Visualizzazione post con etichetta letteratura Brasile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura Brasile. Mostra tutti i post

martedì 15 ottobre 2024

Amazzonia. Viaggio al centro del mondo - Eliane Brum

Eliane Brum è andata a vivere ad Altamira, nello stato del Parà, in Brasile.

il libro racconta mille cose, relative agli indios e ai loro aguzzini, poco conosciute.

e lo fa in forma di un romanzo a capitoli, affascinante e difficile da dimenticare.

bello e doloroso, da non perdere.

buona (indigena) lettura.

 

 

Nel libro l’autrice li definisce popoli-foresta e incarnano, nelle loro differenze, una forma di resistenza a quelli che lo sciamano yanomami Davi Kopenawa definisce il “popolo della merce”. Sono i popoli originari, i quilombolas, discendenti dagli schiavi africani fuggiti e insediatisi nella foresta, i ribeirinhos e i beiradeiros, arrivati in questi territori in epoche successive e che hanno imparato a vivere in relazione con i fiumi e la foresta. Sono popolazioni che, in momenti diversi, la fine del loro mondo l’hanno già conosciuta. E per questo possono insegnarci ad affrontare quella che sarà la fine del nostro mondo, a causa della crisi climatica.

“Sono questi popoli che stanno mantenendo, a costo della propria vita, quello che ancora esiste di naturale, e questo in tutto il pianeta. E per questo sono sotto attacco, in varie forme: con l’estrazione mineraria illegale, con l’agribusiness, con un movimento etnocida. L’estrema destra ha compreso molto bene che colpirne la cultura significa distruggere quello che questi popoli sono. E questo è il modo più efficace per aprire la foresta e gli altri biomi allo sfruttamento, ed è questo che viene fatto. Così parte di questi popoli è stata corrotta”. Come racconta nel libro, spesso queste comunità vengono smembrate, sradicando le persone dalla foresta e portandole a vivere in città, costrette a vivere in insalubri periferie e scoprendo, per la prima volta, di essere poveri…

da qui

 

«Ho imparato a osservare Altamira per capire ciò che stava accadendo nel mondo – e per prepararmi», scrive Eliane Brum. Il suo libro è una feroce testimonianza, un testo appassionato e trascinante, in cui la voce della scrittrice si mescola a quella dell’attivista politica per gridare l’assoluta urgenza, per l’Amazzonia e per il futuro del pianeta, di prendere misure che invertano le politiche di sfruttamento selvaggio del territorio e di deportazione delle popolazioni dell’Amazzonia, che hanno trovato sostegno durante la presidenza di Luiz Inácio Lula e che si sono consolidate negli anni del governo Bolsonaro, accusato di genocidio, nell’ambiguo disinteresse del mondo intero.
Brum racconta la natura e gli elementi, gli animali e le persone, mette in gioco se stessa senza pudori e in un’autoanalisi cruda. Ci narra il suo trasferimento da São Paulo alla città di Altamira, lungo il fiume Xingu, devastata dalla costruzione di una delle dighe più grandi al mondo. Qui inizia a percepire il saccheggio della natura come il saccheggio del suo stesso corpo, a sentirsi parte di una realtà più grande, a identificarsi negli abitanti della foresta, nelle loro lotte, e poi nella foresta stessa, perché l’Amazzonia le salta dentro «come un anaconda che attacca», scompone la sua identità, le cambia il linguaggio, la struttura del pensiero, in un pro-cesso sorprendente. «È importante non sentirsi a proprio agio», scrive. «Ciò che non ci sorprende non ci trasforma». E la sorpresa, fino all’estremo del disagio e della paura, è una delle energie fondamentali che attraversano il suo discorso, che tutto mette in discussione: la possibilità di essere bianchi senza essere violenti, l’ipocrisia dell’economia equa e solidale, la falsità di una produzione ecologicamente sostenibile. È una illuminante testimonianza che edifica un pensiero poetico e politico, e che sancisce con forza e vitalità quanto l’Amazzonia, come realtà e come simbolo, sia essenziale alla continuità e allo sviluppo dell’umanità e del pianeta che la ospita.

da qui

sabato 28 maggio 2022

Madrelingua – Julio Monteiro Martins

è il primo libro di Julio Monteiro Martins che leggo, e non sarà l'ultimo.

è un po' romanzo, un po' racconto, un po' un insieme di memorie, un po' dizionario, come una specie di ipertesto, con l'ombra di B. sullo sfondo.

leggendo la parte-romanzo mi chiedevo spesso se a scrivere fosse Julio Monteiro Martins o Antonio Tabucchi.

impossibile raccontare il libro, bisogna leggerlo proprio, e ognuno tiri fuori quello che riesce.

 

ecco sagarana la rivista online creata da Julio

 

qui un bel racconto di Julio

qui tanti lo ricordano




Era una bella serata maggiolina dell’anno scorso, dopo un reading di poesia, che Julio venne a dormire a casa mia. Nel suo bagaglio, un oggetto per lui molto significativo, non aveva il pigiama, allora dovetti dargliene uno dei miei. Ma io, un grissino quale mi vedete rispetto a lui che era un uomo di peso, non trovai un pigiama che gli stesse bene. Julio, vedendo i miei pigiami da bambola modella, rideva dicendomi: “non preoccuparti Gas, dormo vestito come sono”. D’improvviso, dopo varie prove fastidiose per lui, mi ricordai di un mio pigiama estivo che era tanto elastico che potevano entrarci tre persone, glielo portai e gli dissi “Julio, questo dovrebbe andar bene per forza, provatelo”. Infatti quel pigiama gli stava tanto bene che disse “ahh questo si che va bene”. Ci siamo messi a ridere e chiacchierare. Passando da un argomento all’altro siamo arrivati infine a parlare delle sue opere letterarie, e lì Julio si fece tutto serio e divenne malinconico parlandomi della poca considerazione delle sue opere in Italia. Lui si sentiva, e senza dubbio aveva ragione, al pari di alcuni noti scrittori italiani, scrittori molto letti e famosi rispetto a lui che si sentiva sconsiderato ingiustamente, nonostante le sue opere non siano meno importanti delle loro. E nonostante fosse un letterato veramente colto e di uno spessore culturale pari al loro, e non solo ma è anche un maestro della scrittura creativa. Infatti se pensiamo all’antologia “Non siamo in vendita. Voci contro il regime”, che  hanno scritto insieme Julio Monteiro Martins, Dario Fo, Erri De Luca, Antonio Tabucchi e altri, ci rendiamo conto, anche se è un esempio banale, che Julio stava nel posto giusto tra questi scrittori famosi in Italia e non solo, ma se andiamo a chiedere alla maggior parte degli italiani chi è Dario Fo, o Erri De Luca, o Tabucchi quasi tutti li conoscono, ma se chiediamo alle stesse persone chi fosse Julio Monteiro Martins probabilmente la maggio parte alzerà le spalle e ti dirà “mmm non lo conosco”. Sembra un esempio banale e invece non lo è. Lo scrittore senza un pubblico è un progetto sospeso, una lettera che non arriva a destinazione. Ovviamente ciò non significa che lo scrittore che ha più pubblico è il migliore. Non è per nulla così.

