Da Focus a Rai Cultura, da Treccani ad
Alessandro Barbero: quando nomi prestigiosi inciampano in errori e stereotipi
parlando di Nativi Americani.
C’è una
regola elementare del mestiere dell’informazione: prima di raccontare
la storia di un Popolo bisogna conoscerla. Bisogna studiare, controllare le
fonti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è controverso e, quando la
materia esula dalle proprie competenze, consultare chi se ne occupa seriamente.
Sembra ovvio. Evidentemente non lo è.
Viviamo in
un sistema dell’informazione che pretende di produrre molto, rapidamente e su
qualunque argomento. La verifica richiede tempo, la competenza si costruisce
lentamente e lo studio mal si adatta alla fretta. Così l’approssimazione
finisce spesso per presentarsi con l’abito rassicurante della divulgazione e,
quando sopra l’articolo compare un marchio autorevole, il lettore ha il diritto
di presumere che qualcuno abbia già controllato ciò che sta leggendo. Non
dovrebbe essere costretto a fare il fact-checking al posto di Rai Cultura,
Focus o Treccani.
Quando si
parla di Nativi Americani, il terreno è particolarmente fertile. Secoli di
rappresentazioni occidentali hanno sedimentato un repertorio così potente di
immagini, categorie e stereotipi che molte affermazioni sbagliate non suonano
neppure sbagliate. Da anni studio e scrivo sui Nativi Americani e ho finito per
raccogliere alcuni di questi casi sotto una definizione volutamente poco
accademica: “Balle spaziali sui Nativi”.
Non mi
interessano le fantasie di qualche sito marginale. Mi interessano molto di più
gli errori che compaiono dove dovremmo trovare informazione verificata: Rai
Cultura, Focus, Treccani, divulgazione storica di grande notorietà. Perché la
storia di un Popolo non è materiale da riempimento e non può essere trattata
come una barzelletta. Se una cosa non si sa, ci si informa; se non si possiedono
il tempo o le competenze per verificarla, non la si pubblica come se fosse
acquisita. Questa non è severità: è il requisito elementare dell’informazione
professionale.
Le Black
Hills e i 105 milioni che la Sioux Nation non accettò
Rai Cultura
dedica una pagina della rubrica Accadde oggi alla controversia
sulle Black Hills. La pagina, online, reca la data 13 giugno 1959 e afferma che
i Sioux «ricevono dal governo degli Stati Uniti 105 milioni di dollari» come
risarcimento per le Black Hills. La decisione della U.S. Court of Claims è
invece del 13 giugno 1979, vent’anni dopo. Nel 1980 la Corte
Suprema confermò il riconoscimento della compensazione per la sottrazione delle
Black Hills. Ma persino questo errore, clamoroso per una rubrica
intitolata Accadde oggi, è meno grave di ciò che viene dopo.
Il
risarcimento fu riconosciuto e il denaro stanziato, ma la Sioux Nation non
lo accettò come soluzione della controversia, continuando a rivendicare le
Black Hills. È precisamente questo rifiuto a costituire uno degli elementi
fondamentali della vicenda.
Scrivere che
la Sioux Nation “ricevette” 105 milioni costruisce una sequenza apparentemente
conclusa: sottrazione della terra, causa giudiziaria, risarcimento. In realtà
il rifiuto del denaro affermava qualcosa di ben diverso. Le Paha Sapa non erano
considerate semplicemente un bene confiscato del quale stabilire il valore
economico, ma un territorio dal significato storico, politico e sacro per i
Lakota.
In altre
parole, gli Stati Uniti avevano attribuito un prezzo alla sottrazione. La
Sioux Nation non aveva accettato che quel prezzo chiudesse la questione.
Omettere
questo passaggio non significa abbreviare la storia, ma cambiarne il senso: si
cancella precisamente la scelta politica compiuta dalla Sioux Nation.
Focus e quei
Nativi che non conoscevano i metalli
Nel
2020 Focus.it pubblica Gli indomabili nativi americani.
L’articolo esordisce ricordando opportunamente che il Nord America indigeno era
composto da centinaia di Popoli con culture e modi di vita differenti. Subito
dopo, tuttavia, stabilisce ciò che le circa cinquecento Nazioni avrebbero avuto
in comune: «niente ruota, niente cavalli, niente animali da lavoro e niente
metalli». Quel “niente metalli” è falso.
