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lunedì 31 marzo 2025

Fino alla vittoria - Pasquale Pugliese

  

2022: l’Ue smette per una volta di essere un’unione economica e dopo otto anni di guerra civile nel Donbass assume un ruolo di neutralità attiva, sottraendosi all’abbraccio mortale della Nato per poter svolgere un’autorevole azione di mediazione tra Russia e Ucraina, mentre sostiene i movimenti pacifisti e gli obiettori di coscienza dei due paesi… No, non è andata così, l’Ue (e con essa l’Italia) si è lanciata invece in una nuova guerra di civiltà mandando armamenti a Kiev per 62 miliari di euro “fino alla vittoria”… Alcune stime parlano di oltre un milione tra russi e ucraini, morti, mutilati, feriti permanenti

 

Nessuno che avesse un minimo di onestà intellettuale poteva dubitare che c’erano solo due strade per concludere il conflitto armato in Ucraina: una mediazione con l’avversario o l’escalation fino alla guerra nucleare tra due superpotenze atomiche, che avrebbe provocato almeno 95 milioni di morti in 45 minuti, secondo la simulazione dell’Università di Princeton. Inascoltati, con Rete Italiana Pace e Disarmo, sosteniamo da prima che l’esercito russo invadesse il territorio ucraino – dopo otto anni di guerra civile nel Donbass e il tradimento degli accordi di Minsk – che l’Europa avrebbe dovuto esercitare un ruolo di “neutralità attiva”, sottraendosi all’abbraccio mortale della Nato per poter svolgere un’autorevole azione di mediazione in quanto soggetto terzo; sostenere i movimenti pacifisti in Ucraina e Russia e dare rifugio agli obiettori di coscienza di entrambi i fronti; organizzare una Conferenza internazionale di pace e promuovere l’ingresso sia dell’Ucraina che della Russia nell’Unione Europea (era, peraltro, il vecchio sogno del presidente Gorbaciov, per un’Europa unita e pacifica dall’Atlantico agli Urali).

“Il maggior numero delle parti in conflitto – sosteneva Johan Galtung, fondatore dei Peace studies e mediatore Onu – ha qualche posizione valida: il lavoro sul conflitto consiste nel costruire una posizione accettabile e sostenibile a partire da quel ‘qualcosa di valido’, per quanto minuscolo possa essere”. Invece l’Unione Europea – e con essa l’Italia, ripudiando per l’ennesima volta la sua Costituzione, anziché la guerra – si è lanciata, a rimorchio degli Usa, in una nuova “guerra di civiltà” (dopo quella anti-islamica) contro la Russia, mandando armamenti per 62 miliardi di euro… “fino alla vittoria”. Oggi che “il nuovo sceriffo” della Casa Bianca dà il contrordine e avvia negoziati diretti con il capo del Cremlino – a dispetto della reductio ad hitlerum che ne aveva fatto la vulgata bellicista – che sembrano accogliere le sue richieste iniziali, a cominciare dalla neutralità militare dell’Ucraina, aggravate dall’espansione militare russa sul terreno in questi tre anni di guerra, i governi europei e i cantori dell’escalation, messi ai margini, rimangono increduli e frastornati.

Nel frattempo, i calcoli geopolitici delle cancellerie internazionali hanno triturato una generazione di giovani europei, con sommo disprezzo delle vite umane, in quella che gli storici ricorderanno come “l’inutile strage” del XXI secolo, esattamente come accadde nella prima guerra mondiale che avrebbe dovuto “porre fine a tutte le guerre”. Ingannati, allora come oggi, come scriveva il generale Smedley D. Butler, eroe della “grande guerra”, nel libro che ne scrisse a conclusione dal titolo La guerra è una mafia:

“Ragazzi con una normale prospettiva di vita sono stati strappati via dai campi, dagli uffici, dalle fabbriche, dalle aule scolastiche e messi in riga per essere rimodellati e riprogrammati. A loro è stato imposto un brusco dietro-front con cui si sono trovati a passare da una vita normale a un’altra dove l’omicidio è all’ordine del giorno. Sono stati messi spalla a spalla e, attraverso il condizionamento di massa, trasformati. Li abbiamo sfruttati per un paio di anni addestrandoli a non far altro che uccidere o essere uccisi”.

Non sappiamo ancora quante siano le vittime effettive dal 2022, stime parlano di oltre un milione tra russi e ucraini, morti e mutilati, feriti e traumatizzati permanenti.

 

Che cosa rimane di questi anni di guerra in Europa? La militarizzazione dell’economia e della cultura, con l’alimentazione della paura del “nemico” alle porte, come esplicitato chiaramente da Mark Rutte, segretario generale della Nato, che ha intimato di passare alla “mentalità di guerra”, e da Ursula von der Leyen che alla Conferenza di Monaco sulla “sicurezza” ha ordinato di adottare “in modo permanente la mentalità di urgenza”. Ma, come spiegava Zygmunt Bauman, le paure indotte “arrivano nella nostra vita già con i loro rimedi, prima ancora che i mali che essi promettono di curare abbiano fatto in tempo a spaventarci” (Paura liquida). E il rimedio della Commissione europea è di aumentare le spese militari dei paesi europei “per centinaia di miliardi in più all’anno”, ossia dai 340 miliardi che corrispondono in media al 2% del Pil dei paesi UE nel 2024 a 620 miliardi all’anno, ossia al 3,5% del loro Pil.