Julio Martins però non era sofferente per la sua persona quanto per quel sogno chiamato letteratura. E non credo che il problema degli scrittori migranti, come Julio Martins, riguardi il canone letterario, sono piuttosto altri le ragioni. Il primo dei problemi è il marketing, che riguarda la letteratura in generale. Di questo problema Julio Martins era ben cosciente, tant’è vero che nel suo libro postumo, La macchina sognante, commenta questo fatto dicendo:

Gli editori sono ben lieti di “prendere un passaggio” dalla fama di cui gode la cosiddetta celebrità. Si tratta di una strategia di marketing sempre più diffusa questa di vendere i libri dei famosi, qualunque robaccia siano, soprattutto in questo periodo di peggioramento della crisi economica dove di libri se ne vendono sempre meno. Siamo davanti all’ennesima truffa a scapito dell’arte, all’utilizzo improprio della forza dei media per spingere i prodotti mediocri di questi falsi scrittori, che oggi fanno un romanzo, domani un album di canzoni natalizie, domani l’altro un ristorantino di grido. Sono fenomeni parassitari della letteratura, che provano a falsificare “l’aura” che le è propria e la usurpano dai libri veri e necessari, colonizzando lo spazio delle librerie e le recensioni sulla stampa. Ma tanto, sono fenomeni fastidiosi ma effimeri, e alla fine voglio credere che i libri migliori arrivino in un modo o nell’altro, a volte per le vie più strane, a chi li dovrà leggere

L’altro problema è lo strano e misterioso atteggiamento che ha la cultura italiana nei confronti delle produzioni letterarie degli scrittori italiani di adozione, o meglio dire semplicemente “italiani”. Dico strano perché mentre lo sguardo italiano tende verso le traduzioni delle opere che vengono dall’estero, chiudo l’occhio o ignora le opere scritte in italiano dentro l’Italia, da scrittori, sempre secondo loro, non italiani. Questi poveri scrittori stanno nel limbo letterario italiano, le loro opere non sono importate dall’estero per essere prese in considerazione, e nemmeno considerate come produzione letteraria italiana. Questo fatto mi stupisce davvero tanto, perché se si fa caso l’italiano è parlato soltanto Italia, oltre ad alcune regioni svizzere. Quindi se uno scrittore vive in Italia e scrive in italiano, lo fa ovviamente per gli italiani, perché non considerarlo italiano? Perché tenere legata l’opera letteraria scritta in italiano, e quindi italiana, alle origini del suo compositore straniero? Mi stupisce questo atteggiamento culturale italiano che cerca di negare questa ricchezza che può contribuire molto allo sviluppo della cultura letteraria italiana.

In quella sera, dopo un po’ di chiacchiere, dissi a Julio Martins: “sai Julio che io non ho letto nessuno dei tuoi romanzi?”. “ah si” mi disse, “te ne manderò uno appena rientro a casa”. Uomo di parola qual era mi mandò due giorni dopo, in formato digitale, il suo romanzo “madrelingua“. Pensavo fosse un romanzo normale, ma quando l’ho letto, ho scoperto che non lo era. Era invece un non-romanzo, un metaromanzo, come l’hanno definito i critici. “Perché Julio mi ha mandato questo romanzo”, mi sono chiesto. La prima risposta che mi sono dato era che probabilmente Julio avrebbe pensato che sarebbe stato necessario a un giovane scrittore come me leggere un tale romanzo. Poi, leggendo alcuni suoi scritti, sono arrivato alla conclusione che questo testo, secondo me, uno dei migliori della sua produzione letteraria, e suppongo che lo era anche per lo stesso Julio Martins. Un testo ricco di conoscenze culturali, colmo di citazioni e riferimenti letterari, filosofici, poetici, cinematografici, politici, sociali, geografici, storici ecc. Dimostra una perfetta, nonché dilettevole, struttura narrativa, nonostante le interruzione dell’autore nelle parentesi quadre che fungono da insegnamenti al lettore di come impostare un romanzo, oltre ad essere davvero divertenti. E’ dunque un romanzo istruttivo, un esercizio narrativo che lo scrittore offre generosamente ai suoi lettori, svelando i misteri della composizione di un romanzo, e in cui rivela anche la sua alta qualità di maestro della scrittura creativa. Analizzare questo testo dunque richiede un lavoro più vasto e articolato di una semplice recensione, per cui vorrei limitarmi ad analizzare un elemento essenziale del romanzo, cioè il titolo, il quale non è stato ancora trattato dai critici, e cerco di rivelarne il significato.

Nel suo libro postumo “La Macchina Sognante”, Julio Martins ci rivela cos’è il titolo per lui quando, nella quindicesima rubrica “Ancora sull’insegnamento a scrivere”, dice: […] il titolo in verità è un genere letterario a se stante, particolare, i cui meccanismi formativi si avvicinano più a quelli dell’arte poetica che a quelli della narrativa, ed è forse la forma più sintetica di espressione letteraria che ci sia, più ancora degli hai-ku giapponesi. Il titolo può fare un uso dell’ossimoro. Del nome proprio […].

Quella forma poetica, come la chiama l’autore, ha la forza di svegliare la curiosità del lettore dal primo sguardo. Il titolo di un libro è come una chiave che hai tra le mani di una stanza chiusa, una stanza che t’incuriosisce, per cui il lettore, attirato dalla curiosità, è incitato a scoprire cosa nasconda questa stanza. Ma il titolo è anche il volto di un libro, un volto velato che scopri soltanto dopo avere esplorato il libro stesso. Una volta finito il libro, comprendi a pieno il senso e il significato del titolo. Conciso e poetico, il titolo, dunque, esprime la totalità dell’opera. Ma nel caso di “madrelingua” di Julio Martins questa cosa funziona davvero? Il termine “madrelingua”, anzitutto, ha un significato comune: è la lingua della propria patria, la lingua che s’impara nei primi anni della vita. Per quanto vogliamo cercare, non troviamo un altro significato a questo termine, nessun uso metaforico, tuttavia è un termine molto espressivo nel caso di un autore che scrive in una lingua che non è la sua madrelingua. Non credo però che Julio Martins, con questo titolo, si riferisse a questo senso comune. Infatti, se torniamo al romanzo, non troviamo un chiaro rapporto intrinseco tra titolo e contenuto. Il romanzo, e lo sa bene chi l’ha letto, segue due linee parallele: da una parte, è un esercizio narrativo, una spiegazione di come impostare e comporre un romanzo, dall’altra è anche un romanzo che racconta una storia a tutti gli effetti. Nel primo caso abbiamo a che fare con il linguaggio, ma non con una lingua specifica, con la struttura del romanzo, l’inserimento degli avvenimenti della nostra vita quotidiana nel testo narrativo. Infatti, l’autore è come uno scultore che non ci mostra una statua già scolpita per invitarci ad osservarla, ma ci invita ad osservare le fasi della scultura e anche gli attrezzi che ha usato e il materiale di cui si è servito per il suo lavoro. Questo processo però non riguarda una lingua precisa, madrelingua sia o no, ma è un processo universale applicabile in qualsiasi lingua.

Ora osserviamo l’altra linea, cioè la storia che narra il romanzo: Mané, coltivatore di bellezza, un brasiliano che vive in Italia, sta per festeggiare i suoi sessant’anni. Ha una amante che chiama K43, ed è chiamato da lei Y87. Suo amico Salvo Rizzo, un bancario – cinefilo, è insoddisfatto della situazione in Italia, per cui vorrebbe andarsene. La sua amante, Mercedes, è una colombiana che non vorrebbe ritornare in patria, e non vorrebbe che Salvo lasciasse l’Italia.

Questi sono i personaggi della storia, i cui discorsi sono quotidiani, tra problemi personali, sociali, storici e politici. Una storia che ricorda in un certo senso il romanzo di Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, che ci siano dei riferimenti all’opera di Kundera questa è una cosa da studiare. Come ben si nota nessuno dei personaggi è scrittore, nessuno di loro ha problemi con la lingua, sia la madrelingua o quella acquisita. Vero è che sia l’autore sia il narratore fanno riferimento alla madrelingua, il portoghese, ma non è così centrale da fare pensare che il titolo sia ispirato a questi riferimenti.

