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mercoledì 16 settembre 2026

I fascisti della fine dei tempi stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara - Naomi Klein e Astra Taylor

 

Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli.

(traduzione di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13 settembre 2026)

Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva, persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.

Marta Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia venissero «colonizzati».

Colonizzare lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta. Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio, intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua considerazione.

Com’era prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.

Finora, la precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e consapevolmente antifascista.

La vivace e dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.

Poco prima del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?

Come l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile creatività dal basso.

Le proteste di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra, indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più cosmologiche.

Da una parte ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica casa.

Dall’altra ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.

Un’assenza di meraviglia

L’ossessione di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle meraviglie che le circondano.

Lo si vide in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera», diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del nostro pianeta.

«Ogni giorno ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che, improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità», scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti noi».

Forse l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano «cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo, la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.

Qualcosa di simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.

«È così curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita; riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»

L’osservazione evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure, nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.

La maggior parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.

Una parte pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore di quanto meritino.

L’incapacità di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.

In breve, ci troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la rete della vita che ci sostiene.

Sono traditori della creazione, delle meraviglie di questo luogo.

L’antitesi del fascismo

Non esiste una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center, ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare l’anima.

Mamdani ha insistito senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio, la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad andarsene.

Mentre la stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono, stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da «una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando fallisce nel controllo dell’immigrazione».

Mentre i fascisti tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.

New York è una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani: «Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».

Mamdani spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa, sporca e disfunzionale.

Era l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian. «Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale, multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».

Dentro questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.

La campagna, tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.

Di fronte alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.

Le minacce di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.

È lo stesso spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE. Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come «neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie che nelle proprie case non erano più al sicuro.

In questi e innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.

Le reti umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto ciò che possiedono.

Alcuni mondi devono finire

Quelle storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi. Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.

Per riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati. I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani, degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la faranno.

Si sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare, altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno cambiare.

Le logiche che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza. Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.

Per fortuna non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie, internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale, fieramente legato alla Terra.

Ed è proprio questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita che lo chiamano casa.

Non abbiamo scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di questo luogo.

Questo saggio è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living World, in uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.

Naomi Klein è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice dell’Università della British Columbia.

Astra Taylor è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt Collective.

da qui

venerdì 13 marzo 2026

Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo - Naomi Klein

Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro.

L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra?

Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente.

Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate.

Quel falso idolo si chiama sionismo.

È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio.

È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista.

La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba.

Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi
stati-clienti.

Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti.

Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe.

È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare.
Non desiderare la roba d’altri.

È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi.

Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini.

Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione.

Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio»,
cioè la distruzione dei mezzi di istruzione.

Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate?

Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo.

E allora stasera diciamo: basta così.

Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura.

Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree.

Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età.

Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva.

Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa
in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario.

Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo.

Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende
al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato.

Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire.

Eccolo, il falso idolo.

Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo.

Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo.

E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo».

Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi»


[1] Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele.

https://comune-info.net/abbiamo-bisogno-di-un-esodo-dal-sionismo/

venerdì 10 maggio 2024

Non distogliere lo sguardo da Rafah (e dalla Cisgiordania)!

 


articoli e video di Mehdi Hasan, Gideon Levy, Clara Mattei, Francesca Albanese, Giacomo Gabellini, Naomi Klein, Aviva Chomsky, Jorge Matfud, George Galloway, Chris Hedges, Yama Wolasmal e un disegno di Mr Fish


Cosa sono peggio, le menzogne di Israele su Gaza o i suoi sostenitori occidentali che le ripetono? – Mehdi Hasan

Gli utili idioti continuano a ripetere a pappagallo le false argomentazioni israeliane. La prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda volta la colpa è mia…

Gli italiani hanno un proverbio,” ha scritto nel XVII secolo il cortigiano britannico Anthony Weldon: “Chi mi inganna una volta è per colpa sua, ma la seconda la colpa è mia.”

Oggi riassumiamo comunemente quell’antico proverbio italiano con “la prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda la colpa è mia.”

Dall’orribile attacco del 7 ottobre il governo israeliano di estrema destra e il suo esercito di propagandisti hanno ingannato e preso in giro politici e giornalisti occidentali non una volta o due, ma molte volte.