Per fare questo – per la corsa agli armamenti, non per gli investimenti sociali – von der Leyen sospende i vincoli di spesa previsti dal patto di stabilità, esattamente come avvenuto durante la crisi della pandemia di Covid. Ma per il Covid quegli investimenti straordinari servivano ad uscire dalla pandemia e salvare vite, le spese militari servono per entrare nella pandemia della guerra permanente che falcia le vite. Durante il periodo del Covid avevo raccolto i miei articoli del tempo in un libretto intitolato Disarmare il virus della guerra e sottotitolato Annotazioni per una fuoriuscita nonviolenta dall’epoca delle pandemie. Ecco, sta avvenendo esattamente il contrario: allora era stato usato il paradigma bellico per affrontare una pandemia virale, adesso si usa il paradigma pandemico per entrare nell’epoca della guerra globale. Dalla guerra al virus al virus della guerra.

da qui

mercoledì 25 ottobre 2023

teoremi sull'israelizzazione del mondo - Enrico Euli

Teorema 1: Più la cultura è individualista e competitiva, più è probabile che il paese sia democratico e più è probabile che il paese, data la possibilità, sia belligerante.

Teorema 9: Più democratico è il paese, più sono autocompiaciuti i leader/i cittadini, più il paese è belligerante.

Cioè noi, l'Occidente.

Teorema 2: Più un paese nella sua storia ha inflitto traumi agli altri e più democratico è il paese, più il paese è belligerante.

Teorema 3: Più alta la posizione nella piramide economica mondiale dei paesi, più probabile è che il paese sia democratico e belligerante.

Cioè i nostri amici, gli USA, 'statua della libertà' e 'faro della democrazia'.

Teorema 7: Più democratico è il paese, maggiore la competizione interna per il potere; e maggiore la competizione interna per il potere, maggiore è la tentazione di ottenere il sostegno attraverso l'aggressione esterna.

Cioè Israele.

Teorema 4: Maggiore è l'isomorfismo tra le strutture nazionali e quelle mondiali e più democratico è il paese, più il paese stesso è belligerante.

Cioè, il nostro sistema-mondo.


Da tempo parlo e scrivo di israelizzazione delle relazioni umane: la mediazione politica viene in essa progressivamente sostituita da muri, divieti, frontiere, controlli digitali, oppressioni e repressioni, immunizzazione, militarizzazione della vita quotidiana, guerra.

Sta accadendo ovunque, ed Israele è il modello a cui tutti tendono ed in cui tutti i governi, man mano ed ineluttabilmente, tendono a riconoscersi e ad identificarsi.

Da qui una cultura che si diffonde microfisicamente nella vita e nelle menti di tutti noi, in tutto il mondo.

Ecco perché Israele è stata, è e sarà sempre più impunita ed impunibile, qualunque delitto compia alle spese di chiunque, comunque: che siano moschee o chiese, campi profughi o condomini, guerriglieri o civili, ospedali o cimiteri, libanesi siriani o iraniani.

Non più solo perché storicamente creato artificialmente da noi euro-statunitensi, invadendo territori abitati da arabi.

Non più solo perché permane da sempre come avamposto occidentale in Medio Oriente.

Ma perché ormai il mondo intero si è omologato e conformato strutturalmente ad Israele: ci siamo israelizzati.


Qui da noi, qualche governo ha difeso ieri Guterres all'ONU, quando ha provato a ricordare che gli attacchi di Hamas non vengono dal nulla?

Quale stato occidentale ha spiegato che la conferenza del Cairo è fallita perché tutti volevano condannare gli atti di Hamas, ma solo i paesi arabi erano disposti a condannare anche quelli di Israele?

Qualcuno ha dato il giusto rilievo alla marcia delle madri israeliane e palestinesi unite, o al gesto di pace della vecchietta ex ostaggio nei confronti dei suoi ex carcerieri?

Qualcuno ha la forza di invertire l'ordine di priorità degli israeliani, mettendo al primo posto la salvaguardia dei civili palestinesi e la liberazione degli ostaggi israeliani ed in secondo luogo il contrattacco dentro Gaza 'per scacciare Hamas dalla faccia della terra' o 'tagliare la testa del serpente' ?

Non esistono da tempo possibilità di negoziazione tra le parti, visti i fallimenti di tutti gli accordi precedenti (e non solo per i tradimenti di Israele, ma anche per la corruzione e le inadempienze dell'OLP).

Ma ancora oggi sarebbero possibili molte forme di pressione e mediazione-arbitrato fra le parti, da parte di terzi (che non possono però più essere gli Stati Uniti), così come accaduto con l'apartheid in Sudafrica.

Ma chi è disposto a considerare e trattare Israele come quel che fu il Sudafrica, a boicottarlo e sanzionarlo economicamente e militarmente? Come può accadere, in un mondo israelizzato, in cui inevitabilmente qualunque critica ad Israele viene ritradotta in attacco antisemita ed i terroristi stanno sempre e solo dall'altra parte ?

Il conflitto tra palestinesi e israeliani è da sempre un conflitto allargato su palestinesi ed israeliani.

É la guerra ora (e non il conflitto) che non potrà che durare (Ucraina docet), allargarsi ed allagarci.


