radar per poi ricomparire a Palermo in mano a uomini di Cosa Nostra. La vicenda è stata ricostruita già 35 anni fa, nell’ordinanza-sentenza sui cosiddetti delitti politici, cioè quelli di Mattarella, di La Torre e di Michele Reina, segretario della Dc a Palermo, il cui caso è stato recentemente riaperto dalla procura di Palermo. “Non posso nascondere che nella mia ansia, tuttora attuale, di capire che cosa ha fatto realmente mio fratello Valerio, avrei voglia di continuare a dare il mio apporto alle indagini e al riguardo, posso soltanto dire che, ad esempio, sono ansioso di sapere come mai una Bmw di cui Cavallini aveva la disponibilità a Milano e che doveva servire per il sequestro del figlio di Benetton, è stata poi trovata a Palermo”, aveva raccontato Cristiano Fioravanti ai magistrati. Dalle indagini venne fuori che quella macchina era finita in un autoparco nel quartiere di Pallavicino, gestito da Francesco Buffa, considerato dagli inquirenti mafioso e amico di due neofascisti come Francesco Mangiameli e Alberto Volo: il primo venne assassinato da Fioravanti nel settembre del 1980, il secondo diventerà confidente di Falcone, al quale racconterà dell’esistenza di strutture paramilitari segrete poi note come Gladio. “Appare significativo il fatto che la Bmw di Milano sia finita a Palermo e – guarda caso – sia passata (nonostante la apparente distanza tra i due luoghi) dal Cavallini al Buffa, che aveva avuto rapporti sicuri col Mangiameli e col Volo. Anche in questo caso, ci si può comodamente rifugiare nel mondo delle coincidenze, però è statisticamente improbabile e contrario alla logica credere alle stesse”, scrivevano gli inquirenti palermitani. Insomma: da una parte c’è una macchina che dai neofascisti a Milano finisce in mano ai mafiosi in Sicilia, dall’altra una targa scomparsa a Palermo che si materializza in un covo di neri a Torino.

Neri e mafiosi

Oltre a essere amico dei estremisti di destra, Buffa era anche considerato un uomo d’onore di Resuttana, il mandamento dei Madonia, potente famiglia mafiosa con alcune peculiarità. “Vantavano dei rapporti con alcuni terroristi di destra, mi parlavano pure di rapporti che avevano con esponenti dei servizi segreti”, ha messo a verbale, tra gli altri, il pentito Francesco Onorato. A vantare legami coi neri e con le spie era soprattutto Nino Madonia, uno dei boss più enigmatici della famiglia. Killer specializzato in delitti eccellenti, insieme a Giuseppe Lucchese è recentemente finito indagato nell’ultima inchiesta della procura di Palermo sul delitto Mattarella. Di un possibile coinvolgimento di Madonia nell’omicidio dell’allora presidente della Sicilia parlava già la corte d’Assise d’Appello di Palermo che assolse Fioravanti nel 1998, sottolineando l’esistenza di una presunta somiglianza fisica tra il mafioso e il terrorista nero all’epoca dei fatti. Per anni il dualismo Fioravanti-Madonia ha tolto il sonno a investigatori, magistrati e giornalisti che si sono occupati del caso. Meno complessa, invece, l’indagine che nel 2004 ha portato Madonia e Lucchese a essere condannati come esecutori del delitto La Torre.

La compenetrazione

L’omicidio del leader comunista non è legato a quello di Mattarella solo dal punto di vista investigativo. I due politici, infatti, avevano un rapporto solido. Dopo il delitto Mattarella, La Torre intervenne alla Camera riportando un dialogo avuto con l’allora presidente della Regione a proposito dell’assassinio del giudice Cesare Terranova e dell’arrivo in Sicilia di Michele Sindona. “Ti rendi conto che questo è un sistema di potere che va al di là della Sicilia? Io penso che ci sia ormai un rapporto tra la mafia e il terrorismo”, sono le parole che avrebbe pronunciato il leader del Pci. Mattarella avrebbe risposto: “Io penso a qualcosa di peggio”. Di rapporti tra mafia e terrorismo parla pure Giovanni Falcone nel 1988, quando riferisce alla Commissione Antimafia proprio delle indagini sul delitto Mattarella: “Si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani”. Chi all’epoca lavorava con Falcone racconta che il giudice era molto interessato a questa ipotesi della compenetrazione tra neri e mafiosi nei delitti che hanno segnato la storia del nostro Paese. Oggi una targa rubata a Palermo alla vigilia del delitto La Torre, trovata in un covo dei Nar a Torino e indicata per anni come la prova regina del delitto Mattarella potrebbe illuminare di una luce nuova i rapporti tra mafiosi e neofascisti sullo sfondo dei misteri italiani.

