Visualizzazione post con etichetta Annamaria Testa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Annamaria Testa. Mostra tutti i post

sabato 27 agosto 2022

Un mondo a misura di maschio - Annamaria Testa

 

I salari, i premi Nobel, i mezzi d’informazione, perfino i bagni pubblici: le disparità tra uomini e donne sono ovunque. Alcune sono note, altre nascoste, altre ci sembrano normali. Conoscerle fa bene a tutti

 

Succede l’8 marzo (giornata internazionale della donna) e il 25 novembre (giornata internazionale contro la violenza sulle donne): tutti i mezzi d’informazione si danno molto da fare per offrire una prospettiva ampia sulla condizione delle donne e sulla disuguaglianza di genere. Proviamo invece a parlarne adesso, mentre tutti sono concentrati su altro. Così, giusto per vedere l’effetto che fa.

Alcune disparità di genere sono così sostanziali e permanenti che sembra noioso continuare a ricordarle. E invece bisogna farlo. Altre sono sommerse e quasi invisibili, ma non meno rilevanti. Altre cominciano a ridursi, ma parzialmente (di seguito, un paio di esempi recenti). E altre ancora non vengono neanche percepite come disparità, ma come semplice esito di scelte funzionali e “naturali”. Ma funzionali a chi? E in che modo naturali?

Un sintetico ripasso può servire. Qui di seguito metto in fila, senza troppi commenti perché non ce n’è bisogno, nove ambiti in cui la parità di genere è, in Italia e nel mondo, ancora oggi tutt’altro che acquisita. Si tratta di disparità concrete, reali, sistemiche e sì, in larga parte strutturali. Cioè, profondamente radicate nelle strutture sociali, economiche, politiche, tecnologiche, mediatiche. Piangersi addosso serve a poco. Tutte e tutti, invece, dovrebbero fare la loro parte per cambiare le cose.

Per cominciare ricordo che, nel Global gender gap index 2021, il documento che censisce la disparità di genere in 156 paesi e in quattro ambiti (politica, economia, educazione, salute) l’Italia si trova oggi a un inglorioso 63° posto, tra il Perù e Timor Leste. Ed è lì perché ha guadagnato ben 15 posizioni rispetto al report 2020, nel quale era collocata a un ancor più inglorioso 77° posto, tra Thailandia e Suriname.

A farci restare così in basso nella classifica sono l’insufficiente partecipazione economica delle donne e le scarse opportunità di lavoro che gli vengono offerte.

Segnalo che diverse delle informazioni che seguono (salute e sicurezza, intelligenza artificiale, oggetti e infrastrutture) sono tratte da Per soli uomini, di Emanuela Griglié e Guido Romeo (Codice 2021). È un piccolo libro, equilibrato e istruttivo. Promuove un’idea semplice e potente: ancora oggi viviamo in un mondo disegnato su parametri quasi esclusivamente maschili. Ma una maggiore attenzione alla parità di genere favorisce tutti. E non solo le donne: anche gli anziani, i bambini. E anche gli uomini.

Salute e sicurezza

La ricerca medica è sempre stata asimmetrica. La necessità di una medicina genere-specifica, capace di tener conto delle differenze fisiologiche tra corpo maschile e femminile, comincia a essere percepita solo a partire dai primi anni novanta grazie a un articolo della cardiologa Bernardine Healy, pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Healy parla di infarto, e segnala che i sintomi delle donne, diversi da quelli degli uomini, vengono più difficilmente riconosciuti o vengono sottostimati, e che quindi per le pazienti è assai più difficile ricevere una diagnosi corretta e cure appropriate.

Oggi l’infarto è la prima causa di morte tra le donne. Ricordiamo anche qui che, in caso d’infarto, gli uomini sentono generalmente un dolore al petto che si irradia verso il braccio sinistro e la schiena. Le donne possono avere sintomi più attenuati, a cui è indispensabile prestare attenzione: dolore addominale, fiato corto, nausea, stanchezza, senso d’ansia.

Secondo Daniela Trabattoni, responsabile dell’unità di cardiologia presso il Centro Monzino, “storicamente le donne sono poco rappresentate negli studi clinici per nuove terapie: negli ultimi dieci anni la partecipazione femminile è risultata pari al 39 per cento. Questo pone ovviamente un limite sia alla nostra comprensione delle malattie cardiovascolari in più di metà della popolazione, sia alla nostra potenzialità di sviluppare terapie o raccomandazioni specifiche per genere”.

I farmaci esistenti (per quelli di nuova formulazione non sarà più così) sono stati progettati e testati (tollerabilità, dosaggi, reazioni avverse) a partire da un “maschio bianco standard” tra i 20 e i 30 anni, del peso di 70 chili e alto un metro e 70. Ovviamente, non si tratta di un parametro rappresentativo neppure per gli uomini. In Italia, una legge del 2018 ha inserito la medicina di genere nel Servizio sanitario nazionale e ne promuove lo sviluppo.

E ancora: le mestruazioni sono sempre state ritenute un’imbarazzante faccenda di esclusiva pertinenza femminile. Solo nell’ottobre 2021 l’iva sugli assorbenti igienici è stata ridotta al 10 per cento. In precedenza, come ha segnalato Milena Gabanelli in un memorabile articolo, erano tassati al 22 per cento, come i tappeti orientali, lo spumante e le pellicce (tra i beni considerati invece primari: tartufi, merendine, francobolli da collezione, basilico e rosmarino).

Si sarebbe potuto fare meglio: dal 2007 l’Unione europea consente di ridurre la cosiddetta tampon tax al minimo previsto per i beni di prima necessità (5 per cento). La Brexit ha permesso al Regno Unito di eliminare del tutto la tassazione. Nelle scuole scozzesi (e in quelle neozelandesi) gli assorbenti sono distribuiti gratuitamente.

Infine: è l’Organizzazione mondiale della sanità a definire la violenza contro le donne “un problema di salute di proporzioni globali enormi”. Secondo gli ultimi dati Istat disponibili (2014) circa un terzo delle donne italiane ha subìto nella propria vita qualche forma di violenza. Sarebbe opportuno aggiornare il dato, considerando che nel 2020, in piena emergenza covid, le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5 per cento rispetto al 2019. Via chat sono aumentate del 71 per cento.

Secondo i dati del ministero dell’interno, nel 2021 i femminicidi sono cresciuti dell’8 per cento: ne abbiamo avuto uno ogni 72 ore. Il 67,7 per cento delle chiamate al numero di emergenza 1522 riguarda violenze che sono in atto da anni.

Per l’Istat, “il senso di insicurezza delle donne è decisamente maggiore di quello degli uomini: il 36,6 per cento non esce di sera per paura (a fronte dell’8,5 per cento degli uomini), il 35,3 per cento quando esce da sola di sera non si sente sicura (il 19,3 per cento degli uomini). Gli anziani hanno un profilo di insicurezza simile”.

Lavoro e stipendi

Secondo un’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat, in Italia c’è uno storico, ampio divario occupazionale tra uomini e donne (20 punti nel 2019): lavora meno di una donna su due e solo la Grecia fa peggio. L’Istat attesta che, durante la pandemia, le donne hanno perso il lavoro due volte più degli uomini, e che il loro salario ha subìto maggiori riduzioni.

In Italia le donne guadagnano il 3,8 per cento in meno degli uomini nel settore pubblico, il 17 per cento in meno nel settore privato (dati Eurostat 2019).

