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lunedì 11 marzo 2024

Poesie contro la guerra

 Albio Tibullo (poeta romano, II a. C.) dalle “Elegie”


"Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?"

Chi fu colui, che per primo inventò le terribili armi?
Quanto malvagio e feroce quello fu!
Allora nacquero le stragi a danno del genere umano,
Allora sorsero le guerre,
Allora venne aperta una via più breve alla terribile morte.
Eppure quell’infelice non ebbe alcuna colpa,
Noi abbiamo volto a nostro danno
Quello che egli ci aveva dato contro le bestie feroci.
Questo è colpa del ricco oro, e non vi furono guerre
Finché una tazza di legno di faggio era posta davanti ai banchetti.
Non vi erano fortezze, non bastioni,
E il pastore si addormentava senza preoccupazione tra pecore di vari colori.
Dolce sarebbe stata allora per me la vita, Valgio, e non avrei conosciuto
Le funeste armi, né avrei udito la tromba con il cuore palpitante.
Ora sono trascinato a forza a combattere,
E già forse qualche nemico produce dei dardi
Destinati a configgersi nel mio corpo.

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Francesco d'Assisi (poesia scritta fra il 1224 e il 1226)

"Laudato sii"

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messer lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumeni noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

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Trilussa

"Ninna nanna della guerra"


Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vò la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co le zeppe,
co le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.

Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili

Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.

Chè quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe li ladri de le Borse.

Fa la ninna, cocco bello,
finchè dura sto macello:
fa la ninna, chè domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.

So cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.

E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!



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Giuseppe Ungaretti

"Veglia"

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Giuseppe Ungaretti

"San Martino del Carso"


Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato


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Giuseppe Ungaretti

"Soldati"


Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

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Giuseppe Ungaretti

"Fratelli"

Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.

(Mariano il 15 luglio 1916)


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Wilfred Owen

"Dulce et decorum est"

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,
finché volgemmo le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni
e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono azzoppati; tutti ciechi;
ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo
di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il gas! Il gas! Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in tempo le goffe maschere antigas;
ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce...
Confusamente, attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra,
come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro, amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti -
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna: "Dulce et decorum est
Pro patria mori".

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Bertolt Brecht

"La guerra che verrà"

Non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

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Bertolt Brecht

"Generale"

Generale, il tuo carro armato
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente

spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d'una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l'uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.


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Bertolt Brecht


"Quando la guerra comincia"

Forse i vostri fratelli si trasformeranno
e i loro volti saranno irriconoscibili.
Ma voi dovete rimanere eguali.
Andranno in guerra, non
come ad un massacro,
ad un serio lavoro. Tutto
avranno dimenticato.
Ma voi nulla dovete dimenticare.
Vi verseranno grappa nella gola
come a tutti gli altri.
Ma voi dovete rimanere lucidi.

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Bertolt Brecht

"Mio fratello aviatore"

Mio fratello era aviatore
Un giorno ricevette la cartolina.
Fece i bagagli, e andò via,
Lungo la rotta del sud.

Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
Di spazio. E prendersi terre su terre,
Da noi, è un vecchio sogno.

E lo spazio che si è conquistato
È sui monti del Guadarrama.
È lungo un metro e ottanta
E di profondità uno e cinquanta…

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Bertold Brecht

"Il nemico"

Al momento di marciare
molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda
è la voce del loro nemico.

E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.

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Bertold Brecht

"Vogliamo la guerra"

Sul muro c’era scritto col gesso:
vogliamo la guerra.
Chi l’ha scritto
è già caduto.

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Bertolt Brecht

"Gli elmi dei vinti"

Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati
in piedi, di traverso e capovolti.
E il giorno amaro in cui voi siete stati
vinti non è quando ve li hanno tolti,
ma fu quel primo giorno in cui ve li
siete infilati senza altri commenti,
quando vi siete messi sull’attenti
e avete cominciato a dire sì.

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Salvatore Quasimodo

"Uomo del mio tempo"

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

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Primo Levi

"Se questo è un uomo"

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

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Primo Levi

"Nulla rimane della scolara di Hiroshima"

Poichè l'angoscia di ciascuno è la nostra
ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
che ti sei stretta convulsamente a tua madre
quasi volessi ripenetrare in lei
quando al meriggio il cielo si è fatto nero.

Invano, perché l'aria volta in veleno
é filtrata a cercarti per le finestre serrate
della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.

Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
a incarcerare per sempre codeste membra gentili.

Così tu rimani fra noi, contorto calco di gesso,
agonia senza fine, terribile testimonianza
di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.

Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
la sua cenere muta é stata dispersa dal vento,
la sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.

Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli.

Vittima sacrificata sull'altare della paura.

Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
tristi custodi segreti del tuono definitivo,
ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.

Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

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Nazim Hikmet

"Nasceranno uomini migliori"

Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione
che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.
Senza paura
e senza troppo riflettere
i nostri nipoti
si daranno la mano
e rimirando le stelle del cielo
diranno:
“com’è bella la vita!”.
Intoneranno
una canzone nuovissima,
profonda come gli occhi dell’uomo
fresca come un grappolo d’uva
una canzone libera e gioiosa.
Nessun albero
ha mai dato
frutti più belli.
e nemmeno la più bella
delle notti di primavera
ha mai conosciuto
questi suoni, questi colori.
Nasceranno da noi
uomini migliori.
La generazione che dovrà venire
sarà migliore
di chi è nato
dalla terra,
dal ferro e dal fuoco.


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Dario Bellezza

"Se viene la guerra"


Se viene la guerra
non partirò soldato.

Ma di nuovo gli usati treni
porteranno i giovani soldati
lontano a morire dalle madri.

Se viene la guerra
non partirò soldato.

Sarò traditore
della vana patria.

Mi farò fucilare
come disertore.


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John Lennon

"Imagine"

Immaginate che non ci sia alcun paradiso
Se ci provate è facile
Nessun inferno sotto di noi
Sopra di noi solo il cielo
Immaginate tutta le gente
Che vive solo per l’oggi

Immaginate che non ci siano patrie
Non è difficile farlo
Nulla per cui uccidere o morire
Ed anche alcuna religione
Immaginate tutta la gente
Che vive la vita in pace

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come una cosa unica

Immaginate che non ci siano proprietà
Mi domando se si possa
Nessuna necessità di cupidigia o brama
Una fratellanza di uomini
Immaginate tutta le gente
Condividere tutto il mondo

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come una cosa unica

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Boris Vian

"Il disertore"


In piena facoltà
Egregio presidente
Le scrivo la presente
Che spero leggerà
La cartolina qui
Mi dice terra terra
Di andare a far la guerra
Quest'altro lunedì
Ma io non sono qui
Egregio presidente
Per ammazzar la gente
Più o meno come me
Io non ce l'ho con lei
Sia detto per inciso
Ma sento che ho deciso
E che diserterò.
Ho avuto solo guai
Da quando sono nato
I figli che ho allevato
Han pianto insieme a me.
Mia mamma e mio papà
Ormai son sotto terra
E a loro della guerra
Non gliene fregherà
Quand'ero in prigionia
Qualcuno mi ha rubato
Mia moglie e il mio passato
La mia migliore età
Domani mi alzerò
E chiuderò la porta
Sulla stagione morta
E mi incamminerò.
Vivrò di carità
Sulle strade di Spagna
Di Francia e di Bretagna
E a tutti griderò
Di non partire più
E di non obbedire
Per andare a morire
Per non importa chi.
Per cui se servirà
Del sangue ad ogni costo
Andate a dare il vostro
Se vi divertirà
E dica pure ai suoi
Se vengono a cercarmi
Che possono spararmi
Io armi non ne ho.


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Ndjock Ngana

"Il sangue"

Chi può versare
Sangue nero
Sangue giallo
Sangue bianco
Mezzo sangue?

Il sangue non è indio, polinesiano o inglese.

Nessuno ha mai visto
Sangue ebreo
Sangue cristiano
Sangue mussulmano
Sangue buddista

Il sangue non è ricco, povero o benestante.

Il sangue è rosso

Disumano è chi lo versa
Non chi lo porta.


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Gianni Rodari

"Promemoria"

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, LA GUERRA.

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Gianni Rodari

"Filastrocca un po’ burlona"

Filastrocca un po’ burlona
per divertire qualunque persona:
se la salita fosse in discesa,
se la montagna stesse distesa,
se tutte le scale andassero in giù,
se i fiumi corressero all’insù,
se tutti i giorni fosse festa,
se fosse zucchero la tempesta,
se sulle piante crescesse il pane,
come le pesche e le banane,
se mi facessero il monumento…
io non sarei ancora contento.
Voglio prima veder sprofondare
tutte le armi in fondo al mare.

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Gianni Rodari

"Filastrocca corta e matta"

Filastrocca corta e matta,
il porto vuole sposare la porta,
la viola studia il violino,
il mulo dice: – Mio figlio è il mulino -;
la mela dice: – Mio nonno è il melone -;
il matto vuole essere un mattone,
e il più matto della terra
sapete che vuole? Fare la guerra!

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Gianni Rodari

"Dopo la pioggia"

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.


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Pablo Neruda

"Ode alla pace"

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto;
e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane,
pace al libro come sigillo d’aria,
e pace per le ceneri di questi
morti e di questi altri ancora;
e sia pace sopra l’oscuro ferro di Brooklin, al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista che grida al megafono rivolto ai convolvoli,
pace per la mia mano destra che brama soltanto scrivere il nome
Rosario, pace per il boliviano segreto come pietra
nel fondo di uno stagno, pace perché tu possa sposarti;
e sia pace per tutte le segherie del Bio-Bio,
per il cuore lacerato della Spagna,
sia pace per il piccolo Museo
di Wyoming, dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio ed i suoi amori,
pace per la farina, pace per tutto il grano
che deve nascere, pace per ogni
amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
per tutte le terre e le acque.
Ed ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno alla Patagonia, dove
il vento fa vibrare le stalle
e spruzza ghiaccio
l’oceano. Non sono che un poeta
e vi amo tutti, e vago per il mondo
che amo: nella mia patria i minatori
conoscono le carceri e i soldati
danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni ad inzuppare il pane, i legumi, la musica:
ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore, l’avvocato, il marinaio, il fabbricante di bambole
e che escano a bere con me il vino più rosso.
Io qui non vengo a risolvere nulla.
Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

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Paul Éluard

"Il volto della pace"

La mia felicità è la nostra felicità
il mio sole è il nostro sole
noi ci dividiamo la vita
lo spazio e il tempo sono di tutti.
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.
Eravamo nel millenovecento diciassette
e conserviamo il senso
della nostra liberazione.
Noi abbiamo inventato gli altri
come gli altri ci hanno inventato.
Avevamo bisogno gli uni degli altri.
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa:
verso nostro fratello.
Colmeremo l’innocenza
della forza che tanto a lungo
ci è mancata
non saremo mai più soli.
Le nostre canzoni chiamano la pace
e le nostre risposte sono atti per la pace.
Non è il naufragio, è il nostro desiderio
che è fatale, e la pace inevitabile.
L’architettura della pace
riposa sul mondo intero.

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Talil Sorek

"Ho dipinto la pace"

Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste per i chiari cieli splendenti,
e il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta,
e ho dipinto la pace.


