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giovedì 27 maggio 2021

Riace. Il pubblico ministero insiste: l’accoglienza è un crimine - Giovanna Procacci

 

Al processo contro Lucano e Riace, la Procura di Locri ha tenuto ieri l’altro la sua requisitoria e l’ha conclusa con richieste pesanti, prima fra tutti i 7 anni e 11 mesi di reclusione chiesti per Mimmo Lucano.

Stupore? Mah, a sentire la requisitoria del pubblico ministero si direbbe che tutto torna. Anzi, per essere più precisi, sembra che non ci sia nemmeno stato il dibattimento. Da cittadina comune che osserva il processo, è questo che soprattutto mi colpisce. Tutte le ipotesi di reato dell’informativa della Guardia di finanza, che è servita per mesi a illustrare l’impianto accusatorio, sono di nuovo qui, intonse. Solo che in sede di requisitoria non sono più ipotesi di reato, sono ormai accuse belle e buone che si traducono nell’ammontare della pena. Nulla in questi due anni di udienze è valso ad incrinare le certezze del pm, a insinuare qualche dubbio. Neanche il crollo del super-testimone Francesco Ruga, che aveva accusato Lucano di concussione, ma che già nel 2018 il GIP aveva dichiarato inattendibile accusando la Procura di essersi fidata delle sue parole senza approfondire. Portato in aula tre anni più tardi, Ruga aveva dovuto riconoscere che Lucano non lo aveva mai minacciato (https://volerelaluna.it/societa/2021/04/08/processo-a-lucano-va-in-scena-laccoglienza/). A tutti era apparso come un colpo di scena; invece non ha colpito per niente il Pm, che anzi ribadisce in pieno l’attendibilità di Ruga e rivendica la sua denuncia all’origine dell’indagine e del processo. Da lì, da quel momento iniziale che pure non era molto esaltante, con il GIP che aveva escluso la stragrande maggioranza delle accuse e aveva accusato l’indagine di superficialità e sciattezza, il PM non si è mosso.

Non si è fatto intimidire nemmeno dalla Cassazione, che nel febbraio 2019 aveva giudicato regolare l’affidamento della raccolta differenziata a due cooperative sociali di Riace e non aveva riscontrato nessun comportamento fraudolento (https://volerelaluna.it/commenti/2019/04/29/domenico-lucano-litalia-la-giustizia/): nella requisitoria ritroviamo intatte tutte le ipotesi di reato sulla raccolta dei rifiuti. Né dal Consiglio di Stato, che un anno fa aveva definitivamente dichiarato illegittima la chiusura dello SPRAR di Riace da parte del Viminale, accusato di comportamento ostile per aver improvvisamente chiuso un progetto triennale che solo un mese prima aveva approvato e rifinanziato (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/). Né dal Tribunale del Riesame che a luglio scorso, nel respingere una nuova richiesta di domiciliari per Lucano, aveva sostenuto che non c’è nessuna prova del reato associativo, né di un vantaggio personale di Lucano.

Non si è fatto intimidire nemmeno dalle vicende giudiziarie dell’avvocato Sergio Trolio, che aveva fatto la prima indagine a Riace e a febbraio è stato arrestato come protagonista di quel “sistema Crotone” che vendeva ai migranti le pratiche di richiesta di protezione – più rapido il servizio, più alto il costo. Che credibilità può avere un tale teste? Eppure il pm cita lungamente la sua deposizione e le critiche rilevate nel sistema di accoglienza a Riace; la sceglie come indagine affidabile, a differenza di quella coordinata da Francesco Campolo, che secondo lui era amico di Lucano e per questo scelse «di redigere una relazione sul CAS di Riace secondo criteri non tecnici», in sostanza una relazione positiva.

Ma soprattutto il pubblico ministero non si è fatto intimidire neanche dalle domande del presidente, durante le udienze, sulle prove del vantaggio personale che non sono mai emerse, in un processo che la Procura aveva avviato dichiarando che Lucano si era intascato due milioni di euro sottratti dai fondi per l’accoglienza. Il movente è stato per tutto il dibattimento il punto debole della narrazione dell’accusa. Non riuscendo a provare che si fosse appropriato di soldi pubblici, si è tentato di sostenere che il suo interesse era politico-elettorale; ma anche questo era naufragato, perché Lucano non si era mai candidato in nessuna competizione elettorale; rimaneva solo un’intercettazione in cui diceva al fratello “quasi quasi mi candido”, riferendosi alle politiche del 2018, ma poi non ne aveva fatto niente. E il tema del movente di Lucano sembrava scivolare via dalla scena.

Ora invece sappiamo che il movente di Lucano c’è. Il pm lo aveva preparato quando all’ultima udienza istruttoria aveva sorpreso tutti chiedendo l’acquisizione di una recentissima intervista in cui Lucano raccontava di essersi deciso ad entrare nelle liste di De Magistris per le prossime regionali (https://volerelaluna.it/societa/2021/04/29/domenico-lucano-le-elezioni-e-le-fantasie-del-pubblico-ministero/). Al presidente che gliene chiedeva le ragioni, rispondeva che la decisione di candidarsi dimostrava che in effetti l’attività politica era il suo vero scopo, come diceva quella vecchia intercettazione. Adesso di fronte alla sua requisitoria si capisce meglio il perché di quella strana richiesta che il presidente aveva respinto. Tutta la requisitoria è costruita su questo assunto: l’accoglienza è il pretesto che Lucano utilizza per costruirsi un sistema clientelare che gli assicuri i voti per portare avanti il suo progetto politico e lo sviluppo del paese. Così Lucano inflaziona i numeri di sua iniziativa e non su richieste pressanti della Prefettura come testimoniato dagli stessi funzionari. «L’incremento dei numeri è voluto e la ragione della continua “disponibilità” alla ricezione di migranti è l’economia associata all’accoglienza». Quando Lucano, nelle sue dichiarazioni spontanee, afferma: «Io ho detto sempre sì perché alla fine avevo capito che era utile per il territorio di Riace», il pm traduce: «Era utile perché garantiva un continuo afflusso di denaro» e quindi la possibilità di perpetuare il sistema clientelare che rafforzava il potere di Lucano.