Qual è dunque il nesso tra il titolo e il romanzo?

Anzitutto bisogna sapere che Julio Martins ha vissuto tutta la sua vita per la letteratura, quella letteratura che, com’è ben descritto ne La Macchina Sognante, è la cornice dentro il quale si muove tutta la vita umana. Nella terza rubrica del libro postumo, intitolata “Letteratura e storia dell’uomo”, Julio Martins asserisce che: […] la letteratura offre al lettore la conoscenza di se stesso e del mondo, passando attraverso tutte le sfumature comprese tra il sordido e il sublime (che alla fine si toccano e si confondono […]. Tali conoscenze la letteratura le offre indubbiamente anche all’autore, in quanto scrittore ma anche in quanto lettore.

Ma quando lo scrittore perde la propria patria, o smarrisce il suo senso, la letteratura può essere anche una patria? Julio Martins crede che questo sia quasi possibile. Tant’è vero che in un suo racconto, Un mare così ampio, il quale non è altro che la storia dello stesso Julio Martins, l’autore esprime questo pensiero: Quando sono tornato di nuovo, anonimo soldatino, atteso da nessuno, ho visto con stupore che la patria per la quale il mio corpo era stato lacerato non mi voleva, mi guardava con ribrezzo e diffidenza. La patria mi sputava addosso. E per la prima volta mi è venuto in mente che se morire per la patria non vale niente, e se non posso neppure vivere per la patria perché essa non me ne fornisce i mezzi, forse dovrei imparare a vivere per me stesso e a morire per il mio sogno, che è quasi una patria. Cos’è il sogno di Julio Martins se non la letteratura, la macchina sognante, come gli piace chiamarla. E se la letteratura è una patria, avrà pure una sua lingua, che è la madrelingua di chi appartiene a questa patria. Ecco dunque che la “scrittura” si presenta come la madrelingua degli abitanti di quel sogno, di quella patria chiamata letteratura, di cui Julio Martins era un perfetto cittadino. Ma se riprendiamo il concetto di “il limbo letterario italiano”, di cui Julio Martins, come altri, ne è stato vittima, ci rendiamo conto che l’autore italo-brasiliano si ribelle, con il suo sogno, contro “l’apartheid” letterario. La patria “letteratura” accoglie senza discriminazione, chiunque usasse la sua madrelingua, la “scrittura”, senza alcuna considerazione dell’appartenenza geografica, religiosa, culturale o linguistica.

Per quanto riguarda la minuscola del titolo, credo sia importante l’ipotesi di Lorenzo Spurio che asserisce, nella terza nota a piè pagina, che: La minuscola dell’iniziale può essere interpretata in vari modi, uno dei quali potrebbe essere che è il titolo storpiato di qualche parola iniziale che, per qualche ragione, si è persa, è stata cancellata, è stata volutamente celata. E, infatti, chissà cosa voleva celare Julio Martins prima di questa parola? Ma ci saranno altre ipotesi. Forse l’autore ha usato il minuscolo proprio per attirare la nostra attenzione alla stranezza dell’uso, per lasciarci un indizio per approfondire l’argomento.
Se avesse usato il maiuscolo, avrebbe attenuato l’attenzione al titolo.

Soltanto considerando che il titolo “madrelingua” si riferisce alla “scrittura” in quanto madrelingua del sogno/patria “letteratura”, si può comprendere il nesso tra il contenuto del romanzo e il titolo. Infatti, il contenuto del romanzo, come abbiamo detto ripetutamente, è un esercizio della scrittura, quindi di come usare questa “madrelingua”.

Se si prende il termine “madrelingua” alla lettera, allora vuol riferirsi a una certa madrelingua, ma questa non era l’intenzione di Julio Martins. Lo scrittore italo-brasiliano era cosciente dell’importanza della “scrittura” in rapporto con la lingua. La lingua, ad esempio, è importante nell’unità di un paese, qualsiasi paese sia. Infatti, se pensiamo alla storia dell’Italia troviamo che la lingua è stata un fattore di grande importanza per l’unità del paese. Ma la lingua italiana da dove deriva? Si, dal latino, ma è stata confermata grazie alla letteratura, o si può dire anche alla scrittura. Sono state opere, come la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Decameron di Boccaccio e I promessi sposi di Manzoni, per citarne alcune, a dare vita alla lingua italiana. Tant’è vero che ora si dice che il 90% della lingua italiana è la stessa usata da Dante. Se non fosse per quelle opere che hanno usato una lingua, con l’intenzione di confermarla come lingua della patria, chissà quale lingua parlerebbero ora gli italiani, e quale lingua avrei imparato io per scrivere queste righe? La mia stessa madrelingua, l’arabo, è ancora viva e in uso nei paesi arabi grazie alla scrittura e alla letteratura medievale, grazie a libri di poesia e di prosa medievali, o al libro sacro, il Corano, che è comunque un’opera letteraria. Julio Martins sa benissimo l’importanza della scrittura nel mantenere una lingua e anche nel farla evolvere. Mi ricordo che durante la presentazione di La grazie di casa mia, Julio parlava di una parola che aveva inventato lui stesso e usato in uno dei suoi romanzi, una parola che in italiano significa “svogliato” ma che non mi ricordo come si pronuncia in brasiliano. Diceva che l’aveva sentita usare da una persona, e che era entrata nell’uso quotidiano. Ma ha usato tale tecnica anche in madrelingua. Julio Martins ha usato la parola “saudade” che era entrata nella lingua italiana già dal 1959 grazie ai giocatori. Infatti, ad un certo punto Mané riferisce che: L’irrimediabile nostalgia della patria che impediva ai calciatori brasiliani di adattarsi in Italia – la saudade – ha regalato agli italiani questa bella parola della mia madrelingua. Intanto Julio Martins propone, anzi vuole donare, alla lingua italiana un’altra parola: sacanagem. Infatti, il narratore continua: Ma c’è un’altra parola brasiliana intraducibile che ho dovuto usare per spiegare a me stesso cosa mi attirava di più in K43. Si tratta di sacanagem. Poi il narratore comincia a spiegare le sfumature di questa parola, per poi arrivare ad uno dei significati, che era quello che voleva utilizzare in quel caso: Sacanagem è l’atmosfera complice che si crea tra due persone, silenziosamente, in cui prevale un’intensa comunicazione di carattere sessuale: una sorta di energia dell’istinto, del ”mondo del basso” nelle parole di Bachtin [sapevo che un giorno mi sarebbe servito], che irrompe dentro un rapporto formale, sociale, insipido. È un po’ come feeling, ma di carattere sessuale. Alla finta fine del romanzo il narratore-autore mette sullo stesso piano le due parole, come due elementi centrali della vita: Saudade e sacanagem, di questo è fatta la vita. E cosa si potrebbe chiedere di più?

Cosa c’è di più bello allora di considerare la “scrittura” come “madrelingua” e la “letteratura” come patria, come una grande macchina sognante di cui tutti dobbiamo far parte, dobbiamo essere i suoi fedeli cittadini, seguendo l’esempio di Julio Martins.

da qui



estratti da “madrelingua” (Julio Monteiro Martins)

Cosa faccio nella vita, io? [bella domanda]. Ho fatto venti o trenta cose diverse per molto tempo, fino ad accumulare un po’ di denaro [mentre io invece…], che ho investito saggiamente [in cosa?] permettendomi di arrivare al mio settimo decennio di esistenza come amante delle belle cose, [ma va…]. È giusto, no? Che almeno al terzo atto si possa sentire un po’ di musica [questa poi…].