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Li Tien Min

"La Pace"

Non importa chi tu sia,
uomo, donna,
vecchio o fanciullo,
operaio o contadino,
soldato, studente o commerciante;
non importa quale sia il tuo credo politico
o quello religioso
se ti chiedono qual è la cosa
più importante per l’umanità,
rispondi
prima
dopo
sempre:
la pace!

lunedì 14 marzo 2022

Ucraina: contro la guerra (e contro i manichei)


Giulietto Chiesa: vox clamantis in deserto (nel 2014 e nel 2022)

Chi sono i cattivi? Regressione infantile e necessità di una nuova cultura – Vincenzo Costa

Chi conosce un po’ di storia sa che la guerra Franco-Prussiana scoppiò perché c’erano delle ragioni storiche. Solo per menzionarne alcune: l’unificazione tedesca, la paura della Francia di essere accerchiata dagli Hohenzollern, le ambizioni della Francia, la diffidenza dell’Inghilterra verso queste ambizioni, le aspirazioni della Russia rispetto alla Crimea.

Chi conosce gli eventi che portarono a quella guerra sa bene che vi fu un gioco (molto più complesso di quanto sia possibile dire qui). La Francia non poteva accettare che sul trono spagnolo sedesse Leopoldo: sarebbe stata accerchiata, sarebbe potuta essere attaccata su due lati. Bismarck voleva invece il conflitto, necessario per giungere all’unificazione tedesca, alla proclamazione del Reich. Ma Guglielmo era accomodante, dava rassicurazioni ma non formali (lo abbiamo visto anche di recente).

La guerra, per farla breve, scoppiò perché Bismarck falsificò un telegramma, che umiliava la Francia. Ma lo fece da quel grande statista che era: si assicurò che l’esercitò prussiano fosse pronto, della neutralità inglese e russa. Era una trappola, e la Francia vi cadde: avvio il conflitto.

Ci fu qualcuno che si dedicò all’analisi delle ragioni, del perché del conflitto, degli interessi, complessi, intrecciati, mai lineari. E ci furono coloro che si chiesero:

CHI è L’AGGREDITO? CHI è L’AGGRESSORE?

E’ semplice, rassicurante. Non occorre pensare, studiare, decifrare. E’ semplice. Come tutto ciò che è infantile.

Diventare adulti significa sviluppare un pensiero della complessità, e la nostra cultura è regredita invece di maturare.

Eravamo stati educati all’idea che per evitare il peggio, per risolvere i problemi non servono discorsi moraleggianti: bisogna cogliere e rimuovere le cause dei conflitti.

Questo significava usare la ragione.

Negli ultimi trent’anni le cose sono cambiate. Si è sviluppata una cultura che consiste semplicemente nel dire chi ha torto e chi ha ragione. Nel 1870 si sarebbe stati a chiedersi chi era l’aggressore e chi era l’aggredito. E porre così il problema significa impedirsi di comprendere la storia, significa non essere adatti ad agire in essa.

Gli intellettuali di matrice “progressista” somigliano sempre più a quegli scolaretti che vogliono fare i primi della classe, quelli che scrivono alla lavagna chi sono i buoni e chi i cattivi.

C’è una santa alleanza a questo riguardo: ci sono quelli che leggono la storia con categorie morali, ci sono quelli che hanno un accesso speciale all’inconscio (come ogni sacerdote, autorizzato alla rivelazione e unici che possono poi comunicarla agli altri), ci sono anche quelli che “bisogna combattere contro gli ortodossi, e gli ortodossi sono scimatici (anche questo c’è).

Al discorso critico, all’analisi delle forze storiche, al tentativo di decifrare i veri moventi della storia si è sostituito il catechismo moralista.

Moralista, ma immorale. Perché morale è la ragione che porta alla luce le cause e mira a rimuoverle.

Il moralismo non mira a questo, mira solo a esacerbare i conflitti, a produrre fanatismo: c’è un aggressore, morte all’aggressore.

Non ci si chiede: come è potuto succedere? Quali cause la hanno generato? Quali cause bisogna rimuovere per avere la pace, e una pace vera?

Questa cultura ci porterà alla devastazione. E’ una cultura incapace di assumere il punto di vista dell’altro, di cogliere come funzionano le culture, e dunque una cultura totalitaria, che rende impossibile il dialogo.

Entriamo in un mondo multipolare, e per entrarci dobbiamo lasciarci alle spalle questa cultura infantile, arretrata, priva di cultura storica, autocentrata.

da qui

 

 

Il risveglio dell’orso sul baratro di una guerra d’aggressione – Giuseppe Cassini

 

IL LETARGO DELL’ORSO è durato trent’anni, tormentato da incubi che lo portavano a menare qualche zampata alla cieca. Ma ora che l’Orso si è svegliato di brutto, affamato e aggressivo, bisogna elencarli questi incubi, se vogliamo capire come trovare vie di uscita dalla spirale bellica in corso.

Eccoli in sintesi.
1998-2020. La Nato accoglie 14 nuovi membri, tutti Paesi dell’Est, circondando la Russia nel suo periodo di massima debolezza da Capo Nord fino all’Anatolia.
1999. Gli attacchi aerei Nato su Belgrado nel conflitto del Kosovo, oltre che provocare vittime civili, offendono la Russia, storica protettrice della Serbia.
2001. Gli Stati Uniti “convincono” la Nato a invadere l’Afghanistan, nonostante siano sconsigliati dai russi (che di scottature afghane se ne intendevano). E nel 2003 tocca all’Iraq.
2004. A Kiev scoppia la Rivoluzione Arancione, che rafforza un’identità nazionale ucraina.
2007. Alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza Vladimir Putin presenta, inascoltato, le sue ragioni.
2008. In aprile si tiene a Bucarest il Consiglio Nato-Russia, dove Putin è pubblicamente umiliato dall’invito della Nato a far entrare Ucraina e Georgia. In agosto il presidente georgiano Saakashvili, spinto da Washington, tenta di riprendersi l’Ossezia del Sud. Dura risposta russa.
2009. La Nato inizia a installare sistemi antimissili in Polonia, sostenendo la necessità di intercettare eventuali missili provenienti dall’Iran (pare che Putin abbia obiettato: «Dall’Iran? Ci prendete per fessi?»).
2011. Scoppiata la guerra civile in Libia, Mosca non si oppone alla Risoluzione n° 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che imponeva di proteggere i civili. Ma le forze di Paesi della Nato utilizzeranno il «non veto» russo per travalicare i limiti imposti dalla Risoluzione e inseguire Gheddafi fino alla sua barbara esecuzione (protesta di Putin: «È questa la democrazia?»).
2014. Il movimento Euro-Majdan caccia il presidente filorusso Janukovich. Il nuovo governo, illegittimo per Mosca, firma un accordo di associazione con l’Ue e decreta l’ucraino unica lingua ufficiale.

A QUEL PUNTO l’Orso si risveglia dal letargo. Come prima mossa ingloba senza colpo ferire la Crimea (ceduta nel 1954 da Kruscev all’Ucraina benché abitata in maggioranza da russi). Inoltre, due regioni del Donbass a maggioranza russa chiedono l’autonomia da Kiev; per accordargliela, nel 2014/5 vengono siglati a Minsk due Protocolli, tuttavia mai implementati dal governo ucraino con obiezioni interpretative.

QUESTO E’ IL LUNGO CAHIER de doléances presentato da Mosca prima di sferrare l’attacco proditorio contro Kiev. In politica estera è basilare comprendere le ragioni dell’altro. Ma l’altro, Putin, un tempo ritenuto maestro di brinkmanship, di rischio calcolato, ora è scivolato nel precipizio a cui si era troppo avvicinato. D’ora in poi potrà ripetere all’infinito il suo elenco di rimostranze, ma è tardi ormai: le sue “ragioni” sono precipitate con lui nel baratro di questa guerra d’aggressione.

NON SI SOTTOLINEA MAI abbastanza la componente paranoica insita nei geni di ogni nazione. Ciò che ossessiona i russi è la sindrome d’accerchiamento. Lo ha rivelato inconsciamente Putin stesso in uno sfogo d’irritazione a dicembre: «Che ci fanno gli Stati Uniti in Ucraina alle porte del nostro Paese? Dovrebbero capire che non abbiamo più spazio per arretrare!». E lo manifesta plasticamente allungando a dismisura i tavoli e la distanza fisica tra sé e i suoi interlocutori.

A COSA MIRA PUTIN nella sua sete di rivalsa? Mira a raccogliere le spoglie dell’impero sovietico, per ricreare sotto il suo usbergo una sorta di unione delle comunità storicamente legate alla Russia. Non c’è dubbio che l’Ucraina rientri in quel novero. Anzi, Kiev è la culla medievale del popolo dei Rus’; da lì si diffuse il cristianesimo verso nord grazie alla conversione del principe di Kiev, san Vladimiro (di cui portano il nome sia Putin che Zelenski). Un quarto degli oltre 40 milioni di ucraini si riconosce come russo, ma tutti venerano a Kiev i santi sepolti nel Monastero delle Grotte. Non esiste una frontiera naturale che separi gli ucraini dai russi, accomunati da lingue sorelle. A ragione Dostoevskij definiva l’ucraino Gogol il padre della letteratura russa. Putin, facendo terra bruciata in Ucraina, ha compiuto non solo un fratricidio ma anche un parricidio.

EPPURE, LO STILLICIDIO di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca: 1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale; 2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum; 3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale. Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.

INFATTI, SONO SCADUTI e alcuni rescissi, uno dopo l’altro, il Trattato sui Missili Antibalistici, il Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa e il Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie. Resta in vigore (fino al 2026) solo il Trattato sulla Riduzione delle Armi Nucleari del 2010. Putin stesso ha dichiarato che proprio il timore di ritrovarsi accanto un Paese dotato di ogive nucleari lo spinge a chiedere la demilitarizzazione dell’Ucraina. Sta bluffando? La prova del pudding – dicono gli inglesi – sta nel mangiarlo. Urge, insomma, una nuova Helsinki dopo quella conclusa con successo nel 1975.

 

Ex-ambasciatore e diplomatico italiano

 

(pubblicato da Il Manifesto il 9-3-22)

 

da qui

 

 

UN NON POST – Pierluigi Fagan

Come detto sin dai primi giorni, versate euro alle organizzazioni umanitarie, sono previsti a ieri 5 milioni di profughi, oggi si comincia a parlare di 7 milioni. Certo gli inglesi che ieri hanno esibito coccardine gialle-blu a Westminster applaudendo commossi alla video-call di Capitan Ucraina formato “L’ora più buia”, ne prendono pare ben cento (!), ma gli altri vanno aiutati anche da noi. Loro del resto non sono più Europa e danno a loro modo una mano armando e mandando volontari di guerra, così che i profughi aumentino.

Purtroppo fb non mi prende la gif in cui Capitan Ucraina fa l’occhiolino da un suo video di ieri. Metto la foto statica in cui strizza l’occhio ma non è per il sole anche perché lì nevica. Nevica, fa freddo, ha milioni di profughi, ha morti e feriti, ma deve tenere alto il morale del suo popolo. Così scherza e fa l’occhiolino, un eroe.

Mi scuso se sono troppo sarcastico su vicende obiettivamente serissime e terribili, ma come ho già detto è il mio modo per esser indignato. L’ho ripetuto più volte in questi giorni e lo ripeto per i più duri di comprendonio, io non approvo certo quello che hanno deciso di fare i russi, i confini non si violano con le armi, mi sento stupido solo a doverlo scrivere. Ma pare alcuni debbano esser rassicurati sul fatto che qui non si annusa zolfo e non si hanno piedi caprini. Capita quando si fa pubblico uso della propria ragione.