Secondo il pm è questo il succo della politica per Lucano. Lo sviluppo locale, il riscatto rispetto al destino di spopolamento, la rivitalizzazione della comunità attraverso nuove opportunità di lavoro, tutti quegli aspetti che hanno fatto la specificità del sistema Riace non compaiono nemmeno, per non parlare dell’idea di costruire una comunità coesa con i migranti che nello sviluppo hanno giocato un ruolo attivo, non da semplici ospiti. È logico allora che il sistema delle “economie”, di cui tanto abbiamo parlato nel monitorare le udienze, sia completamente asservito ad assicurare a Lucano il ritorno in termini di sostegno elettorale e che tutte le attività che sono servite a finanziare non contino, che sparisca il loro apporto in termini di integrazione. Salvo riproporre qua e là il sospetto dell’arricchimento personale: «Parte dei fondi pubblici destinati ai migranti sono stati utilizzati per interessi personali, ovverosia la patrimonializzazione dell’Associazione di Lucano. L’acquisto dei macchinari per il frantoio o la ristrutturazione di case destinate non ai migranti, ma a B&B non può considerarsi finalità pubblica ma arricchimento personale». E così abbiamo sistemato anche il turismo solidale!

Perché il movente politico offre questo vantaggio: non ha bisogno come quello economico che si produca la prova, che si trovino i soldi, “il gruzzolo” come lo chiamava il colonnello Sportelli. Lo si può semplicemente suggerire come intento occulto, senza doverlo dimostrare. Lucano era stato rieletto nel 2014 per la terza volta consecutiva e non avrebbe potuto ricandidarsi a sindaco; allora la ricerca spasmodica di voti nel 2016-2017 a cosa gli serviva? E siccome non si è candidato in nessun’altra competizione elettorale, come possiamo provarla? La prova il pubblico ministero l’ha trovata nella sua intenzione di candidarsi oggi alle prossime regionali: come dicevo nel report precedente (https://volerelaluna.it/societa/2021/04/29/domenico-lucano-le-elezioni-e-le-fantasie-del-pubblico-ministero/), la candidatura di oggi conferma le intercettazioni di quattro anni prima, il suo piano era quello di candidarsi un giorno… Peccato che si tratti di quattro anni dopo, di quattro tornate elettorali dopo e soprattutto dopo il tentativo massiccio di distruzione del modello Riace. Ma tant’è. Quell’intercettazione del 2017, che perdeva significato di fronte al dato di realtà che non si era poi candidato, per cui diventava difficile sostenere in modo convincente il suo interesse politico-elettorale, ritrova finalmente il suo senso predittivo in un’intervista di oggi.

Per questo, fra i 15 capi d’accusa che pesano su Lucano, quello di essere il capo e promotore di un’associazione a delinquere è decisivo, ancorché tutti i tribunali abbiano dichiarato insussistente il reato associativo e nella stessa istruttoria si sia rivelato un punto debole dell’accusa. Perché è l’associazione che consente di mettere in evidenza il ruolo di dominus, di sostenere che tutto il sistema era strumentale all’interesse politico-elettorale di Lucano, era preordinato alla costruzione di un sistema clientelare. Non avrebbe certo potuto farlo da solo. L’associazione dice l’intenzionalità e la progettualità. Anche se la «congrua struttura organizzativa» di quest’associazione si riduce a un fatto linguistico: «L’utilizzo del “noi” è sintomatico dell’appartenenza al sistema», afferma il pubblico ministero.  E tanto vi basti.

Allora, davvero tutto torna? È solo l’essenziale che non torna per niente: Riace è ridotta a un progetto criminale. E proprio sulla base di quelle pratiche che per anni sono state portate avanti alla luce del sole, rivendicate pubblicamente da Lucano anche in contesti istituzionali, guardate come buone pratiche da tanti interessati alle politiche di accoglienza. C’è una rottura di senso qui che non può passare sotto silenzio.

Proviamo allora a parlare davvero di politica. In apertura di seduta il Procuratore capo Luigi D’Alessio ha detto che questo non è un processo politico al modello Riace e tanto meno all’accoglienza. La prova sarebbe che molti governi diversi si sono alternati in questi anni dal 2016 a oggi e nessuno ha fatto pressioni sulla Procura di Locri. È piuttosto un processo contro una cattiva gestione, tutta tesa ad assicurarsi clientele, dato che «ai migranti sono state date solo le briciole dei finanziamenti».

Forse però il punto non è se ci sono state pressioni da parte dei governi, ma un altro. Perché quelle pratiche che da sempre hanno caratterizzato il modello Riace improvvisamente sono diventate pratiche criminali? Per questo non c’è bisogno di pressioni. Basta opporre all’idea di accoglienza e solidarietà che le animano un’altra idea delle politiche migratorie, quella che proprio in contemporanea con l’avvio dell’inchiesta ha cominciato a monopolizzare la politica e l’informazione nel nostro paese. Le accuse di invasione e sostituzione etnica scagliate contro Riace sono espressione di una posizione politica lontana mille miglia da quanto vi si era realizzato. Ed è da questa posizione che le pratiche di Riace vengono tramutate in altro: non le finalità d’integrazione, ma il consolidamento di una posizione di potere. Dire che il frantoio sociale non serve a dar lavoro ai migranti è affermare un’idea diversa dell’integrazione; pretendere che serva solo a consolidare clientele locali utili a fini elettorali richiede che si possa andare oltre una supposizione, che si portino prove che mancano. Gli atti sono gli stessi che nel 2009 Wim Wenders aveva ritratto nel film Il Volo, e che tutti conoscevano. Ma se gli tolgo l’anima, all’integrazione, ne cambio il senso senza che cambino gli atti. Mutatis mutandis, è un po’ come quelli che dicono: i naufragi sono responsabilità vostra che lasciate arrivare i rifugiati e pretendono così di trasformare il soccorso in disprezzo delle vite umane.

Il carattere politico di questo processo, D’Alessio se ne faccia una ragione, sta tutto qui: idee contro idee. Come diceva Calamandrei a proposito del processo contro Danilo Dolci, un processo politico porta sempre con sé un rovesciamento di senso, di senso morale e perfino di senso comune. Capire come avviene questo rovesciamento è il cuore di un processo politico (https://volerelaluna.it/commenti/2018/10/02/larresto-di-mimmo-lucano-il-mondo-al-contrario/). C’è qui un salto, uno iato che il collegio di difesa e poi il collegio giudicante dovranno riempire: come è possibile che gli atti di un uomo come Lucano, che tutti riconoscono mosso dai suoi ideali di umanità e solidarietà, che ha dato tutto se stesso per l’accoglienza e lo sviluppo del suo paese, al punto da vivere in povertà, possano essere presentati come un progetto criminale?

