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sabato 1 ottobre 2022

ragazze in Iran e in Iraq

L’uccisione di una ragazza irachena da parte di soldati USA e i doppi standard dell’occidente - Francesco Guadagni

 

Nei giorni scorsi, vi abbiamo parlato della vicenda della giovane iraniana Mahsa Amini morta, in circostanze ancora da chiarire del tutto, in seguito ad un alterco con agenti della “Polizia morale”. Istituzioni, politici, cittadini iraniani chiedono giustamente che si faccia quanto prima chiarezza e giustizia per questa ragazza.

In seguito alla sua morte sono scoppiati dei disordini in varie città dell’Iran. Qualcuno c’è sempre che approfitta della situazione per destabilizzare in un momento delicato per il paese persiano sia per le criminali sanzioni USA che incidono sulla popolazione che per il mancato accordo sul nucleare.

In questi giorni, nel frattempo, sono scesi in piazza anche gli iraniani che chiedono la fine dei disordini e delle violenze di coloro che hanno manifestato in seguito alla morte di Amini.

L’occidente, con i suoi media e i suoi governi non hanno perso tempo per condannare Teheran ed esercitare pressioni.

Un altro evento però mostra quanto sia pelosa ed ipocrita la solidarietà tanto al chilo dell’occidente.

Forse nessun media mainstream, saremmo contenti di sbagliarci, ha riportato la notizia che una ragazza irachena di 15 anni è stata uccisa a sangue freddo martedì scorso, nei pressi della base militare statunitense ‘ Victory’ vicino all'aeroporto internazionale di Baghdad.

La giovane studentessa e contadina, si chiamava Zainab Essam Majed Al-Khazali. Secondo le prime ricostruzioni, è stata uccisa da un proiettile vagante durante le esercitazioni militari statunitensi nella loro base militare vicino alla prigione di Abu Ghraib dove innocenti iracheni, arabi e non sono stati torturati e uccisi quando l’ex Il presidente degli Stati Uniti George Bush diede il via libera all'occupazione dell'Iraq, con le conseguenze che quelle popolazioni vivono ancora adesso.

I media mainstream, sebbene noti per sfruttare le narrazioni per rovesciare governi sovrani e indipendenti non hanno mostrato il minimo senso di decenza umana o empatia e nemmeno hanno chiesto un'indagine sull'accusa delle forze statunitensi di aver compiuto uccisioni disumane di civili minorenni in terra straniera.

Amini come Zainab meritano giustizia, allo stesso modo. Attenzione però, all’occidente non importa nulla sia di Amini che di Zainab. Solo che Amini può essere usata per perseverare i loro scopi colonialisti.

da qui

 

 

Masih Alinejad, l’Fbi e la "rivolta del velo" (che parte da lontano) - Davide Malacaria

 

La morte di Mahsa Amini ha suscitato una nuova ondata di proteste in Iran. La donna sarebbe stata arrestata, torturata e picchiata dalla polizia a causa del mancato rispetto della norma che impone il velo. Così la narrativa ufficiale.

In tutto l’Iran si sono verificate manifestazioni di piazza contro il governo, che hanno trovato come simbolo la rimozione del velo (l’hijab, che copre i capelli, non quello integrale, che copre il viso, in uso in altri Paesi arabi).

Secondo autorità di Teheran dietro le manifestazioni ci sarebbero le Agenzie straniere, in particolare Washington, alla quale hanno rimproverato, in maniera legittima, di piangere “lacrime di coccodrillo” per la sorte delle donne iraniane, mentre, allo stesso tempo, con le sanzioni che stringono il Paese in una morsa di ferro, le affamano (Irna).

L’ennesimo tentativo di regime-change iraniano

Insomma, sarebbe in atto un tentativo di regime-change, cosa che Washington alimenta a minaccia da anni. Ne scriveva, ad esempio, James Dobbins sul sito della Rand Corporation – organismo che ha stretti legami con la Cia – criticando delle dichiarazioni rese in tale prospettiva dall’allora Segretario di Stato Mike Pompeo.

Rigettando l’ipotesi di dar vita a un regime change iraniano, Dobbins scriveva: “La follia è a volte descritta come fare la stessa cosa ripetutamente e aspettarsi risultati diversi. Promuovere il cambio di regime in Iran si adatterebbe a questa definizione. Nel 2012, le rivolte popolari hanno rovesciato i governi di cinque paesi del Medio Oriente. Dopo qualche esitazione, l’amministrazione Obama ha espresso sostegno a queste rivoluzioni e in un paio di casi ha anche fornito supporto materiale. Sei anni dopo, Libia , Siria e Yemen sono ancora sconvolte da una guerra civile. L’Egitto ora ha un governo ancora più repressivo di quello che il popolo ha rovesciato”. Solo la Tunisia, perché meno interessante per l’America, ne è uscita non devastata.