1 TEMPO. Che fine ha fatto la colonna di carri russi di 60 Km a 30 Km da Kiev? Sta sempre lì, da giorni. I media dicono che questo è segno dell’impreparazione russa, c’è il fango, non hanno benzina, hanno paura delle molotov. Capitan Ucraina ha definito la strategia di aggressione russa “medioevale”. Sta capendo quello che un anonimo americano ha detto in un video già i primi giorni. Il tizio, il cui video posto nel primo commento, un americano che dichiara di essere a Kiev in una camera d’albergo, sembra avesse subito capito quello che tutta la masnada di commentatori più o meno “esperti” non capiscono ancora oggi ovvero che tipo di strategia militare hanno i russi. Questo mi porta anche a fare una specifica sulle fonti. Io uso per lo più fonti mainstream perché si capiscono più cose da quello che uno vuole dire, come lo dice e cosa c’è dietro questo voler dire, se si è in grado di ricostruire l’intenzione, che non perdersi nei bassifondi della contro-informazione. Si chiama de-codifica. Inoltre, una opinione o informazione, si deve valutare se plausibile o implausibile, non è poi così importante chi la dà. Le informazioni sono come pixel dovete metterle assieme per fare una immagine. Poi dovete mettere l’immagine che è un testo nel contesto. Poi dovete muovere tutto come una pellicola per capire il film. Se Capitan Ucraina solo ieri si è accorto del “medioevale”, vuol dire che lui e chi lo consiglia non aveva capito un tubo (o ha fatto finta per eccitare gli animi) sino a ieri e poiché è un manipolatore di interpretazioni, rivolgendosi ad occidentali ossessionati dal “Nuovo!”, ha pensato che dando ai russi del “medioevali”, se ne accentuava la ripugnanza. Ma le strategie militari non seguono la moda dei modelli di I-phone, non hanno riferimento nel “mi piace – non mi piace”, hanno riferimento nel “funziona – non funziona”. I russi stanno facendo agli ucraini quello che gli Ateniesi fecero ai Melii così come raccontava Tucidide nella Guerra del Peloponneso. Allora, l’americano diceva che i russi avrebbero assediato le città e cosa fanno i russi? Assediano le città! «La guerra è un atto di violenza il cui obiettivo è costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà.» lo diceva anche von Clausewitz. Ma gli “assedi” su cosa si basano? Sul tempo. I russi hanno intenzione di andare per le lunghe, mettetevi comodi. Certo, dispiace per le dirette televisive che si stancheranno di andare in onda a dire sempre meno, ma purtroppo i russi non sembrano collaborare, boicottano le nostre audience. Malvagi!

2) CONSEGUENZE A. (ce ne saranno di B, C, D etc.). Ieri Maduro ha confermato di aver incontrato una delegazione degli Stati Uniti d’America, un incontro delizioso sembra. Poco fa ha anche rilasciato alcune spie USA in senso di simpatia. Pare gli americani vogliano alleggerire improvvisamente le sanzioni al “dittatore che vessa il popolo venezuelano” (ricordate Guaidó, il Zelensky venezuelano?) , stante che il Venezuela ha le più ampie riserve di petrolio non ancora estratto al mondo. Poi, the Guardian, ieri diceva che stanno correndo molte telefonate in questi giorni tra Washington e Teheran e qualcuno vocifera che pare si sia trovata improvvisamente la quadra per il fatidico “Accordo sul nucleare”, pare che Blinken ne abbia riferito ai leaders europei, gli ultimi a sapere cosa accade nel Gran Mondo. Tant’è che WSJ (Wall Street Journal) riferisce che sauditi ed emiratini non rispondono più al telefono. Washington chiama, ma loro non rispondono, pare siano un po’ offesi per usare un eufemismo. Fantastico eh? Putin bestia assassina autoritaria! Maduro ed ayatollah in fondo dei bonaccioni. E’ la variabile geografia valoriale della geopolitica americana, una Borsa Valori molti volatile come si dice in gergo.

3) CONSEGUENZE B. Visto che ha tempo, Putin pare abbia dato mandato interno di due settimane per rifinire le contro-sanzioni ovvero il “ban” ai paesi di cui ha compilato la famosa lista. Per lo più si tratterà di materie prime. Nell’allegato sottostante l’indice delle materie prime -ultimi sei mesi- fotografato oggi. Negli allegati un articolino di SKYTG24 che ci rende edotti di cosa si tratta e che impatto tutto ciò avrà nei prossimi mesi sulle nostre economie. Feci un post qualche giorno fa, che qualcuno avrà trovato molto aulico, sulla Regola aurea che è poi il Principio di reciprocità. Allora, abbiamo già il problema del prezzo impazzito del grano e di molti altri cereali, il prezzo del gas e del petrolio su cui torneremo ed ora anche quello delle materie prime. Reciprocità appunto. Ve l’ho detto, mettetevi comodi.

4) CONSEGUENZE C. Le Monde, ci informa che improvvisamente, aerei caccia americani vanno in gita in quel della Groenlandia. Ricorderete che Trump voleva comprare la Groenlandia no? La terra ghiacciata non ha solo foche e simpatici eschimesi che si strofinano il nasino l’un l’altro, è la miniera di tutte le miniere, per la verità già abbastanza colonizzata da inglesi e molti cinesi. In più è ad un tiro di scoppio dalla Russia se prendete un mappamondo. Checché ne dicano alcuni, la Terra è rotonda e le distanze su una sfera non sono quelle di un piano. Danesi al centro del conflitto geopolitico quindi. Ecco perché le litanie su “l’esercito europeo” fanno sorridere. Un esercito per quale geopolitica? Quella della prossima guerra artica (di cui si sa da anni per gli addetti, non è in relazione solo a questa nota sulla Grønland)? Quella che interessa l’Europa dell’est per contenere i russi? Quella mediterranea e mediorientale che interessa i paesi mediterranei? Chi dovrebbe decidere la strategia geopolitica dell’esercito europeo, l’assemblea dei 27 che urla “andiamo a nord”, “no! andiamo ad est!”, “no andiamo a sud”? Così alla fine non se ne fa niente ed andiamo ad ovest, per questo non possiamo non dirci “atlantisti”. Ve l’ho detto, la geo-politica chiama la geografia, non l’ideologia.

5) La Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi) lancia un appello a non comprare le pasticche di iodio per prevenire la prossima catastrofe atomica, si stanno esaurendo. Ieri qualcuno mi ha postato un altro appello all’informazione a tenere conto che i ragazzi, i bambini, ma anche la gente adulta, viene da due anni di pandemia, le menti non stanno molto bene. Dal momento che ogni serio analista sa che sebbene se ne parli non c’è invero alcun rischio atomico, forse qualcuno dovrebbe spiegare questo uso disinvolto della psicopolitica, non credete? Possiamo odiare Putin anche senza agitare il fantasma di Atomic Mad Vlad, forse potremmo spiegare ai giornalisti che siamo adulti ed invitarli a trattarci come tali.

6) Tabarelli di Nomisma Energia, ieri imperversava nell’infosfera. Ci informava che a questi prezzi di gas e petrolio non dureremo molto (ah! vedi il significato di “tempo” nelle strategie medioevali), ci vogliono anni per aumentare la portanza delle condotte alternative, non parliamo proprio dei rigassificatori (cinque anni ci metterà il Qatar a fare il megaimpianto di conversione liquida del gas). Nuland ieri osservava fiera che il Nord Stream 2 rimarrà un grosso tubo arrugginito in fondo al Baltico, per sempre. Son soddisfazioni. Il Tabarelli, ne deduceva -anche con un certo allarme- che dovremmo razionare riscaldamento ed energia elettrica da domattina se vogliamo continuare questa crociata. Eh lo so, dispiace. Sembra la si voglia dar vinta al russo. Io penso invece che tutte queste cose dovrebbero portare a domandarci: ma noi, in che mondo crediamo di vivere? Come siamo finiti in questo casino? Quante cose non sappiamo e non pensiamo prima come ad esempio il numero di posti letto negli ospedali di uno dei paesi che ha più anziani al mondo per cui alla fine è tutto un lockdown e green pass? Emergenze, scrissi post sulla Società del rischio di Ulrich Beck, roba anni ’90. Parole al vento. Dopo sembra tutto ineluttabile. Ma forse non dovevamo trovarci in questo “dopo”, o no?

7) Accusati dagli USA di esser evasivi su i fatti russo-ucraini, i cinesi ci hanno fatto sapere cosa ne pensano, vedere allegato. A questo punto scatta il ban ai springrolls ed il casalinghi sotto casa? Intanto pare stiano entrando in massa nel capitale delle aziende energetiche russe.

8 ) Biden ha chiesto al Congresso 10 mld US$ per armi e aiuti all’Ucraina. Ma i rappresentanti del popolo si sono eccitati e ne hanno varato 12. Poi il giorno dopo si sono sovraeccitati e ne hanno varato infine 13,6. Wow! E siamo ancora lontani dalla “ricostruzione”. Così capirete facile-facile cos’è la “distruzione creatrice” di Schumpeter. Tra l’altro, dovreste forse domandarvi cosa significa “mandare armi”. In quanto tempo si caricano gli aerei, dove volano, dove atterrano, come fanno ad arrivare ai confini ucraini, quando. Per poi? E se i russi com’è probabile non si sognano minimante di andare in Ucraina occidentale che se ne fanno di tutte quelle armi? Dove andranno a finire poi quelle armi visto che in Transnistria c’è il più grande mercato delle armi a cielo aperto? Comunque, neanche fai in tempo a ritirarti dall’Afghanistan che ora ti tocca spendere per l’Ucraina, il prezzo della libertà e chi la difende. Avrete notato la “questione polacca”. Prima hanno detto che loro i Mig agli ucraini non li davano, poi che li davano a gli americani in Germania. Ieri gli americani sono caduti dal pero anche un po’ irritati “nessuno ci ha avvertito!”. Lo hanno letto su i lanci stampa? Putin valuterebbe aerei NATO dati all’Ucraina come un’aggressione pari alla no-fly-zone? Chissà …

9) Quindi riepilogando: Peskov parla delle condizioni a Reuters, Z ieri apre a Donbass, Crimea, no NATO, domani si vedono Lavrov e Kuleba in Turchia, i russi dicono quanto all’allegato postato sotto. E la teoria “Quisling” degli esperti televisivi che fine ha fatto?

10) In un post precedente di geopolitica teorica, ricordavo quanto la politica estera non possa esser disgiunta da quella interna. Per altro, è quello che fanno tutti coloro che s’interrogano sulle possibile rivolte degli interessi interni russi sperando eliminino lo Zar. Ma andrebbe applicato anche a Zelensky, ad esempio ai suoi oligarchi ai quali l’altro giorno ha promesso rosee aspettative del futuro ricostruttivo (vedi nota 8 ) dopo che una non chiara vicenda aveva portato alla morte di un banchiere nella squadra ucraina delle trattative. Si dovrebbe dare anche un occhio alle dimensioni dei progetti ed investimenti cinesi già avviati in Ucraina. Allora ricordo che il primo turno delle presidenziali francesi è tra un mese. Biden è molto giù nei sondaggi ed ha elezioni in autunno. Johnson pareva quasi sul punto di saltare nelle scorse settimane. Ma ad un certo punto, su tutti i contendenti, ci sarà anche la pressione del resto del mondo. Forse non è a molti chiaro che grado di scala Richter è questo terremoto dal punto di vista economico e finanziario. E’ sistemico, a dimensione sistema-mondo e dopo due anni di pandemia rischia di amplificarsi in diversi effetti-farfalla. Mi piace anche ricordare che le “Primavere arabe” nacquero in Tunisia e nacquero come “rivolta del pane” per via di un improvviso aumento della materia prima causato dal cattivo raccolto in Ucraina e Russia per ragioni di fluttuazioni climatiche.