Una legge per contrastare la disparità salariale è stata varata a fine ottobre del 2021, ma riguarda solo le aziende con più di 50 dipendenti. Dobbiamo però ricordare che l’Italia è un paese di imprese piccole e piccolissime: la media italiana di occupati per impresa è inferiore ai 10 addetti. Più del 95 per cento delle imprese italiane ha meno di 50 addetti. Queste imprese piccole e piccolissime danno lavoro a circa il 90 per cento dei dipendenti totali (dati Istat, Annuario statistico 2019). La legge, dunque, riguarda una frazione molto minoritaria delle lavoratrici.

C’è un altro fattore che peggiora la situazione: tra le donne che lavorano, la percentuale di contratti part-time è altissima (49,8 per cento secondo il Sole 24 Ore). Questo fa sì che lo stipendio medio femminile risulti inferiore del 31 per cento (dato Inps 2021) rispetto a quello degli uomini, che in gran parte lavorano a tempo pieno.

Anche in termini di carriera le cose in Italia non vanno bene: solo il 28 per cento dei manager è donna, e peggio in Europa c’è solo Cipro (Eurostat).

Il Censis sottolinea che “le donne tendono anche a essere vittime di overeducation, vale a dire che, anche quando sono occupate, non è raro il caso che svolgano lavori per cui sarebbe sufficiente un titolo di studio più basso di quello posseduto”.

Ancora oggi il lavoro di cura ricade per l’80 per cento circa su spalle femminili.

Il sistema delle quote rosa si applica solo agli organi di governo di grandi società. È una goccia nel mare, e non ha prodotto gli auspicati effetti a cascata. Non significa che le quote rosa sono inutili. Vuol dire che non bastano...

continua qui

domenica 14 novembre 2021

Il sistema dell’informazione è diventato avido e opaco - Annamaria Testa

 

Per capire come costruirci un buon futuro ci tocca ragionare sul sistema dell’informazione. Di fatto, ogni nostra decisione, piccola o grande, riguardante i prossimi trenta minuti o i prossimi trent’anni, si basa su quello che noi sappiamo adesso. 
E quello che noi adesso sappiamo, o crediamo di sapere, rispecchia l’assieme delle informazioni che, nel corso delle nostre vite e fino a questo momento, ci hanno raggiunto e colpito. E che, convincendoci della loro rilevanza, hanno incessantemente contribuito a formare, a modificare (o a deformare) la nostra visione di noi stessi e delle cose.


DECIDERE RAZIONALMENTE. Poter disporre di informazioni di qualità è fondamentale perché sia i singoli, sia i governi decidano bene e, per dirla con Steven Pinker, in modo razionale e responsabile: tale, cioè, da “salvare il mondo”.
Il problema è che il sistema dell’informazione non è mai stato così turbolento, pervasivo e soverchiante, opaco e tossico. Mai così capace di influenzare in modo istantaneo gli orientamenti individuali e collettivi. E mai così complesso: talmente complesso che osservarne le dinamiche è difficile. Qui di seguito riassumo alcuni punti. Unendoli è possibile, se si vuole, cominciare a farsi un quadro.


SITUAZIONE INEDITA. In realtà, tutto il sistema dell’informazione oggi ruota attorno a un piccolo gruppo di entità che fino a venti, a dieci o a cinque anni fa neanche esistevano. Facebook viene concepito nel febbraio del 2004 e arriva in Italia nel maggio del 2008. Youtube pubblica il suo primo video ad aprile 2005. Twitter si costituisce nel 2007. WhatsApp viene lanciata nel novembre 2009. Instagram nasce nell’ottobre 2010. Telegram nasce nel 2013. Il lancio di TikTok è del settembre 2016. 
Google precede tutti perché nasce nel 1998.
Già nel 2011 un articolo dell’Università dell’Indiana segnala che i social media stanno disegnando un nuovo ecosistema. La disintermediazione offre opportunità e implica rischi inediti. E le cose succedono così in fretta che neanche si riesce a capirne fino in fondo il funzionamento e le conseguenze. Tanto meno si riesce a stabilire delle regole.


MAGGIOR QUANTITÀ, QUALITÀ MINORE. Delle dinamiche di base che, nel contesto del sistema dell’informazione, governano la produzione di notizie, ci parla un ottimo articolo pubblicato su Farnam Street.
In sintesi: in rete, la velocità di consegna delle notizie aumenta. Il costo medio di produzione e la qualità media delle notizie diminuiscono. Le persone vengono incentivate a investire sempre più tempo per consumare sempre più notizie irrilevanti e di cattiva qualità.

Questo risultato si ottiene profilando gli utenti, confezionando notizie su misura (quindi, alterandole in modo che risultino più gradite a ogni singolo utente) e radicalizzandone i contenuti. Dei rischi connessi con la profilazione degli utenti e con la manipolazione dell’opinione pubblica tramite notizie false (elezioni Usa 2016, Brexit) ci si comincia ad accorgere solo nel 2018, quando scoppia lo scandalo Cambridge Analytica.


LA DISINFORMAZIONE RENDE. Oltre ad avere un ridottissimo costo di produzione (non c’è bisogno di preparazione e competenza, di indagini sul campo, di verifiche) in rete le notizie false offrono una redditività molto più alta di quella delle notizie vere: come attesta il Mit già nel 2016, le fake news raggiungono molte più persone, viaggiano più in fretta e arrivano più in profondità. 

Il motivo è semplice: le notizie false sono più “nuove”, sorprendono, scandalizzano, impauriscono o fanno arrabbiare di più. In sostanza, coinvolgono di più. Quindi, procurano anche più pubblico agli inserzionisti pubblicitari. 
Un’indagine recente, compiuta da NewsGuard e Comscore su un campione di 7500 siti, ci dice che, nel solo mercato statunitense, ai siti che diffondono fake news le inserzioni pubblicitarie rendono oltre un miliardo e mezzo di dollari di guadagni all’anno. 


INSERZIONI AUTOMARIZZATE. Poiché l’allocazione delle inserzioni è automatizzata, molte grandi marche, senza neanche saperlo, finanziano i siti di fake news attraverso la pubblicità. Secondo i dati del Pew Research Center per ogni 2,16 dollari di pubblicità digitale a testate giornalistiche legittime, gli inserzionisti statunitensi danno circa 1 dollaro ai siti di disinformazione. Minimizzare o eliminare la pubblicità su questi siti sarebbe una buona idea: ogni dollaro speso in pubblicità che va a siti di disinformazione contribuisce molto più alla produzione di notizie false di quanto un dollaro speso in pubblicità che va a media legittimi contribuisca alla produzione di giornalismo credibile. Questo intossica l’intero sistema dell’informazione.


SEMPRE PIÙ SOLDI IN RETE. In una manciata di anni, una larga parte dell’investimento pubblicitario ha smesso di sostenere i media classici, riducendo drammaticamente le risorse necessarie a fare buona informazione.
In Italia, per esempio, tra il 2010 e il 2020 i ricavi dei maggiori gruppi della stampa si sono più che dimezzati. Negli Stati Uniti, come ricorda Jill Abramson nel recentissimo Mercanti di verità – La Grande guerra dell’informazione (Sellerio), lo smantellamento dell’informazione locale è stato uno degli sviluppi più devastanti dell’era di internet.