L’articolo è pubblicato anche in www.pressenza.com

da qui

venerdì 30 aprile 2021

L'ossessione Lucano - Giovanna Procacci

 

Processo a Lucano: va in scena l’accoglienza - Giovanna Procacci

 

Da quando la parola è passata ai testi della difesa, il processo di Locri contro Lucano e Riace è finalmente arrivato a una svolta. Per un anno e mezzo abbiamo ascoltato l’illustrazione delle ipotesi di accusa, che sembravano impermeabili alle tante pronunce dei Tribunali che, pure, dall’arresto di Lucano ad oggi, ne hanno smontato interi pezzi (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/). Ora, però, è nel dibattimento stesso che quelle accuse vengono invalidate, sotto gli occhi di tutti, e le tesi della Procura vacillano. Comincia finalmente a prendere corpo un racconto delle vicende più aderente alla sua storia, più proporzionato, più convincente rispetto alla distanza siderale fra la Riace modello di accoglienza per tanti e la Riace criminale presentata dalla Procura (https://volerelaluna.it/societa/2020/10/29/come-ti-trasformo-riace-in-un-reato/).

Provo a sintetizzare i passaggi principali di questa svolta. Intanto, l’udienza dell’11 gennaio 2021 ha visto un passaggio cruciale, perché ha deposto il cosiddetto “super-testimone” dell’accusa, quel Francesco Ruga, commerciante di Riace, che a fine 2016 aveva denunciato Lucano e Capone per concussione e, con la sua denuncia, aveva fatto scattare tutta l’indagine della Guardia di Finanza. Era stato però, a sua volta, querelato per minacce, e quindi secondo la difesa non avrebbe potuto essere considerato un teste. Già nel 2018, del resto, il GIP lo aveva definito «una persona tutt’altro che attendibile», e aveva accusato la Procura di essersi fidata delle sue parole senza approfondire le ipotesi accusatorie che ne aveva tratto. Tre anni dopo, però, Ruga è arrivato ugualmente al dibattimento. La sua denuncia riguardava una fattura che Lucano e Capone lo avrebbero costretto ad alterare, non nell’importo, ma nella descrizione di quanto aveva venduto: non alimentari, ma detersivi. Altrimenti – lo avrebbero minacciato – quella fattura non gli sarebbe stata pagata; anzi peggio, lo avrebbero escluso dal sistema dei bonus, «così, per farmi un dispetto». Il suo racconto però incespica; è un vortice di panini, prosciutto cotto, lamette da barba e candeggina, assegni, fatture. Nulla torna, né le fatture, né le somme, nemmeno gli assegni depositati corrispondono alle fatture, e quei prodotti nemmeno li aveva in negozio, o forse sì, ma in quantità ridotte… Ma il colpo di scena avviene con il contro-esame della difesa. Qui la sua testimonianza cade fragorosamente. Basta che l’avvocato Daqua gli legga una serie di messaggi che aveva inviato a Lucano, dal tono ora minaccioso, ora affettuoso, di grande stima, in cui si confida dei soprusi che, a suo dire, subirebbe da Capone e qualifica Lucano come una persona perbene, generosa, che lui ammira e ha sempre votato. Nello stupore generale Ruga prima farfuglia che si sarebbe reso conto solo in seguito che Lucano era al corrente dei soprusi che subiva; ma alla fine, deve ammettere di non aver subìto minacce da parte di Lucano. Come chiosa lo stesso presidente Accurso: «lo ha aggiunto dopo per un suo convincimento». Dunque l’accusa di concussione per Lucano non c’è. Ci si chiede come si sia potuta dare tanta importanza alle denunce di una persona già definita inattendibile, senza evidentemente aver seriamente indagato sulla querela di cui era stato oggetto da parte di Lucano.

All’udienza del 1 febbraio la sorpresa è venuta dal collegio di difesa di Lucano. Dopo l’improvvisa scomparsa dell’avvocato Antonio Mazzone, che insieme ad Andrea Daqua aveva assicurato gratuitamente la difesa di Lucano sin dall’inizio della sua vicenda giudiziaria, si era venuto a creare un vuoto importante che è stato colmato da Giuliano Pisapia che si è costituito nel collegio di difesa. L’arrivo di Pisapia, all’inizio della fase difensiva, è un’ottima notizia, soprattutto perché il suo ingresso allarga il campo in cui si muove il processo che – come sostengo dall’inizio – non può essere trattato come una storia calabrese, né lasciato alla stampa locale, ma deve essere messo sotto i riflettori della pubblica opinione nazionale. Processare un’idea di solidarietà e di umanità non può essere questione locale, apre piuttosto sul precipizio di un processo politico, come se ne sono tentati vari in questi ultimi anni: basti pensare alle vicende di Carola Rackete e a tutti i tentativi di bloccare per via giudiziaria gli interventi umanitari, in Italia e non solo. Riace è stata messa sotto processo, complice il momento particolare, in quella fine 2018 che vedeva l’attivismo di Salvini da poco ministro dell’interno; complice, certo, anche la complicazione della materia dell’accoglienza, affidata a linee guida in continuo mutamento; e complice forse anche la collocazione “defilata”, in una terra dove la presenza della ‘ndrangheta la fa da padrone. Ora l’ingresso di Pisapia nel collegio di difesa dimostra plasticamente che in quel processo si affronta una questione d’interesse nazionale, e può aiutare a richiamare l’attenzione di quei giornali che finora non hanno sentito il bisogno di investirvi molte energie. Da europarlamentare, potrà riportare anche in contesti europei quello che accade in un tribunale del profondo sud d’Italia. E in un processo rimasto purtroppo un po’ isolato, sottratto alla dovuta pubblicità, questo allargamento dell’attenzione pubblica è una garanzia in sé.