[ah, prima che mi dimentichi, voglio aggiungere qualcosa sul nome di questo personaggio: Mané. Mané Garrincha è stato un grande calciatore del periodo della mia infanzia, qualcuno lo ritiene addirittura il più grande. Tutti noi bambini brasiliani sapevamo a memoria il suo nome completo: Manoel Alves dos Santos. Un onore concesso a solo due eroi del pallone. L’altro era Pelé: Edson Arantes do Nascimento.]

Proprio ora, per esempio, ascolto i Lieder di Richard Strauss cantati da Jessye Norman. Come sono belli! [Accipicchia!] Strauss aveva 85 anni quando li ha composti, e si preparava serenamente per il Grande Nulla (è vero… queste cose non si sanno mai…) [simpatico, eh?…] musicando le parole di Hermann Hesse e di altri scrittori e poeti. ”Im Abendrot” è il suo saluto finale [risvolto di copertina del CD] e si sente la punta del suo piede che saggia timidamente quelle nuove acque [ma allora, dove hai detto che investi i tuoi soldi, bello?].

Allora, non so se la mia risposta sia stata chiara: sono un consumatore di bellezza. Compresa quella delle idee [addirittura]. Mi piace tanto leggere e ora posso finalmente tirare giù dagli scaffali tutti quei libri comprati negli anni e mai sfogliati. Per alcuni mi concedo il diritto di non aprire la porta, né di rispondere al telefono a nessuno, nemmeno al mio amico Salvo, e neppure a K43.

Ho proprio bisogno di scoprire certe cose. Sono un ”anziano in allestimento”.

 

 

Salvo ora pensa solo a Lui. Ho cercato di spiegargli che quando si pensa ossessivamente ad una persona – non importa se bene o male, è lo stesso – quella diventa il centro della propria vita, e arriva a dominarla ossessivamente. Non possiamo permetterci di essere dominati da persone che valgono meno di noi. Sarebbe stupido. E c’è di più, perché l’ossessione è una forma contorta, sinuosa, di amore. È un segno di amore – non c’è altra parola – regalare una parte così vasta del proprio territorio soggettivo a qualcuno. E a quello lì, poi… Ho cercato di dirgli che la prima differenza fondamentale tra schiavo e padrone è che il primo pensa in continuazione al secondo, mentre il secondo non sa nemmeno dell’esistenza del primo.

Ma Salvo è stato sequestrato dall’immagine di Lui, onnipresente. È diventato un cittadino-zombie, come tanti, ed io non so come rompere quest’incantesimo.

[ricordo che ho esitato molto – anche per le ragioni esposte qua sopra – prima di fare tutti questi riferimenti al Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi. Ma mi sono deciso perché è ormai chiaro che lui – o Lui, in questo libro – non è per l’Italia solo il capo del Governo, o il fondatore di un partito di destra che è arrivato al potere, ma una figura simbolica di grande penetrazione, una sorta di ”esca” per l’inconscio collettivo degli italiani – e non solo – che finirà per definire questo scorcio della Storia del paese, com’è successo a Mussolini nel Ventennio, a Garibaldi o Lorenzo de’ Medici. Si tratta di un archetipo che si ripropone con volti e ideologie diverse lungo i secoli, e questo non c’entra niente con l’obiettiva grandezza o meschinità della loro figura umana. La narrativa deve anche fare i conti con i personaggi del suo tempo. Si potrebbe forse immaginare Il rosso e il nero di Stendhal o Guerra e pace di Tolstoj senza lo spettro di Napoleone sullo sfondo?]

 

 

Prima di presentarla a Salvo, ho avuto una sorta di “storia” con Mercedes, ma lui non l’ha mai saputo. Siamo usciti insieme due volte. La prima l’ho portata a mangiare una pizza dalla vecchia pazza, la proprietaria di un ristorantino che urla ai clienti quando arrivano, porta le richieste sempre sbagliate e ordina di alzarsi e andare via quando le pare. Ma si mangia benissimo, una pizza da favola, e in fondo è anche divertente [la pizzeria esiste, a Lucca. Ci ho portato Lorenzo la sera prima di scrivere questo brano. La storia della vecchia pazza è ancora più interessante: mi hanno raccontato che in gioventù era stata l’amante del miglior pizzaiolo della città, il quale prima di morire le aveva insegnato i segreti di quella pizza straordinaria. Alla sua morte si era sposata, e poi aveva aspettato quarant’anni il momento di restare vedova per mettere finalmente in atto il suo prezioso apprendistato, aprendo quella pizzeria: poiché il marito aveva dei sospetti su quell’antico rapporto, lei non aveva potuto farlo prima per non avvalorarli.]

Poi è stata la colombiana a portarmi in un bar di certi argentini dai capelli lunghi e selvaggi, che servivano una batida de coco stupenda, bianca e immacolata come il latte, ma con effetti tremendi a scoppio ritardato [più pericolosa della caipirinha]. In una di queste esplosioni alcoliche siamo arrivati a baciarci, ma poi niente. Avevo capito sin dall’inizio che qualsiasi uomo fosse entrato nella sua vita in quel momento avrebbe dovuto sedersi sulla panchina delle riserve, e avevo capito anche – per questo serve avere sessant’anni! [ma è meglio non averli ancora] – che la sua vulnerabilità e la sua insicurezza avrebbero potuto essere mitigate soltanto da un uomo ancora più insicuro e vulnerabile di lei. E Salvo era perfetto. Un uomo più sereno l’avrebbe fatta sentire, per contrasto, la più miserevole delle creature.

Volete sapere chi era il suo ”uomo stabile”? Il proprietario, quarantenne e sposato, di un’antica gioielleria fiorentina ereditata di recente [mi ricorda il personaggio farmacista di Dona Flor e i suoi due mariti, di Amado]. Un uomo grigio, tirchio, metodico, frustrato e conformista. Mercedes era la sua unica trasgressione, e gli bastava e avanzava. Per lei, invece, lui era l’àncora principale, quella di prua, da quattro tonnellate [ma questo le spara grosse!] Sì, perché le correnti attorno a lei c’erano, eccome!

La colombiana non era una palpitante creola di Macondo [sempre ‘sta Macondo], ma un personaggio tragico in erba, una desperada [Desperada è addirittura il titolo di un mio racconto, in cui il personaggio, Silvia, una donna in verità molto più instabile e misteriosa della nostra colombiana, è descritta in questo modo: ”Fra qualche minuto Silvia farà svenire sul nostro letto il ‘Personaggio Cattivo’, e quando si sveglierà sarà di nuovo il ‘Personaggio Buono’. Sono due donne, ma solo una è sposata con me, quella buona. L’altra non può sposarsi con nessuno, è un’anima torturata, una desperada, come nei vecchi film western quei banditi messicani un po’ pazzi e scapigliati che avevano un coraggio sovrumano, perché non avevano più niente da perdere eccetto la loro vita, che ormai non valeva quasi nulla.”], che nessuna àncora può trattenere. Il suo incubo maggiore è ciò che potrà finire per fare a sé stessa. Il male da cui, in fondo, sa bene che non potrà sottrarsi a lungo.

Oggi capisco che quella sera ci siamo baciati per tenere impegnate le labbra e non dirci quelle verità l’una sull’altro che ci pendevano ormai dalla punta della lingua.

Ma nemmeno questo è del tutto vero. C’è un dettaglio – che non è mica un dettaglio – a cui finora non ho accennato: Mercedes è bella. Molto. Quel suo mezzo bicchiere di sangue africano le ha modellato labbra carnose, zigomi sporgenti, un sudore odoroso come incenso [ci risiamo]. Forse per questo l’ho baciata all’uscita dal bar. Come avrei potuto resistere, per di più annebbiato dalla batida de coco degli argentini? [ti capisco].

 

 

Vi ho raccontato della donna del mio amico e ora è giusto che vi racconti della mia [in quest’ordine…].