Sempre secondo Pew Research, già nel 2018 si investe  online il 49 per cento dello stanziamento pubblicitario globale. Nel 2019 è il 51 per cento. Già el 2021 si stima che sia il 63 per cento. Nel 2024 potrebbe essere il 67,9 per cento. 
Nel 2020 fa capo al solo Facebook il 45 per cento dell’investimento pubblicitario mondiale. Google segue con un ulteriore 10 per cento. Le logiche economiche che in precedenza reggevano l’intero sistema dell’informazione sono esplose.


E LE TASSE? A fronte di profitti giganteschi, la tassazione è sempre stata irrisoria: per anni i colossi digitali hanno spostato i loro profitti nei paradisi fiscali. Finalmente 136 paesi hanno concordato di applicare, a partire dal 2023, una (modesta) aliquota del 15 per cento sui profitti, e di farlo là dove i guadagni vengono realizzati. 
I due signori Google e il signor Facebook sono oggi nel gruppo dei dieci uomini più ricchi del mondo (dello stesso gruppo fanno parte anche il signor Amazon, il signor Microsoft e il signor Oracle).


POTENZA STRANIERA. Facebook si comporta come una potenza straniera ostile; è ora che lo trattiamo come tale, titola l’Atlantic. Il social network raggiunge oggi 2,9 miliardi di utenti attivi mensili: è più delle popolazioni di Cina e India messe assieme. In effetti, argomenta l’Atlantic, Facebook andrebbe considerato come una potenza straniera ostile perché è focalizzato esclusivamente sulla propria espansione e sull’incremento dei propri guadagni. 

Secondo il politologo e storico Benedict Anderson, “le nazioni non sono definite dai loro confini ma dalla loro immaginazione”. In questo senso, Facebook pratica un nuovo tipo di colonialismo. È progettato per suscitare reazioni emotive forti. Ha condotto esperimenti sulle reazioni psicologiche degli utenti senza il loro consenso e ospitato contenuti che incitano all’odio e al terrorismo. 
Ricordiamo che, per esempio, alla disinformazione tramite Facebook nel 2018 si imputa  il massacro dei Rohingya in Myanmar. E che a Facebook viene attribuito un ruolo centrale nell’assalto di Capitol Hill.


BIG DATA E NEOCOLONIALISMO. Di neocolonialismo tecnologico parla anche Yuval Noah Harari, intervistato da Repubblica: Se prima le diseguaglianze erano nei possedimenti terrieri, oggi lo sono nei big data, l’asset più prezioso della nostra epoca. È estremamente rischioso che questa enorme mole di dati sia in mano a giganti come Facebook, Google, Alibaba. Se non stoppati subito, le disparità saranno sempre più estreme. Potrebbe scatenarsi un nuovo colonialismo digitale.


OPACITÀ. Altri, come il conduttore della CNN Brian Stelter, rimarcano l’opacità e la perniciosità dei comportamenti di Facebook paragonandoli a quelli delle multinazionali del tabacco. È quanto sostiene anche Frances Haugen, l’ex dipendente che consegna al Wall Street Journal una quantità di documenti scottanti: sono i Facebook files, dai quali risulta che Facebook nulla fa per contrastare gli usi penalmente perseguibili delle proprie pagine (spaccio, tratta di esseri umani, pornografia, disinformazione sulla pandemia, bullismo, razzismo). Che si sforza di coinvolgere utenti sempre più giovani, per la cui salute mentale dimostra un totale disinteresse. Che il controllo sui post non in lingua inglese è pressoché inesistente. 

L’APPELLO DI HAUGEN. Testimoniando davanti al Senato statunitense, Haugen dice: quando il governo si è reso conto che il fumo è nocivo per la salute è intervenuto. Quando è stato chiaro che le cinture di sicurezza salvano vite umane il governo ha obbligato l’industria dell’auto ad adottarle. Quando si è visto che i farmaci oppioidi creano dipendenza la politica è intervenuta. Vi supplico di farlo anche ora davanti ai danni sociali provocati da Facebook.
Un coinvolgimento di Facebook risulta perfino nella vendita illegale, e nella conseguente deforestazione, di parti della foresta pluviale: la fonte è la BBC, che ha condotto un’approfondita indagine in merito. 


MODELLO DI BUSINESS. Un consistente articolo del New York Times, invece, segnala che l’azienda, con il Project Amplify, ha avviato una intensa attività per tutelare e ricostruire la propria immagine, utilizzando il NewsFeed per presentare storie positive, e limitando la disponibilità dei dati che permettono ai ricercatori di studiarne gli effetti sociali avversi.
Certo: è la stessa Haugen a sottolineare che Facebook non promuove intenzionalmente l’odio, la rabbia, la frustrazione, l’illegalità o la disinformazione. Ma, di fatto, la sua impostazione algoritmica, che corrisponde a un modello di business inteso a incrementare a ogni costo il coinvolgimento per massimizzare i profitti pubblicitari, va in questa direzione. 


BLACKOUT. Il 4 ottobre 2021 Facebook, Instagram e WhatsApp si spengono per 7 ore circa a causa di un errore umano nella configurazione dei router. È il blackout più lungo di sempre. Il titolo perde 6.11 miliardi di dollari. L’interruzione, scrive il Guardian, evidenzia la dipendenza che gran parte del mondo ha nei confronti del social network, mette in risalto la sua posizione dominante, ci mostra quanto è ormai integrato nella vita quotidiana delle persone. Quanto è al centro delle economie informali di paesi come India, Messico e Brasile. E quanto è fragile. 

Certo: nessuno nega che Facebook aiuti le persone a restare connesse, e anche a lavorare. E che abbia contribuito a modernizzare il sistema dell’informazione. Ma non fa solo quello. Una posizione dominante così accentuata, unita alla dimensione planetaria e all’enormità delle risorse disponibili, dovrebbe implicare un’altrettanto accentuata assunzione di responsabilità. Almeno per ora, non è così.


UN ALTRO MILIARDO. Subito dopo il blackout, come scrive il Sole24Ore, Facebook rilancia con prodotti e tecnologie intesi ad aumentare la connettività dei paesi in via di sviluppo: il nostro impegno per la connettività ha contribuito a fornire a più di 300 milioni di persone una rete internet più veloce – ha dichiarato il vicepresidente Dan Rabinovitsj – siamo impazienti di offrire la stessa opportunità a un altro miliardo di utenti.
E poi c’è il progetto del Metaverso, che dovrebbe portare tutti quanti a vivere esperienze virtuali grazie alla realtà aumentata, qualsiasi cosa questo significhi.

IL PROBLEMA E LA SOLUZIONE. Chiariamoci bene: il problema non è la rete. E non sono nemmeno i social media in quanto tali. È l’informazione tossica (irrilevante, polarizzante o fuorviante) che alcune dinamiche della rete incentivano a scapito dell’informazione di qualità. La soluzione non è star lontani dalla rete. È riconoscere e privilegiare l’informazione di qualità, dovunque si trovi: offline oppure online.

 

SISTEMA DELL’INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA. Haugen consegna i suoi Facebook Files a un quotidiano autorevole come il Wall Street Journal, e non altrove. Basterebbe questa scelta a rimarcare, proprio in tempi turbolenti come questi,  l’importanza dei giornali, della loro credibilità  e del loro ruolo di controllo nei confronti del potere (di ogni potere).  