11) Cosa da valutare della variabile “tempo” è la sopportabilità del continuo presentarsi di fatti controversi se non apertamente negativi per la reputazione russa, già gravemente compromessa. Ora abbiamo a che fare con il bombardamento di un ospedale pediatrico a Mariupol, un fatto decisamente orrendo. Quanto bombardato, con quanti morti e feriti, per sbaglio forse e tuttavia fatto insopportabile. Perché era ancora operativo dopo giorni e giorni di annunciato o praticato assedio? Non lo sapremo mai. Chi o cosa non sta facendo funzionare i corridoi umanitari? Sta di fatto che Z sta ora pesando questo fatto rimproverando gli occidentali, di nuovo, di non avere il coraggio di istituire la no-fly-zone. Altresì, ha minacciato forze interne “politiche” che starebbero flirtando in segreto col nemico per trovare una soluzione che lui ritiene un tradimento. Ha anche precisato che in tempo di guerra, il “tradimento” porta a note conseguenze. Così, ogni giorno andrà peggio.

Con ciò terminiamo qui questa giornata di note e riflessioni, a meno di nuovi eclatanti eventi.

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venerdì 1 maggio 2020

Primo Maggio




Le nuove frontiere del 1° maggio - Francesco Gesualdi

Da quel 1° maggio del 1886, quando a Chicago venne organizzata la grande manifestazione per ottenere la riduzione della giornata lavorativa a otto ore, i diritti dei lavoratori ne hanno fatta di strada. 
In Italia la dignità dei lavoro ha il sigillo della Costituzione che oltre a sancire il diritto di sciopero, la libertà di organizzazione sindacale, il diritto a un salario sufficiente ad assicurare alla famiglia un’esistenza dignitosa,  pone il lavoro addirittura a fondamento della Repubblica.
E a livello internazionale, riconoscendo che la mancanza di diritti in una qualsiasi nazione, impedisce la loro affermazione anche nelle altre, nel 1919 venne istituita l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, affinché gli stati concordassero diritti minimi da rispettare ovunque.
Così sono state prodotte convenzioni sull’orario di lavoro, sulla protezione della maternità, sul lavoro notturno, sull’età minima di accesso al lavoro, sul salario minimo, sulla libertà sindacale, solo per citarne alcune.
Dunque da un punto di vista giuridico l’intelaiatura c’è, ma le rapide trasformazioni economiche e tecnologiche che caratterizzano il nostro tempo, stanno creando situazioni inedite che richiedono risposte inedite.
Un elemento di novità, indotto in parte dal diffondersi dei dispositivi informatici, in parte dalla ricerca di formule produttive sempre più redditizie, è rappresentato dall’emergere di nuovi rapporti di lavoro, così detti parasubordinati, formalmente di tipo autonomo, di fatto subordinato a flessibilità totale.
Tipica la posizione dei riders, addetti alla consegna   di pizze e altri cibi pronti per conto di piattaforme che fanno da intermediari fra clienti che richiedono un pasto a domicilio e punti di ristoro che possono fornirli. Benvenuti nel mondo della gig economy o delle false partite IVA, il pianeta dei lavoretti che non comprende solo chi pedala in bicicletta, ma anche chi fa babysitteraggio, chi effettua pulizie per camere in affitto, chi svolge lavoro informatico occasionale.
Complessivamente si stima che in Italia il pianeta gig economy occupi fra   700mila e un milione di persone, prevalentemente giovani. Eppure di loro non c’è quasi traccia nell’anagrafe dell’Inps, segno che non godono né di versamenti pensionistici, né di alcun tipo di copertura assicurativa.
Da un’indagine condotta dall’Inps nel 2018 su 50 imprese di servizi on line (da Bemyeye a Crowdflower, Deliveroo, Moovenda, Prontopro…), si apprende che 22 di esse non hanno posizione contributiva, 17 risultano avere solo lavoratori dipendenti, 11 sia lavoratori dipendenti che collaboratori iscritti alla Gestione Separata. In conclusione, poco più di 2700 lavoratori.
Tutti gli altri sono considerati lavoratori autonomi, a cui non è pagato nient’altro che il servizio reso secondo un tariffario stabilito dalla piattaforma.
Quindi niente ferie, niente indennità di malattia, niente assicurazione contro gli infortuni, niente versamenti pensionistici. Una mancanza di diritti che va assolutamente sanata  per porre fine ai profittatori del   terzo millennio.
Un provvedimento legislativo che può aiutare a dare dignità ai lavoratori dipendenti travestiti da partite IVA è l’introduzione di un minimo legale al di sotto del quale nessuna retribuzione può trovare diritto di cittadinanza.
Un minimo legale da non intendersi come sostitutivo dei livelli salariali fissati dalla contrattazione collettiva, ma come uno scudo a difesa di chi si trova in una posizione di tale debolezza da dover accettare qualsiasi sopruso. Il tema, caso mai, è come fissare il salario minimo legale.
Molti paesi, infatti, dispongono di questo strumento, ma il livello a cui sono attestati è talmente basso da aver fatto del minimo legale non una forma di difesa a protezione dei lavoratori più deboli, ma una forma di sfruttamento legalizzato. La Clean Clothes Campaign, un movimento che da anni fornisce assistenza ai lavoratori dell’abbigliamento a livello globale, ritiene che il criterio giusto per fissare il minimo legale sia quello della vivibilità.
Della capacità, cioè, di coprire le spese di base di un nucleo familiare tipo composto da tre persone. Un concetto in linea con l’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei diritti umani secondo il quale “Ogni lavoratore ha diritto a una retribuzione equa e in ogni caso sufficiente a  garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza dignitosa”.
Ed ora che Ursula von der Leyen ha inserito il salario minimo fra gli impegni programmatici della Commissione Europea, sarebbe importante lanciare un dibattito ampio e collettivo per definire insieme i suoi contorni. 
L’introduzione di un salario minimo vivibile potrebbe anche servire da stimolo per chi lavora in nero a denunciare la situazione di illegalità in cui si trova. Qualora notasse una differenza importante fra ciò che prende e ciò che fissa la legge, potrebbe essere incentivato a uscire allo scoperto per recuperare ciò che gli è negato dal datore di lavoro.
Gli unici esclusi da questa possibilità sono gli extracomunitari irregolari che per lo più troviamo nei campi a sgobbare per 25 euro al giorno. Cifra che diventa fra il sì e il no diciotto  euro, detratta  la quota pretesa dal caporale.

E la sera, stanchi e avviliti,  si rifugiano in una baracca  costruita con lamiere e avanzi di plastica fra centinaia di altre baracche. Purtroppo molti di loro non possono emergere   a causa della condizione di clandestinità in cui sono stati costretti dalla legge stessa. Ad esempio perché è stata cancellata la ragione umanitaria come motivo di protezione internazionale.
Ma questa situazione, oltre a fare male a loro, non giova neanche ai lavoratori italiani Sappiamo che l’esistenza di un largo numero di persone disposto a lavorare per salari bassi, tira giù il salario di tutti, e ciò è motivo di ostilità verso gli stranieri.
Ma l’unico modo per  rimettere gli immigrati in condizione di pretendere salari normali è quello di regolarizzarli. Il che dimostra che i diritti dei lavoratori italiani non si difendono solo attraverso vertenze di categoria, ma anche intervenendo sul governo affinché si mostri più accogliente   verso gli stranieri e affinché attui una grande sanatoria che regolarizzi i 600mila clandestini oggi presenti sul nostro territorio.
Un tipo di provvedimento  assunto altre sette volte negli ultimi 34 anni, permettendo a centinaia di migliaia di persone di emergere dalla clandestinità fino ad avere  due milioni e mezzo di lavoratori stranieri regolari che ogni anno contribuiscono all’8% del nostro Pil, versano all’erario 3,3 miliardi di Irpef e consegnano all’INPS 12 miliardi di contributi previdenziali a favore dei nostri pensionati.
E a dimostrazione di come i diritti dei lavoratori spesso si tutelino attraverso azioni indirette, giova ricordare l’effetto della disoccupazione sulla forza contrattuale.
E’ noto che l’esistenza di un alto numero di disoccupati indebolisce il movimento dei lavoratori che si presentano ai tavoli delle trattative fragili e ricattabili.
Per questo la piena occupazione oltre che obiettivo sociale è anche condizione necessaria per fare avanzare i diritti. Ma se in passato per promuovere la piena occupazione bastava stimolare la crescita indiscriminata degli investimenti, oggi che ci troviamo in piena crisi climatica e ambientale, siamo costretti ad effettuare scelte  mirate.
Dobbiamo stimolare l’espansione delle energie rinnovabili, dei mezzi di trasporto pubblico, degli imballaggi sostenibili, del riciclaggio dei rifiuti, dell’agricoltura biologica e ridurre la produzione di auto private, di plastica, di cibi confezionati.

In una parola dovremo riformare il nostro sistema produttivo in un’ottica di sostenibilità, ma nessuno sa se alla fine il saldo occupazionale sarà positivo o negativo.
Del resto è in atto un forte rinnovamento tecnologico orientato alla robotizzazione che rappresenta un altro grande punto interrogativo per l’occupazione.
Per cui avrebbe senso riportare in discussione un vecchio progetto che aveva come obiettivo la riduzione dell’orario di lavoro. In tempo di crisi da coronavirus il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti” potrebbe rappresentare un messaggio di speranza per chi teme di essere lasciato indietro.
da qui