Anche K43 è una bella donna, ma un tipo molto diverso da Mercedes: toscana, di pelle bianchissima e capelli e occhi neri, tanto seria e tanto profonda pare la donna mia, e non ha paura di niente.

E perché allora non lascia il marito per venire a vivere con te? – potresti chiedermi [ma chi se ne frega?] [ok, smetto, smetto]. La ragione è che non vuole distruggere quell’uomo che dice di amarla sopra ogni cosa [questo è quello che lei racconta a te], ma anche perché – va detto – non le ho mai chiesto di farlo. Mi ci vedete a cominciare a fare il marito ora, imparando i rudimenti di questo ingrato mestiere? A volte è tardi per certe cose [e questo è ciò che tu racconti a lei], e poi non ho voglia di aprire la mia vita a un’intimità full time, che non si sa mai quando si trasformerà in banale promiscuità [e perché mai?]. Lasciatemi stare.

Lei è un’apprendista, una mia discepola, diciamo [ah sì?], in questo mio nuovo mestiere di consumatore di qualità [eh, dai…]. Anche K43 ha sempre avuto una forte, naturale inclinazione verso ciò che è bello (anche verso quello strano tipo di bello che si maschera da brutto per essere più esclusivamente nostro) [non ce l’hai mica un esempio?]. Ma il suo sguardo, il suo udito, la punta delle sue dita necessitavano di un ulteriore affinamento per riconoscere ed apprezzare anche quelle opere straordinarie che sono ricamate sul grigio, sul monotono, sulla noia. Doveva languire e rasserenarsi fino a poter godere di Bergman o di Godard, di Musil e di Guimarães Rosa, di Debussy e di Sibelius [”du’ palle”, direbbe qualcuno che conosco…]. Del buon gelato alla crema di Venezia senza lo sciroppo sopra.

Credo lei abbia capito subito che io, Mané, avrei potuto diventare suo maestro nei piaceri sottili [!] quando, la prima volta che è venuta a casa mia – era una giornata afosa di mezz’estate – le ho offerto un bicchiere d’acqua che ha bevuto in una sola sorsata, e alla fine le ho chiesto:

– Ti è piaciuta?

– Cosa?

– Quest’acqua.

– E che cos’ha?

– Non è molto fredda né molto gassata. Cioè, non devi fermarti a metà del bicchiere. È perfetta per chi ha molta sete [e questa?!].

– Infatti, ripensandoci, mi è sembrata proprio perfetta. Grazie [che carina, no?…].

Non sono molti gli uomini che possono vantarsi di aver conquistato una giovane donna bellissima con un bicchiere d’acqua, vero? [modesto, l’amico]. Ovviamente non è stata l’acqua [ovviamente…], ma la sua qualità, la promessa di altre future qualità che quell’acqua le sussurrava [va be’…].

 

 

L’irrimediabile nostalgia della patria che impediva ai calciatori brasiliani di adattarsi in Italia – la saudade – ha regalato agli italiani questa bella parola della mia madrelingua [già, il titolo del libro, è vero…] (in passato. Oggi i calciatori guadagnano milioni di euro e rimangono in Italia senza fare problemi [ma a volte li fanno, questi ingrati]. Altro che saudade!). Ma c’è un’altra parola brasiliana intraducibile che ho dovuto usare per spiegare a me stesso cosa mi attirava di più in K43. Si tratta di sacanagem.

È una parola con diversi significati, e forse il più utilizzato è quello di ”fare un torto”, o fregare qualcuno, quando viene preceduta dal verbo ”fare”: fazer uma sacanagem com… Ma quello che in questo caso mi interessa è l’altro senso, quello sessuale. Sessuale sì, ma non carnale o fisico, bensì spirituale, psicologico. Sacanagem è l’atmosfera complice che si crea tra due persone, silenziosamente, in cui prevale un’intensa comunicazione di carattere sessuale: una sorta di energia dell’istinto, del ”mondo del basso” nelle parole di Bachtin [sapevo che un giorno mi sarebbe servito], che irrompe dentro un rapporto formale, sociale, insipido. Si dice: começou a rolar uma sacanagem entre os dois (letteralmente: è cominciata a dispiegarsi una sacanagem tra quei due), per dire che uno spirito lascivo, lubrico, carico di desiderio sessuale (ma senza l’innamoramento), pieno dell’urgenza di nascondersi da soli da qualche parte, è comparso e si è affermato senza parole tra due persone. È questa la sacanagem, la figlia prodiga e gioiosa della colpa cattolica e del politicamente scorretto, la più piacevole delle trasgressioni, possibile, a portata di mano, basta che si trovi subito uno sgabuzzino, una soffitta, un garage, un cinema quasi vuoto.

K43 aveva lo sguardo da sacanagem, sempre, agli antipodi degli occhi sbarrati di Mercedes. E lo aveva dalla mattina alla sera. Uno sguardo invitante, quasi pornografico, che diventava più intenso quando, per contrasto, era più seria l’espressione del suo volto. Uno sguardo che diceva che lei era lì a fare finta di interessarsi a tutte quelle chiacchiere, mentre in verità l’unica cosa davvero interessante, purtroppo, non poteva essere messa in scena in quel luogo, in quel momento. Ma prima o poi, l’occasione sarebbe arrivata, e allora…

Col tempo ho capito che quella, la sacanagem, era una caratteristica del suo sguardo, non della sua anima, che invece spesso era ben distante dalle cose della sessualità, e si concentrava in problemi astratti molto complessi. Ma questa scoperta non è riuscita ad affievolire gli effetti di quel suo sguardo sull’eruzione dei miei istinti.

Se questa non è una buona ragione per fare entrare una donna nella tua vita, allora non so proprio quale altra lo sarebbe.

da qui



 



mercoledì 27 aprile 2022

Dove siete stati di notte? - Clarice Lispector

Raramente si legge qualcosa del genere, piccoli racconti composti da pensieri e parole liberi e misurati, profondi e rivelatori, nascosti e liberatori, sognanti e concreti, speciali e misteriosi.

Qualche racconto lo leggi più di una volta, comunque alla fine vuoi rileggerlo subito, c’è così tanta bellezza e verità che non ti sazi mai.

Certo qualche racconto è solo bellissimo, gli altri sono immensii, e quando non si capisce bene sai che è chi legge che deve sforzarsi di più, se ci riesce.

Questo piccolo enorme libro è un miracolo, sia lodato il dio della letteratura e dei racconti.

Vogliatevi bene, cercatelo e leggetelo tutti.

 

 

 

Niente misura, limiti, autocensure, in questi diciassette racconti Clarice Lispector rischia tutto, si spinge sempre più in profondità fino al nervo vivo e pulsante dell'inconscio. Incapace di accontentarsi dell'opaca banalità del mondo, l'autrice si abbandona come mai prima al bisogno, incomprimibile in lei, di scardinare le apparenze per giungere al cuore delle cose. Solitudine, silenzio, visioni bibliche, la presenza ossessiva della vecchiaia e della morte animano questi testi insolitamente brevi. La scrittura ha una forza prorompente, sempre più asciutta, precisa, nervosa, in alcuni casi sfiora l'astrazione, il poema in prosa. Scritto negli ultimi anni della sua vita, "Dove siete stati di notte?" è un libro a cui Clarice Lispector teneva moltissimo ed è decisivo per una reale comprensione della sua opera.

da qui

lunedì 7 maggio 2018

Vite secche - Graciliano Ramos


una storia di vinti, una famiglia di quasi schiavi, sem terra, che si spostano in cerca di una terra e di un padrone che li sfrutti, in cambio di un po' di cibo e due soldi da spendere in vino e giochi.
Fabiano, Vitoria (la moglie), i due bambini e il cane sopravvivono, fino al prossimo vagabondaggio,  nel Sertão di João Guimarães Rosa, ma anche nei deserti e villaggi di Juan Rulfo.
un libro da non perdere.