Nell’udienza successiva del 22 febbraio è stato ascoltato Francesco Campolo, all’epoca dirigente dell’area immigrazione della Prefettura di Reggio Calabria. Campolo aveva coordinato un’ispezione a fine gennaio 2017 e scritto quella relazione elogiativa del sistema d’accoglienza di Riace che era poi stata negata a lungo a Lucano, il quale era riuscito a ottenerla solo ricorrendo alla Procura di Reggio Calabria. Campolo, oltre a confermare quanto scritto nella relazione, che cioè a Riace «era tutto regolare», dice di aver saputo che la relazione non era stata data al sindaco, e conferma che quel compito spettava al Prefetto. Dunque è stato proprio il Prefetto a tenerla nascosta, al punto da rischiare di incorrere, come osserva il presidente Accurso, in un reato di omissione d’atti d’ufficio. Finora non lo aveva detto nessuno, solo Lucano nelle sue dichiarazioni spontanee.

L’udienza del 15 marzo ha visto un altro passaggio importante. È stata ascoltata come consulente della difesa Elisabetta Madafferi, direttore generale della Provincia di Reggio Calabria. La sua consulenza entra nel merito dei presunti reati imputati a Lucano. Come la raccolta differenziata dei rifiuti, affidata alle due cooperative sociali di Riace, che lei conferma avvenne secondo le regole del codice degli appalti allora in vigore. O come i diritti di segreteria per le carte d’identità, che Lucano aveva deciso di non far pagare, decisione che, secondo la legge Bassanini del 1997, è legittima se il Comune non è in dissesto finanziario. Allo stesso modo Modafferi smonta la ricostruzione delle false fatture, le accuse sui lungo-permanenti e soprattutto su quelle due carte d’identità a una donna eritrea e al suo bimbo di quattro mesi, costate a Lucano un secondo processo per falso ideologico, avviato a luglio 2020 e poi incorporato nel processo principale (https://volerelaluna.it/territori/2020/04/15/riace-miracolo-al-contrario-per-domenico-lucano/). Inoltre, conferma che la Prefettura chiedeva a Riace di ospitare molte più persone di quante non avrebbe potuto ospitarne date le dimensioni del paese, e racconta di aver visto lei stessa documenti del Ministero che assegnavano al Comune di Riace altri 100 posti tutti in un botto. Anche Tonino Perna, oggi vicesindaco di Reggio Calabria, chiamato come testimone della difesa, racconta di queste pressioni. Ricorda come l’esperienza di Riace sia partita da quella di Badolato, dove lui lavorava con una Ong, come l’accoglienza si sia avviata grazie a un prestito iniziale di Banca Etica e grazie alla solidarietà, per poi rivolgersi ai fondi pubblici con i progetti del Pna e dello Sprar. I numeri erano proporzionati e le cose andavano bene; accoglienza e sviluppo locale avevano rimesso in moto l’economia e fatto rinascere il paese. Negli anni, però, Prefettura e Ministero hanno spinto in alto i numeri. «Il Prefetto chiamava per 200 palestinesi», riferisce. E Lucano accettava sempre. Avrebbe potuto rifiutarsi, certo, ma «un sindaco che sceglie la solidarietà come obiettivo, è ovvio che provi ad accogliere tutti» conclude Perna.

Le pressioni da parte di Prefettura e Viminale sul Comune di Riace perché ospitasse richiedenti asilo in gran numero, soprattutto negli anni dell’emergenza, sono un dato su cui vale la pena di soffermarsi. Lo aveva detto Lucano, che per anni lo Stato aveva sfruttato Riace per liberarsi di tanti migranti, salvo poi denunciare che a Riace c’erano più persone del dovuto… Prefettura e Ministero facevano forti pressioni su Riace perché sapevano che il sindaco avrebbe collaborato, tanto che lo chiamavano “San Lucano”. E in effetti lui non si era mai sottratto, come scriveva Campolo nella relazione; accettava perché si era dato la missione dell’accoglienza e dello sviluppo locale che grazie all’accoglienza poteva mettere in moto. «Se invece di accettare i rifugiati che mi mandavano, avessi detto di no, oggi non sarei qui», osservava Lucano davanti al Tribunale. Inevitabilmente però queste pressioni comportavano anche scorciatoie: con quei numeri, e quei tempi stretti, quando i pullman carichi erano praticamente già nella piazza del paese, come avrebbe potuto il Comune bandire gare pubbliche per l’assegnazione dei servizi? Per questo a Riace erano nate varie associazioni e cooperative, per riuscire a fare immediatamente fronte alla necessità di ampliare i servizi; nel processo però queste assegnazioni dirette sono diventate imputazioni. Insomma, Riace veniva usata per risolvere l’emergenza, dopodiché è stata messa sotto processo con l’accusa di averla risolta “in modo emergenziale”; viene da dire che l’emergenza vale per lo Stato, ma non per chi concretamente si impegna ad accogliere le persone che lo Stato gli affida perché non sa dove metterle. Questo meccanismo, di uno Stato che chiede di accogliere e poi abbandona chi accoglie, è alla base di tutto l’attacco a Lucano e Riace, certo, ma indica anche qualcosa che ci riguarda tutti. Rivela una amministrazione che si contraddice, che tradisce i suoi stessi impegni e non si assume le sue responsabilità, che è succube dell’esecutivo di turno, e quindi incapace di progettazione e lungimiranza. È lo stesso meccanismo per cui lo Stato per anni ha chiesto alle Ong di aiutarlo a soccorrere i naufraghi e poi ha cominciato ad incriminarle per aver continuato a farlo. Oppure che alle frontiere abbandona i profughi nelle sole mani delle persone solidali, e poi persegue queste ultime per il reato di solidarietà.