#1mpazienza0, il Primo Maggio 10 ore di corteo telematico: il silenzio dei musicisti dal cuore dell’epidemia, le parole dei precari, dei disoccupati, degli invisibili, le testimonianze di Adelmo Cervi e Aboubakar Soumahoro (QUI la diretta )
Non ci saranno le terrazze della Milano da bere, né la sfavillante macchina della promozione discografica e nemmeno i soldi di mamma Rai a garantire pingui cachet.
Ci saranno invece i lavoratori in lotta, i precari, i disoccupati, gli invisibili. Saranno loro a dominare la scena nelle 10 ore durante le quali giovedì 1° Maggio 2020 si snoderà il primo corteo telematico per la Festa del Lavoro, con la parola d’ordine “Pazienza Zero” e l’hashtag #1mpazienza0.
E tra i lavoratori non mancheranno i dimenticati del mondo dello spettacolo. Non con lustrini e paillettes dei soliti noti, ma con il silenzio. Quello simbolico di chi fa musica per vivere, come Gianni Azzali, direttore artistico del Piacenza Jazz Festival. Da uno degli epicentri dell’epidemia protesterà per il silenzio di tomba calato sul settore, ignorato dai provvedimenti governativi e amministrativi.
Dalle 10,30 e fino alle 20,30, sulle pagine web e sui social delle sigle promotrici, in testa l’Unione Sindacale di Base (www.usb.it) sarà un succedersi di testimonianze dalle realtà del lavoro e del precariato, di focus, di saluti dalle componenti della Federazione Sindacale Mondiale (FSM-WFTU), di racconti dalla galassia della solidarietà e interventi di artisti che non temono di sporcarsi le mani nel mondo reale. Quello in cui, per bocca dell’insospettabile Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono oggi a rischio un miliardo e mezzo di posti.
Ascolteremo la testimonianza di Adelmo Cervi, censurato dalla Rai il 25 aprile, le parole di Aboubakar Soumahoro e le voci da 23 settori: logistica, taxi, colf e badanti, rider, cooperative social, ferrovie, igiene ambientale, smart working, stagionali, addetti RSA, vigili del fuoco, trasporto aereo, tlc, ristorazione, pulimento, commercio, agricoltura, Inail, sanità privata, lavoro autonomo, portuali, autotrasporto, precari della scuola.
Vedremo tra le altre le testimonianze di Elisabetta Canitano, della Brigata di Solidarietà Attiva di Rosarno, di San Basilio, dell’ex OPG di Napoli, di Lanciano, di Nuvola Rossa, di Radio Ciroma, del Cantiere Milano, di 081 Napoli, di via Campesina.
Dal panorama internazionale arriveranno i saluti di Georges Mavrikos, segretario generale della FSM, della CGT francese, del CTC Cuba, del Pame greco, di Lab Paesi Baschi, del Donbass.
Saranno 12 i focus: ricerca; lavoro senza coperture; diritto di sciopero; clima inquinamento Covid; Coronavirus e UE; Cuba e Venezuela; scuola e DAD; questione abitativa; sanità; reddito; industria; lavoro agricolo.
La giornata si articolerà in due blocchi, dalle 10,30 alle 13,30 e dalle 14,30 alle 20,30. Al loro interno gli interventi di sostegno allo spettacolo e alla cultura di Assalti Frontali, Banda Bassotti, Ascanio Celestini, Cori di Pisa, Giordano De Plano, Grazia Di Michele, Gioel, Moni Ovadia, Matteo Saudiano, Giacomo Sferlazza.
da qui


La festa dei lavoratori. Non del lavoro - Sergio Segio
La pandemia da coronavirus ha indirettamente costretto ciascuno a rideclinare l’ordine delle priorità, a riscoprire la centralità della nuda vita, a rivedere abitudini troppo spesso lontane dall’essenziale. Il dibattito sulla cosiddetta “decrescita”, o comunque su un diverso modello di sviluppo, di produzione e di consumo, accentuatosi a ridosso della precedente crisi globale una dozzina di anni fa, era forse stato troppo precipitosamente accantonato (leggi anche Diventare atei della crescita di Serge Latouche, ndr).
L’attuale emergenza, pur lasciando profonde ferite, pare ora riportare in superficie consapevolezze che avevano avuto robuste radici nel secolo scorso: l’importanza della sanità pubblica, ad esempio. Oppure, quella del lavoro; anche di quello manuale, da tempo trascurato e nascosto. E che occultato ha continuato a essere in queste settimane, mentre crescevano gli asfissianti, ancorché dovuti e necessari, richiami istituzionali allo “stare a casa”, accompagnati da sanzioni ed esorbitanti dispiegamenti di uomini e mezzi tecnologici ad assicurarne il rispetto. Peccato che, parallelamente e all’opposto, le medesime norme disponevano che diversi milioni di persone dovessero invece uscire dalla relativa protezione – per sé e per gli altri – della propria abitazione. Costrette a recarsi, magari con mezzi pubblici diradati e dunque affollati, a svolgere un lavoro qualificato indispensabile non già da criteri oggettivi, di effettiva utilità e urgenza, ma dalle autodichiarazioni dei datori dello stesso. I quali appaiono interessati alla buona salute della propria attività e dei profitti ben più che a quella dei propri dipendenti. Fatto sta che, secondo Istat, il 48,7 per cento delle attività economiche sono rimaste attive.
Il costo umano e sociale di questa logica è evidente, certificato dai numeri dell’epidemia, in particolare di quelli che riguardano la Lombardia, dove sono rimaste aperte 450mila imprese su 800mila. Cifre che fanno risaltare il vuoto di visione e di gestione della politica, che dovrebbe essere attenta all’equilibrio degli interessi e, nel caso di conflitto insuperabile, capace di assicurare la predominanza di quelli pubblici e generali. Non solo perché ovvia e necessaria a contenere il disastro che stiamo vivendo, ma perché dovuta al rispetto delle leggi, a cominciare da quella suprema costituzionale. Vi sono certo anche leggi o comunque necessità del sistema economico che occorre tenere presenti, ma non a ogni costo, non a discapito della vita di ciascuno e della salute di tutti.
Per costruire il “dopo” occorre allora ragionare sul prima. Tanto più che una delle lezioni che andrebbero ricavate è esattamente l’esigenza, non più rinviabile, di una rivisitazione del sistema globale, perché è anche dalle sue storture – in specifico quelle legate all’agribusiness, alle deforestazioni e agli allevamenti intensivi – che originano quelle malattie zoonotiche di cui fa parte anche il dannato coronavirus.
Come in tutte le situazioni-limite, anche in questa si è tuttavia assistito a un contagio benefico e rovesciato rispetto agli egoismi dei profittatori: quello del mutuo aiuto e del pronto soccorso a chi – e sono tanti, destinati a crescere – in mezzo a questa crisi si è ritrovato senza assistenza e perfino senza cibo o alloggio.
Qualche sindaco, come a Grugliasco, è arrivato a organizzare ronde di “volontari” per vigilare sull’osservanza dei divieti, come non bastassero esercito, droni, elicotteri e geolocalizzatori. In molti luoghi si è invece attivata una ben diversa solidarietà, spesso favorita da altri e più avveduti sindaci, ma perlopiù nata dal basso: da quelle ONG e associazioni osteggiate e criminalizzate dai Minniti prima e dai Salvini poi. Ma anche, e forse meno prevedibilmente, da quel tessuto informale e molecolare di buoni sentimenti e buone pratiche che ha resistito a questi decenni di predicazione di darwinismo sociale, di enfatizzazione dell’individuo e della competizione come fondamento della struttura della società.
L’idea di selezione del più forte, quale quella inizialmente teorizzata dai Boris Johnson quale miglior fronteggiamento della pandemia, è stata rifiutata dai cittadini. Così si è assistito al proliferare della solidarietà di condominio, di isolato e di quartiere, accompagnata da fantasiose e vitali forme di socialità a distanza, a ribadire che il legame sociale è ciò che dà senso, forma e futuro alla vita di ciascuno.
Il Primo Maggio è Festa dei Lavoratori, più che del lavoro. Storicamente, ha radici nei loro diritti negati e nelle lotte e rivendicazioni per ottenerli, a partire da quello alla sicurezza e dunque, di nuovo, alla salute e alla vita. Seppure in taluni casi – decisamente assai limitati – quest’ultima viene gratificata dal lavoro, quando esso non venga ridotto e svilito a merce, è invece il reddito che la garantisce e ne consente condizioni di dignità. Un reddito per tutti come condizione di esistenza, o, se si preferisce, un «salario universale», quale quello che il papa ha proposto il giorno di Pasqua, pensando in particolar modo all’universo crescente, dolente e trascurato dei precari.
Questo è un Primo Maggio decisamente eccezionale, probabilmente unico nella storia e speriamo non ripetibile. Il modo migliore per festeggiarlo consiste nella promessa e nell’impegno a far sì che davvero nulla possa rimanere come prima. Cambiare o morire: è la lezione che ci viene da una natura stressata all’estremo, da diseguaglianze ormai intollerabili, da un pianeta troppo a lungo violentato. Esigono una riconversione ecologica dell’economia e stili di vita profondamente differenti. Ascoltiamo finalmente quel grido, prima che sia troppo tardi.
da qui

Riforma universale del Welfare e reddito di base per la forza lavoro «just-in-time» senza diritti - Roberto Ciccarelli
La segregazione di miliardi di persone è diventata la fortuna di un pugno di aziende, già note come Amazon che sta assumendo 175 mila persone in tutto il mondo, Zoom o Hungout (Google). In questa nuova divisione del lavoro stiamo inoltre sperimentando una nuova stratificazione sociale in una società di classe auto-isolata: tanto più crescono coloro che producono merci materiali, digitali e affettive, trasportandole nella fabbrica, negli ospedali, nei supermercati o nelle case dagli schermi, tanto meno si riconoscono i diritti e le tutele della forza lavoro invisibilizzata. Tanto più cresce un esercito di lavoratori che operano nei magazzini e nelle strade temendo di essere contaminati dal coronavirus, tanto meno si parla di proteggere i loro diritti, anche in caso di intermittenza lavorativa e disoccupazione, o come remunerazione per le attività di riproduzione e protezione della vita propria e altrui.
Questo è il momento della forza lavoro «just-in-time» digitale, ma non dell’idea di una negoziazione e regolazione delle tutele e dei diritti.Le immagini dei rider in attesa della metropolitana a Milano nella sera di Pasqua sono l’esempio di una violenza sociale inaudita. A parte i diretti interessati, e le realtà auto-organizzate di Milano, Bologna o Roma, nessuno ha ancora pensato di riconoscere la piena tutela a questi lavoratori, in un momento in cui i governi varano norme per qualsiasi aspetto della vita. Si preferisce normare gli affetti in una minacciosa profilassi paternalista e poliziesca e non ammettere che nulla in questa società coatta funziona senza gli invisibili. Non sono invisibili, ma sono utili quando portano un sushi, una birra o un Kinder Bueno a casa, vero? La ferocia classista di questa condizione dovrebbe finalmente interrogare il consumatore trattato come «Re» da cinici imprenditori del digitale e da una ipocrita politica subalterna.
Nel «dopo» pandemia, nella «fase due» che non arriverà se non tra uno o due anni con un vaccino, il «distanziamento sociale» può comportare una nuova ondata di precarizzazione in nome della «produttività» mentre vivremo la più dura delle recessioni. Se volessimo osservare la nuova cittadinanza virale dal punto di vista di chi ha perso il lavoro, o da quello di chi già non ne aveva uno nel perimetro del lavoro salariato capitalista, la situazione sarà peggiore. Per la fondazione dei consulenti del lavoro la sospensione, anche se temporanea, delle attività produttive ha, fra le altre cose, causato per 3,7 milioni di lavoratori il venir meno dell’unica fonte di reddito familiare. In questo collasso economico dovrebbero venire prima la vita, la forza lavoro e una riforma universalistica del Welfare a partire da un reddito di base incondizionato, pagato anche dai capitalisti digitali per tutti coloro che continueranno a lavorare per loro sempre di più e sempre peggio.