da qui

mercoledì 22 gennaio 2025

CIA, sempre CIA

 

La matrice tutta atlantista dell’omicidio Mattarella - Pino Arlacchi

La storia è sempre storia del presente. Purtroppo, mi è venuto di pensare osservando le reazioni al docu-film Magma che ricostruisce il delitto Mattarella del 1980. Il filo conduttore dell’opera è la ferma convinzione di Giovanni Falcone che si fosse trattato di un assassinio politico di matrice “atlantica”. Un caso Moro bis a meno di due anni distanza. Perché siamo nel presente? Lo siamo perché siamo in mezzo a una guerra in Ucraina la cui lampante matrice è, appunto, “atlantica”.

Matrice atlantica significa né più né meno che un’origine imperiale, radicata negli interessi e nella volontà superiori dell’impero americano. Matrice atlantica significa violazioni del diritto internazionale nel caso dell’Ucraina, e violazioni del diritto penale e della sovranità nazionale nei casi Moro, Mattarella e La Torre. Significa mettere in atto ingiustizie e degenerazioni delle istituzioni democratiche da negare e nascondere con ogni mezzo soprattutto nei campi di battaglia dei satelliti, cioè nei luoghi della sovranità limitata. Il delitto Mattarella fu un caso Moro bis perché fu uno degli ultimi capitoli italiani della Guerra fredda, avvenuta in Italia anche sotto forma della cosiddetta “Strategia della tensione”. Dico uno degli ultimi perché l’ultimo fu la strage di Capaci, accaduta dodici anni dopo ma come uno strascico della stessa Guerra fredda.

Mattarella era un uomo coraggioso, deciso a proseguire lungo il sentiero proibito dell’accordo di governo con i comunisti che era costato la vita del suo maestro. I

l presidente della Regione Siciliana era stato pesantemente avvertito – come Moro, minacciato esplicitamente da Henry Kissinger un paio di anni prima della sua fine – che il suo esperimento nell’isola violava il fattore K e lo esponeva alle sanzioni previste da Washington in questi casi. Mattarella va a Roma dal ministro dell’Interno Virginio Rognoni, suo compagno di partito e di corrente, che invece di rassicurarlo lo fa preoccupare ulteriormente. Dico questo perché la sua assistente ha confermato che il presidente era rientrato da Roma stravolto e le aveva chiesto di non parlare ad alcuno del suo incontro con Rognoni salvo la sua eliminazione fisica. E dico questo perché sono stato amico di Rognoni, il quale mi ha candidamente detto di aver consigliato Mattarella di essere più prudente e di abbassare i toni. Il vento interno alla Democrazia cristiana ormai spirava in direzione contraria, e il mini-compromesso storico siciliano era considerato come l’ultimo ostacolo alla normalizzazione post-Moro. Al rientro cioè dell’Italia nella sfera della completa fedeltà agli Stati Uniti.

Ho lavorato assieme a Falcone nel mettere insieme i diversi tasselli logici e fattuali dell’omicidio Mattarella e di quello, strettamente connesso, di Pio La Torre, avvenuto due anni dopo. Dove la matrice atlantica era ancora più pronunciata di quella del caso Mattarella, non essendoci qui alcuna seria pista concorrente da esplorare. La Torre aveva un conto aperto pluridecennale con Cosa nostra, ma la sua fine fu opera dei super-anticomunisti di Gladio e della P2 che lo odiavano per la sua battaglia contro gli euromissili in Sicilia.

Le indagini su entrambi i casi non approdarono, com’è noto, a nulla, e furono riprese da Falcone nei suoi ultimi anni, da Direttore degli affari penali del ministero di giustizia, quando era ormai privo di titolarità investigativa diretta. Le indagini furono depistate, si rivolsero subito contro il terrorismo di sinistra, e si concentrarono solo sugli esecutori.

Falcone mi disse di avere trovato una fonte attendibile interna all’estrema destra. Era venuta fuori una significativa partecipazione diretta di capimafia alla rete Gladio. C’era una base logistica Sismi a Trapani, e c’era stato un interessamento iniziale alle indagini da parte di Bruno Contrada – agente Sisde da noi ritenuto un avversario pericoloso.