Se da una parte si conferma così questo ruolo negativo dello Stato, le testimonianze di monsignor Bregantini e di padre Alex Zanotelli nell’udienza del 29 marzo, toccano un altro punto rilevante nel processo: il movente di Lucano. Quel movente che l’accusa ha cercato invano di produrre, senza riuscirci. Non potendo ipotizzare il vantaggio economico, perché sin dall’inizio ha dovuto riconoscere che non c’era, aveva provato a suggerire un movente politico-elettorale, ma aveva dovuto abbandonare presto anche questa ipotesi. Così del movente non si è più parlato, ma certo è rimasto un punto irrisolto per l’accusa. Le testimonianze dei due religiosi ci aiutano a ricostruirlo. Bregantini parla dell’intuizione quasi profetica di Lucano: ha capito che «i migranti diventano energia vitale per il paese». Lui lo ha accompagnato, ha visto «la positività della sua esperienza; la cosa più importante è il consenso che c’era attorno a lui in paese». Al centro del suo racconto, c’è questa visione condivisa con Lucano, che i migranti non sono solo persone da assistere, sono energia che va mobilitata e rispettata. Racconta del laboratorio di tessitura: «quando ho toccato con mano che l’antica arte calabrese veniva recuperata da uomini e donne dell’Etiopia e della Siria, allora ho capito che stava nascendo un qualcosa, un modello mondiale». Zanotelli aggiunge: «Lucano ha anticipato quello che dovrebbe essere fatto dal Governo». Un filo comune guida le loro testimonianze: raccontano Riace come un sistema di accoglienza e integrazione che non solo ha funzionato bene in quel paese, ma che ha delineato i tratti di quello che potrebbe e dovrebbe essere il sistema pubblico dell’accoglienza. Riace ha qualcosa da insegnare a tutti. Si esplicita così anche il vero movente di Lucano: la sua visione, ispirata ai suoi ideali di umanità e solidarietà. Bregantini conclude: «ho letto Fratelli tutti, molte delle iniziative che Lucano ha realizzato rispecchiano quanto scritto da Papa Francesco». È questa visione che si sta processando.

A questo punto l’istruttoria dibattimentale è pressoché chiusa. Ancora un’udienza, il 26 aprile, e poi si passerà alle eventuali dichiarazioni degli imputati e alla discussione finale con sentenza prevista il 27 settembre.

da qui

 


Domenico Lucano, le elezioni e le fantasie del pubblico ministero - Giovanna Procacci

 

Dal processo di Locri contro Lucano e Riace arriva una notizia eclatante: nell’udienza di lunedì 26 aprile il pubblico ministero Michele Permunian ha chiesto l’acquisizione agli atti di un documento. Si tratta di un’intervista che Lucano ha rilasciato il 18 aprile scorso all’agenzia AGI, in cui spiega la sua decisione di candidarsi alle elezioni regionali del prossimo ottobre insieme a De Magistris. La difesa di Lucano ha contestato questa richiesta, definendola “tendenziosa”. Alla fine, il Presidente del collegio giudicante, Accurso, l’ha respinta, in quanto i fatti sono estranei al processo.

Allora, tutto bene? Tutto rientrato? Non direi. Perché per noi che osserviamo il processo da semplici cittadini e non da tecnici del diritto e nemmeno da esperti di cronaca giudiziaria e che quindi guardiamo il processo dal punto di vista del senso che vi si produce, la domanda sul perché la Procura di Locri abbia presentato una tale richiesta rimane intatta.

Certo, potremmo rispondere che si tratta di accanimento, come lo stesso pubblico ministero aveva dimostrato tentando di avviare un secondo processo contro Lucano. Ma non basta. Perché il tema Lucano-elezioni era già stato al centro dell’attenzione della Procura. Nell’ottobre 2019 il colonnello Sportelli, in mancanza di qualsiasi prova che Lucano avesse perseguito scopi di lucro personale sui fondi pubblici destinati ai migranti, aveva avanzato l’ipotesi che ci fosse comunque un dolo, un movente illegittimo di vantaggio personale: era l’ipotesi del movente politico-elettorale. Certo, è normale che un sindaco cerchi di corrispondere alle attese dei suoi concittadini. Ma Lucano faceva di più: progettava di candidarsi alle politiche del marzo 2018 e per questo aveva bisogno di continuare ad assicurarsi i voti. Cosicché, pur essendo perfettamente consapevole che i laboratori non funzionavano, che le associazioni facevano soldi indebitamente, che c’erano molte irregolarità, non denunciava nulla, perché non voleva perdere i voti che gli portavano le varie associazioni. Lucano cercava un vantaggio elettorale; Sportelli citava i voti dei Tornese, di Riace Accoglie, di Girasole.

Ma dove erano le prove del movente politico-elettorale? In un’intercettazione di fine 2017 in cui in sostanza Lucano diceva a suo fratello: «Quasi quasi mi candido». L’intenzione di Lucano di correre per l’elezione al Parlamento italiano rivelava, secondo l’accusa, il suo intento di sottrarsi alla giustizia, che sentiva ormai incombere su Riace, grazie all’immunità parlamentare; ecco la patata bollente dell’interesse personale, pur nell’assenza di lucro. Tuttavia, quando il Presidente gli chiedeva se si fosse poi candidato effettivamente, Sportelli doveva ammettere di no. Cosicché anche il famoso movente politico finiva per sfocarsi e perdere di incisività, tanto che nel seguito dell’illustrazione dell’accusa non si parlava praticamente più del movente di Lucano.

Ora, a un anno e mezzo da quelle udienze, il movente politico torna fuori. In zona Cesarini possiamo dire, all’ultima udienza dell’istruttoria dibattimentale. Succede che il pubblico ministero ha letto l’intervista rilasciata da Lucano una settimana fa, in cui parla della sua candidatura nella lista di De Magistris come capolista. E qualcosa ha fatto subito tilt nella sua mente: visto? L’avevo detto io che voleva candidarsi. Finalmente il piano è arrivato a compimento. Peccato che si tratti di quattro anni dopo, di quattro tornate elettorali dopo, di elezioni regionali e non politiche. Ma il suo piano è sempre quello. Anzi, il piano di oggi getta luce su quello di ieri: se non si era presentato allora, né alle politiche (2018), né alle europee (2019), né alle regionali (2020), è perché nessuno gli aveva voluto dare il posto di capolista. Ora finalmente, con De Magistris, il colpaccio gli è riuscito. E qui il pubblico ministero fa un volo pindarico: la candidatura di oggi confermerebbe la bontà delle intercettazioni di quattro anni prima…

Ovviamente Lucano ha il diritto di candidarsi quando vuole e con chi vuole, come ogni cittadino in pieno possesso dei suoi diritti politici. Ma l’imputato Lucano, secondo il pubblico ministero, è costretto dal suo “curriculum criminale”, come avrebbe detto Foucault; ogni sua azione prende un senso pregresso determinato dall’indagine che lo ha portato al processo e nello stesso tempo dà senso a quell’indagine quando incespica e si fa debole. Quell’intercettazione del 2017 che perdeva significato di fronte al dato di realtà che non si era poi candidato, per cui diventava difficile sostenere in modo convincente il suo interesse politico-elettorale, ritrova finalmente il suo senso predittivo in un’intervista di oggi.