(I teoremi citati sono stati proposti da Johan Galtung in 'Pace con mezzi pacifici' (Esperia, 2000))

da qui

domenica 24 luglio 2022

Palestina e l’informazione che non c’è

 


testi di Bds Italia, Johan Galtung, Yuval Abraham, Gideon Levy, Alex Levac, Leila Farsakh, Ramzy Baroud, Soulayma Mardam Bey, Humane Rights Watch, Miko Peled, Hagar Shefaz, Amira Hass, Romana Rubeo, Noam Chomsky, Francesca Albanese, Alessandra Mecozzi, Berlin Migrant Strikers

 

Scrivi alla Roma e alla Juve: Non c’è gioco pulito nell’Israele dell’apartheid

Sempre più il mondo dello sport si sta schierando a favore dei diritti dei palestinesi.

Tuttavia, alcune squadre di calcio si stanno mettendo dalla parte sbagliata della storia, permettendo che i loro celebri nomi vengano usati per ripulire con lo sport i crimini israeliani contro i palestinesi.

Juventus e Roma hanno in programma amichevoli nell’Israele dell’apartheid nelle prossime settimane.

Squadre palestinesi, i cui giocatori hanno perso la vita o sono stati resi invalidi a causa dei soldati israeliani e di attacchi militari, hanno scritto alle squadre italiane esortandole fortemente a cancellare queste partite per non essere complici.

Aggiungete la vostra voce alla loro.

Scrivete subito alla Roma e alla Juve. Non c’è gioco pulito nell’apartheid israeliano.

I giocatori dell’Al Khader FC, Mohammad Ghneim (19 anni) e Zaid Ghneim (14 anni) e il calciatore prodigio della Palestine Football Academy, Thaer Yazouri (18 anni), sono stati uccisi dai soldati israeliani ad aprile e maggio di quest’anno.

Il giocatore del Balata FC Saeed Odeh (16 anni) è stato ucciso dai soldati israeliani l’anno scorso.

La Palestine Amputee Football Association è composta da giocatori che hanno perso l’uso degli arti a causa degli attacchi militari di Israele a Gaza.

È per questi e per altri giocatori, per tutti i palestinesi giovani e anziani che continuano a sognare, che le squadre palestinesi si sono impegnati a non rimanere in silenzio e di tracciare una linea di picchetto morale che non si deve attraversare.

Unitevi a loro.

Inviate un’e-mail alla Roma e alla Juve: Annullate le partite. Fatelo per Mohammad, Zaid, Thaer, Saeed, gli amputati e troppi altri.

Continuate a pronunciare i loro nomi. E contribuite a cacciare l’apartheid dal calcio.

Gentili dirigenti, membri del consiglio di amministrazione, giocatori e staff tecnico,

mi unisco alle squadre palestinesi che vi fanno un forte appello a non giocare nell’Israele dell’apartheid.

Israele, proprio come altri regimi oppressivi, invita squadre celebri come la vostra perché sa che questi eventi sportivi sono un’occasione d’oro per ripulirsi l’immagine del suo regime di apartheid con lo sport. Contribuiscono a fornire all’apartheid di Israele la copertura di cui ha bisogno per continuare impunemente la sua prolungata e brutale oppressione di tutti i palestinesi, compresi i calciatori.

Giocare una partita oggi nell’Israele dell’apartheid, mentre continua a uccidere, mutilare e arrestare giovani calciatori palestinesi, va contro i valori autentici alla base dello sport in generale e di questo bellissimo gioco in particolare. Sarebbe come giocare una partita nel Sudafrica dell’apartheid negli anni Ottanta.

Il mondo dello sport ha sanzionato la Russia per la sua invasione illegale dell’Ucraina, che dura da mesi. È ora di porre fine all’ipocrisia prendendo una posizione simile contro il regime pluridecennale di colonialismo e apartheid di Israele.

Giocare la partita nell’Israele dell’apartheid è una scelta. Si può scegliere di stare dalla parte giusta della storia, unendosi a un numero crescente di squadre e atleti che si battono per i diritti dei palestinesi. Oppure potete scegliere di giocare per la Squadra dell’Apartheid e far sì che questo rimanga per sempre nel libro della storia del vostro club.

Ascoltate le squadre palestinesi. Annullate la partita. Fatelo per:

§  Zaid Ghneim, 14 anni, Al Khader FC, ucciso dai soldati israeliani, maggio 2022.

§  Thaer Yazouri, 18 anni, Accademia di calcio palestinese, ucciso dai soldati israeliani, maggio 2022

§  Mohammad Ghneim, 19 anni, Al Khader FC, ucciso dai soldati israeliani, aprile 2022

§  Saeed Odeh, 16 anni, Balata FC, ucciso dai soldati israeliani, maggio 2021

§  I giocatori della Palestine Amputee Football Association che hanno perso gli arti a causa degli attacchi militari di Israele a Gaza.

§  Non c’è gioco pulito nell’apartheid israeliano.

da qui

 

Medio Oriente e giornalismo mancante su conflitto e pace – Johan Galtung

La cultura locale sembra richiedere una breve introduzione nella propria lingua prima di passare all’inglese globalizzato. Io seguo l’esempio:

[Jeg tror ikke man kan snakke om Midtösten, og spesielt ikke legge frem et fredsforslag slik jeg har tenkt å gjöre, uten dyp medfölelse med verdens jöder for shoa, og med palestinenserne for okkupasjon og generasjoner i leire.  Jeg har levd nær begge siden jeg begynte å sette meg inn i konflikten en natt i januar 1964 på jernbanestasjonen i Gaza og tror jeg forstår og opplever traumenes dybde.  Ordet “fred” blir problematisk, en dröm et sted mellom forræderi og oppgivelse.  En oppfordring uten like].