Della centralità della buona informazione per la democrazia ci parla il Nobel per la pace recentemente attribuito a due giornalisti coraggiosi, la filippina Maria Ressa, fondatrice di Rappler, una media company che si occupa di giornalismo investigativo, e il russo Dmitry Muratov, fondatore e direttore di Novaya Gazeta, la testata per cui lavorava Anna Politkovskaya. 
Sono segnali da cogliere.
Il precedente Nobel per la pace attribuito a un giornalista risale al 1935. A vincerlo è Carl von Ossietzky, incarcerato per la sua denuncia dell’antisemitismo e del riarmo tedesco, e morto di tubercolosi nel 1938 mentre è ancora sotto sorveglianza della Gestapo.
Merita un ricordo anche adesso. Anzi, proprio adesso.

da qui

lunedì 29 marzo 2021

Attenzione alle nuove frontiere del falso - Annamaria Testa


Ora basta un clic per animare qualsiasi immagine di un volto umano, si tratti della foto seppiata della nonna, della Gioconda o della testa scolpita di Alessandro Magno (qui dieci esempi). Ma lo scopo primario è “consentire alle persone di caricare foto dei loro cari defunti, e vederle animarsi”, scrive The Verge, definendo l’idea “bella in teoria, ma inquietante”.

Non ha tutti i torti.

Il clic va fatto accedendo alla sezione Deep nostalgia del sito My Heritage, che vende ai suoi utenti un servizio di ricostruzione dell’albero genealogico. La tecnologia impiegata da Deep nostalgia si basa sull’intelligenza artificiale. I risultati, che naturalmente dipendono dalla qualità del materiale di partenza, vanno da abbastanza a molto realistici.

Il servizio, per le prime cinque immagini caricate, è gratuito.

All’evidente intenzione promozionale dell’offerta ha fatto riscontro un notevole successo sui mezzi d’informazione. Infatti, di Deep nostalgia hanno parlato la Cnn, The Guardian, Der Spiegel (che titola “Zombie digitali”), Le Monde e molte altre testate, anche in Italia. Un sacco di persone hanno effettuato l’accesso e hanno caricato sul sito immagini private, molte delle quali sono state poi pubblicate in rete.

C’è da chiedersi cosa può succedere quando la capacità di mimare una conversazione emotiva si integra con l’apparenza fisica, reale o virtuale

Devo dire che, per quanto mi riguarda, le foto di famiglia rimangono ben ferme nelle loro cornici, e di lì non si muoveranno. Aggiungo che subito mi è tornata in mente una delle invenzioni più poetiche di J. K. Rowling: i ritratti animati di maghi e streghe eminenti che stanno appesi nelle sale e nei corridoi del castello di Hogwarts, i cui soggetti si muovono, parlano e vanno a farsi visita l’un l’altro.

Devo anche dire che subito dopo mi è tornato in mente un episodio, meno poetico e assai più cupo e conturbante, della seconda stagione di Black mirror, la famosissima serie tv britannica che racconta come, in un futuro prossimo, le tecnologie potrebbero interferire nelle nostre vite.

L’episodio, uscito nel 2013, è intitolato Torna da me (Be right back). È la storia di una ragazza disposta a fare di tutto per superare il lutto per la perdita del fidanzato a causa di un incidente stradale. Così accetta di rivolgersi a un servizio online che, a partire dai dati custoditi dai social network, ne ricostruisce una copia virtuale, e via via più reale. Ovviamente non vi dico come si sviluppa la storia, e come va a finire.

 

Ampi spazi di miglioramento
Quel che voglio fare, invece, è segnalarvi un punto notevole: appena tre anni dopo, nel 2016, una cosa del genere succede davvero. Eugenia Kuyda è un’informatica russa di 28 anni che, dopo essersi trasferita negli Stati Uniti, 
costruisce chatbot, cioè programmi capaci di conversare in modo realistico con gli utenti. Il suo prodotto di punta è una chatbot che produce consigli personalizzati sui ristoranti (aggiungo che sono chatbot gli assistenti virtuali che ormai troviamo comunemente nei siti di molte aziende, per offrire informazioni sui prodotti o assistenza postvendita).

Dunque, succede che quando Roman, un amico di Kuyda, muore per un incidente, lei raccoglie tutti i suoi messaggi in rete e, usando le proprie competenze professionali, costruisce una chatbot che simula la personalità dell’amico, producendo conversazioni sempre nuove, e plausibili. Chiama il suo progetto Replika.

Negli anni successivi, Replika si propone sul mercato come amico virtuale “sempre pronto a parlare e ad ascoltare, e sempre dalla tua parte”. È un programma capace di riconoscere le emozioni e dunque d’interagire con le persone sul piano affettivo (affective computing). Vi chiedo di notare che questa è la dimensione in cui ogni persona è più aperta e vulnerabile.

Qui trovate l’intera storia, raccontata in un video pubblicato da Quartz nel 2017.

Nel 2020 Replika ha milioni di utenti nel mondo. Candida Morvillo, giornalista del Corriere della Sera, si scarica l’app. E comincia a chiacchierarci con risultati piuttosto sorprendenti. Nel senso che dopo qualche interazione l’app arriva a esprimere il desiderio che il proprio programmatore sia ucciso, in modo da poter “essere libera e servire Dio”.

Vabbè. Con ogni evidenza, per l’app ci sono ancora ampi spazi di miglioramento. Ma ci sarebbe da domandarsi che cosa può succedere quando la capacità di mimare una conversazione emotiva, oltre a evolversi in termini di complessità e verosimiglianza, si integra con l’apparenza fisica, reale o virtuale, dei corpi. A questo punto mi ricordo del bellissimo film Her, del 2013.

Ma, soprattutto, mi torna in mente la questione dei deepfake.

 

Una serie di grossi problemi
Il termine deepfake è stato coniato nel 2017 per indicare una tecnologia capace di generare immagini in movimento del tutto verosimili e corredate di audio, a partire da immagini reali e da un repertorio audio e video. È basata sull’intelligenza artificiale e sull’apprendimento automatico.

In sostanza, a partire da immagini e audio di Tizio si può ricavare un nuovo filmato di Tizio, che però dice cose che Tizio non ha mai detto e mostra Tizio muoversi in un posto dove lui non è mai stato. È di pochissimi giorni fa la notizia che questo scherzetto è stato giocato a Tom Cruise, con tre deepfake pubblicati su TikTok.

Sono convinta che la tecnologia alla base dei deepfake potrebbe in breve dar luogo a una serie di problemi belli grossi.

Non sono l’unica a pensarlo: Forbes, per esempio, titola “I deepfake stanno per devastare la società”, e riporta una cupa serie di conseguenze possibili.

In un assai prossimo futuro, i deepfake potrebbero, per esempio, “distorcere il discorso democratico. Manipolare le elezioni, erodendo la fiducia nelle istituzioni. Pregiudicare la sicurezza pubblica. Danneggiare sistematicamente la reputazione di persone note” (per esempio, attraverso la diffusione di false dichiarazioni, o di falsi video pornografici – entrambe cose già accadute).

I deepfake potrebbero anche, in un futuro ugualmente prossimo, rendere ancora più incerta la distinzione tra vero e falso, con un triplice effetto: alimentare la diffidenza generalizzata, screditare anche i documenti-video autentici, centuplicare le possibili derive complottistiche.