Ma tant’è. A quanto pare ci risiamo, con i soliti corollari: alle manifestazioni di piazza dei ribelli rispondono quelle a sostegno del governo; alle violenze dei ribelli risponde quella della polizia etc. Si contano vittime e non solo della repressione, sul conto delle quali non è possibile alcuna verifica, stante che le notizia riguardanti Teheran sono spesso distorte e che le fonti governative sono di parte.

Tutto questo per una morte che potrebbe non essere avvenuta come raccontano: un video diffuso dalle autorità fa vedere quanto avvenuto alla stazione di polizia. Nel filmato si vede Amini che si accascia dopo un diverbio acceso, ma senza alcun contatto fisico, con un’altra donna, che dovrebbe essere in forza alla polizia (il video si può vedere cliccando qui). Peraltro, poi l’altra donna accorre in suo aiuto.

Sulla vicenda le autorità iraniane, compreso l’ajatollah Khamenei, hanno espresso dolore e hanno chiesto di far chiarezza. Il capo della magistratura si è impegnato in tal senso.

Resta, certo, la restrizione del velo, ma è pur vero che strumentalizzare tale vicenda per dar vita a un regime-change non fa che incrementare esponenzialmente la violenza nel Paese. Quanto avvenuto in Libia, Siria e Yemen fa intravedere la devastazione di cui è foriera tale spinta.

Che ci sia una spinta internazionale in tal senso lo indicano tanti fattori, tra cui gli attacchi di cui sono state bersaglio le ambasciate iraniane. Attacchi si sono registrati in Belgio, Svezia e Grecia. Arduo ritenere che si tratti solo di espatriati inferociti, dal momento che tali azioni implicano un coordinamento, come anche un certo lassaiz faire da parte delle forze di sicurezza straniere che dovrebbero tutelare le sedi diplomatiche, come lamenta Teheran.

Né l’America dà segno di essere indifferente a quanto accade, anzi: Washington ha deciso di sostenere in tutti i modi la rete internet iraniana, che Teheran aveva chiuso come hanno fatto in anni recenti altre nazioni interessate a tentativi di regime-change.

Per sostenere la rete usata dai ribelli iraniani il Dipartimento di Stato si è rivolto anche a Elon Mask e alla sua rete di satelliti Starlink. Sul punto si tenga presente un titolo di Politico: “UkraineX: come i satelliti spaziali di Elon Musk hanno cambiato la guerra a terra”. Insomma, di fatto, gli Usa stanno trattando quanto avviene in Iran alla stregua di una vera e propria guerra…

Masih Alinejad, l’Fbi e la rivolta del velo

Ma sulla genesi della rivolta del velo è più che istruttivo quanto si legge sul New Yorker: “Donne provenienti da tutto l’Iran si stanno togliendo l’hijab e gli stanno dando fuoco, prendendo in giro i teocrati dalla barba grigia del paese, in un susseguirsi di scene drammatiche di una popolazione che lotta per la libertà”.

“Di tutte le cose che stupiscono di quanto sta emergendo nella Repubblica islamica, forse il più notevole è il fatto che l’Iran sia stato portato a questo punto, almeno in parte, da una madre di quarantasei anni, non finanziata, che lavora in un rifugio dell’FBI a New York”.

“Masih Alinejad, una giornalista iraniana che è stata condannata all’esilio tredici anni fa, ha contribuito a galvanizzare le donne del paese, accumulando circa dieci milioni di follower sui suoi social media e spingendole a distruggere il simbolo più potente dell’apartheid di genere legalizzato del regime: l’hijab, il copricapo obbligatorio per tutte le donne adulte”.

“La maggior parte dei seguaci di Alinejad vive in Iran, il che la rende una delle voci più potenti del Paese. Dal 2014 ha lavorato seguendo una formula semplice, dall’effetto devastante. Ha invitato le donne all’interno dell’Iran a registrarsi mentre sfidano la regola dell’hijab e a inviarle le prove”.