Nel commentare questa singolare richiesta, Lucano mette il dito sui contenuti politici della sua candidatura, rivendicando giustamente la sua libertà di perseguire i suoi ideali di solidarietà, uguaglianza e umanità. E conclude: mi chiedo se il pubblico ministero avrebbe agito nello stesso modo se mi fossi candidato con la Lega. Certo, c’è sicuramente il contenuto politico nell’attacco del pubblico ministero, come hanno sottolineato altri commentatori. D’altronde, sin dall’inizio del mio monitoraggio sostengo che a Locri si sta celebrando un processo politico, dove si sono messi sotto processo non degli atti, ma delle idee. Nessuna sorpresa dunque nel constatare che le idee politiche di Lucano, che allora aveva messo in atto nel costruire il modello Riace e oggi mette al servizio di un progetto elettorale, sono al centro dell’accusa.

Ma a me preme portare l’attenzione anche su un altro aspetto: l’uso spregiudicato di un’intervista di oggi per dare senso a un’intercettazione di quattro anni fa, che non aveva retto alla prova dell’argomentazione dibattimentale. Quell’intercettazione non aveva retto perché l’azione che vi si annunciava non aveva avuto luogo; restava dunque una mera intenzione e le intenzioni non si processano, lo sanno anche i bambini. La candidatura di oggi invece viene letta come un passaggio all’atto che realizza finalmente quell’intenzione. Si avanza insomma l’ipotesi di un effetto retroattivo per cui l’azione dell’oggi illuminerebbe di senso un’intenzione espressa nel passato, la renderebbe “vera”. A tal punto che si può riattivare l’intento, allora fallito, di fondarci il movente.

Nella presentazione delle ipotesi di accusa non c’è solo lo scontro con le idee politiche di Lucano, che abbiamo già visto mille volte; c’è qualcosa di più e di diverso. C’è l’idea che gli atti non sono circoscritti nel tempo in cui si formano, non contengono il proprio significato, ma lo derivano dalla personalità dell’imputato, segnata senza soluzione di continuità dai reati che gli vengono attribuiti. L’indagine, conclusa a fine 2017, racchiuderebbe così tutto l’agire di Lucano, anche quello di oggi, anche quello futuro, che non potrebbe che esplicitarne meglio il senso, renderne più chiaro il carattere criminoso. C’è da credere che la Procura senta le sue ipotesi parecchio traballanti, per arrivare a proporre una tale forzatura!

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sabato 28 novembre 2020

Come ti trasformo Riace in un reato - Giovanna Procacci

 

Il processo di Locri contro Mimmo Lucano continua, sia pure a rilento, sostanzialmente ignorato dalla stampa. Dal mio ultimo articolo di inizio luglio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/), ci sono state 4 udienze, due a luglio e due a settembre.

1.

Nell’udienza del 6 luglio, il colonnello Sportelli ha ripreso il tema del Riace in festival, la manifestazione culturale estiva organizzata dalla Rete dei Comuni Solidali, con riferimento, in particolare, alle edizioni del 2017 (in pieno periodo di intercettazioni da parte della Guardia di Finanza) e del 2015 (per dei riferimenti presenti in alcune intercettazioni raccolte due anni più tardi, che in realtà non si riferiscono al Festival, ma ad altri eventi culturali organizzati dal Comune in occasione della festa dei santi patroni). I reati ipotizzati sono quelli di distrazione di fondi, di falso ideologico e di favoreggiamento personale. Del Festival Sportelli aveva già parlato, affermando che sarebbe stato finanziato con quelle “economie” realizzate sui fondi dell’accoglienza che la Procura tratta tutte indistintamente come distrazione di fondi. Questa volta vi ritorna su per parlare delle case in cui venivano alloggiati quelli che Sportelli definisce come “gli ospiti del Festival”, oppure “gli invitati di Lucano”, o addirittura “gli amici di Lucano”. Uno slittamento di linguaggio indicativo del carattere approssimativo delle accuse, ma anche del tentativo di insinuare continuamente che possa esserci un interesse privato di Lucano, sebbene l’accusa non l’abbia dimostrato. Le case, dunque: emergerebbe dalle intercettazioni che nel 2017 Lucano avrebbe sistemato le persone arrivate a Riace per il Festival non solo nelle case del turismo solidale, ma anche in alcune case destinate ai progetti Sprar e Cas. Il Festival dura solo qualche giorno e le case in questione erano comunque vuote, ma l’ospitalità di persone estranee ai progetti non sarebbe comunque prevista dalle Linee Guida dello Sprar e avrebbe pesato sui fondi Sprar in termini di consumo di acqua e elettricità. E però, mentre parla delle case, Sportelli fa balenare di nuovo l’idea che il Festival stesso, gli artisti, il palco ecc., tutto fosse pagato da Lucano e/o dalle associazioni dell’accoglienza a Riace, quindi con fondi pubblici. E questo sebbene sia semplice verificare che il Festival si è sempre finanziato in modo autonomo, su fondi di ReCoSol e della Tavola valdese.