Ci sono troppe menzogne, distorsioni e falsità di cui tener conto. Quaranta bambini decapitati da Hamas? Non è mai successo. Bambini cotti nei forni o appesi sui fili della biancheria? Falso. Un nascondiglio in stile James Bond sotto l’ospedale al-Shifa? Macché. I palestinesi di Gaza ripresi da una telecamera che fingono di essere feriti? Una totale invenzione. La lista degli ostaggi presi da Hamas trovata su un muro dell’ospedale pediatrico al-Rantisi? Spiacenti, erano solo i giorni della settimana su un calendario in arabo.

Che dire delle atrocità di cui sono credibilmente accusate le forze israeliane, che poi hanno sonoramente negato, e di cui in seguito… sono state ritenute responsabili? Il massacro della farina a febbraio? Il bombardamento di un convoglio di profughi lo scorso ottobre? L’attacco con il fosforo bianco nel sud del Libano, sempre in ottobre?

Come ha elencato il mio amico, l’analista palestinese-americano Omar Baddar, in un tweet diventato virale:

Cronologia che si ripete continuamente:

Israele commette un massacro
Israele nega il massacro
I media dicono di non sapere chi ha commesso un massacro
Indagini rivelano che Israele ha commesso un massacro
Il ciclo delle notizie va avanti
Le persone comuni non sanno che Israele sta sistematicamente commettendo massacri.
Eppure gli israeliani continuano a raccontare menzogne e i nostri politici e media in Occidente continuano a farsi prendere in giro. Che siano loro a vergognarsi.

Tuttavia nessuna bugia israeliana è stata tanto dannosa, distruttiva e mortale dell’affermazione che l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Sostegno e il Lavoro per i Profughi palestinesi in Medio Oriente, la principale organizzazione responsabile di fornire aiuti a Gaza, è collusa con Hamas, e, peggio ancora, che 12 dipendenti dell’UNRWA hanno partecipato all’attacco terroristico del 7 ottobre. Perché? Perché è stata una menzogna così grave che ha contribuito a creare le basi di una devastante, continua carestia creata dall’uomo all’interno della Striscia di Gaza.

A fine gennaio, dopo un’incessante campagna contro l’UNRWA da parte di Israele e dei suoi alleati in Occidente, culminata con l’accusa senza prove che alcuni dipendenti dell’UNRWA avevano partecipato alle atrocità del 7 ottobre, 16 Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, il principale finanziatore dell’UNRWA, hanno sospeso circa 450 milioni di dollari di fondi per l’agenzia.

Questi Paesi sono stati avvertiti che danneggiare l’UNRWA, la principale organizzazione umanitaria a Gaza, avrebbe rischiato di “accelerare la carestia”. Sono stati avvertiti che il tanto decantato dossier dell’intelligence israeliana sull’UNRWA conteneva solo “inconsistenti accuse senza prove.”

Ma hanno creduto a Israele.

Negli ultimi 3 mesi, mentre i bambini palestinesi stavano letteralmente morendo di fame, molti di quei Paesi, compreso il governo tedesco, che è la seconda principale fonte di finanziamento dell’agenzia, hanno tardivamente ripreso a finanziare l’UNRWA.

Perché? La scorsa settimana una verifica indipendente del lavoro dell’UNRWA, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, ha concluso che l’agenzia “rimane fondamentale nel fornire aiuto umanitario salvavita e servizi sociali essenziali” e “come tale, l’UNRWA è insostituibile e indispensabile per lo sviluppo umano ed economico dei palestinesi.”

Soprattutto, in riferimento all’esplosiva denuncia del governo israeliano secondo cui dipendenti dell’UNRWA erano stati coinvolti negli attacchi di Hamas, il rapporto di Colonna afferma che “Israele deve ancora fornire prove a sostegno” di quelle affermazioni. Ha anche evidenziato come di fatto ogni anno l’UNRWA “condivide la lista del suo personale” sia con Israele che con gli Stati Uniti e ha rivelato che “dal 2011 il governo israeliano non ha informato l’UNRWA di alcuna perplessità riguardante alcun dipendente dell’UNRWA in quella lista del personale.”

Dal 2011. Quindi era tutta una menzogna. Da parte di Israele. Di nuovo.

Ora, per chiarezza, come ha informato Julian Borges del Guardian, “è in corso un controllo separato su specifiche accuse secondo cui dipendenti dell’UNRWA avrebbero preso parte all’attacco del 7 ottobre”, ma “l’ultima volta che c’è stato un rapporto di valutazione… Israele ha negato la collaborazione” anche con quella verifica (persino nell’improbabile caso in cui quest’altro controllo concludesse che una dozzina di dipendenti vi abbia preso parte, si tratterebbe di 12 su 13.000 dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ovvero circa lo 0,1% della forza lavoro totale!).