“Migliaia di donne hanno obbedito e Alinejad ha pubblicato video e foto che mostrano i loro capelli su account di Instagram, Twitter e Facebook. Quei siti sono stati bloccati dalla dittatura del Paese, ma, facendo uso di reti private virtuali, molti iraniani li hanno visti comunque. Milioni di persone hanno potuto assistere al coraggio dei loro concittadini e vedere quanto ampiamente sono condivise le loro opinioni, cosa che, nell’ambiente soffocante dell’Iran moderno, sarebbe altrimenti impossibile”.

Così, quando la settimana scorsa sono esplose le proteste, continua il giornale, Alinejad “ha visto finalmente concretizzarsi anni di organizzazione”. Un tweet del Ron Paul Institute riprende l’articolo del New Yorker corredandolo con una bella fotografia della giornalista “non finanziata” accanto a un sorridente Mike Pompeo.

Insomma, una rivolta che parte da lontano, addirittura dal 2014. Poco da aggiungere, se non che questo caos è scoppiato in concomitanza della riunione generale dell’Onu, nella quale l’Iran ha ribadito la sua volontà di giungere a un accordo sul nucleare con gli Stati Uniti.

Interessante, sul punto, un cenno del New Yorker: “Alinejad appare raramente in pubblico. All’inizio di questa settimana, ha guidato una folla per protestare contro l’arrivo del presidente iraniano, Ebrahim Raisi , alle Nazioni Unite”.

In questo clima infuocato, anche questo ennesimo tentativo per raggiungere un’intesa sul nucleare verrà procrastinato. E se scorrerà sangue per le vie di Teheran, sarà sotterrato definitivamente.

da qui


mercoledì 22 dicembre 2021

Parlano le donne migranti, quei viaggi segnati da violenze e abusi - Katie Kuschminder

  

[Traduzione a cura di Valentina Gruarin dell’articolo originale di Katie Kuschminder pubblicato su The Conversation]

 

C’erano sette donne e tre bambini tra le 27 persone che hanno tragicamente perso la vita nella Manica questa settimana [l’articolo è stato pubblicato il 26 novembre, NdT].

Moltissime donne, con i loro bambini, cercano una nuova vita in Europa: al 21 novembre di quest’anno, il 27,1% dei migranti giunti via mare nel Mediterraneo sono donne o bambini.

Il canale della Manica rappresenta un’ultima pericolosa traversata dopo viaggi che spesso sono lunghi, insidiosi e violenti.

La recente notizia di queste tragiche morti è arrivata alla vigilia del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La triste ironia è che la violenza è una delle principali ragioni per cui le donne scelgono di intraprendere pericolosi viaggi di migrazione, incontrando però spesso violenze anche durante il percorso e a destinazione.

In molti casi, questa violenza non viene denunciata per paura di rappresaglie o stigma. Questo non solo impedisce loro di ricevere il sostegno di cui hanno bisogno, ma ostacola anche la raccolta di dati accurati a riguardo.

È il motivo per cui con altre sette esperte (nel team è presente anche un ricercatore) del World Universities Network ci siamo riunite per lavorare a un progetto che riguarda le donne, la migrazione e le loro storie di resilienza; abbiamo intervistato circa 150 donne e stiamo pubblicando i loro racconti in un progetto di storytelling collaborativo.

Violenza a casa

Una delle mie colleghe, Marina de Regt, ha condotto uno studio sulle giovani ragazze in Etiopia che decidono di emigrare lontano da casa. Principalmente, queste donne si allontanano dal Paese di origine per sfuggire alla violenza di genere per mano dei loro patrigni, zie o zii, o per evitare i matrimoni forzati. Più del 40% delle donne etiopi sono sposate, o hanno una relazione, prima dei 18 anni.

All’età di 13 anni, a Selam è stata data una scelta: “Lasciare la scuola, sposarsi o andare con sua zia a Khartoum“. La giovane donna ha spiegato:

“Le ragazze che avevano 15 anni e non erano sposate, erano considerate vecchie. Inoltre, c’erano molte ragazze che venivano violentate a scuola e rimanevano incinte. Molto probabilmente i miei nonni volevano proteggermi: avevano paura che rimanessi incinta e che nessuno poi volesse sposarmi.”

Selam ha scelto di emigrare per sfuggire al matrimonio infantile. Nonostante fosse un’eccellente studentessa, la famiglia di Selam vedeva la scuola come un rischio per la sua castità. In Etiopia, le ragazze sono vulnerabili alla violenza sessuale anche a scuola; se fosse stata violentata, Selam avrebbe perso ogni prospettiva di matrimonio.