Anche nell’udienza del 22 luglio è tornato un altro grande tema: il teste Leone Vadalà, maresciallo della Polizia giudiziaria di Locri, ha deposto sul presunto carattere fraudolento della raccolta dei rifiuti svolta a Riace da due cooperative sociali. Ha a lungo argomentato su quelle cooperative (che non erano iscritte ai registri e non avevano i requisiti), sull’affidamento diretto del servizio, sulla mancanza della gara e della pubblicità, sostenendo che Lucano avrebbe avuto motivi personali per affidare loro il servizio. L’ipotesi di reato è di turbata libertà di scelta del contraente, di turbata libertà degli incanti e di abuso d’ufficio. Sembra di sognare, siamo ben oltre il déjà vu. Se ricordate, quando nell’ottobre 2018 il Gip di Locri aveva imposto a Lucano le misure cautelari (arresto domiciliare, poi tramutato in esilio), aveva giudicato inconsistenti la gran parte delle accuse, accogliendone solo due: i matrimoni irregolari e l’assegnazione del servizio di raccolta rifiuti, per l’appunto. Nel febbraio 2019, però, era intervenuta la Corte di Cassazione che aveva demolito le argomentazioni della Procura sul servizio di raccolta rifiuti, sostenendo che non c’erano «indizi di comportamenti fraudolenti». Anzi, tutto era stato regolare, le decisioni erano state prese in modo collegiale e supportate dai pareri di regolarità sotto il profilo tecnico e contabile, il carattere di pubblica notorietà dei provvedimenti era garantito dall’affissione all’albo comunale e le somme previste per il servizio erano al di sotto della soglia stabilita dall’UE. Aveva anche respinto la pretesa della Procura di fondare il reato sulla mancata iscrizione delle due cooperative al registro regionale, per il semplice fatto che tale registro regionale non era in realtà esistito fino al 2016, cosicché nel periodo in esame (2011-2015) non si poteva pretendere l’iscrizione delle cooperative a quell’albo. La Cassazione aveva fatto anche di più, affermando che i comportamenti ritenuti penalmente rilevanti dalla Procura nella vicenda dell’affidamento del servizio di raccolta rifiuti erano «solo assertivamente ipotizzati».

La ripresa del processo dopo la pausa estiva si è aperta con l’udienza del 14 settembre, dedicata al contro-esame da parte degli avvocati della difesa: contro-esame di Sportelli sul reato di peculato e di Vadalà sulla raccolta di rifiuti. Gli avvocati chiedono ai testi dell’accusa chiarimenti su punti di dettaglio in relazione alle posizioni dei loro assistiti, fanno emergere contraddizioni e carenze nell’esposizione della Procura e annunciano che tutti questi punti saranno successivamente ripresi nelle presentazioni difensive.

L’udienza del 15 settembre, invece, è stata un’udienza importante, perché Sportelli ha affrontato due capi d’accusa pesanti, due macigni che la Procura scaglia contro l’esperienza stessa di Riace. Il primo è il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso il tentato matrimonio, mai realizzato, fra una ex-rifugiata ormai cittadina italiana e un uomo etiope. Il secondo è il reato di associazione a delinquere che, nella visione dell’accusa, costituirebbe il quadro d’insieme in cui s’inseriscono i reati illustrati nel corso delle precedenti udienze. I soggetti che avrebbero partecipato al reato associativo vengono ridotti ai soli Lucano, Capone, Ierinò e Tornese, con Lucano nella posizione apicale di capo dell’associazione. Questi si sarebbero associati allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti. Per usare le parole di Sportelli, «per fini diversi, di lucro o elettorali, si è voluto portare avanti un progetto, che era il modello Riace, nato in maniera egregia, che però pian piano è andato alla deriva». Una deriva che non sarebbe, però, imputabile ad errori, anomalie, o incapacità di gestione di numeri cresciuti a dismisura, ma a volontà collettiva di realizzare truffe, falsi, abusi e via dicendo. È in questo quadro che l’accusa legge l’esperienza di Riace come un piano preordinato per distrarre fondi e truffare lo Stato; certo, riconosce Sportelli, i rifugiati erano trattati bene, ma all’interno di un disegno criminale. Con l’illustrazione del capo di accusa di associazione a delinquere si esaurisce la lunga deposizione del colonnello Sportelli, durata un intero anno.

Parallelamente, anche in questi mesi estivi è successo altro. Fuori dal processo, certo, eppure è difficile immaginare che non risuoni in qualche modo anche in quell’aula, perché getta un po’ di luce sulle tante ombre che vi emergono.

 

2.

Il 7 luglio il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria ha respinto il ricorso della Procura di Locri contro l’annullamento delle misure cautelari riguardanti Lucano, che ancora oggi vorrebbe ai domiciliari; nella sentenza, il Tribunale ha sostenuto che non c’è prova del reato associativo, né del perseguimento da parte di Lucano di un vantaggio patrimoniale. A fine agosto, poi, è arrivata un’altra notizia eclatante: Salvatore del Giglio, funzionario della Prefettura di Reggio Calabria, autore di una relazione che costò a Riace l’avvio dell’indagine e la chiusura dei progetti d’accoglienza (che aveva testimoniato in Tribunale nel luglio 2019), è indagato per falso ideologico in atti pubblici. Avrebbe falsificato una relazione sul Centro di accoglienza “Villa Cristina” del Comune di Varapodio, gestito dal sindaco Fazzolari di Fratelli d’Italia, omettendo di indicare le criticità riscontrate, proprio quelle criticità che aveva invece sottolineato nell’operato di Lucano a Riace: chiamata diretta degli enti gestori, affidamento dei servizi senza gara, assunzione fiduciaria degli operatori ecc. Che credibilità può avere – se il fatto sarà accertato – un funzionario infedele che falsifica le relazioni delle ispezioni?

 

3.

Fin qui le “notizie” di questi mesi. Il processo è ora in un momento di transizione. L’illustrazione delle tesi d’accusa si è conclusa (salvo qualche piccola appendice) e sta finalmente per iniziare la fase dedicata alle difese. Ne approfitto per sintetizzare le impressioni che ho tratto in questi mesi di monitoraggio delle udienze:

a.       sin dall’inizio il processo è apparso viziato da una sorta di mancanza di distinzione fra il piano amministrativo e quello penale, con un continuo scivolamento fra l’uno e l’altro. Accuse di inadempienze, rendicontazione difettosa, database non accurato, comportamenti anomali rispetto alle Linee Guida dei programmi di accoglienza e integrazione rinviano tutte al piano amministrativo. Altra questione è, all’evidenza, un processo penale per reati anche molto gravi. Questa confusione è particolarmente critica in quanto l’accoglienza è materia amministrata di concerto con gli enti locali, cui lo Stato affida rifugiati e richiedenti asilo; il che presuppone, come ricorda la sentenza del Consiglio di Stato del 28 maggio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/08/domenico-lucano-come-procede-un-processo-politico/), un rapporto di lealtà e reciproca fiducia ed esclude comportamenti ostili o demolitori da parte dello Stato. Quella sentenza non ha solo dichiarato illegittima la chiusura dello Sprar di Riace e il trasferimento dei rifugiati, ma ha affermato qualcosa di ancor più rilevante: che le inosservanze delle Linee Guida dello Sprar vanno trattate all’interno della logica amministrativa. Così non è avvenuto, spezzando il principio della leale collaborazione: lo Sprar non andava chiuso e nel chiuderlo i funzionari del servizio hanno disatteso le Linee Guida. Insomma, se è probabile che, nell’intento di costruire quel modello di sviluppo che nella sua visione poteva garantire ai migranti l’integrazione e ai locali il riscatto da un destino di abbandono e sottosviluppo, Lucano abbia contravvenuto ad alcune regole dello Sprar è invece certo ‒ perché lo stabilisce il Consiglio di Stato ‒ che quelle regole non sono state rispettate dai funzionari dello Sprar, e per il fine assai meno “nobile” di chiudere un servizio, di distruggere un’esperienza, di mortificare una comunità che aveva provato a rialzare la testa;