Traduzione dal norvegese (a cura di TMS editor):

Non credo sia possibile parlare del Medio Oriente, e specialmente presentare una proposta di pace, come intendo fare, senza una profonda simpatia con gli ebrei del mondo per la shoah, e con i palestinesi per l’occupazione e le generazioni vissute nei campi [profughi]. Sono vissuto accosto ad entrambi da quando una notte di gennaio 1964 alla stazione ferroviaria di Gaza cominciai a capire il conflitto, dacché credo di capire e provare la profondità dei traumi. La parola “pace” diventa problematica, un sogno da qualche parte fra tradimento e abbandono. Un invito senza uguali.

Stando così le cose, mi si lasci procedure con cautela. Comincio allora con due immagini di affari internazionali, affari umani a dire il vero, due discorsi: l’approccio securitario e l’approccio pacifista; che competono per la nostra attenzione trattando la stessa preoccupazione per la violenza ma in modo diametralmente opposto:

L’approccio securitario si basa su quattro componenti:

1.      Un contendente cattivo, con grosse capacità d’intervento e brutte intenzioni;

2.      Un pericolo chiaro e attuale di violenza, reale o potenziale;

3.      Forza, per sconfiggere o scoraggiare il cattivo, che a sua volta produce

4.      Sicurezza, che è anche il miglior approccio alla “pace”.

L’approccio funziona quando contendenti cattivi/forti sono indeboliti da sconfitta o deterrenza, e/o convertiti a diventare buoni.

L’approccio pacifista si basa pure su quattro componenti:

1.      Un conflitto, che non è stato risolto/trasformato;

2.      Un pericolo di violenza per “sistemare il conflitto”;

3.      Trasformazione del conflitto, empatica creativa nonviolenta, che produce

4.      Pace, che è il miglior approccio alla “sicurezza”.

L’approccio funziona mediante risultati accettabili/sostenibili.

L’approccio securitario presuppone una forza superiore (di qualunque genere, Sun Tzu o Clausewitz), che implica disuguaglianza.

L’approccio pacifista presuppone un esito conflittuale accettabile a tutti i contendenti e sostenibile, che implica uguaglianza.

Credo siano riconoscibili come copioni in filigrana a pensieri, discorsi e azioni su tutta quanta la tematica del Medio Oriente – o di qualunque altro conflitto, dopo. I discorsi si traducono in giornalismo come due stili:

GIORNALISMO DI VIOLENZA GUERRA/VITTORIA

 

I. ORIENTATO A VIOLENZA/GUERRA?

focus sull’arena conflittuale,

2 parti, 1 obiettivo (vincere), guerra

orientato in generale a somma zero

spazio chiuso, tempo chiuso;

cause ed effetti nell’arena,

chi ha scagliato la prima pietra;

povero di contesto

focus solo su effetto visibile della

violenza (uccisi, feriti e

danno materiale)

rende le guerre opache/segrete

giornalismo “noi?loro”,

propaganda, voce per “noi”

vedere “loro” come il problema,

focus su chi prevale in guerra

disumanizzazione di “loro”;

più così, peggiore l’arma

reattivo: aspetta che avvenga la violenza prima di riferire

 

II. ORIENTATO A PROPAGANDA

espone le “loro” non-verità

aiuta le “nostre” coperture/bugie

 

III. ORIENTATO ALL’ELITE

focus sulla “loro” violenza  e  la ”nostra”  sofferenza; subìta dai   maschi nel loro vigore

impreca contro i “loro” malfattori

focus sui pacificatori d’élite, da loro megafono

 

IV. ORIENTATO ALLA VITTORIA

pace = vittoria + cessate-fuoco

nasconde iniziative di pace prima che sia a portata la vittoria

focus su trattato, istituzione, la società controllata

lascia il campo per un’altra guerra,

ritorna se riavvampa la vecchia storia

 

GIORNALISMO DI CONFLITTO/PACE

 

 

I. ORIENTATO AL CONFLITTO

esplora la formazione del conflitto,

x parti, y obiettivi, z problematiche

orientato in generale a un “win-win”

spazio aperto, tempo aperto;

cause ed esiti ovunque,

anche in storia/cultura;

ricco di contesto

focus anche su effetti invisibili della

violenza (trauma e gloria,

danno alla struttura/cultura)

rende i conflitti trasparenti

dà voce a tutti i contendenti;

empatia, comprensione

vedere conflitto/guerra come problema,

focus su creatività nel conflitto

umanizzazione di tutti i versanti;

più così, peggio le armi

proattivo: rtferisce anche prima che avvenga la violenza/guerra

 

II. ORIENTATO ALLA VERITA’

espone le non-verità su tuttii i versanti

svela tutte le coperture

 

III. ORIENTATO ALLA GENTE

focus sulla violenza da tutti i versanti e la sofferenza su tutti i versanti; subìta anche da donne, anziani, bambini

impreca contro tutti i malfattori

focus sui pacificatori del popolo, dando voce ai senza-voce

 

IV. ORIENTATO ALLA SOLUZIONE

pace = nonviolenza + creatività

esalta le iniziative di pace, anche per evitare ulteriore guerra

focus su struttura, cultura, sulla società  pacifica(ta)

dopoguerra: risoluzione, ricostruzione, riconciliazione

 

La scelta dello stile giornalistico è una scelta implicita del discorso da svolgere, attingendo a quel copione soggiacente. E io sostengo, ovviamente, che la seconda colonna è in complesso mancante.