Nell’area
del Lago Superiore è documentato l’Old Copper Complex, una tradizione di
lavorazione del rame nativo da parte di società indigene arcaiche. Uno studio
pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica Radiocarbon ha
esaminato 53 datazioni associate a manufatti e miniere di rame; materiali
organici incorporati in quindici manufatti risultano datati fra circa 8.500 e
3.580 anni fa, e gli autori definiscono queste società tra le più antiche
conosciute al mondo nella lavorazione dei metalli. Questo non significa
attribuire al Nord America precolombiano una metallurgia fusoria identica a
quella sviluppatasi altrove. Significa semplicemente usare le parole per ciò
che significano. Se si vuole spiegare l’assenza di determinate tecnologie
metallurgiche, bisogna specificare quali. Se si scrive «niente metalli», si
afferma qualcosa che l’archeologia smentisce.
Non
occorreva alcuna scoperta rivoluzionaria: bastava consultare la letteratura
archeologica prima di pubblicare un’affermazione tanto categorica. Da una
testata di divulgazione nazionale non è una pretesa eccessiva, ma il minimo
professionale. Il caso è però ancora più interessante per un’altra ragione.
Nello spazio di poche righe si passa dalla corretta constatazione
dell’esistenza di centinaia di culture diverse alla costruzione di una sola
“civiltà delle 500 nazioni”, alla quale attribuire caratteristiche tecnologiche
comuni.
È uno dei
vizi più resistenti della divulgazione sui Nativi Americani: riconoscere la
diversità e cancellarla immediatamente dopo. Applicato all’Europa, lo stesso
metodo apparirebbe grottesco. Nessuno pretenderebbe di descrivere con una
singola formula un Sami, un cittadino della Roma imperiale, un mercante veneziano
e una comunità basca. Attraversato l’Atlantico, invece, centinaia di società
possono ancora essere compresse dentro un unico gigantesco “Indiano” senza
che la contraddizione sembri disturbare troppo.
Treccani e
lo stereotipo che si smentisce da solo
La
voce Indiani d’America di Treccani offre una dimostrazione
quasi perfetta dello stesso meccanismo. Nell’introduzione si legge che la loro
economia era basata soprattutto sulla caccia al bisonte, che abitavano in tende
e vestivano quasi interamente di pelli. Poche righe più avanti, però, la
stessa voce distingue correttamente diverse aree culturali e riconosce che sono
proprio i Popoli delle Pianure a incarnare, per molti versi, «l’immagine
stereotipica del nativo americano».
La
contraddizione è difficilmente migliorabile: prima lo stereotipo viene
utilizzato come descrizione generale, poi viene spiegato al lettore che si
tratta di uno stereotipo.
Haudenosaunee
con le loro longhouses, Popoli Pueblo con insediamenti permanenti ed economie
agricole, società della Northwest Coast fondate su strutture sociali
profondamente diverse da quelle delle Pianure, culture del Sud-Est, della
California e del Subartico non sono eccezioni a un modello principale. Sono
precisamente la realtà storica che impedisce l’esistenza di quel modello.
L’“Indiano
universale” non è mai esistito. Esiste invece una costruzione occidentale che
ha preso alcuni caratteri delle società delle Pianure e li ha trasformati
nell’icona di un continente.
Che il
cinema western abbia costruito e diffuso questa scorciatoia è storia nota; che
un’enciclopedia nazionale la utilizzi ancora come introduzione generale ai
Nativi Americani è assai meno giustificabile. Da Treccani non è soltanto lecito
aspettarsi maggiore precisione: è doveroso.
Little Bighorn
e l’unico superstite (per tacer degli altri 350)
Little
Bighorn continua a essere una miniera particolarmente generosa di storia
trasformata in leggenda. Nel settembre 2018 Focus Junior scrive
che il 7° Cavalleggeri fu «spazzato via» e che l’italiano Giovanni
Martini fu l’unico uomo del reggimento di Custer a salvarsi. Martini
sopravvisse perché Custer lo aveva inviato a portare a Frederick Benteen
l’ordine di raggiungerlo rapidamente con il proprio battaglione e il pack
train, che trasportava anche le munizioni. Il National Park Service
ricostruisce puntualmente l’episodio.
Il problema
è che Martini aveva molta compagnia tra i superstiti. Il National Park Service
indica circa 350 uomini del 7° Cavalleggeri sopravvissuti
nella posizione Reno-Benteen. A essere annientate furono le cinque compagnie
rimaste con Custer, circa 210 uomini, non l’intero reggimento. Definire Martini
“l’unico superstite” lasciandone fuori circa 350 non è una sfumatura
interpretativa. È un errore storico macroscopico, e il fatto che
sia stato proposto a un pubblico di ragazzi lo rende semmai più grave, non
meno.