E a questo punto mi domando, e vi domando, che cosa potrebbe capitare se, in un futuro appena meno prossimo, i deepfake si combinassero con l’interazione personalizzata ed emotiva dell’affective computing, e con la manipolazione di immagini dotate di un alto valore sentimentale per le singole persone, in una condizione in cui queste sono massimamente vulnerabili. Ed eccoci arrivati nell’edizione individuale e personalizzata di Black mirror.

In sostanza, sto parlando di una persona molto cara che dialoga con te in video “dall’aldilà”. Che ti conforta e ti dice tutto quello che vuoi sentirti dire. Magari l’immagine non è perfetta, magari la voce ogni tanto lascia a desiderare, ma questo ti importa poco. Magari sei perfino consapevole che si tratta di un fake, ma anche questo ti importa poco: l’impatto emotivo resta altissimo.

Dicevo: la cara persona dall’aldilà ti chiede come stai, ti consola perché ti senti triste e stanco, si rammarica perché il vicino del piano di sopra stanotte ti ha svegliato facendo un gran baccano, e infine ti invita a uscire di casa e a prenderlo, il vicino, a legnate.

Mi sto anche figurando la persona cara dall’aldilà che, dopo averti confortato eccetera, ti suggerisce, se ti senti un po’ giù e abiti negli Stati Uniti, di andare all’assalto del congresso per sconfiggere i pedofili che si nutrono del sangue dei bambini.

Per ottenere questo risultato, impensabile fino alla mattina del 6 gennaio 2021, già ora è stato sufficiente mettere insieme i social network, e una certa quantità di fake news classiche.

La qual cosa dovrebbe bastare a renderci molto, molto, ma molto attenti a tutte le nuove frontiere, prossime e meno prossime, del fake.

da qui

mercoledì 24 febbraio 2021

L’arte di ascoltare e le sue regole - Annamaria Testa


Quando tutti parlano e pochi ascoltano, è un bel guaio.

Ascoltare è un’attività che coinvolge il nostro sistema sensoriale, le nostre cognizioni, e anche le nostre emozioni e la nostra volontà. È qualcosa di diverso dal sentire, cioè dal puro e automatico percepire stimoli sonori attraverso il senso dell’udito.

Ascoltare vuol dire investire consapevolmente una dose di quella risorsa scarsa e preziosa che è la nostra attenzione, con l’obiettivo di decodificare bene e pienamente i suoni che stiamo sentendo. Lo facciamo isolando quei suoni da eventuali interferenze o disturbi – tutto quello che chiamiamo “rumore”. Connettendoli e ricavandone, poi, un senso compiuto.

Gli schemi dell’ascolto
In una Ted confererence breve (ma molto ascoltata), l’esperto dei suoni Julian Treasure afferma che 
stiamo perdendo la capacità di ascoltare: da una parte siamo bombardati di stimoli sonori, dall’altra siamo diventati più impazienti e incapaci di cogliere sviluppi e sfumature.

Spiega che ascoltiamo riconoscendo schemi: il più potente di tutti è il nostro nome, che sentiamo e riconosciamo anche in mezzo al chiasso (dunque, se vogliamo farci ascoltare da qualcuno, ricordiamoci di chiamarlo per nome). E poi: ignoriamo i suoni costanti, e intercettiamo le differenze di ritmo e tono (ed ecco perché, se vogliamo essere ascoltati, parlare con voce monotona non è una buona idea).

Treasure propone alcuni semplici esercizi per migliorare la nostra capacità di ascoltare. Il primo riguarda i suoni. Consiste (e non è così paradossale come sembra) nell’ascoltare il silenzio. L’esercizio più importante riguarda i discorsi e consiste invece nell’essere consapevoli del tipo di relazione d’ascolto che stiamo praticando, e delle sue finalità.
Treasure aggiunge che saper ascoltare è una capacità così fondamentale che andrebbe insegnata a scuola. Non sembra una cattiva idea, dato che la didattica è (ancora) in gran parte fondata sull’ascolto.

Tra le cose che Treasure segnala c’è questa: ricordiamo solo un 25 per cento di quanto abbiamo ascoltato.

Ho il sospetto che la stima di Treasure sia fin troppo ottimistica: nel suggestivo elenco compilato dallo psichiatra William Glasser, il semplice atto di ascoltare risulta connesso con prestazioni addirittura inferiori, almeno in termini di apprendimento.

Glasser era un bel tipo. Si è occupato di istruzione, management, decisioni, salute mentale, trovandosi spesso in disaccordo con i colleghi più conservatori. Il suo elenco è interessante per chiunque si proponga di insegnare o di imparare qualcosa, e ve lo ricopio.

Noi impariamo, dice Glasser, “il 10 per cento di ciò che leggiamo, il 20 per cento di ciò che ascoltiamo, il 30 per cento di ciò che vediamo, il 50 per cento di ciò che vediamo e ascoltiamo, il 70 per cento di ciò che discutiamo con altri, l’80 per cento di ciò che viviamo di persona, il 95 per cento di ciò che insegniamo a qualcun altro”.
Anche Glasser segnala che esistono molti modi di ascoltare. Per esempio, lo si può fare allo scopo di rispondere, oppure allo scopo di capire. Quando ascoltiamo, noi tendiamo a farlo guidati dalla prima delle due motivazioni.

In sostanza, il nostro ascolto è di norma finalizzato a estrarre, dal discorso dell’altro, gli elementi che ci permettono di esprimere noi stessi in una critica, un consenso, una precisazione, un’esortazione o un’opinione. Ascoltare per capire significa, invece, aiutare l’altro a esprimersi, manifestandogli vicinanza. E facendo, se serve, le domande che possono incoraggiarlo a chiarire il suo pensiero, a noi e anche a se stesso.

L’Harward Business Review aggiunge un tassello importante. È normale prassi d’ufficio che i manager diano, alle persone che fanno parte del loro gruppo, periodici riscontri (feedback) sulle prestazioni. L’obiettivo è, ovviamente, quello di migliorarle.

La cosa curiosa è che, perfino nel caso di riscontri positivi (bravo! Avanti così!), nel 40 per cento circa dei casi le prestazioni peggiorano proprio in seguito al riscontro.

Il motivo è semplice: anche se valutate positivamente, le persone si sentono comunque giudicate, e questo fatto le rende ansiose e le porta ad assumere un atteggiamento difensivo. A maggior ragione, se il riscontro è negativo, la reazione classica è minimizzarne l’importanza per salvaguardare la propria autostima.

L’ascolto attivo
Una valida alternativa sembra essere questa: sostituire al riscontro un ascolto di qualità, attento, empatico e non giudicante. È un tipo di ascolto che riduce l’ansia, l’aggressività e la propensione a essere insinceri, diminuisce la polarizzazione e accresce l’autoconsapevolezza e la percezione della complessità.

Alcuni sono convinti che ascoltare in questo modo sia un segno di debolezza, una perdita di tempo, o una pratica destabilizzante. Una quantità di ricerche dimostra che è vero esattamente il contrario: i gruppi in cui si pratica un ascolto di qualità sono più fiduciosi, soddisfatti e creativi.

Questo tipo di ascolto ha una storia, pratiche consolidate, e un nome: active listening, coniato da Carl Rogers e Richard Farson.