In linea di principio abbiamo dieci tipi di media: per leggere, ascoltare, osservare a livello locale, nazionale e globale, e l’internet, il solo che approccia il livello globale significativamente. Che i media nazionali rispecchino le élite nazionali in posizione corretta o meno non è sorprendente, il che ci lascia accessibili i media locali come i più promettenti per un discorso di pace. Però, essendo locali sono probabilmente al loro meglio sui conflitti di livello micro- e meso-, mentre a livello macro e mega sono oltre il proprio orizzonte. Dunque siamo piuttosto malmessi. Ma la cosa può migliorare.

Nella Tabella ci sono quattro dimensioni principali che definiscono la cesura fra i due stili giornalistici. In uno l’essenza del discorso è l’atto violento e l’attore violento e se su questi si possa prevalere con una vittoria. Nell’altro l’essenza del discorso è un conflitto, cioè un focus su almeno due attori. Un tantino più complesso intellettualmente, in altre parole, ma non poi molto.  Quegli attori sono di solito disponibili a interviste; anzi, ambirebbero spegare i propripunti di vista sul conflitto. Che è appunto ciò su cui si focalizzerebbe il giornalismo di conflitto.e-pace, il suo pane:

“Che cosa c’è, secondo lei, sotto questo atto di violenza?”

“Che cosa, secondo lei, potrebbe essere un modo eventuale di risolvere quel conflitto?”

Giornalisti, comprendete queste due domande nel vostro repertorio standard e allora siamo in un giornalismo di pace. Più avanti potremmo chiedere lo stesso livello d’expertise che per, diciamo, sanità e finanza. Come si è espresso una volta il caporedattore del Toronto Star: Tutto ciò che chiedete è: date una pagina alla pace!  il punto non è che i giornalisti debbano patrocinare qualunque cosa; non dovrebbero far altro che rendere la pace più visibile, come segni di vita in un paziente in coma. Mentre invece il primo stile giornalistico di cui sopra si focalizzerebbe su chi vince, considerando qualunque tendenza a capire l’altra parte come un tentativo di giustificarne la violenza.

La tabella è auto-esplicativa e ampi commenti saranno presto disponibili su Reporting Conflict: Un’introduzione al Giornalismo di Pace, di Jake Lynch, Annabel McGoldrick e il sottoscritto. Concretamente, ecco cinque modi di fare giornalismo di pace, cinque “angolature di pace”:

1.      Consideriamo la pace in generale. E se fosse dedicare più giornalismo a riferire sulla pace? E magari riferire sulla pace notevole fra tante nazioni a Toronto e Sydney? Fra gli stati nordici, europei, dell’ASEAN? E generare un po’ di ottimismo?  Troppo estremista?

2.      Consideriamo la pace nel bel mezzo della violenza. Perfino durante un’estrema violenza in Jugoslavia e in Medio Oriente si poteva trovare e creare un po’ di pace; zone, arcipelaghi. Esploriamoli.

3.      In retrospettiva: la pace in passato. “Ma la situazione era pacifica prima, nevvero? Che cosa andò storto, e che cosa si sarebbe potuto fare a quel tempo? O qualcosa era sbagliato tutto il tempo?” Queste sono domande standard da mediatori e producono valide comprensioni interiori. Si potrebbero aggiungere al repertorio giornalistico, per tutte le parti in causa.

4.      In prospettiva: la pace in futuro. Di nuovo un esempio di domanda standard da mediatore: “Come sarebbe la Corea/Jugoslavia/regione del Golfo (Persico/Arabico)/Iraq etc. in cui le/vi piacerebbe vivere?”  Suscitare proposte e, ovviamente, stare attenti a proposte che siano già state fatte, e farne un profondo sondaggio giornalistico.

5.      Sguardo laterale: la pace da qualche altra parte. Tutti i conflitti sono unici, e tutti condividono qualcosa con altri, come per pazienti e malattie. Si cita spesso la Svizzera. Varrebbe forse la pena controllare tali analogie? Qualcosa di esistente da qualche parte potrebbe diventare fattibile altrove?…

continua qui

 

 

Un documento secretato rivela che le “zone di tiro” dell’IDF sono costruite per dare terra ai coloni – Yuval Abraham

In una riunione top secret tenutasi nel 1979, qui per la prima volta svelata, l’allora Ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon spiegò che le zone di tiro avevano lo scopo di creare “riserve di terra” per gli insediamenti coloniali, nel contesto del suo più ampio piano di stabilire “confini etnici” tra ebrei e palestinesi.

Un documento inedito rivela che Israele ha creato “zone di tiro militari” nella Cisgiordania occupata come meccanismo per trasferire terreni agli insediamenti coloniali. Quelle zone di tiro, istituite apparentemente ai fini di addestramento militare, sono state realizzate nell’ambito di una strategia più ampia rivolta a creare un “confine etnico” tra ebrei e palestinesi.