Ciononostante gli Stati Uniti si sono rifiutati di tornare a sostenere l’UNRWA: infatti il Congresso ha approvato una legge che vieta di finanziare l’agenzia almeno fino al marzo 2025.

Ingannami una volta… o decine di volte? Prendete in considerazione i politici ed editorialisti creduloni che si sono schierati ed hanno ripetutamente sostenuto la falsa narrazione di Israele sull’UNRWA.

Il senatore repubblicano Ted Cruz, per esempio, ha twittato sei volte sull’UNRWA tra gennaio e marzo, sostenendo che l’agenzia “appoggia il terrorismo”, è “complice di Hamas” ed ha “almeno 12 dipendenti… coinvolti nell’attacco terroristico del 7 ottobre.”

David Frum, che scriveva i discorsi di George W Bush, ha affermato che è “ormai tempo di chiudere l’UNRWA,” e l’ha accusata di “fornire appoggio materiale a un’organizzazione terroristica.”

L’UNRWA, ha scritto l’opinionista neoconservatore Bret Stephens sul New York Times, “pare essere infestata da terroristi e loro simpatizzanti” e “dovrebbe essere chiusa”.

Sono tutti in errore, tutti diffondono menzogne, tutti spacciano propaganda israeliana.

E, tristemente, non si è trattato solo di repubblicani e persone di destra. C’è stato anche un certo numero di democratici della Camera che hanno ripetuto ciecamente le affermazioni infondate del governo Netanyahu sull’UNRWA.

Per esempio il parlamentare democratico Josh Gottheimer, come Ted Cruz, tra gennaio e marzo ha pubblicato una mezza dozzina di tweet che attaccano l’UNRWA, dichiarando che “le prove sono chiare: il 7 ottobre dipendenti dell’@UNRWA hanno appoggiato Hamas.” Il deputato democratico Brad Sherman ha detto di aver applaudito la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere i finanziamenti all’UNRWA e ha affermato che il personale dell’agenzia è stato “denunciato come terrorista”. Il parlamentare Ritchie Torres ha twittato che l’UNRWA ha “governato Gaza su richiesta di Hamas.”

Da quando è stato reso noto il rapporto indipendente la scorsa settimana nessuno di questi importanti democratici ha ritrattato queste false affermazioni sul proprio account twitter, né ha mai menzionato i risultati di quel rapporto.

Tuttavia ancora peggio è stata la dichiarazione fatta il 29 gennaio da Antony Blinken, il segretario di stato democratico, quando ha ammesso che gli Stati Uniti non hanno avuto “la capacità di indagare [sulle accuse] da soli”, ma poi ha continuato definendo quelle accuse israeliane non verificate “molto, molto credibili.”

Eppure solo qualche settimana dopo lo stesso Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli USA ha affermato di ritenere “poco convincente” che personale dell’UNRWA abbia partecipato all’attacco del 7 ottobre. (La comunità dei servizi di informazione USA definisce “poco convincente” come “inadeguato, discutibile o molto approssimativo”, l’esatto contrario di “molto, molto credibile”).

Blinken deve ancora scusarsi, o persino ritrattare, le sue false affermazioni.

Ci chiediamo: cos’è peggio? Le menzogne israeliane o le persone in Occidente che continuano a crederle e le diffondono? Le accuse senza fondamento del governo israeliano contro l’UNRWA o i governi occidentali che poi le hanno accolte come un dato di fatto e hanno immediatamente tagliato i fondi alla principale agenzia umanitaria a Gaza?
Israele ha affamato la gente di Gaza. Che la vergogna ricada sugli sciocchi che hanno contribuito a giustificarlo.

Mehdi Hasan è capo-redazione di Zeteo [organizzazione di monitoraggio sull’accuratezza dell’informazione, negli USA ndt.] ed editorialista del Guardian negli USA.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

da qui

 

 

Lasciamo che i leader israeliani vengano arrestati per Crimini di Guerra – Gideon Levy

Tutti gli israeliani perbene devono porsi le seguenti domande: il loro Paese sta commettendo Crimini di Guerra a Gaza? Se sì, come dovrebbero essere fermati? Come dovrebbero essere puniti i colpevoli? Chi può punirli? È ragionevole che i Crimini non vengano perseguiti e che i Criminali vengano scagionati?