In questi casi, concordavo con Giovanni, non bastava percorrere il solito processo induttivo che parte dalla scena del crimine e va verso l’alto. Non c’è mai, nei grandi delitti, “la pistola fumante”. Ci sono tanti, tantissimi indizi, e qualche prova. Occorreva perciò seguire anche il percorso inverso, deduttivo, dall’alto, reso possibile dalla caduta del Muro di Berlino e dallo “scaricamento” da parte americana di tutta la filiera andreottiana-piduista-Gladio-Servizi-Affari riservati.

Sono certo che percorrendo questo sentiero saremmo arrivati alla verità giudiziaria sui grandi delitti italiani. Ma si trattava di un sentiero già percorso, e i personaggi della connection atlantica erano in allarme rosso dopo il “si salvi chi può” lanciato da Andreotti con la sua denuncia-ricatto su Gladio del 1990. La loro risposta fu Capaci. E poi via D’Amelio.

Ho ricevuto in seguito importanti conferme dell’impronta imperiale sulle stragi avvenute prima e dopo Moro e Mattarella. Un agente Cia oggi in pensione e in servizio presso la stazione di Roma ai tempi del caso Moro, di fronte alle mie assillanti domande sul ruolo della sua agenzia mi rispose: “Non avete mai trovato prove sulla partecipazione della Cia e simili nel caso Moro, Mattarella e La Torre perché siete andati a cercare nella direzione sbagliata. Non siamo mai intervenuti direttamente perché non ce n’era alcun bisogno. Non eravate un paese del Terzo mondo dove dovevamo fare tutto noi. Avevate apparati di intelligence vasti e ben organizzati che sapevano bene cosa fare, che rispondevano a politici accorti i quali non avevano bisogno di ricevere autorizzazioni su cosa fare con chi superava le linee rosse. Era evidente che Moro, Mattarella e La Torre le avevano superate”.

Una seconda spiegazione l’ho ricevuta nel corso dei miei lunghi colloqui con Francesco Cossiga, e l’ho descritta nel mio libro su Giovanni e io. Cossiga fu l’unico politico atlantista ad ammettere apertamente l’esistenza in Italia di un regime di sovranità limitata. Secondo lui questa menomazione era giusta e necessaria. Il comunismo era un pericolo esistenziale e ci eravamo trovati perciò fino al 1989 in uno stato di guerra civile latente dove la democrazia e i diritti fondamentali, in Italia, erano stati rispettati “nei limiti del possibile”. E dove gli Usa erano l’alfa e l’omega della nostra sicurezza. La sua risposta alla mia ovvia domanda se le stragi e i delitti di Stato rientrassero in questo discorso era quella che “c’erano stati alcuni che avevano esagerato, ed erano usciti da limiti che anche in guerra bisognava rispettare”.

E la mafia? Incalzavo. “Su Moro non è c’entrava niente – rispondeva impaziente – Su Mattarella e La Torre credo di sì, ma non perché i mafiosi agissero da semplici killer. Erano ottimi amici degli Stati Uniti, anticomunisti come tutti noi, sempre pronti a compiacerci. Ma queste cose le sai, e le sapeva anche Falcone, e forse sarebbe arrivato il giorno in cui anche questo vecchietto lo avrebbe potuto aiutare. Ma è un’epoca passata, e tra qualche anno non ci sarà più nessuno in vita in grado di raccontarla a puntino. I protagonisti tutti in pensione, morti o troppo vecchi per ragionare”.

È per queste ragioni che credo non ci siano speciali segreti sepolti assieme al caso Moro, all’omicidio Mattarella, a Capaci e via D’Amelio. La verità giudiziaria completa non verrà mai alla luce perché è troppo tardi per raggiungerla. Ma una verità storico-politica convincente, sufficiente a spiegarne ragioni e significati, è già emersa, sia pure in parte, ed è su questa che occorre riflettere. Anche per capire meglio il presente.

da qui


Italia schiava della Cia da Abu Omar ad Abedini - Alessandro Orsini

Un accademico svizzero-iraniano, Mohammad Abedini Najafabadi, è stato arrestato in transito a Malpensa su mandato americano mentre si dirigeva a Istanbul con l’accusa di avere aiutato Teheran a costruire alcuni droni. Per ritorsione, l’Iran ha arrestato una giornalista italiana per uno scambio di detenuti. Sentiamo dire che l’Iran agisce in questo modo perché è l’incarnazione del Male universale. La realtà è diversa.