Secondo il verbale di una riunione “top secret” del 1979 della Settlement Division della World Zionist Organization [la Divisione per le colonie, è un ente privato che agisce nell’ambito dell’Organizzazione Sionista Mondiale ma è interamente finanziato da fondi pubblici israeliani. Agisce come agente governativo nell’assegnazione di terre ai coloni ebrei in Cisgiordania, ndt.] che lavora in tandem con il governo israeliano, l’allora ministro dell’Agricoltura Ariel Sharon spiegò come la realizzazione di zone di tiro in tutta la Cisgiordania avesse come unico obiettivo finale quello di fornire la terra ai coloni israeliani.

“Essendo la persona che ha fatto nascere nel 1967 le zone di tiro militari, ho voluto destinarle tutte a uno scopo: fornire un’opportunità per l’insediamento coloniale ebraico nell’area”, disse Sharon durante la riunione. “Non appena la Guerra dei Sei Giorni finì, ero ancora di stanza nel Sinai con la mia divisione. Quando ho disegnato queste zone mi trovavo nel Sinai. Le zone di tiro sono state create per uno scopo: costituire delle riserve di terra per le colonie”.

40 anni dopo, le osservazioni di Sharon hanno avuto conseguenze di vasta portata, poiché migliaia di palestinesi a Masafer Yatta, nelle grandi colline a sud di Hebron e nella Valle del Giordano sono attualmente sotto diretta minaccia di espulsione dopo che la loro terra è stata dichiarata zona di tiro militare.

La Divisione delle Colonie si era riunita per discutere la creazione di insediamenti coloniali nelle aree della valle del Giordano dichiarate zone di tiro, e quindi chiuse ai palestinesi. Sharon rese noto di aver delineato i confini delle zone di tiro sin dall’inizio e ordinato il trasferimento delle basi militari in Cisgiordania in modo che la terra fosse sequestrata a fini di insediamento coloniale.

Sharon sarebbe diventato ancora più esplicito riguardo ai suoi piani per le zone di tiro. Solo due anni dopo, durante un altro incontro della Divisione per le Colonie, il ministro affermò che era stata decisa [la realizzazione, ndt.] della zona di tiro 918 al di sopra di Masafer Yatta [insieme di 19 frazioni palestinesi nelle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania meridionale, ndt.] per fermare la “diffusione degli abitanti dei villaggi arabi sul fianco della montagna verso il deserto”. A maggio l’Alta Corte israeliana ha dato il via libera all’espulsione di oltre 1.000 palestinesi da otto villaggi di Masafer Yatta per consentire all’esercito di addestrarsi nell’area.

All’udienza dell’Alta Corte lo Stato ha affermato che la distruzione di queste comunità – che gli abitanti affermano essere lì almeno dalla fine del 19° secolo – è necessaria per l’addestramento. La scorsa settimana l’esercito ha iniziato a inviare carri armati, impiegare armi da fuoco e posizionare mine vicino alle case del villaggio.

Protezione delle periferie ebraiche

Due ulteriori documenti portati alla luce da +972 fanno chiarezza sulla motivazione politica alla base della creazione di colonie e zone di tiro nelle colline meridionali di Hebron. In base a quanto dichiarato da Sharon, egli ha cercato di creare una “zona cuscinetto” tra i cittadini beduini di Israele nel Negev/Naqab e gli abitanti palestinesi della Cisgiordania meridionale, dove si trova Masafer Yatta.

“Esiste un fenomeno, in corso da diversi anni, di contiguità fisica tra la popolazione araba del Negev e gli arabi delle colline di Hebron. Si è creata una situazione in cui il confine [della terra di proprietà araba] si è spinto più profondamente nel nostro territorio”, disse Sharon al comitato nel gennaio 1981. “Dobbiamo creare rapidamente una zona cuscinetto di insediamenti coloniali che si insinui tra le colline di Hebron e la comunità ebraica del Negev. Sharon è arrivato persino a etichettare questa zona cuscinetto come un “confine etnico” che avrebbe impedito ai palestinesi della Cisgiordania di raggiungere la “periferia di Be’er Sheva [città del sud di Israele, la più grande del deserto del Negev, ndt.]”.

I verbali di un incontro del 1980 rivelano come Sharon ritorni sulla stessa questione: “A Hura [una cittadina beduina nel Negev/Naqab] c’è una comunità araba in crescita di migliaia di persone. Questa comunità ha contatti con la popolazione araba delle colline meridionali di Hebron. Pertanto il confine passerà praticamente nelle vicinanze di Be’er Sheva, vicino a Omer [una ricca città del Negev-Naqab]. Supponiamo che io aggiunga altre decine di migliaia di ebrei a Dimona o Arad [due città operaie nel sud di Israele], e che li voglia lì. Come colmerò questo divario? Come farò a creare un cuneo tra i beduini del Negev e gli arabi delle colline meridionali di Hebron?

Sharon avrebbe presto avuto una risposta alla sua domanda. Quell’anno Israele dichiarò 30.000 dunam [3.000ettari] di terra nella punta meridionale della Cisgiordania delle zone di tiro militari. Come Sharon aveva ben chiaro, queste zone furono realizzate come confini etnici: a sud delle zone militari c’erano dozzine di villaggi beduini non riconosciuti all’interno di Israele, mentre a nord e ad ovest c’erano le città palestinesi e le cittadine delle colline a sud di Hebron. All’interno della zona militare rimasero le migliaia di palestinesi che ora devono affrontare un trasferimento di popolazione.

Durante queste discussioni Sharon stabilì persino la creazione di nuovi insediamenti coloniali ebraici nel Negev-Naqab, come Meitar, così come nelle colline occupate a sud di Hebron, come Maon e Susiya, che avrebbero fatto parte della stessa zona cuscinetto.