In Etiopia, i matrimoni combinati sono ancora comuni, soprattutto nelle zone rurali dove le ragazze spesso non prendono autonomamente la decisione di convolare a nozze e sono obbligate a sposare uomini molto più grandi.

Così lei si è trovata di fronte a ben poche opzioni: essere una sposa bambina o correre il rischio di emigrare in Sudan.

Violenza in viaggio

La mia ricerca, condotta con la collega Talitha Dubow, esamina i viaggi dei rifugiati che arrivano in Europa tramite la rotta del Mediterraneo centrale, percorrendo la Libia, o la rotta del Mediterraneo orientale, attraversando la Turchia e i Balcani occidentali. Le donne ci hanno raccontato che, in diverse fasi del viaggio, sono state soggette a violenti abusi da parte di guardie di frontiera, trafficanti o rapitori, trovandosi faccia a faccia con la morte per annegamento, subendo maltrattamenti e soffrendo la fame.

Bahar, una giovane afghana intervistata in Turchia, ha spiegato che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) le aveva recentemente offerto il reinsediamento negli Stati Uniti. Il processo avrebbe richiesto dai quattro ai cinque anni e, in quel momento, Bahar stava ricevendo minacce dal suo ex-marito violento che aveva già aggredito lei e la sua famiglia in Afghanistan.

Bahar stava quindi pianificando un viaggio irregolare verso l’UE perché, anche se avrebbe preferito scegliere l’opzione statunitense, aveva paura di quello che il suo ex-marito avrebbe fatto a lei e a suo figlio se fossero rimasti ancora in Turchia.

Sapeva che il suo viaggio verso l’UE avrebbe potuto essere fatale ma, ha affermato: “Devo davvero correre questo rischio. Non ho altra scelta“.

Violenza a destinazione

Anche una volta arrivate a destinazione, le donne migranti non sono necessariamente libere. La marriage migration – migrazione a scopo di matrimonio –  è aumentata negli ultimi anni. Questo aumento ha avuto luogo soprattutto in Asia. Per le donne vietnamite in condizioni di  povertà, ad esempio, la migrazione per matrimonio a Taiwan rappresenta la possibilità di una vita migliore.

La mia collega Su-Lin Yu ha condotto un’ampia ricerca sulle vietnamite che emigrano a Taiwan per sposare uomini taiwanesi. Dal 1997, più di 520.000 donne si sono recate a Taiwan per sposarsi, un numero significativo per una popolazione di circa 24 milioni di persone.

Su-Lin Yu ha scoperto che le donne vietnamite sono vulnerabili a molteplici forme di violenza, compresi gli abusi psico-fisici da parte dei loro mariti e, in alcuni casi, anche le molestie sessuali da parte di altri membri maschili della famiglia. Un’intervistata ha dichiarato:

“A volte tornava a casa verso le due o le tre del mattino e litigava con me. Ha iniziato a picchiarmi verso il terzo mese di gravidanza. Mi picchiava quando ero incinta. I miei suoceri lo sapevano, ma non mi hanno aiutato.”

Le donne migranti dipendono dai loro mariti. Si è scoperto che i mariti violenti trattengono i passaporti delle loro mogli come mezzo di controllo per impedire loro di richiedere la cittadinanza taiwanese e per trattenerle all’interno di un ciclo di abusi. Queste donne sono spesso isolate, con pochi mezzi per cercare aiuto.

A livello globale, esse hanno molte più probabilità, rispetto agli uomini, di essere uccise dai partner: costituiscono circa l’82% delle vittime per violenza di genere.

Porre fine alla violenza

La morte di 27 persone nella Manica, tra cui una donna incinta e diversi bambini, è tragica. Dobbiamo riconoscere che le donne migrano ogni giorno per sfuggire alla violenza e a una probabile morte, rischiando consapevolmente la loro vita per trovare luoghi sicuri e la possibilità di vivere una vita libera. Troppo spesso si tratta di sforzi vani, poiché finiscono in situazioni di ulteriore violenza o perdono la vita nel tragitto o a destinazione.

Noi tutti possiamo aiutare sostenendo le donne migranti. Dobbiamo creare insieme spazi sicuri per loro, luoghi che possano fornire servizi di supporto incentrati sulla sopravvivenza e dove si sentano protette e libere di condividere le loro storie.

Ci si augura che, condividendo alcuni dei racconti delle donne con cui abbiamo parlato, la consapevolezza di questa crisi – e il desiderio di fare qualcosa al riguardo – aumenti, ponendo i presupposti per azioni concrete di prevenzione, supporto e protezione.

da qui