Ramos racconta in una rapida successione di episodi il “Nordeste” del Brasile, attraverso le vicissitudini di una famiglia (un padre, una madre, due bambini, una cagnetta e un pappagallo) costretta a fuggire dalla fame e dalla siccità. Una famiglia che vive in una terra dove domina l’ingiustizia della natura e degli uomini, luogo reale ma anche metafora di un mondo iniquo e lacerato, che brama la pioggia per dissetarsi e recuperare le forze.

Qui (completo, in lingua originale, sottotitolato) il (grande) film di Nelson Pereira dos Santos (era a Cannes nel 1964)


mercoledì 31 gennaio 2018

Il cinema della felicità - Maurício Gomyde

Pedro è un giovanotto che ama il cinema quanto se stesso, forse di più, fa un cineforum per qualche appassionato, vende e consiglia i film, in un noleggio di dvd, sa cosa dare a ciascuno, vive con un padre che fa il cuoco, a cui dà una mano, quando serve, e una madre un po' assente, ha un grande amico, Fit, e poi appaiono due ragazze, Mayla e Cristal.
succedono tante cose e poi i quattro gireranno un film straordinario.
Pedro sembra di conoscerlo, o averlo conosciuto, uno così.
magari un giorno ci incontreremo, in qualche cinemino sgarrupato, dove proiettano quei film che non arriveranno nelle multisale, peggio per le multisale. 
forse Pedro è il protagonista di Cut, di Amir Naderi, chissà se lo sa.
un bel libro, merita, per chi ama il cinema vale ancora di più.





In sala le luci si sono appena abbassate. È il giorno di «Cinema felicità», il cineforum più amato da tutti coloro che stanno attraversando un momento difficile: basta guardare le immagini sullo schermo per dimenticarsi dei problemi e ritrovare il buonumore. Lo sa bene il giovane Pedro che con il cinema ci è cresciuto. Negli anni ha imparato che i film sono in grado di guarire le ferite. Di mostrare il lato positivo anche nei momenti in cui la vita sembra in bianco e nero. Per questo, da quando gestisce un videonoleggio, ha deciso di trasformare la sua passione in una missione: aiutare le persone con i suoi consigli da esperto cinefilo e far tornare il sorriso a chi credeva di averlo perduto per sempre. E allora L’attimo fuggente diventa la scelta giusta per coloro che devono imparare a cogliere le occasioni quando si presentano, senza rimandare. Per ricordarci che non si deve mai perdere la speranza, c’è la cura Forrest Gump, mentre come rimedio alla pene d’amore basta gustarsi Casablanca dall’inizio alla fine. In una parola, c’è il film giusto per ognuno di noi. 
Ma adesso Pedro ha scoperto che sta per perdere la vista. Adesso è lui ad aver bisogno di aiuto. E non può che rivolgersi al cinema. Armato solo di cinepresa, parte per un viaggio che lo porterà a girare un film con un copione a dir poco originale: la vita e la sua imprevedibilità. Perché non è mai detta l’ultima parola. Anche nei momenti più bui, se crediamo nell’amore e nell’amicizia, troviamo sempre il modo per ricominciare…

…Il cinema della felicità è un libro fresco che, seppur con toni delicati e frizzanti, affronta la disperazione e quesiti esistenziali profondi offrendo una formidabile arma di salvezza a tutti coloro che perdono la parte migliore dei propri occhi. Con il più semplice, leggero e fluente dei linguaggi, “Il cinema della felicità” è di sicuro il libro giusto per tutti coloro che sono alla riscoperta della bellezza e della meraviglia del mondo: è la chiave per ripartire con occhi nuovi, la combinazione degli ingredienti perfetti per le nuove vite.
Mauricio Gomyde, scrittore e musicista brasiliano è diventato ben presto uno degli autori più apprezzati e contesi del nostro  panorama letterario, affermandosi come un vero e proprio fenomeno  per la sua capacità di immediatezza. Definito il regista delle parole, colui che compie il miracolo di far credere alla persone ciò che è quasi impossibile da dimostrare e che ci offre uno dei ruoli più ambiti, quello da protagonista, nel più bello dei film: la vita.
Buona visione.

mercoledì 25 ottobre 2017

La caduta delle consonanti intervocaliche - Cristóvão Tezza


(traduzione di Daniele Petruccioli)
Heliseu medita sulla sua vita, la moglie Monica, Eduardo,il figlio gay, che ha adottato una bambina insieme al suo compagno, negli Usa, l’amante Therese, il suo lavoro di studioso della lingua, il giorno del suo discorso di commiato ai colleghi, dona Diva che fa da governante.
se uno vede il titolo e legge due cosette si può immaginare un libro noioso; niente di tutto questo, è davvero un libro che merita molto.
buona lettura.
ps: a pag.118, a sorpresa appare, il sardo logudorese (lo scoprirai leggendo)


Se la vanità sembra in un primo tempo il suo peggior difetto, più della lussuria, dell’ egoismo, della megalomania (forse è anche un assassino) più ci si inoltra nel suo tessuto mentale, (solido come la storia della lingua portoghese che viene richiamata con preziosa naturalezza dalle tante citazioni in portoghese arcaico, intrecciate al testo, perfette se vogliamo, un gioco di costruzioni a incastro), più l’irritante spocchia che lo avvolge si stempera in autentica disperazione, in buia solitudine, in doloroso fallimento per una vita bruciata nel paradossale vuoto di significato. (Per lui un filologo, quale orrore). E allora sì è difficile non provare simpatia per questo imperfetto essere umano, e nello stesso tempo grandioso personaggio. Entrare nella mente e nella vita di Heliseu richiede tempo e pazienza, bisogna adeguarsi alla cadenza dei suoi pensieri, e provenendo dalla lettura di un romanzo diametralmente opposto in intenti e considerazioni, ho raggiunto questa sintonia un po’ oltre le prime pagine. Ma quando questo è capitato, allora la lettura si è rivelata preziosa, interessante, ricca…

La caduta delle consonanti intervocaliche non si accontenta di una lettura distratta o superficiale, è un romanzo complesso e disordinato che ruba tempo e concentrazione, ma in cambio permette di vivere l’emozione devastante e bellissima di guardare nelle pieghe più profonde dell’animo umano.

Il romanzo è un abilissimo montaggio di piani temporali, stili, toni, lingue, giochi di parole: la letteratura e la filologia sono il terreno privilegiato in cui Heliseu esercita la memoria e le sue capacità di autoinganno, trovando sempre nella citazione giusta una maniera per stemperare le ansie, allontanare un pensiero molesto, o “addolcire il peso della realtà”, qualcosa tra la valvola di scarico e il perno intorno a cui ruota il senso stesso della sua vita. Uno spazio in cui si raccolgono le voci della letteratura antica brasiliana e di quella europea, intrecciate alla trasformazione linguistica che portò a differenziare i parlanti portoghesi dagli spagnoli, la caduta della consonante intervocalica occorsa intorno all’undicesimo secolo: “Tutto è cominciato quando il dolor ha preso a trasformarsi subdolamente in door e infine in dor: ecco fatto! Un’altra lingua”. Questo spiega il titolo italiano di un romanzo molto più semplicemente intitolato nell’originale O professor, che offre anche una riflessione sul linguaggio, sulla sua verità sempre sospesa e le sue infinite variabili.
Il racconto del professore, lucido arguto ironico, vola alto rispetto alle tragedie vissute, nel privato come nella storia del suo paese, dalle speranze rivoluzionarie dei tempi della dittatura degli anni sessanta al presente della presidente, “alla testa del peggior governo brasiliano degli ultimi trenta anni”. Perché in fondo a che serve arrovellarsi se “il mondo basta a se stesso”? Con un’ironia che non perde mai intensità Tezza mette insieme le esperienze intellettuali di Heliseu con le sue emozioni più profonde, così che nel professore, narcisista e compiaciuto, con il suo fastidioso intercalare eheh e la sua falsa coscienza, finiamo per riconoscere – ed è qui la forza di un romanzo colto e coinvolgente – i tratti dell’uomo comune con le sue fragilità e le sue paure, dell’uomo solo di fronte alla vecchiaia.