«Il lavoro umile ci ha salvato, ora cambiamo il sistema» - Maurizio Landini

Intervista di Massimo Franchi a Maurizio Landini


Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, negli ultimi tre mesi l’intero mondo è cambiato completamente, sconvolgendo per primo il mondo del lavoro. Quali elementi la colpiscono di più?
In generale le lavoratrici e i lavoratori con i loro comportamenti, la loro volontà, serietà abnegazione la loro solidarietà. E’ il lavoro che sconfiggerà il virus, ancora una volta il mondo del lavoro sta dimostrando una forza ed un senso di responsabilità generale che commuove ed inorgoglisce, perché sa prendersi cura dei problemi e dei bisogni delle persone. Allo stesso tempo emergono almeno tre cose su cui riflettere ed agire. E’ emerso in maniera palese come l’attuale modello di sviluppo non è più rispondente ai bisogni e alle necessità della grande maggioranza delle persone. Il virus ha svelato crudelmente in maniera molto più efficace di tante nostre critiche che uno sviluppo basato sulla finanza e sulla crescente diseguaglianza non è sostenibile né per l’uomo né per la natura. In secondo luogo mi ha colpito la fragilità del nostro sistema sociale e in particolare quello dell’assistenza delle persone. A iniziare dal sistema di sanità pubblico del nostro Paese, falcidiato da anni di tagli indiscriminati, e ora è chiaro a tutti che deve essere rafforzato ed esteso. E come tutto questo dimostri che il concetto di produttivo non si possa misurare solo con i bilanci e tanto meno con la logica del profitto: un sistema sanitario è produttivo quando garantisce la salute di tutti, non quando fa utili. E questa considerazione andrebbe estesa a tanti altri settori che servono a tutelare i diritti delle persone. In terzo luogo la conferma della centralità del lavoro e delle persone che lavorano. In Italia, a proposito di emergenza sanitaria, abbiamo retto e stiamo reggendo soprattutto grazie al sacrificio e alla professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori del settore. Tutti: dai medici agli infermieri, dagli addetti alle pulizie a chi fa la manutenzione degli impianti. E spesso sono persone pagate poco e male o persino precarie, e stanno agli ultimi posti della piramide salariale e dei diritti. E’ una considerazione che va allargata a tante altre e a tanti altri: tutti dovrebbero aver capito che i cosiddetti “essenziali” su cui la società si basa per andare avanti sono spessissimo le persone più maltrattate e meno considerate. Una lezione da cui si dovrebbero trarre delle precise azioni, se ha un senso dire che “nulla potrà essere come prima”.

La crisi economica picchia già duro e lo farà a lungo. Come tutelare chi perde il lavoro e le nuove forme di povertà? Serve ripensare il sistema di ammortizzatori sociali creandone uno universale?
Assolutamente sì. Penso sia il momento di ripensare in modo profondo i meccanismi economici. Dal welfare al fisco, dalla sanità all’assistenza, dalla politica industriale alla tutela ambientale, dagli stili di vita allo spazio in cui abitiamo. E poi il lavoro. Nel confronto con il governo di queste settimane abbiamo ottenuto precise garanzie sugli ammortizzatori sociali, anche se per i lavoratori autonomi le misure non sono del tutto soddisfacenti. E’ chiaro che in prospettiva l’intero sistema degli ammortizzatori va rivisto sia per garantire un reddito dignitoso quando l’azienda si riorganizza, sia quando si perde il lavoro, sia quando lo si ricerca. E’ in ogni caso il tempo di un nuovo Statuto dei Diritti in capo alle persone che lavorano e non semplicemente legato al tipo di rapporto attivato. Il lavoro non può più essere considerato alla stregua di mero fattore della produzione, di un numero, di un costo sempre e comunque comprimibile. Va riconfigurato il diritti del lavoro, il diritto alla formazione permanente e il welfare per tutelare e promuovere le nuove condizioni che hanno prepotentemente posto globalizzazione e innovazione tecnologica. Credo che questa sia la strada per affrontare la deriva del lavoro povero e della povertà in generale.
Nell’abisso della pandemia due professioni diametralmente opposte hanno retto la società: da una parte il personale sanitario – medici, infermieri, addetti alle pulizie – dall’altra gli operatori della logistica, i rider e i driver che hanno permesso gli approvvigionamenti essenziali e la consegna a casa a chi non poteva uscire. Cosa si sente di dire a queste due categorie?
È vero, in queste settimane hanno fatto cose straordinarie con una dedizione, una passione, un attaccamento al loro lavoro senza paragoni. Spesso l’hanno fatto nonostante le difficoltà che molti ponevano, superando ostacoli, supplendo alle carenze dei decisori. Hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo fondamentale. E con loro gli addetti della grande distribuzione, le forze di polizia, i lavoratori pubblici gli addetti al settore dei trasporti, a quelli dell’agroalimentare, e i tantissimi che in queste settimane hanno dato alla vita di tutti una parvenza di normalità. Credo che tutti noi dobbiamo ringraziare queste lavoratrici e questi lavoratori. Ma il modo più produttivo per farlo è riconoscere loro trattamenti più coerenti con la loro indispensabilità. Quello a cui dobbiamo puntare è l’eliminazione delle diseguaglianze a partire da quelle di chi sta facendo lo stesso lavoro o partecipando alla stessa filiera produttiva ma con trattamenti profondamente diversi a prescindere dalla professionalità. Bisogna riconsiderare tutto coinvolgendo l’intelligenza delle persone per decidere come si lavora e per fare che cosa. E’ l’unico modo per evitare i conflitti orizzontali e la concorrenza fra lavoratori, su cui, invece, si è basata finora l’organizzazione del lavoro e del sistema produttivo. E bisogna investire sul sistema pubblico a partire dalla sanità e dalla scuola.
Bisogna riconsiderare tutto coinvolgendo l’intelligenza delle persone per decidere come si lavora e per fare che cosa. E’ l’unico modo per evitare i conflitti orizzontali e la concorrenza fra lavoratori
C’è il rischio di una nuova frattura fra queste figure – le cosiddette front office, costrette a lavorare e a rischio – e chi può permettersi il telelavoro da casa senza rischi?
Se tutto rimarrà come prima il rischio può esserci. Io però non la vedo esattamente così. Anche chi a casa senza lavoro e senza reddito, con la paura di non averlo più, o chi lavora isolato con il pericolo di nuove privazioni e violazioni nei loro diritti, sta vivendo una condizione difficile. Credo che i lavoratori capiscano le condizioni degli uni e degli altri e che tra loro i vincoli di solidarietà siano molto più forti delle spinte di coloro che li vorrebbero divisi e soli. In ogni caso penso che questi temi devono essere affrontati e regolati nel rinnovo dei Contratti nazionali di lavoro.

Il sindacato ha dovuto mediare fra la fretta di Confindustria – con il nuovo presidente Bonomi – di riaprire a tutti i costi e la legittima volontà dei lavoratori di tornare a guadagnare pienamente rispetto alla cassa integrazione. Ci siete riusciti?
Il nostro primo e più importante obiettivo è stato quello di tutelare la salute di tutti i lavoratori che poi vuol dire tutelare tutti i cittadini. Questa la nostra priorità. È sbagliato contrapporre salute e lavoro, bisogna lavorare sicuri, punto. Il confronto con il sistema delle imprese è stato complesso ma costruttivo. Alla fine abbiamo concordato tra tutte le parti con il contributo e la firma anche del governo su un Protocollo condiviso di regole che sarà la bussola anche per il futuro all’insegna della priorità della salute e della sicurezza su qualunque altra logica. E’ un impianto condiviso da tutti che ha assunto dopo il Dpcm del presidente del consiglio un valore giuridico ed ora va fatto applicare. Noi insieme a Cisl e Uil sui luoghi di lavoro e sul territorio questo siamo impegnati a fare. La nostra seconda preoccupazione è stata quella di evitare i licenziamenti e continuare a dare a tutti un reddito. Abbiamo chiesto e ottenuto l’allargamento della Cig a tutti i settori e un’azione di sostegno ai lavoratori autonomi e alle partite Iva, oltre che alle fasce più deboli e più povere della popolazione. In terzo luogo abbiamo rivendicato con forza la necessità di sostenere le imprese dando liquidità alle aziende, così che potessero continuare a pagare i dipendenti e i fornitori e favorendo l’apertura di una linea di credito per le imprese a tassi bassissimi, se non a fondo perduto. Infine stiamo pretendendo di aprire una discussione ampia e approfondita sul futuro.

ll coronavirus si porta con sé inevitabilmente un nuovo modello di società e di produzione. Paradossalmente è quello che lei chiede da una decina d’anni.
Dovrebbe essere così, anche se non darei nulla per scontato. Si è detto che il virus inciderà profondamente nelle relazioni geo-politiche e geo-economiche, nell’economia, nella politica, negli aspetti più banali della società. Probabilmente inciderà anche sulle singole persone, sulla loro fiducia, sulla loro empatia, sui nostri comportamenti. Trovo un po’ assurdo, oltre che molto doloroso, che ciò emerga in maniera chiara per tutti in seguito ad una pandemia, avendo dovuto pagare un costo sociale e umano altissimo. A questo punto però dobbiamo essere conseguenti, anche perché riprodurre gli stessi schemi del passato, pensare di ripartire dove ci siamo fermati con la stessa “macchina” di prima sarebbe un errore imperdonabile. Dobbiamo ripensare l’intera organizzazione sociale del lavoro, cosa che detta così sembra un compito titanico ma che si affronta con alcuni passi precisi: la sicurezza e la salute delle persone al primo posto , il lavoro come valore, il pubblico come soggetto attivo del cambiamento, il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori nelle riconversioni ambientali delle produzioni e dell’organizzazione sociale. Per fare solo un esempio è chiaro che le opere pubbliche devono essere sempre più di manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco. Ci batteremo per ridare valore al lavoro, perché i lavoratori contino di più nelle scelte, a tutti i livelli: internazionale, con il sindacato mondiale ed europeo; nazionale; nel sistema delle imprese; nelle singole aziende. Quella che abbiamo di fronte è una prospettiva politica, sindacale e culturale.

Altro effetto inaspettato della pandemia: la Fiom torna in Fca e lei loda pubblicamente l’atteggiamento dell’azienda. Siete cambiati più voi o è cambiata più l’ex Fiat in questi dieci anni?
La Fiat è diventata Fca, uno dei competitori internazionali nel settore dell’auto. In Fca la Fiom-Cgil ha firmato un accordo per la gestione dell’emergenza e per la ripartenza in sicurezza. Un accordo positivo nel merito e nel metodo che ha messo fine, spero definitivamente, alla stagione degli accordi separati. Di fronte all’emergenza Coronavirus e alla priorità di garantire la sicurezza delle persone che lavorano credo che tutti dobbiamo cambiare atteggiamento. Il merito di quell’accordo mi sembra in assoluta coerenza con i nostri valori e con le nostre pratiche di tutti questi anni. Ora credo che sia necessario andare avanti ed affrontare anche l’aspetto contrattuale di quella vicenda, comprese le scelte di politica industriale e occupazionale che il gruppo sta compiendo con la scelta di fondersi con Psa. Stiamo parlando di un’azienda e di un settore strategico per l’economia nazionale del nostro paese che deve coinvolgere anche il nostro governo. E’ la costruzione del nostro futuro che può offrire il terreno di una nuova azione comune.
Con Fca un accordo positivo nel merito e nel metodo che ha messo fine, spero definitivamente, alla stagione degli accordi separati
La pandemia costringerà anche il sindacato a dimenticare a lungo le piazze, almeno quelle piene a cui la Cgil e lei specialmente è molto legato. Come gestirete questa fase?
Discutere, riconoscersi, ritrovarsi, poter dire la propria, essere riconosciuti come interlocutori, poter votare liberamente sono valori fondamentali, sono la Democrazia. Sono sicuro che continueremo a trovare il modo di esercitare la nostra rappresentanza ed essere al servizio delle persone che per vivere devono lavorare anche se per qualche mese non potremo andare in piazza. Lo abbiamo fatto in queste terribili settimane che abbiamo alle spalle, le nostre sedi, quelle territoriali, delle categorie e dei servizi sono rimaste accessibili in tutti questi mesi anche per via telematica. Le nostre delegate e i nostri delegati e i tanti militanti dirigenti hanno continuato a esercitare la loro funzione e purtroppo alcuni di loro ci hanno lasciato nonostante avessero preso tutte le misure sanitarie prescritte dalle autorità. La Cgil è stata nel paese e insieme al Paese ha affrontato la pandemia. Siamo, insieme a Cisl e Uil, una parte essenziale della società. E continueremo ad esserlo con la presenza fisica, telematica e digitale. Sicuramente il sindacato dovrà trovare nuove forme di coinvolgimento e di decisione per superare i vincoli imposti dalla pandemia. Dovrà rapidamente abituarsi e imparare a usare le nuove tecnologie, con tutti i problemi che queste pongono, ma anche con le opportunità che offrono. Penso che dovremo saper incalzare le imprese e i decisori politici ad aprire nuovi modelli decisionali, dove i processi di formazione delle decisioni siano più democratici e più condivisi a tutti i livelli. Questo anche nel sindacato sia nei confronti dei propri iscritti, sia dei lavoratori. Sarà una fase di grande e spero utile sperimentazione di nuove forme di democrazia, solidarietà e partecipazione. “Insieme con giustizia” si può fare in tanti modi, importane è esserci per cambiare questo Paese. Sempre.