Per Sharon, come per molti altri leader israeliani, la nozione stessa di territorio arabo contiguo era una minaccia diretta alle ambizioni dello Stato di controllare quanta più terra possibile su entrambi i lati della Linea Verde [la linea di demarcazione stabilita negli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e alcuni fra i Paesi arabi confinanti alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948-1949, ndt.]. Ancora oggi, le colonie ebraiche in Cisgiordania e nel Negev/Naqab rimangono una parte cruciale della strategia di controllo di Israele.

Un segreto di Pulcinella

Secondo un rapporto di Kerem Navot, un’organizzazione [israeliana, ndr.] che tiene traccia degli insediamenti coloniali nella Cisgiordania occupata, nel 2015 circa il 17% della Cisgiordania è stata designata come sede di varie zone di tiro militari, in particolare nella Valle del Giordano, nelle colline a sud di Hebron e lungo il confine orientale con la Giordania. La maggior parte di queste assegnazioni furono fatte immediatamente dopo l’occupazione della Cisgiordania nel 1967 e all’inizio degli anni ’70. Secondo il rapporto l’esercito utilizza solo il 20% circa di queste zone per l’addestramento.

Alcuni esempi recenti mostrano che Israele si sta spingendo ancora più in là dei cuscinetti etnici di Sharon tra ebrei e palestinesi. Oggi i palestinesi in tutta la Cisgiordania vengono espulsi dalle zone di tiro, mentre i coloni stanno lentamente prendendo il loro posto.

Nell’ultimo decennio, ad esempio, i coloni hanno stabilito 66 cosiddetti avamposti agricoli, che occupano enormi appezzamenti di terra in Cisgiordania, nonostante abbiano pochi residenti. Circa un terzo di quel territorio, 83.000 dunam [8.300 ettari], che i coloni hanno conquistato attraverso il pascolo, si trovano all’interno di zone di tiro militari. Queste aree – almeno sulla carta – dovrebbero essere chiuse sia agli ebrei che ai palestinesi. I soldati israeliani nella Valle del Giordano hanno persino ammesso apertamente che consentono ai coloni di utilizzare le zone di tiro, mentre vietano ai palestinesi di fare lo stesso.

Dror Etkes, a capo di Kerem Navot, ha detto a +972 che negli ultimi anni c’è stato un aumento significativo del subentro di coloni nelle zone di tiro. “Questa è la logica conseguenza di quanto fece Ariel Sharon 55 anni fa. Le fattorie avamposto coloniale sono state progettate in modo tale da consentire l’occupazione di vaste aree di pascolo, che nell’agosto del 1967 erano state dichiarate zone di tiro militari”, afferma Etkes.

Questo meccanismo si sta ripetendo nelle colline meridionali di Hebron. L’anno scorso la Divisione per le Colonie ha assegnato un terreno nella zona di tiro 918 a uno dei coloni che vivono nelle vicinanze. Le foto aeree mostrano che nella zona di tiro sono state costruite nuove strutture appartenenti a tre avamposti coloniali – Mitzpe Yair, Avigayil e Havat Ma’on – stabiliti nell’area nel 2000. L’anno scorso, i coloni hanno persino cercato di realizzare un nuovissimo avamposto coloniale direttamente all’interno della zona di tiro.

Che le zone di tiro siano utilizzate per rafforzare il progetto di colonizzazione e l’espropriazione della popolazione nativa dei territori occupati è ormai un segreto di Pulcinella e tutti vi sono coinvolti, tranne i palestinesi.

Yuval Abraham è un giornalista e attivista che risiede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