…Niente è come sembra. Il professore analizza mentalmente il vissuto, cercando di approcciarsi ad esso allo stesso modo con cui studia la lingua. Impossibile schematizzarla, impossibile nascondersi dietro alle parole, per evitare di affrontare i propri demoni. Heliseu finisce per rimanere intrappolato nel senso di colpa quando si addentra troppo nei ricordi. Nel tirare le fila a un percorso lungo e tortuoso, avverte il peso del fallimento dovunque guardi intorno a sé. 
Tra piccole porzioni di testo offerte in portoghese, una scrittura intermittente per episodi ripescati dalla mente del protagonista, del quale percepiamo conflitti, ansie e paure. Quanti di noi affermerebbero con estrema sicurezza di essere fieri di tutte le decisioni prese in passato? Nessuno. E ancora di più fa paura fermarsi a riflettere su tutti i momenti chiave della nostra esistenza. A volte, è più facile plasmare un momento sulla base di ciò che avremmo voluto fare o dire, rinnegando la corretta dinamica delle circostanze. 
Assolutamente consigliato!

lunedì 16 febbraio 2015

Borges e gli oranghi eterni - Luís Fernando Veríssimo

un libro di citazioni, incastri, riferimenti, omaggi, scrittori, misteri, ricostruzioni, omicidi, letture, pugnali, vendette, intrighi, stanze, ricordi, lettere, specchi.
un gioiellino, ad essere sintetici - franz




un giallo assolutamente atipico, un omaggio tanto alla letteratura fantastica quanto alle “finzioni in giallo” in cui amò misurarsi Borges. La trama è un sottile filo teso nel vuoto letterario solo per giustificare un percorso acrobatico ed equilibristico in cui il protagonista, rappresentante di un divertito circo narrativo, ha come unici contrappesi la verità e la finzione: saperle distinguere non è fra i poteri del lettore.
Verissimo — il cui cognome è davvero tutto un programma! — fonde il Borges persona (nel senso attuale del termine) fino a creare un Borges persona (nel senso latino del termine, cioè una maschera teatrale): appare dunque naturale parli in modo molto diverso da come il poeta argentino usava parlare. Il Borges di Verissimo non si diverte a citare versi dei poeti amati o brani delle antiche letterature germaniche, non parla di Chesterton o di Carlyle, né di Stevenson né di Lugones, né della Commedia né delle Mille e una notte: parla invece di Poe, autore amato da tutti molto di più di quanto lo amò il poeta di Buenos Aires, che raramente lo citava preferendogli tutt’altri narratori…

…La narrazione è molto serrata e lo stile criptico costringe il lettore a una continua e ferma attenzione volta alla scoperta degli indizi disseminati anche nelle più piccole sfaccettature: nei dialoghi, nella descrizione dei luoghi e dei personaggi. Ogni traccia costituisce così un ulteriore pezzo del puzzle che pian piano si compone, fino ad arrivare a un risultato del tutto inaspettato e imprevedibile.
Verissimo ci ha dunque regalato un romanzo che potremmo definire “allucinante”: il grottesco e l’occultismo, insieme anche all’umorismo e all’ironia, si intrecciano tessendo una trama surreale e unica.

… Seguendo una linea narrativa borgesiana il finale non è affatto scontato, anche se una volta chiuso il libro il lettore si accorgerà che aveva tutti gli elementi per concludere il caso rimanendo nel mondo reale. Ciononostante, quando prima dell'epilogo questi è ormai convinto di avere la soluzione (o meglio la non soluzione) tra le mani ecco che Verissimo inserisce uno scambio epistolare con Borges in cui lo scrittore argentino risolve mirabilmente, e pragmaticamente il caso. E pare averla sempre saputa la soluzione. È qui che lo scrittore brasiliano raggiunge il massimo grado di intertestualità con il collega argentino. Come nell'Examen de la obra de Herbert Quain il lettore «inquieto, rivede i capitoli pertinenti e scopre un'altra soluzione, che è quella vera. Il lettore di questo libro è più perspicace del detective» (Borges,Ficciones).
Borges e gli oranghi è un romanzo d'antan scritto con il gusto per l'indagine ragionata e la soluzione di enigmi che rappresentano una sfida all'intelletto umano. Sfida lanciata direttamente dall'autore stesso che fin dall'inizio sa benissimo chi è l'assassino e quali sono state le circostanze che hanno portato all'omicidio. Verissimo gioca con il lettore, ma anche con Borges che arriva laddove la polizia -e Cuervo- non sono riusciti ad arrivare. Quasi a dimostrare che, come sosteneva Sciascia, la letteratura porta alla verità. E quest'ultima deve essere l'obiettivo ultimo dell'agire umano.


venerdì 6 febbraio 2015

L'isola nello spazio - Osman Lins

un librino di una quarantina di pagine, l'insoddisfazione, dei morti, un palazzo, la resistenza, la fuga, ecco la sintesi del libro.
in un'oretta si legge bene, in certi momenti riconosci qualcosa, sono citazioni di qualcosa che hai letto, forse, di sicuro Arantes Marinho vi sorprenderà - franz



il racconto è bello e mi ha intrigata per diverse pagine, diverse di quelle quarantadue, ribadisco. L’atmosfera triste e lugubre dell’Edificio Capibaribe, gli inquilini che muoiono nel sonno, i sopravvissuti – a chi, a cosa? – che fuggono dai loro appartamenti… e lui, Arantes Marinho, resta. Si libera – non tutti i mali vengono per nuocere – della moglie stronza e delle figliolette rompicoglioni, che vanno a stare da amici e parenti. Peccato, però, che si liberi pure del resto del vicinato, e comincia a dare per certo d’essere il prossimo – la concorrenza è scappata per tempo – a dover morire di quella strana malattia che sembra aver stregato il Capibaribe.
Nella seconda parte della vicenda il soprannaturale prende piede, la Morte assume le sembianze dell’entità invisibile che accende luci negli appartamenti abbandonati e usa l’ascensore. Poi arriva la sorpresa: il nostro Arantes – ha una famiglia veramente odiosa, tenetelo presente – decide di sparire. Di prendere la palla al balzo e darsi una nuova opportunità e una nuova vita.
Ma il mistero di quelle morti resta, e verrà risolto in mezza pagina. Si poteva fare meglio, sempre che Osman Lins non avesse la pentola sul fuoco…