Fuori mercato - Tommaso Di Francesco
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Dal punto di vista del capitale e delle istituzioni d’affari che lo rappresentano, la sospensione del lavoro e del consumo individuale è un atto troppo radicale e intollerabile. E dal punto di vista dell’Unione europea fin qui realizzata, vincolata al predominio di poche nazioni centrali e alla ideologia ordoliberista tedesca, è altrettanto insopportabile. Soprattutto nel momento in cui si deve decidere se elargire il cosiddetto Recovery Fund e il governo dell’Italia, paese più colpito dal Covid-19 e bisognoso – anche di mostrarsi per questo a tutti i costi pronto a riprendere ogni attività produttiva -, bussa alla cassa addirittura chiedendo per la prima volta finanziamenti «a fondo perduto».
Così si avvia la cosiddetta “Fase due”, sotto questo doppio ricatto. Che subito pesa sulle condizioni di ripresa delle attività, quelle legate alle forme della socializzazione, quelle dei servizi – a cominciare da quelli sanitari pubblici prima disprezzati e ora all’improvviso diventato «eroici» – e quelle del lavoro considerato direttamente produttivo. Un peso e un pericolo che precipita tutto sulle spalle dei lavoratori e del sindacato e sulla democrazia che vive nei larghi spazi, con una riapertura che, tacendo sulla scuola, privilegia l’«impresa» come interlocutore privilegiato.
Perché questo riavvio del 4 maggio e che ha già riportato in produzione 2,8 milioni di lavoratori – con quale distanza sociale nelle fabbriche, nei trasporti, e senza previsioni di riduzione di orario per l’esposizione al rischio? – avviene nonostante che i segnali veri di un rallentamento della pandemia in corso siano appena accennati, mentre i contagi aumentano. Diminuiscono i malati e i morti è vero, ma solo per effetto delle misure dure di distanziamento sociale decise un mese e mezzo fa.
E stavolta tutto il mondo dei virologi prevede una ripresa di pandemia lì dove si è manifestata ma anche in aree finora debolmente colpite. E centinaia di morti al giorno nelle aree del nord – delle fabbriche disseminate in aree interregionali -, non sono marginali. Soprattutto si dimentica che non ci sono le condizioni sanitarie diffuse, dopo decenni di tagli alla sanità pubblica: senza dispositivi di protezione distribuiti in massa e tamponature a tappeto, senza indagini a cluster della popolazione sui contagi, né test sierologici sugli anticorpi – e la tecnologia sui ’tracciati dei contatti’ senza tamponi è inutile e solo intrusiva.
Si dimentica altresì che, nel silenzio quasi assoluto – rotto però da scioperi operai – più di 15milioni di lavoratori in questi due mesi nei quali la pandemia ha dilagato, hanno continuato senza sosta a lavorare, un lavoro «forzato» nelle fabbriche e nelle campagne. Mentre tra una task force e l’altra è emerso il concetto mitologico di «lavoro eccezionale», scoprendo che fabbricare armi e cacciabombardieri F35 è stata la filiera d’«eccezione» finalizzata alle guerre, che non si è mai fermata, come non si sono fermate le tante fabbriche «essenziali» che hanno devastato ambiente e salute come l’Ilva. Così da una parte abbiamo avuto e continueremo ad avere il lavoro «necessario», magari in telelavoro e per il mercato internazionale, ma di produzione di morte. Con la corsa folle a riaprire le attività produttive per sfidare la concorrenza su fette di mercato che rischieranno l’iperproduzione.
Al contrario, dall’altra parte, si è affermato in questi due mesi di contagio il lavoro di cura, non più nel solo ambito ristretto della famiglia ma nella società, e ha assunto «dignità» l’intero comparto del lavoro nero, dai braccianti, ai migranti, ai rider.
C’è dunque un conflitto sotterraneo che la pandemia ha aperto e che vale la pena far emergere: il lavoro «necessario» può essere solo quello riconvertito nella produzione materiale secondo una domanda sociale e collettiva e a salvaguardia della salute, come da dettato della Costituzione. Come? Cominciando a considerare il lavoro stesso come fuori mercato, reinventando le regole della sua redistribuzione e garantendo, in una fase che fa esplodere i dati sulla povertà di massa, un reddito di base capace di garantire ogni lavoratore occupato ma anche ogni disoccupato: dai danni di una pandemia ma anche dal bisogno e dai ricatti del lavoro.
  
Regolarizzare i migranti conviene a tutti - Cristina Ornano

Il Covid19 colpisce senza distinzioni, in questo senso è molto democratico, ma non sono per nulla democratiche ed eguali le sue conseguenze, ad iniziare da quelle sanitarie, dipendendo esse dalla possibilità di accedere ad un servizio sanitario e dalla qualità e quantità di cure ricevute.
Di certo non saranno eguali le conseguenze sociali ed economiche della pandemia che marcherà ancora di più le diseguaglianze e ne creerà di nuove.
Nel nostro paese vivono oltre 250 mila cittadini stranieri in condizione di involontaria irregolarità. Un esercito che i cosiddetti Decreti Sicurezza 1 e Bis hanno drammaticamente ingrandito, creando insicurezza e ingiustizia.
Viviamo tempi che richiedono la capacità di mettere in campo scelte innovative e lungimiranti. E tra queste, c’è anche quella di regolarizzare queste persone che costringiamo ipocritamente alla precarietà e al sommerso. Sono persone che assistono i nostri anziani e malati, che raccolgono frutta e verdura nei campi, accudiscono gli animali negli allevamenti, lavorano nei mercati, nelle manifatture e nelle aziende artigiane; lavoratori e piccoli imprenditori che ora lavorano in nero e che vorrebbero regolarizzarsi, pagare le tasse e fruire dei servizi. Sarebbe un’azione non solo giusta, ma intelligente e lungimirante, perché è una delle misure indispensabili per garantire la prevenzione sanitaria, in questo momento fondamentale, e far ripartire la nostra economia e per dare ossigeno al fisco.
Un coro di voci autorevoli provenienti da chi ricopre primari ruoli istituzionali o li ha ricoperti, si è alzato in questi giorni a chiedere la regolarizzazione dei lavoratori immigrati irregolari ed a chiedere che ciò venga fatto prima possibile. Non è, infatti, difficile prevedere che gli effetti sul piano economico e sociale prodotti dalla pandemia siano, come è stato da più parti osservato, non dissimili da quelli prodotti da un conflitto bellico. Le moderne economie di guerra ci hanno insegnato almeno tre cose.
La prima è che per uscire dalle crisi occorre saper fare scelte coraggiose, quindi abbandonare paradigmi, schemi e soluzioni precedenti quando se ne siano constatati, come in questo caso, gli esiti fallimentari, per adottarne di nuovi adeguati al cambiamento. La seconda è queste scelte sono tanto più produttive quanto più sono tempestive. La terza è quando si affrontano crisi sociali profonde, come quella in atto, la tenuta sociale può essere assicurata solo attraverso politiche di coesione, inclusive e solidali, capaci, come è stato efficacemente detto, di proporre «un nuovo contratto sociale che vada bene per tutti».
Continuare come prima significa, specie in questo momento, alimentare il circuito dell’illegalità e del sommerso, della cattiva imprenditoria, delle mafie e delle organizzazioni criminali. Regolarizzare è una scelta solidale e inclusiva che interessa e conviene non solo a chi è costretto alla irregolarità, ma a tutti noi, perché dà dignità e sicurezza alle persone e le fa vivere in condizioni di legalità, aiuta la nostra economia e il nostro fisco e la nostra salute.
* gip a Cagliari e presidente di Area

Christian Smalls: «Licenziato da Amazon per aver scioperato»


«Mi stanno diffamando perché sto dicendo la verità. Era spaventoso andare a lavoro per quanti colleghi e impiegati si ammalavano. Ero davvero preoccupato dall’idea di portare il virus all’interno della mia famiglia. Puoi immaginare come si sentono i dipendenti che lavorano lì, ora che conoscono il rischio che stanno correndo. Molte persone non stanno lavorando in questo momento, sono a casa e non vengono pagate. Si tratta di vita o di morte, così ho scelto di difendere la vita».
Sostengono che tu abbia messo a rischio i tuoi colleghi.

Non è vero, mi hanno solo messo in quarantena come tutti i dipendenti che sono stati a contatto con il mio collega che è risultato positivo. Gli altri gli sono stati attorno per 10 ore al giorno, io solo per pochi minuti. Vogliono mettere a tacere la rivoluzione ed è così che lo fanno: licenziando.
Amazon non vi ha fornito alcun tipo di dispositivo di sicurezza?

No, solo ad inizio del mese abbiamo ricevuto qualcosa ma quando sono terminati non siamo stati riforniti. Ora hanno iniziato a spedire di nuovo le mascherine ma è già troppo tardi. E poi niente guanti, non puoi indossare il tipo di guanti di cui hai bisogno per proteggere la tua pelle quando devi sollevare le scatole e devi tagliare il cartone.

Prima di essere licenziato hai segnalato il problema?
Ho chiamato il Dipartimento della Salute, il Centro di controllo delle malattie, il governo. Sono andato nell’ufficio dei direttori generali ogni mattina. Mi sono seduto nella mensa, fuori servizio e non pagato per otto ore al giorno, per tutta la settimana fino a sabato, quando mi hanno messo in quarantena. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere ma sfortunatamente non ho ottenuto risultati. In realtà non ho rimpianti per come è finita.

Quali sono i rischi maggiori sul posto di lavoro?
Lavorare intorno a persone di cui non conosci lo stato di salute. Alcuni possono venire a lavorare mentre sono ammalati. Devi dire che hai un raffreddore comune, ma non puoi mai saperlo. Lavorare in questo tipo di strutture richiede di interagire con le persone, non c’è modo di praticare il distanziamento sociale. Quindi sì, puoi fare la tua scelta, che non è proprio una scelta: vai al lavoro, vieni pagato e ti ammali, oppure resti a casa e diventi un senzatetto.