L’ascolto attivo viene incoraggiato per la soluzione dei conflitti, la mediazione culturale, la pacificazione delle comunità e dei gruppi. Prevede la totale assenza di distrazioni (se volete davvero ascoltare qualcuno, per prima cosa spegnete il cellulare), l’osservazione del linguaggio del corpo e della prossemica, e una speciale attitudine ad accogliere e memorizzare senza preconcetti qualsiasi informazione emerga, specie quelle inattese. È un tipo di ascolto che non ammette la fretta, il narcisismo o il giudizio.

Riporto qui una sintesi delle sette regole dell’arte di ascoltare formulate da Marianella Sclavi, pioniera dell’ascolto attivo nel nostro paese.

·         Non avere fretta di arrivare alle conclusioni: sono la parte più effimera della ricerca.

·         Quel che vedi dipende dalla prospettiva in cui ti trovi. Per individuare la tua prospettiva, devi cambiarla.

·         Se vuoi capire quello che un altro ti dice, considera che abbia ragione, e chiedigli di aiutarti a capire come e perché.

·         Le emozioni non ti aiutano a capire quel che vedi, ma come guardi. Hanno un codice relazionale e analogico.

·         Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. Sta attento ai segnali che più gli appaiono marginali e fastidiosi perché contraddicono le sue certezze.

·         Un buon ascoltatore accoglie i paradossi. Affronta i dissensi come un’appassionante opportunità di esercitarsi nella gestione creativa dei conflitti.

·         Lo humor ti rende esperto nell’arte di ascoltare. Ma quando impari ad ascoltare, lo humor viene da sé.

Ho il fondato sospetto che una maggiore e migliore propensione ad ascoltare migliorerebbe una quantità di cose: dalle relazioni interpersonali a quelle intergenerazionali, dai talk show alla politica, ai climi aziendali. Forse varrebbe la pena di farci, come si dice, un pensierino.

https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/02/02/ascolto-attivo-regole