b.      fatta giustizia di questa confusione, cosa rimane nel processo? Il dolo, l’appropriazione, il vantaggio economico personale: tutto ciò che la Procura non ha potuto provare nell’azione di Lucano. In mancanza, l’accusa ha proposto una sorta di omogeneizzazione dei reati contestati, tutti praticamente ricondotti a una “distrazione di fondi”. Ma quali fondi venivano distratti? Quelli che Lucano dichiarava apertamente di riuscire ad economizzare sui fondi pubblici che riceveva, grazie ai costi contenuti della vita in un contesto come quello di Riace, ma anche grazie all’attenzione a che neanche un centesimo venisse usato per scopi diversi da accoglienza e integrazione. Per l’accusa proprio queste “economie” sono il cuore dei vari reati. Tutte le pratiche che da sempre hanno caratterizzato l’esperienza di Riace – le borse lavoro, i bonus locali, i lungopermanenti, le occasioni di lavoro create per rifugiati e autoctoni alla ricerca di quell’equilibrio fra ospitalità dei rifugiati ed economia locale che è considerato il tratto distintivo di quel modello ‒ sarebbero inficiate dal peccato originale di esser state realizzate grazie a quelle “economie”. Di fronte alle richieste del Presidente (che a più riprese ha domandato se quelle pratiche non fossero pur sempre finalizzate all’integrazione) e ai rilievi delle difese (che nel contro-esame hanno letto le Linee Guida dello Sprar nelle quali è ammessa una gamma variegata di azioni a fini integrativi) la Procura ha dovuto riconoscere che esse potevano rientrare nelle Linee Guida, ma ha affermato che, oltre una certa cifra, avrebbe dovuto esserci una richiesta specifica che è invece mancata. Ora, la mancanza di tale richiesta non ricadrebbe di nuovo fra le inadempienze amministrative?

c.       il cuore dei reati contestati a Lucano sta dunque, secondo l’accusa, nelle “economie” utilizzate per portare avanti la sua idea di integrazione. Come dice Sportelli, si tratta di «guadagno pulito», di soldi non spesi per i migranti, ma per “altro”. C’è però, in tutto questo, un punto debole. Non si tratta, infatti, di una clamorosa scoperta dell’indagine. A Riace le “economie” sono state fatte e usate alla luce del sole, sono state rivendicate come innovazioni importanti nel lavoro di integrazione, sono state oggetto di libri e articoli, film e documentari. Erano tutti fatti ben noti anche agli uffici dello Sprar o del Cas, che li hanno tollerati per anni e che hanno continuato ad approvare i progetti e a inviare rifugiati. Che cosa ha fatto sì che quelle pratiche abbiano cambiato di segno? L’impressione è che i reati attribuiti a Lucano siano reati ex-post: pratiche portate avanti alla luce del sole, ammesse per anni, diventano improvvisamente reati per effetto di quel cambiamento di prospettiva politica su immigrazione e asilo, che dal 2017 in poi ci ha precipitati nel baratro del razzismo, dei respingimenti, dei porti chiusi, del rifiuto del soccorso in mare. Insomma, una forzatura in nome di idee che pretendono di riscriverne il senso, con un’operazione tipica di ogni processo politico;

d.      fin dall’inizio, alle richieste del Presidente di chiarire il movente di rilevanza penale delle azioni esaminate, la Procura ha dovuto riconoscere la mancanza di qualsivoglia prova che Lucano sia stato mosso dalla ricerca di un vantaggio economico ed ammettere che, anzi, agiva per motivi ideali di umanità e accoglienza. A un certo punto, poi, ha avanzato un’ipotesi diversa: non c’era vantaggio economico, ma il perseguimento di un vantaggio “politico-elettorale”. Peccato che, dall’inizio dell’indagine, Lucano non si sia candidato in nessuna elezione politica tanto che il tema stesso del movente è stato quasi del tutto espunto dal processo.

Una prima conclusione è, a questo punto, possibile. La strategia dell’accusa, in questo processo, è quella di attaccare il cuore stesso del modello Riace. Se le economie sono di per sé un reato, indipendentemente da come sono state utilizzate, allora l’esperienza di Riace non ha più nulla di esemplare e diventa equiparabile a un qualsiasi business dell’accoglienza, dove parte dei fondi pubblici sono usati per tutt’altro. Ma se si guarda la modo in cui quelle economie sono state investite a Riace, si vede che non sono state spese per “altro”; al contrario, esse hanno reso possibili le borse lavoro, i lavori di restauro e di bonifica, i servizi, i laboratori, la fattoria didattica, il frantoio di comunità, il turismo solidale, le iniziative culturali e di spettacolo. Sono state insomma il motore di quel connubio riuscito di integrazione dei migranti e di sviluppo della comunità locale che è il cuore dell’anomalia di Riace. Spogliare quell’azione pubblica delle sue realizzazioni in termini di integrazione, significa privare del loro contenuto tutte quelle attività, togliere loro l’anima, ridurle a quel «gruzzolo» – per dirla con Sportelli – che Lucano «non ha speso e rimane a sua disposizione, cioè della sua associazione». Come dire: non c’era niente di particolare a Riace, c’erano solo gruzzoli a disposizione come in tanti altri posti. Così, insieme, si delegittima Lucano e a diventare reato è Riace stessa, l’idea di comunità, di sviluppo, di integrazione fra i popoli che rappresenta. Per questo il processo in corso a Locri contro Lucano è un processo politico che ci riguarda tutti.

(Una versione più ampia dell’articolo può leggersi in www.pressenza.com)

 

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