L’isola nello spazio, edito da Sellerio, è un racconto che Osman Lins ha scritto nel 1964. Ambientato a Recife, capitale dello stato brasiliano di Pernambuco, narra di una serie di morti misteriose che avvengono negli appartamenti di un grande palazzo che guarda il fiume e minacciano la vita del protagonista della vicenda, Cláudio Arantes Marinho, e quella della sua famiglia. Il racconto inizia come un giallo: una serie di morti sospette, apparentemente inspiegabili (si avanzerà persino l’ipotesi di un virus portato “forse dalle sponde del Gange o del Nilo, mediante qualche nave contaminata”), ma presto cambia registro. Non c’è la fase di indagine che in tutti i gialli segue la posizione dell’enigma, come fa notare Angelo Morino nel saggio di appendice al testo: essa lascia spazio alla descrizione della lotta che il protagonista ingaggia per restare nella sua casa, mentre gli altri condomini fuggono lontano dal palazzo, che sembra vittima di una maledizione…










giovedì 11 aprile 2013

Bambino per sempre - Cristovão Tezza

un romanzo che tratta del rapporto padre-figlio e prima ancora della paternità.
poi è anche riferito a una storia vera e il bambino ha la sindrome di Down, ma è sopratutto un bel romanzo che coinvolge chi legge.
così spero per voi - franz




un libro come questo corre un rischio peggiore del silenzio: quello di passare per il racconto compassionevole di un caso patologico. Cosa che forse gli procurerà una nicchia di mercato, ma non gli farà giustizia in quanto pezzo di letteratura. “Bambino per sempre”, del brasiliano Cristóvão Tezza, parla infatti di un tema delicato: l’handicap. “Una storia vera”, sottolinea l’editore italiano, probabilmente in cerca delle nicchie di cui sopra. Vi si narra la nascita di un figlio con sindrome di Down e, fin qui, si è detto tutto e niente, se non si aggiunge che Tezza è uno scrittore di razza e che “il figlio eterno” (così il titolo originale) è una bellissima riflessione sulla paternità che va ben oltre il patologico/patetico…
per Tezza il figlio è motivo di riflessione, fra le tante, sul Tempo. Di fronte a un essere a cui manca proprio tale cognizione, votato ogni giorno alla maledizione di un eterno ritorno più vicino a Peter Pan che a Nietzsche, il padre si ritrova alle prese con la scelta esistenziale. Niente di tutto ciò che non è stato sarebbe potuto essere, dirà a un certo punto. La scelta è solo una, non c’è un altro tempo che si dipana su di questo. È un po’ come dire: “Possiamo immaginare tante vite, ma non rinunciare alla nostra”, parole di Giuseppe Pontiggia in chiusura di “Nati due volte”, romanzo sulla sua esperienza col figlio disabile. Altro tema in comune fra i due libri (arrivando, per una certa proprietà transitiva delle trasposizioni cinematografiche, a “Le chiavi di casa”, film di Gianni Amelio ispirato a Pontiggia) è quello della vergogna. Il figlio, in quanto immagine e somiglianza del padre (anche qui la religione non fa altro che sublimare esperienze correnti), esalta o umilia la vanità genitoriale che in esso vorrebbe rispecchiarsi. Pratica spinosa, specie in un periodo come quello in cui la “politeness” linguistica era un problema remoto e il linguaggio della scienza tradiva la sua matrice imperialistica. John Langdon Haydon Down i suoi pazienti li aveva chiamati mongoloidi e qualcuno ancora li considera eredi di un’infamia.

Che tipo di mentalità definisce una sindrome secondo la somiglianza con i tratti di una etnia? – si chiede Tezza abbozzando forse un sorriso. – L’uomo britannico come misura di tutte le cose”.

L’albero che si riconosce nelle sue radici è un archetipo antico, e la sua rivisitazione nella coppia padre/figlio handicappato, in cui il secondo finisce per migliorare la sensibilità letteraria del primo, è un tratto già felicemente delineato da Kenzaburo Oe, sia in Un’esperienza personale che nel lungo racconto Insegnaci a superare la nostra pazzia, solo che lo scrittore giapponese aveva reso fin da subito, quasi, l’esistenza del figlio con una grave malformazione cerebrale e l’accettazione della sua diversità tra i motivi ricorrenti e fondamentali della sua opera, mentre Tezza ha dovuto far passare vent’anni prima di riuscire a parlarne. E la metafora che utilizzò in un saggio Kenzaburo per spiegare come la sua visione del mondo passasse attraverso «il corpo e lo spirito del figlio idiota», e che chiamava in causa il cielo e il mare dipinti da Magritte all’interno delle «cavità delle forme umane», è in fondo valida anche per Bambino per sempre, pur se introiettata solo alla fine dal protagonista, e comunque finisce per illuminare retrospettivamente tutto il romanzo….

mercoledì 8 agosto 2012

La palla innamorata - Jorge Amado

per bambini piccoli, ma è una storia bellissima per tutti.

e non dite che non ve l'avevo detto - franz

 

 

Buca-reti è la palla più amata del Brasile, celebre per i suoi gol a effetto, a foglia morta, a palombella: una campionessa che non manca mai di infilare la porta. Go-Gol, invece, è il portiere più fischiato del Brasile, un brocco che non ne azzecca una. Ed ecco che un giorno il povero Go-Gol diventa un asso, il migliore in campo... Ma com'è successo? Semplice: la palla Buca-reti si è innamorata di lui, e l'unico modo per finire tra le braccia del bel portiere è quello di... farsi parare! Peccato che questo amore clandestino sia destinato a creare un bel po' di problemi...

da qui

 


venerdì 29 giugno 2012

Il mio amico pittore - Lygia Bojunga Nunes

un bambino scopre la politica e il suicidio. 
l'amico pittore gli lascia un'eredità importante a partire dai colori.
chi cerca questo piccolo grande libro lo trova solo nei remainders - franz



…El suicidio de un amigo adulto entrañable, actúa como detonante para que el joven protagonista del relato, apoyado en una rica interrelación de colores y sentimientos, amplíe su visión del mundo, busque respuestas propias a los eternos problemas que acompañan al hombre desde que éste empezó a reflexionar acerca de quién es, por qué es, para qué está en el mundo. 
La obra presenta conflictos de gran dramatismo mediante un poético y efucaz “tono menor”. En Mi amigo el pintor se pone de relieve la voluntad de Bojunga Nunes de reflexionar sobre los sentimientos y valores que inducen la conducta del individuo contemporáneo, así como su propósito de retar la inteligencia y la imaginación de los lectores, sean éstos grandes o chicos.

O comovente encontro de um adolescente com a alma atormentada de um artista. Para o menino, a deslumbradora revelação do mundo das cores, das formas; a interpretação da vida através da intuição e da experiência do artista. Para o pintor, a presença da ternura e do entusiasmo do jovem amigo na aventura dessas descobertas, o conforto daquela confiança no drama da sua solidão. 

Fiquei imediatamente interessada e peguei o livro emprestado, é uma literatura infanto-juvenil, que trata da amizade entre um menino de 9 anos (que narra a história) e um artista plástico. O livro é tão bonito, remete a imagens comparando cores a sentimentos, achei tão interessante, tão tocante, que eu pensei: Como eu gostaria de ter escrito algo assim!
Foi a primeira vez que li, mas quero ler mais e saber mais sobre Lygia Bojunga Nunes que, no mínimo, é uma escritora de rara sensibilidade.

Mi amigo el Pintor from Victoria Sanchez on Vimeo.

lunedì 6 febbraio 2012

Gatto Tigrato e Miss Rondinella - Jorge Amado

a volte capitano dei libri che ti stupisci, non lo hai letto da bambino, non lo hai letto da grande, non lo leggerai mai.
ma questo cercalo e leggilo, almeno due volte, per non dimenticarlo.
non te ne pentirai, promesso.
se ti lascia indifferente, forse sei già morto, cerca il numero di un'agenzia di onoranze funebri, provvederanno a tutto loro - franz


...Gatto Tigrato e Miss Rondinella è più di un libro per bambini.

E’ una metafora della vita, un inno alla diversità e all’amore in tutte le sue forme.
Lo consiglio vivamente sia come lettura per i bambini, che lo troveranno divertente e un po’ strano.
Ma, soprattutto, come piccolo manuale per gli adulti…giusto per ricordare, ogni tanto, che chi additiamo come diverso, in fondo, ci somiglia tanto.

da qui