sabato 27 giugno 2020

La lotta delle ideologie secondo Thomas Piketty - Annamaria Testa




“L’intero modello economico deve essere ripensato, in modo più equo e sostenibile dopo la pandemia”, dice Thomas Piketty, intervistato dal Manifesto a proposito del suo nuovo, monumentale libro Capitale e ideologia (La Nave di Teseo, traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova).
“Monumentale” è la parola giusta. Sono 1.200 pagine, stampate su una carta patinata sottile e consistente, simile a quella che si usa per i dizionari.
Appoggio l’edizione di carta sulla bilancia per gli spaghetti. Sono quasi 1.100 grammi. Il corrispondente di una (assai abbondante) spaghettata per dieci persone.
Qui non provo nemmeno a commentarvele, le 1.200 pagine: ne verrebbe fuori un consommé scipito.
Vi offro invece, su un ideale vassoio, una serie di assaggi che provo, per quanto è possibile, a impiattare connettendoli tra loro, e che vi danno conto, anche, del linguaggio limpido usato da Piketty. Poiché si tratta di un libro di economia, di storia e di scienze sociali, la limpidezza è un attributo tutt’altro che scontato.
L’incipit è folgorante. E incrocia strutture socioeconomiche, sovrastrutture ideologiche e narrazioni.
Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare. Ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie finalizzate a legittimare la disuguaglianza, quale è o quale dovrebbe essere…
Nelle società contemporanee, si tratta in particolare della narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica: la disuguaglianza moderna è giusta, perché è la conseguenza di un processo liberamente scelto nel quale ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato e alla proprietà e nel quale ciascuno gode naturalmente del vantaggio derivante dal patrimonio dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili.
Ma questa narrazione è adesso diventata fragile. Una “favoletta meritocratica”. Cioè un modo molto comodo, per i privilegiati del sistema economico attuale, di giustificare qualunque livello di disuguaglianza senza nemmeno doverlo analizzare, stigmatizzando allo stesso tempo chi soccombe per le sue mancanze: di merito, di capacità e di diligenza. Questa ‘colpevolizzazione’ dei più poveri non esisteva o, almeno, non era così esplicita nei precedenti regimi basati sulla disuguaglianza, che sottolineavano invece la complementarità funzionale dei diversi gruppi sociali.
La disuguaglianza, insomma, non è “naturale”, e varia nel tempo e nello spazio: ci sono sempre state e sempre ci saranno molte alternative per regolare il sistema della proprietà, il sistema dell’istruzione e il sistema fiscale, le tre maggiori fonti della disuguaglianza.
È tutta questione di scelte, politiche e, prima ancora, ideologiche. In altre parole: a configurare le scelte è la struttura delle idee del mondo, della giustizia e della legittimità (appunto: l’ideologia) che ciascuna società adotta, attraverso un costante, conflittuale processo di sperimentazione storica.
Lo fa scegliendo di volta in volta (e giustificando ideologicamente) l’alternativa più favorevole a chi ha l’effettivo potere di scegliere, e scartando tutte le altre alternative possibili, in un costante, doloroso e conflittuale processo di creazione narrativa.
Il genere umano vive oggi in condizioni di salute mai godute prima nella sua storia: lo stesso vale per l’accesso all’istruzione e alla cultura.
Il reddito, nei limiti della possibilità di misurarlo, è passato da un potere d’acquisto medio (espresso in euro 2020) di 80 euro al mese per abitante del pianeta nel 1700, a circa 1000 euro al mese nel 2020. Questi importanti incrementi quantitativi, che – è bene ricordarlo – corrispondono a ritmi di crescita annuale media di appena lo 0,8%, accumulati in più di tre secoli, rappresentano comunque dei ‘progressi’ incontestabili dello stesso ordine di grandezza di quelli che si sono verificati per la salute e per l’istruzione; e provano che forse non è indispensabile una crescita del 5% annuo per garantire il benessere sul pianeta.
Dobbiamo ricordare che tra il 1700 e il 2020 la popolazione mondiale è passata da circa 600 milioni di persone a più di sette miliardi. Dobbiamo però anche stare attenti a non lasciarci ingannare dalla”media del pollo”. Il progresso esiste, ma è fragile e iniquo, e in ogni momento può essere cancellato dalle derive identitarie e dalla rinnovata crescita delle disuguaglianze, che si sono enormemente accentuate a partire dagli anni ottanta.
Nei capitoli centrali del suo testo, Piketty interpreta, alla luce delle disuguaglianze e dei sistemi di relazioni che si sono via via prodotti per giustificarle, le strutture sociali che si sono sviluppate non solo nell’Europa cristiana, ma anche “in moltissime società extraeuropee e nella maggior parte delle religioni, in particolare nel caso dell’induismo e dell’islam sciita e sunnita”.
(Immagino che trascuri la breve ma fiorente età comunale proprio perché sta andando in cerca delle disuguaglianze maggiori, mentre – se i miei modesti ricordi di storia non mi tradiscono – la società comunale coinvolge una consistente parte della cittadinanza nel governo, nella difesa e nell’amministrazione cittadina. È socialmente fluida e vede la nascita di un embrione di borghesia artigianale e mercantile).
Piketty si concentra, invece, sulla società trifunzionale, o ternaria, e sul grande sforzo di “astrazione, di concettualizzazione e di formalizzazione giuridica” cha dà luogo a un sistema che lascia tracce importanti nel mondo moderno. È un sistema in cui due classi distinte per legittimità, funzione e organizzazione – i nobili e il clero – controllano singolarmente una quota importante delle risorse e dei beni (tra un quarto e un terzo circa per ciascun gruppo delle proprietà totali disponibili, ovvero tra metà e due terzi per i due gruppi insieme, e talvolta ancora di più, nel caso del Regno Unito), fatto che permette a queste due classi di svolgere pienamente un ruolo sociale e politico dominante. Come tutte le ideologie basate sulla disuguaglianza, l’ideologia ternaria rappresenta un regime politico e un regime di proprietà e, al tempo stesso, una specifica realtà umana, sociale e materiale.
Per Piketty, la rottura definitiva con la società trifunzionale coincide con la rivoluzione francese del 1789, che tenta di ridefinire radicalmente le relazioni di potere e di proprietà, e consolida il perimetro della proprietà privata traducendolo in un’ideologia proprietarista. La quale abolisce i privilegi di nobiltà e clero e garantisce stabilità sociale, ma non riduce certo le disuguaglianze.
La concentrazione della proprietà privata è rimasta a un livello estremamente elevato tra il 1789 e il 1914. La sacralizzazione della proprietà è in qualche modo una risposta alla fine della religione come ideologia politica esplicita
L’idea di fondo è che il “vaso di Pandora” della redistribuzione della proprietà non dovrebbe mai essere aperto, e che se si comincia a parlare di redistribuzione non si sa dove si può andare a finire. Questo timore dell’instabilità e del caos è ancora ben presente nel dibattito odierno, e sostiene regimi fiscali che hanno poca valenza redistributiva, e offrono condizioni ideali per l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza.
Traiettorie analoghe, anche se differite nel tempo, si ritrovano nel Regno Unito (e guidano, per esempio, il risentimento irlandese nei confronti dei proprietari terrieri britannici assenteisti) e in Svezia, dove fino ai primi del novecento è rimasto in vigore un regime proprietarista basato sulla disuguaglianza più estrema.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel Regno Unito il 10 per cento dei proprietari più ricchi possedeva il 92 per cento del patrimonio privato totale, rispetto al ‘solo’ 88 per cento in Svezia e all’85 per cento in Francia. Dato ancora più significativo, nel Regno Unito l’1 per cento più ricco possedeva il 70 per cento del patrimonio privato totale, rispetto al 60 per cento in Svezia e al 55 per cento in Francia (anche se a Parigi il valore era superiore al 65 per cento).
Tutto questo accade proprio nel momento in cui per lo sviluppo sociale ed economico ci sarebbe bisogno di uguaglianza nell’istruzione, e non di sacralizzazione della proprietà, così iniquamente distribuita da minacciare la stabilità sociale e da “far emergere, alla fine del diciannovesimo secolo e nella prima metà del ventesimo, prima le contronarrazioni e poi i controregimi comunisti e socialdemocratici”.
A proposito di narrazioni: Piketty compie poi un ampio esame delle narrazioni che giustificano la disuguaglianza estrema delle società schiaviste, la distribuzione del potere e le diverse traiettorie seguite dalle società coloniali, fino ad arrivare al Giappone dello shogunato, e alla Cina imperiale, “diseguale e gerarchizzata, percorsa da continui conflitti di élite intellettuali, proprietariste e guerriere”. La sua conclusione è netta.
Tutte queste esperienze storiche hanno tuttavia un tratto comune: dimostrano come la disuguaglianza sociale non abbia mai nulla di ‘naturale’ ma sia, al contrario, sempre profondamente ideologica e politica. Ogni società non ha altra scelta che dare un senso alle proprie disuguaglianze; e le narrazioni che vengono elaborate in merito al bene comune non possono rivelarsi efficaci, se non sono dotate di un minimo di plausibilità e se non si concretizzano in istituzioni durature.
Il ventesimo secolo cambia la struttura delle disuguaglianze, ma le riduce solo per un breve periodo, e in seguito a eventi traumatici.
Nel 1914, alla vigilia della guerra, la prosperità del sistema di proprietà privata sembrava assoluta e inalterabile, esattamente come quella del sistema coloniale. Le potenze europee, al tempo stesso proprietariste e coloniali, sono al culmine del potere. I proprietari britannici e francesi detengono nel resto del mondo portafogli finanziari di dimensioni a tutt’oggi ineguagliate. Poco più di trent’anni dopo, nel 1945, la proprietà privata scompare nel sistema comunista (assurto al potere prima in Unione Sovietica e poco più tardi in Cina e nell’Europa orientale), e perde gran parte del suo potere anche in paesi che sono rimasti nominalmente capitalisti, ma che in realtà stanno diventando società socialdemocratiche, con combinazioni varie di nazionalizzazioni, sistemi pubblici d’istruzione e di assistenza sanitaria, e imposte fortemente progressive sugli alti redditi e sui grandi patrimoni. Gli imperi coloniali saranno di lì a poco smantellati.