Per comprendere la mossa dell’Iran, occorre capire come il “caso Abedini” sia legato al “caso” dell’imam Abu Omar, rapito a Milano sotto il governo Berlusconi: uno dei casi più documentati di azione illegale condotta dai servizi segreti americani in un Paese straniero. Abu Omar fu rapito, il 17 febbraio 2003, da dieci agenti della Cia. L’imam fu portato nella base aerea di Aviano e poi condotto in Egitto, dove fu brutalmente torturato con la falsa accusa di essere un terrorista islamico. Dalle sentenze della magistratura milanese, emerge che i vertici dei servizi segreti italiani e, quindi, il governo Berlusconi, erano informati e coinvolti nell’operazione della Cia. Nel dicembre 2010, la Corte d’appello di Milano ha stabilito un risarcimento di un milione di euro per Abu Omar e di 500 mila euro per la moglie, a carico di ben 23 agenti della Cia, tutti cittadini americani. I vari governi italiani hanno sempre fornito protezione agli agenti americani, ricorrendo persino al segreto di Stato per ostacolare le indagini della magistratura.

I giudici di Milano condannarono anche agenti italiani eliminando ogni dubbio sul coinvolgimento del governo Berlusconi in questa orrenda violazione dei diritti umani contro un musulmano. Sulla base del caso Abu Omar, l’Iran pensa che il governo Meloni sia un governo “fantoccio” della Casa Bianca. L’Iran pensa che, davanti agli ordini degli Stati Uniti, l’Italia cessi di essere uno Stato sovrano e indipendente, soprattutto quando si tratta di violare i diritti umani dei musulmani.

Tornando al caso Abedini, gli abusi commessi contro quest’uomo sono evidenti. Iniziamo dall’accusa della Casa Bianca di avere collaborato con Teheran alla costruzione di alcuni droni. La logica delle relazioni internazionali dice questo: gli ingegneri americani aiutano il governo americano a costruire i droni e gli ingegneri iraniani aiutano il proprio governo a fare altrettanto. L’eventuale collaborazione di Abedini con il governo iraniano sarebbe del tutto lecita. In secondo luogo, Abedini non è stato colto a origliare dietro la porta del presidente del Consiglio. Aveva semplicemente fatto scalo in Italia verso Istanbul per la sfortuna di non avere trovato un volo diretto. In terzo luogo, Abedini non ha arrecato alcun danno all’Italia che ha deciso di incarcerarlo sulla base delle accuse fumosissime di un governo, gli Stati Uniti, in guerra con l’Iran, di cui è incolpevolmente cittadino. Dopo il caso Assange, Omar e molti altri, nessuna persona dotata di raziocinio avrebbe dubbi sul fatto che Abedini, una volta negli Stati Uniti, subirebbe un processo farsa, i cui presupposti giuridici sono già posti in tutta la loro assurdità. Eccoli: siccome il governo americano considera il governo di Teheran un governo di terroristi, allora tutti gli iraniani sono potenziali terroristi, anche se hanno semplicemente avvitato un bullone di un drone. Negli Stati Uniti vige la legge, non ci sono dubbi, ma alcune leggi sono assurde perché sono concepite per la guerra, non per la giustizia.

Antonio Tajani ha esortato a non parlare della vicenda. Un invito anomalo giacché, nelle società libere, i ministri non decidono quali temi trattare e come trattarli. Crosetto, invece, ha invitato a non sollevare l’indignazione contro l’Iran perché: “Questi problemi, purtroppo, non si risolvono con lo sdegno popolare”. Ma l’intento di quest’articolo non è suscitare indignazione contro l’Iran, bensì contro il governo Meloni. Tajani invita al silenzio non per tutelare la giornalista italiana, ma se stesso, ché la vergogna è grande. Il governo Meloni mette in pericolo gli italiani per eseguire un ordine della Casa Bianca funzionale alle guerre americane. La Casa Bianca ha spinto l’Italia in guerra con la Russia. Adesso pretende che l’Italia faccia la guerra all’Iran con un’operazione simile, nella logica di fondo, al caso Omar. Abedini sta subendo un abuso intollerabile in una società libera e andrebbe liberato. Prostrato dietro le sbarre, la sua sofferenza è ingiusta e ingiustificata come quella della giornalista italiana. Quest’uomo è stato sottratto alla famiglia in un Paese ostaggio degli Stati Uniti. Questo è chiaro agli iraniani. Molto meno a certi giornalisti mainstream che, afflitti da smisurati complessi di superiorità, non si accorgono nemmeno quando l’Italia opera in modi simili alle dittature.

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