Sei rimasto solo in questa battaglia?
No, ci sono state persone in tutto il mondo che mi hanno aiutato e si sono unite alla lotta. La settimana scorsa un paio di sedi hanno iniziato a scioperare: è una rivoluzione.

Come valuti la gestione dell’emergenza?
È orribile. Le persone muoiono ogni 15 minuti. Il fatto è che gli edifici di Amazon sono un terreno fertile per il coronavirus. Abbiamo 5mila impiegati che entrano ed escono da quell’edificio a New York. Non so come andrà a finire ma una parte della soluzione potrebbe essere chiudere le sedi di Amazon. Non abbiamo bisogno di loro in questo momento, con tutti i miliardi di dollari che queste persone potrebbero mettere in campo medico. Questi miliardari stanno diventando sempre più ricchi a spese della vita umana. A loro non importa se viviamo o moriamo. Se morissi oggi, indovina un po’? Assumerebbero qualcuno per sostituirmi domani. Si preoccupano solo dei loro soldi. Il capitalismo è avido.


Negli Stati uniti il 1° maggio si sciopera

Nelle ultime settimane, i lavoratori negli Stati Uniti hanno dato vita ad un movimento di scioperi spontanei a difesa delle propria salute contro il nuovo coronavirus. Amazon, Whole Foods e altri colossi sono stati investiti dall’ondata di scioperi, spesso vittoriosi; diverse lotte locali sono probabilmente rimaste fuori dai radar. Sono state nel contempo organizzate dal basso reti di mutuo soccorso a difesa di quanti, un numero incalcolabile, nell’ordine di molti milioni, negli Stati Uniti soffrono le conseguenze devastanti della crisi sociale e necessitano di tutela della salute, cibo, casa. La crisi sanitaria ed economica ha inasprito la situazione di oppressione sociale, razziale e di genere che caratterizza gli Stati Uniti – Europa e Cina seguono più o meno da presso, a seconda dei paesi, mentre il Sud del mondo affonda nel vortice e ribolle.
Con la produzione del profitto come unico criterio, e il conseguente cinismo verso chi manda avanti tutta la baracca, di finanza, corporations, imprese e autorita’, anzitutto quelle federali – con in testa Trump -, contro questo disumano caos sociale negli Stati Uniti si e’ strutturata una piattaforma di lotta, partita dai lavoratori di Amazon, Whole Foos, Target e Instacart. Ne trovate il testo qui sotto. Si punta allo sciopero generale il 1 maggio. L’organizzazione che lancia la piattaforma si rivolge a chi appartiene alla working class – operai, salariati, pensionati, senza-tetto, poveri, disabili, e chiunque sia deprivato e manchi di ogni controllo sul proprio destino – allo scopo di supportarli indirizzandoli verso organizzazioni di auto-tutela e di lotta. I promotori della piattaforma esprimono infatti, mettendole in contatto, un numero verosimilmente consistente di associazioni “working class” sul territorio nazionale. Gli obiettivi, da imporre ad autorita’, multinazionali, ceti affluenti e compagnia cantante, sono:
§  tutela sanitaria ed economica per lavoratori e disoccupati;
§  diritto all’assistenza sanitaria;
§  cancellazione dei debiti e sospensione degli affitti;
§  amnistia per immigrati privi di permesso e detenuti in attesa di giudizio o condannati per reati che non siano contro la persona;
§  cessazione delle azioni di aggressione militare statunitense.
Sono, in modo implicito ma immediato, obiettivi di rottura. L’espansione e l’intreccio di contatti con gruppi di mutuo-soccorso e di lotta deve servire a costruire una base forte, sui fronti dell’auto-tutela e sindacale, per coordinare l’azione contro “the wealthy and the powerful”: chi concentra ricchezza e potere.
Questa iniziativa – il retroterra di lotta e la capacita’ e volonta’ di organizzazione di classe che esprime – e’ di un’importanza straordinaria. Il 1 maggio sara’ solo un suo primo banco di prova. Questa iniziativa equivale ad un invito, che raccogliamo e rivolgiamo a chi legge, a fare altrettanto, mettersi in contatto e fare anzitutto circolare la notizia.
§  Home del sito: https://www.genstrike.org/

Our Platform
OUR PLATFORM defines our movement, and it exists to support, protect, and strengthen the working class. It consists of:
§  Objectives: Goals for our movement. Specific, tangible targets which we believe we can and must reach to support and protect the working class.
§  Demands: Measures we believe must be taken by the authorities, wealthy elites, corporate entities, and other entities in our society who hold power over the working class.
§  Strategies: The means by which we seek to achieve our objectives and force the powerful to meet our demands.
Statement of support for the overall movement for a general strike
We formed out of a broader movement, as shown by spontaneous strikes and mutual aid networks arising all over the world. We are not here to lead, own, steer, or direct this movement. We are here to support, foster, encourage, signal boost, and materially aid this movement. Specifically, we seek to support individuals by introducing workers to organizations and information that will help them to self-organize, and we seek to support organizations which support and protect the working class by signal boosting their efforts, by raising funds for their efforts, by directing individuals to their organizations, and by providing them with a framework, tools, and assistance for coordinating activities and helping to establish networks of mutual aid.
How We Define the Working Class
The working class includes every person who is exploited or harmed by existing power structures. This includes any person who collects wages, the retired, the homeless, the poor, the disabled, and all other human beings who lack material security or democratic command of their own destiny.
We will stand in solidarity with indigenous peoples and offer our mutual aid and support to their efforts to decolonize their native lands. We also recognize that we do not have the right to try to own or lead indigenous movements. We offer our support and aid to indigenous groups while absolutely recognizing the autonomy of indigenous peoples and their right to govern their own affairs.
The only people we exclude from our movement and our support are those who would exploit and dominate their fellow human beings: business owners, managers and supervisors with the power to hire and fire arbitrarily, police officers and law enforcement agents, and landlords.
Why We Support the Working Class
We believe that the working class and the employing class are directly at odds with one another, just as we believe that landlords and tenants are inherently opposed. We stand against any undemocratic power structure which allows one group of people to exploit and dominate another.
We are opposed to the wage system of labor. We believe that workers are entitled to a democratic workplace. We are opposed to landlordism and we believe that safe, secure, hygienic housing is a human right that must not be abridged.
We do not endorse, nor are we endorsed by, any specific political party or ideology. We support all unions, mutual aid networks, and worker groups that strive for the solidarity, protection, and liberation of the working class.
Objectives of General Strike 2020
§  Protect workers in the short term, both from Covid-19 and retribution from their employers and the capitalist state.
§  Advance the interests of workers by achieving key concessions to our core demands that will help even after the virus is no longer a threat.
§  Promote workers interests by supporting and enhancing strong organizations among the people, such as mutual aid groups, worker organizations, and active unions that will serve as the basis of dual power structures to stand up against the wealthy and powerful.
Demands of General Strike 2020
1. Fair Treatment For Workers
§  Nobody shall be recalled to work against their will. Protection should be afforded for workers refusing to work during the outbreak, and no cessation of virus containment restrictions (e.g. ‘lockdown’) will be tolerated until qualified doctors and experts decide the time is right.
§  Federally guarantee of 12 days of paid sick leave annually for all workers.
§  Minimum $2,000 per month non-means tested payments to every human being in the USA for the duration of the pandemic + 1 month.
§  All essential workers (including grocery workers) must be provided with adequate personal protective equipment, clean worksites, and hazard pay.
§  We invite all business owners to voluntarily end their antagonistic and exploitative relationship with their employees by converting their businesses into worker-owned, democratically structured cooperatives. We believe it is possible to make this kind of transition in a manner that is mutually beneficial to both the current employer as well as all employees.
2. Healthcare For All
§  The establishment of a universal single-payer healthcare system in the USA based on the Medicare for All Act of 2019 S.1129.
§  Immediate seizure of the production and/or stockpilings of essential medical equipment (such as through the Defense Production Act in the US) and a guarantee that tests, masks, gloves, and similar will be immediately distributed to front-line healthcare workers and volunteers, irrespective of class, wealth, or profit.
§  Testing and healthcare must be made available for any person who may have been exposed to sars-cov-2 (Covid-19), until fully recovered.
3. No Payments, No Debts
§  Rent amnesty for the duration of the outbreak + 3 months.
§  Debt amnesty for the duration of the outbreak + 3 months.
4. Housing For All
§  Immediate cessation of all eviction and foreclosure proceedings for the duration of the pandemic.
§  Guaranteed housing for all who lack shelter to self-quarantine.
§  We invite any landlord to voluntarily end their antagonistic and exploitative relationship with their tenants by converting their properties into cooperatively-owned housing. We encourage landlords to work with tenants to develop plans that allow tenants to take possession of the homes they live in through reasonable, efficient, mutually agreed-upon, equitably facilitated means.
5. Free All Detainees
§  Immediate release of all migrant detainees.
§  Immediate release of all nonviolent pre-trial inmates.
§  Immediate release of all nonviolent convicted offenders.
§  Immediate suspension of the for-profit cash bail system.
§  A moratorium on all immigration raids and homeless camp sweeps.
6. End Foreign Hostilities
§  An end to all aggressionary actions of USA armed forces against foreign nations and the withdrawal of troops with hostile footing from foreign soil.
Strategies
We have a two-pronged basic strategy:
§  Support Individuals by guiding them to organizations and information they need to self-organize.
§  Support organizations dedicated to protecting and empowering the working class.
Individuals We Will Support:
We will support ALL INDIVIDUALS oppressed or endangered by the capitalist state. The only individuals we do not consider a part of our movement are capitalists and bosses, law enforcement agents and officers, and anyone subscribing to fascist, reactionary ideologies.
Organizations We Will Support:
We will seek to support any organizations that meet the following criteria:
§  The organization must directly support the working class. Organizations may include but are not limited to: workers’ unions, mutual aid networks, working class organizations, associations and affinity groups.
§  The organization must not be profit-driven, use any portion of its funding for capital investment, nor be directed by and/or a subsidiary of a profit- or investment-driven institution or individual.
§  The organization must operate through a democratic decision-making process.
§  We will not aid or abet capitalists or landlords in exploiting the working class.
§  We will not aid any organization which promotes a fascist and/or reactionary ideology.
We will stand in solidarity with indigenous peoples and offer our mutual aid and support to their efforts to decolonize their native lands.
To see that our objectives and demands are met, we will engage in the following activities:
§  Building awareness of the general strike movement among the wider public and aim to increase participation.
§  Educating potential strikers about how they can strike safely (for example, avoiding taking individual action and promptly losing their job, or how they can support themselves and contribute to the maintenance of comrades during the strike).
§  Facilitating connections between people and mutual aid/other organizations so they can get involved wherever they are.
§  Offering up our skills to the wider movement, so we can contribute to its success. This includes the production of communication materials by those with skills in that area, and may also include offering training workers to be more self-empowered, independent, and capable of organizing.
§  Fundraising for organizations and communities in need of aid during these trying times.
§  Coordinating and Providing Tools for organizations so that they can work together, establish mutual aid networks, and reinforce each others’ activities.
§  Striving for an Internationalist Movement by supporting workers in every country and helping people to build and organized movements of their own no matter where they are.
Pledge of Unity and Principles
As our movement advances, we pledge to foster a spirit of tactical unity and to adhere to our organizing principles. We will do our best to work together with, or at least stay out of the way of, other non-fascist working class organizations that do not share our exact platform or ideologies. We will abide by our organizing principles in everything we do.


Entrambi gli articoli sono tratti da Il Pungolo Rosso