Anche Rai
Cultura mostra qualche difficoltà con Little Bighorn. In una pagina attribuisce
la vittoria indigena a Lakota, Cheyenne e Arapaho contro truppe statunitensi «più
numerose»; in un’altra parla dell’«annientamento completo» del 7° Cavalleggeri.
Il National Park Service ricostruisce invece l’annientamento del comando di
Custer e la sopravvivenza del resto del reggimento sotto Reno e Benteen. Anche
l’affermazione sulle truppe statunitensi “più numerose” non regge: il National
Park Service stima la forza indigena in circa 1.500-1.800 guerrieri, mentre le
forze del 7° Cavalleggeri erano nettamente inferiori numericamente. Su questi
punti non occorre mobilitare grandi controversie storiografiche. Per stabilire
che il 7° Cavalleggeri non fu annientato basta constatare che centinaia dei
suoi uomini erano ancora vivi il giorno successivo.
Caboto, i
Beothuk e la forza della ripetizione
Un’altra
vicenda mostra bene come una ricostruzione fragile possa acquistare
autorevolezza semplicemente passando da una fonte all’altra. Focus
Junior attribuisce a Giovanni Caboto la coniazione, nel 1497, del
termine dal quale deriverebbe “pellerossa”, collegandola all’incontro con i
Beothuk e al loro uso dell’ocra rossa. Treccani propone una versione analoga,
affermando che i Beothuk furono incontrati da Caboto nel 1497.
Il Dictionary
of Canadian Biography, progetto accademico dell’University of Toronto e
dell’Université Laval, ricostruisce invece il viaggio del 1497 precisando che
Caboto non incontrò abitanti.
La storia
etimologica del termine inglese redskin è complessa e non
sarebbe serio sostituire una certezza poco documentata con un’altra inventata
per l’occasione. Il problema, infatti, viene prima: se una fonte storica di
riferimento afferma che Caboto non incontrò alcun abitante durante quel
viaggio, è professionalmente inaccettabile presentare come fatto acquisito una
scena nella quale egli incontra i Beothuk e, osservandoli, conia persino un
termine.
Qui emerge
un altro vizio dell’informazione frettolosa: la ripetizione viene
scambiata per verifica. Una fonte racconta, la seconda riprende, la terza
eredita l’affermazione e, dopo qualche passaggio, nessuno sembra più chiedersi
quale documento la sostenga.
Una storia,
tuttavia, non diventa vera perché è riuscita a invecchiare bene.
Barbero e i
Nativi usati come scorciatoia storica
Il caso di
Alessandro Barbero è diverso e richiede maggiore precisione, proprio perché non
riguarda una svista elementare. Nel 2007, durante una conferenza dedicata
all’immigrazione nell’Impero romano e ai processi di formazione dei Popoli
germanici, Barbero spiega che il contatto con una grande potenza può stimolare
gruppi distinti a unirsi e costruire organizzazioni politiche più ampie. A quel
punto introduce un parallelo con i Nativi Americani: «Le varie tribù che hanno
per prime avuto contatto con i coloni inglesi del Nord hanno formato la Lega
degli Irochesi», aggiungendo che «i Sioux non hanno avuto tempo», perché
stavano cominciando a unirsi e ad agire militarmente insieme. Il passaggio è
contenuto negli atti della conferenza e il contesto non lascia dubbi sul
significato dell’analogia.
La data
esatta della formazione della Confederazione Haudenosaunee è oggetto di
discussione storiografica e archeologica. Questo, però, non rende convincente
il nesso proposto con i coloni inglesi. Un recente studio pubblicato
nelle Transactions of the Royal Historical Society afferma
esplicitamente che ben prima dell’arrivo degli europei le
Cinque Nazioni Haudenosaunee avevano costituito un’alleanza politica
sovralocale, mantenuta anche attraverso il Grand Council.
Anche
l’Oceti Sakowin, i Seven Council Fires, non può essere ridotto all’immagine di
tribù sparse che avrebbero cominciato troppo tardi a organizzarsi
politicamente. Le fonti che abbiamo esaminato documentano l’esistenza di quella
struttura prima del contatto tra gli esploratori bianchi e i Dakota nell’Upper
Mississippi Valley. Si può certamente osservare che Barbero stesse parlando di
storia romana e germanica, non impartendo una lezione sugli Haudenosaunee.