Naturalmente si può rispondere negativamente alla prima domanda: Israele non sta commettendo alcun Crimine di Guerra a Gaza, rendendo così superflue le altre domande.

Ma come rispondere negativamente di fronte ai fatti e alla situazione di Gaza: circa 35.000 persone uccise e altre 10.000 disperse, circa due terzi dei quali civili innocenti, secondo le Forze di Difesa Israeliane; tra i morti ci sono circa 13.000 bambini, quasi 400 operatori sanitari e più di 200 giornalisti; Il 70% delle case sono state distrutte o danneggiate; Il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta; ogni giorno due persone su 10.000 muoiono di fame e di malattie. (Tutti i dati provengono dalle Nazioni Unite e da organizzazioni internazionali.)

È possibile che queste cifre orribili siano emerse senza la commissione di Crimini di Guerra? Ci sono guerre la cui causa è giusta e i cui mezzi sono Criminali; la giustizia della guerra non giustifica i suoi Crimini. Uccisioni, Distruzioni, Fame e Sfollamenti di questa portata non avrebbero potuto verificarsi senza la commissione di Crimini di Guerra. Gli individui che ne sono responsabili devono essere assicurati alla Giustizia.

L’Hasbara israeliana, o diplomazia pubblica, non cerca di negare la realtà di Gaza. Si limita a sostenere l’antisemitismo: perché prendersela con noi? E il Sudan e lo Yemen? La logica non regge: un automobilista fermato per eccesso di velocità non scende sostenendo che non è l’unico. I Crimini e i Criminali restano. Israele non perseguirà mai nessuno per questi reati. Non l’ha mai fatto, né per le sue guerre né per la sua Occupazione. Nel migliore dei casi, perseguirà un soldato che ha rubato la carta di credito di un palestinese.

Ma il senso umano di Giustizia vuole che i Criminali siano assicurati alla Giustizia e che venga loro impedito di commettere Crimini in futuro. Seguendo questa logica, possiamo solo sperare che la Corte Penale Internazionale dell’Aja faccia il suo lavoro.

Ogni patriota israeliano e chiunque abbia a cuore il bene dello Stato dovrebbe augurarselo. Solo così cambierà la norma morale di Israele, secondo la quale tutto è permesso. Non è facile sperare nell’arresto dei capi del proprio Stato e del proprio esercito, e ancor più difficile ammetterlo pubblicamente, ma esiste un altro modo per fermarli?

Le uccisioni e le distruzioni a Gaza hanno messo Israele in una situazione al di sopra delle sue possibilità. È la peggiore catastrofe che lo Stato abbia mai dovuto affrontare. Qualcuno lo ha portato a questo punto, no, non l’antisemitismo, ma piuttosto i suoi leader e ufficiali militari. Se non fosse stato per loro, dopo il 7 ottobre la situazione non si sarebbe trasformata così rapidamente da un Paese amato e ispiratore di compassione a uno Stato reietto.

Qualcuno dovrà essere processato per questo. Così come molti israeliani vogliono che Benjamin Netanyahu venga punito per la corruzione di cui è accusato, così dovrebbero desiderare che lui e i perpetratori a lui subordinati siano puniti per Crimini ben più gravi, i Crimini di Gaza.

Non si può permettere che rimangano impuniti. Né è possibile incolpare solo Hamas, anche se ha un ruolo nei Crimini. Siamo noi che abbiamo ucciso, fatto morire di fame, sfollato e distrutto su scala così massiccia. Qualcuno deve essere assicurato alla Giustizia per questo. Netanyahu è il capo, ovviamente. La foto di lui imprigionato all’Aja insieme al Ministro della Difesa e al Capo di Stato Maggiore dell’IDF è roba da incubi per ogni israeliano. Eppure, probabilmente è giustificato.

È altamente improbabile, tuttavia. Le pressioni esercitate sulla Corte da Israele e dagli Stati Uniti sono enormi (e sbagliate). Ma le tattiche intimidatorie possono essere importanti. Se nei prossimi anni i funzionari si asterranno effettivamente dal viaggiare all’estero, se vivranno davvero nella paura di ciò che potrebbe accadere, possiamo essere sicuri che nella prossima guerra ci penseranno due volte prima di inviare i militari in Campagne di Morte e Distruzione di proporzioni così folli. Almeno possiamo trovare un po’ di conforto in questo.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo ultimo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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