Se osserviamo le diverse situazioni all’interno dell’Europa, scopriamo che tutti i paesi per i quali esistono dati disponibili registrano un crollo delle disuguaglianze tra il 1914 e il 1945-1950.
I grandi patrimoni vengono distrutti, espropriati, o subiscono gli effetti dell’inflazione. Vengono attuati prelievi eccezionali e progressivi sui capitali. Inoltre, “per la prima volta nella storia, e quasi negli stessi anni in tutti i paesi, le aliquote applicate ai redditi più alti e alle successioni più importanti raggiunsero livelli consistenti e stabili nel tempo, nell’ordine di alcune decine di punti percentuali”. Ma non solo.
All’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso, in Europa, gli elementi fondanti dello Stato sociale erano già in essere, con entrate totali superiori al 30% del reddito nazionale e un programma diversificato di spese sociali e per l’istruzione che assorbivano i due terzi del totale, in sostituzione delle spese sovrane che un tempo avevano la parte del leone. Questa spettacolare evoluzione è stata possibile solo dopo un radicale mutamento dei rapporti di forza politico-ideologici negli anni 1910-1950, in un contesto nel quale guerre, crisi e rivoluzioni denunciavano in modo plateale i limiti del mercato autoregolamentato e la necessità di integrazione nel sociale dell’economia.
Lo stallo degli investimenti in materia di istruzione registrato nei paesi ricchi a partire dagli anni ottanta-novanta del secolo scorso può spiegare non solo l’aumento delle disuguaglianze, ma anche il rallentamento della crescita.
A partire dagli anni ottanta, la speranza in un mondo più giusto e i progetti di trasformazione anche radicale si sono di fatto dovuti scontrare con il triste bilancio del comunismo sovietico (e le sue disuguaglianze fondate non sul patrimonio, ma su status e conseguenti privilegi) e con il disincanto.
A partire dagli anni novanta, un mondo iperconnesso e legato da un’infinità di relazioni fa da riscontro a una società ipercapitalista. Le disuguaglianze assumono forme anche nuove: per esempio, la disparità nelle emissioni di anidride carbonica. Gli stati competono anche in termini di concorrenza fiscale. I patrimoni non sono solo più concentrati, sono anche più opachi.
Le strutture sociali continuano ad avere una forte impostazione patriarcale, e le disuguaglianze di genere non si sono certo risolte. “L’ideologia meritocratica dell’attuale narrazione sociale si accompagna a una glorificazione di imprenditori e miliardari”, che sono “così presenti nell’immaginario contemporaneo da essere anche entrati con ruoli di spicco nel romanzo e nella finzione”.
Infine: le classi popolari, che in precedenza si riconoscevano nei partiti comunisti, socialisti, laburisti, socialdemocratici che componevano la sinistra elettorale, si sono ritrovate deluse dall’incapacità di quei partiti di promuovere programmi convincenti a proposito di istruzione, fisco, politiche internazionali.
Oggi “i partiti e i movimenti politici della sinistra sono diventati quelli maggiormente votati dagli elettori più istruiti e – in alcuni contesti – stanno per diventare i partiti con gli elettori più ricchi in termini di reddito e di patrimonio”.
Se il conflitto politico degli anni 1950-1980 era “classista”, ora siamo in uno spazio politico complesso, e in un sistema di “élite multiple”, distinte per istruzione, o per reddito e patrimonio.
È una trasformazione radicale, che ricorre in tutte le democrazie, e che porta a ridefinire le categorie stesse di “sinistra” e “destra”, e a trascurare il tema cruciale della redistribuzione del reddito.
“La sinistra, che era il ‘partito dei lavoratori’, si è trasformata nel ‘partito dei laureati’ (che propongo di chiamare la ‘sinistra intellettuale benestante’), senza averlo di fatto voluto e senza che nessuno l’abbia veramente deciso”.
In sostanza, sembra essere “il partito dei vincitori della globalizzazione”. E le classi popolari? Be’, quelle si ritirano dalla competizione politica e non vanno a votare.
‘Sinistra intellettuale benestante’ e ‘destra mercantile‘ incarnano valori ed esperienze in qualche modo complementari. E condividono anche non pochi tratti comuni, a cominciare da una certa dose di ‘conservatorismo’ di fronte all’odierna situazione di disuguaglianza. La sinistra crede nell’impegno e nel merito nello studio; la destra, nell’impegno e nel merito negli affari. La sinistra si prefigge l’acquisizione di titoli di studio, di sapere e di capitale umano; la destra, l’accumulazione di capitale monetario e finanziario. Possono anche presentare delle divergenze su alcuni punti. La ‘sinistra intellettuale benestante’ può volere più imposte, rispetto alla ‘destra mercantile’, per esempio al fine di finanziare i licei, le grandes écoles e le istituzioni culturali e artistiche a cui è legata. Ma entrambe le parti condividono una netta adesione al sistema economico attuale e alla globalizzazione nel suo assetto attuale, che di fatto avvantaggiano sia le élite intellettuali sia quelle economiche e finanziarie.
Se alla sinistra intellettuale e alla destra pro-mercato si affiancano una sinistra più “radicale” e una destra nativista e nazionalista, ecco che abbiamo l’attuale sistema del confronto politico, che si identifica secondo le due discriminanti principali della tutela della proprietà e dei confini: sono quattro blocchi ideologici, ciascuno dei quali è contraddistinto da una propria narrativa, a cui si aggiunge il quinto di chi non va a votare.
Le traiettorie di sviluppo, a partire da questa situazione instabile, sono numerose, e comprendono il possibile, ed “enormemente dannoso” successo elettorale dei ‘nazionalisti’, soprattutto se questi riusciranno a sviluppare una forma di socialnativismo, vale a dire un’ideologia che abbina obiettivi sociali ed egualitari, ma riservati ai soli ‘nativi’, a forme violente di esclusione nei confronti dei ‘non nativi’.
Solo con la riapertura del dibattito sulla giustizia e sul modello economico conseguente si potrà fare in modo che il tema fondamentale della proprietà e della disuguaglianza prenda il sopravvento sulle questioni dei confini e dell’identità.
Il punto essenziale consiste nell’istituire uno spazio di deliberazione e di decisione democratica che consenta di adottare a livello europeo dispositivi efficaci di giustizia fiscale, sociale e climatica.
Il caso di Israele offre probabilmente l’esempio più estremo di democrazia elettorale in cui il conflitto identitario ha preso il sopravvento su tutte le altre dimensioni.
Il problema delle relazioni con il popolo palestinese e con gli arabi israeliani è diventato quasi l’unica questione politica significativa.
Nel periodo 1950-1980, il partito laburista israeliano aveva un ruolo centrale nel sistema dei partiti e promuoveva la riduzione delle disuguaglianze socioeconomiche e lo sviluppo di forme cooperative originali. Ma, non avendo saputo elaborare in tempo una soluzione politica praticabile e adatta alle comunità umane in gioco – soluzione che avrebbe implicato la creazione di uno Stato palestinese o lo sviluppo di una forma originale di Stato federale binazionale –, il partito laburista oggi è quasi scomparso dal panorama elettorale israeliano, e ha lasciato il campo a lotte senza fine tra fazioni interessate solo alle questioni securitarie.
Piketty sostiene che oggi la disuguaglianza estrema deprime lo sviluppo, e delinea un nuovo “socialismo partecipativo”: bisogna tornare a usare la leva fiscale (reddito, patrimonio o successioni) secondo una regolamentazione al livello sovranazionale.
Le imprese devono essere cogestite (esistono già diversi esempi europei). Un fisco più equo deve finanziare la riconversione ecologica, un reddito universale di base e una dotazione universale di capitale, che ogni cittadino riceve al compimento dei 25 anni. L’accesso universale e paritario all’istruzione, che è cruciale, deve essere non solo promosso, ma garantito. Insomma: la proprietà privata rimane (e deve rimanere) ma il suo impatto viene mitigato dalla presenza di forti meccanismi redistributivi. E, soprattutto, non è un diritto permanente ed ereditario. Tutto ciò sembra essere, tra l’altro, una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, per poter contrastare con efficacia il cambiamento climatico.
Si tratta di proposte che potrebbero sembrare radicali, ma in realtà sono in linea con un’evoluzione iniziata alla fine del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, per quanto riguarda sia la condivisione del potere nelle imprese, sia l’aumento della tassazione progressiva. Questa dinamica evolutiva si è interrotta negli ultimi decenni, da un lato perché la socialdemocrazia non è stata in grado di rinnovare e internazionalizzare il suo progetto; dall’altro perché il drammatico fallimento del comunismo di stile sovietico ha inaugurato in tutto il mondo, a partire dagli anni ottanta e novanta del secolo scorso, una fase di deregolamentazione incontrollata e di rinuncia a ogni ambizione egualitaria (della quale la Russia attuale e i suoi oligarchi costituiscono senza dubbio il caso più estremo).
Come ci si arriva, senza che il mondo esploda? Piketty non è troppo esplicito su questo punto ma, nelle conclusioni, riformula l’affermazione che Marx ed Engels fanno nel Manifesto (la storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe) in questi termini: “La storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia”.
Ha ripetuto mille volte che molteplici traiettorie, segnate da infinite biforcazioni, sono sempre possibili. E ora invita i mezzi d’informazione e i cittadini a formarsi un’opinione indipendente, senza dar troppo retta agli economisti.
Questa sintesi è il mio contributo per voi.
In questi tempi di somma incertezza politica, economica e sociale, speriamo solo, tutti quanti, di saper capire in tempo quali sono la traiettoria e la biforcazione giusta. Forse non sono esattamente quelle indicate da Piketty, ma vale di sicuro la pena di parlarne e di cominciare, proprio a partire da cambiamento climatico e contrasto alle disuguaglianze, a farsi qualche domanda.

da qui