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giovedì 23 luglio 2020

Educazione alla pace e geopolitica - Johan Galtung



60 anni di teoria e prassi di pace si possono riassumere in:
                                                        EQUITA’ x ARMONIA
                                      PACE =    ———————————
                                                       TRAUMA x CONFLITTO
Quattro focus teorici, quattro compiti politici e quattro materie educative.
Qualunque vera educazione dovrebbe preparare alla pratica, guidata da una teoria generale.
Procedendo dalla destra del denominatore alla sinistra del numeratore, la formula significa:
  • mediare soluzioni ai conflitti accettabili e sostenibili;
  • conciliare le parti del conflitto bloccate in traumi del passato;
  • empatizzare con tutti i contendenti divisi da linee di faglia sociali/mondiali;
  • costruire cooperazione a beneficio reciproco e uguale.
La mediazione è verbale, basata sui dialoghi con le parti, ma i Quattro compiti sono molto concreti, pratici; per persone che fanno, non solo parlano; per persone pratiche come i funzionari.  Quindi la Gran Questione:
L’educazione-prassi-teoria di pace è compatibile con la mentalità militare – comunque definita, e ci sono molte culture militari al mondo – o no?
Pensatori così diversi come Nietzsche e Gandhi consideravano l’apparato militare come esemplare a causa dello spirito di corpo e della disponibilità al sacrificio, perfino della propria vita.  Per Gandhi la casta kshatriya (militare) era un modello: egli voleva guerrieri non-violenti, con la stessa perseveranza, indispensabile anche nella mediazione. Avanzare, ma assicurare la ritirata, ha un parallelo nella mediazione: non proporre alcuna soluzione, alcuna azione che non sia reversibile. Per quanto ben intenzionati, ci si può sbagliare / si può aver torto.
Il massimo genio militare del secolo scorso: Vo Nguyen Giap, uno storico appena morto a Hanoi all’età di 102 anni. Verso fine 1989 ebbi una lunga conversazione con mon général riguardo alla [sua] vittoria sui francesi, poi sugli americani, e al pareggio con i cinesi.  La sua risposta: contro i vietnamiti un nemico deve combattere con l’intera popolazione, non solo i “maschi in età di servizio militare”; contro il VietNam un nemico deve combattere con ogni componente autosufficiente, nessun effetto domino solo da una “capitale”; e la storia vietnamita ha 2000 anni di addestramento con i cinesi.  Bene, Giap doveva coordinare tutto ciò; che terminò con molta pace.
Seconda Gran Questione: la pace è compatibile con le civiltà?
Problematica per un Occidente che ha colonizzato il mondo e per l’egemonia globale USA; problematica per tutti gli imperi, compresi quello sovietico e cinese han verso i loro vicini.  E per il Giappone, lento a riconciliarsi.  Meno per l’islam – che può considerarsi difensivo verso il secolarismo occidentale. E molto meno per il buddhismo, eccetto che in quanto religione di stato. Ma gli stati, salvo i maggiori, stano declinando in rilevanza, e così il patriottismo cieco disposto a fare qualunque guerra. Ancora problematici sono un Occidente e degli USA che si considerano troppo superiori, eccezionali, per dialoghi di civiltà fra uguali. Impareranno; l’alternativa è l’isolamento.
Come i militari, i mediatori pensano in termini di intenzioni, capacità e circostanze per tutte le parti, aggiungendo al comportamento violento e atteggiamenti di astio le incompatibilità fra i loro valori e gli interessi; gli obiettivi, in breve. La nostra esperienza: non c’è parte senza qualche valore o interesse legittimo; anche se è in conflitto con quello/i di qualcun altro, i nostri, per esempio.  Si costruisca su quello, creativamente.
La strada della mediazione passa per la ricerca di qualche minimo cambiamento nella realtà, cosicché siano ragionevolmente soddisfatti gli obiettivi legittimi di tutte le parti per dei rapporti migliori; la strada militare spesso passa per un massimo cambiamento nell’altro contendente – la morte – in modo che cessi il suo perseguire obiettivi che c’intralciano.  I mediatori tentano di connettere, di arrivare con ponti al buono che c’è su tutti i versanti; la mentalità militare può cercare di indurre un’inabilitazione nell’altro.  Un problema chiave: i mediatori costruiscono su quanto c’è di valido, di legittimo in tutti i contendenti, cercando nuovi ponti per cementare rapporti. Comunque sia, i proiettili militari non sono abbastanza accorti da colpire solo quel che c’è di cattivo risparmiando il buono; uccidono l’intera persona; irreversibilmente, tra l’altro.  Quindi, se si ritiene indispensabile qualche violenza, che la si renda non-letale, per favore.
Eppure, più di recente ci sono stati anche militari frapposti per evitare le uccisioni, per mantenere la pace. Il peacekeeping accomuna le mentalità mediatorie e militari, avendo dentro tutte le civiltà. Una grande esperienza d’apprendimento.
Aggiungere competenze di polizia, di nonviolenza, di mediazione, alla perizia militare; renderle così numerose da costituire un tappeto blu fra i contendenti, non solo berretti blu; al 50 per cento donne, e poi infermieri/e, medici, consegne alimentari; aggiungere elementi umanitari alla Responsabilità di Proteggere (R2P). però tutte queste competenze devono essere insegnate e addestrate e imparate, non sono innate.
Ora, un secondo sguardo alla formula in considerazione di quanto sopra.
La pace si basa su rapporti equi, relativamente orizzontali. Un esercito, tradizionalmente verticale, sa essere bravo in questo? La domanda sottovaluta l’enorme massa di cooperazione orizzontale militare; fra alleati, fra settori delle varie forze, fra comandanti allo stesso livello, fra la truppa ordinaria; in crisi reale fra tutti loro.
La pace si basa sull’empatia, la comprensione profonda di tute le parti. SunTzu ne faceva un elemento basilare della mentalità militare; la novità sarebbe la ricerca dei punti di forza, del buono, anziché delle debolezze, del cattivo, negli altri – e viceversa per sé per sé stessi. Molto simile.
La pace si basa sulla riconciliazione, sullo sgombrare il passato, sul costruire un futuro. L’esperienza recente indica che i veterani su ambo i versanti sono meglio al riguardo che i politici, condividendo come appariva dall’altro lato, mettendo in discussione la saggezza della guerra, Avanti, veterani!
La pace si basa sull’identificazione del conflitto soggiacente, sulla ricerca di soluzioni anziché l’affrontare, aggredire l’altro lato in una ricerca rabbiosa di vittoria. Orientamento alle soluzioni anziché alla vittoria, che peraltro c’è comunque: della pace sulla guerra. I militari di tutti i versanti potrebbero impegnarsi nel dialogo sui problemi in una ricerca congiunta di soluzioni anziché in incontri violenti. Il nemico può non essere l’altro lato bensì l’idea di un nemico. Ci sono divari, ma non insuperabili. È necessaria dedizione, oltre a competenze e conoscenza, formazione – ben nota ai militari.
L’ONU ha aperto alla possibilità che la stessa persona indossi due berretti: uno blu dell’ONU, e l’elmetto del proprio esercito. Generali: siamo per strada.