Ma questa
non è una giustificazione; semmai è precisamente il problema. Se si usa la
storia di un Popolo per dimostrare un meccanismo storico, quell’esempio
deve essere fondato.
Le società
indigene non diventano materiale comparativo a precisione ridotta soltanto
perché il tema principale della conferenza si trova dall’altra parte
dell’Atlantico.
Barbero è un
medievalista di enorme valore, ma proprio questo rende necessario distinguere
il prestigio generale dalla competenza specialistica. L’autorevolezza
scientifica ha un campo, una formazione, una bibliografia e dei limiti. Se si
entra nella storia degli Haudenosaunee o dell’Oceti Sakowin, la precisione
richiesta non diminuisce perché l’argomento principale della conferenza è un
altro. Il prestigio non corregge un esempio sbagliato.
L’approssimazione
non è divulgazione
Presi
separatamente, questi casi possono essere archiviati come errori,
semplificazioni o analogie infelici. Presi insieme, mostrano però uno schema
riconoscibile.
Quando a
commetterli sono istituzioni e testate che fondano la propria credibilità
sull’autorevolezza, errori di questo livello non sono scusabili. Non stiamo
parlando di fonti marginali, ma di realtà alle quali il pubblico si affida
proprio perché presume che ciò che pubblicano sia stato studiato e verificato.
I Nativi Americani vengono ancora troppo facilmente trasformati in un unico
soggetto culturale; la loro diversità politica, economica e tecnologica viene
compressa; istituzioni indigene precoloniali possono essere lette come risposta
all’arrivo europeo; battaglie complesse sopravvivono nella forma costruita
dalla leggenda; una rivendicazione territoriale tuttora politicamente significativa
può diventare, in poche righe, la storia di un assegno ricevuto.
Non serve
discutere di malafede: ciò che emerge è una carenza di metodo. Liquidare simili
errori come inevitabili sviste significa abbassare drasticamente l’asticella
della professionalità.
La velocità
può spiegare questa carenza di metodo, ma non giustificarla.
L’informazione
contemporanea pretende di produrre e spiegare continuamente, anche materie che
richiedono competenze specialistiche; una ricerca rapida, però, non equivale
alla conoscenza di un argomento. Quando una questione esula dalle proprie
competenze, si consulta chi le possiede; quando le fonti sono discordanti, si
dà conto della controversia. Questo non è perfezionismo accademico, ma il
minimo professionale richiesto a chi informa gli altri.
Nel caso dei
Nativi Americani c’è una responsabilità ulteriore. Per secoli questi Popoli
sono stati descritti, classificati e interpretati soprattutto da altri, mentre
la loro straordinaria diversità veniva sacrificata a categorie costruite
dall’esterno. Riprodurre oggi lo stesso meccanismo sotto forma di divulgazione
rapida non lo rende più moderno e non lo rende più innocuo.
Neppure la
simpatia basta. Il Nativo eternamente spirituale, ecologista per natura e
depositario di una sapienza primordiale non è necessariamente più reale del
guerriero delle Pianure davanti al tipi. È uno stereotipo più
benevolo, ma rimane uno stereotipo.
È anche per
contrastare questa superficialità che ho ideato Voci Native,
Alleanza culturale per la conoscenza, la memoria e i diritti dei Nativi
Americani e dei Popoli Indigeni, promossa e coordinata da Omnibus Omnes OdV. Il
progetto vuole contribuire ad alzare la qualità dell’informazione, l’attenzione
alle fonti e l’ascolto delle voci indigene contemporanee.
L’adesione è
aperta ai singoli, che possono diventare Alleata o Alleato di VOCI NATIVE,
sostenendone principi e finalità e ricevendo informazioni e aggiornamenti sulle
attività dell’Alleanza. Le attività di divulgazione e gli interventi pubblici
sono invece affidati esclusivamente a persone qualificate, selezionate in base
alle competenze specifiche.
Rai Cultura
può correggere una pagina, Focus una frase, Treccani una voce e uno storico un
paragone. Correggere questi errori sarebbe il minimo. Più difficile, ma
necessario, è eliminare l’abitudine culturale che continua a renderli
plausibili e l’idea, sempre più diffusa, che la velocità possa sostituire la
competenza. Quando si racconta la storia di un Popolo, studiare prima di
scrivere non è una raffinatezza. È il mestiere.
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