«Potrei dirvi le cose più stupide e voi applaudireste». Donald Trump lo ha detto sabato scorso, durante un comizio in Tennessee, e i suoi sostenitori hanno applaudito. Una scena perfetta. Il presidente dell’ex principale democrazia occidentale che spiega ai suoi stessi elettori quanto siano coglioni, ricevendone un caloroso applauso a conferma.
Era una battuta? No, il soggetto è abbastanza cinico e
malvagio da non temere di perdere consensi anche offendendo i suoi elettori,
che comunque sapevano chi votavano: non è che Trump sia diventato soltanto oggi
il personaggio meschino e arrogante che è. Ma è proprio questo il bello: il
livello della comunicazione ha da tempo rotto l’argine del ridicolo,
depotenziandolo da errore ad aspettativa di una gag ancora più demenziale e virale.
Della demenza trumpiana si è scritto molto, ma qui il
problema è un altro. Nemmeno la stupidità degli elettori è il fattore
scatenante. Il primo fattore, ormai noto, è che alla valutazione delle idee si
è sostituito il riconoscimento di chi le enuncia. Una dichiarazione diventa
condivisibile non perché sia fondata, ma perché proviene da «quella» persona.
Trump fa Trump: se improvvisamente dicesse una cosa intelligente e sensata
probabilmente perderebbe consensi. Ma anche questo ormai è il passato.
Berlusconi aveva capito che un partito poteva
funzionare come un marchio commerciale, Grillo che l’indignazione sostituiva un
programma, Salvini che una dichiarazione al giorno permetteva di occupare il
dibattito pubblico senza risolvere il problema evocato. Meloni trasforma anche
le retromarce politiche in prove di responsabilità. Renzi aveva venduto la
velocità delle decisioni come garanzia della loro bontà. Esperienze diverse, ma
accomunate dalla stessa intuizione: se riesci a convincere il pubblico che la
tua persona è la garanzia, puoi permetterti di cambiare il prodotto senza
perdere necessariamente i clienti.
E anche chi si proclama avversario di questa politica
ne ha adottato il linguaggio. La comunicazione progressista denuncia la
manipolazione degli elettori e contemporaneamente cerca lo slogan più efficace,
la polemica più redditizia, la frase capace di ottenere il maggior numero di
condivisioni. Il giornalismo completa l’opera, trasformando qualsiasi
dichiarazione in uno scontro epocale, possibilmente corredato da un titolo che
permetta al lettore di indignarsi senza affrontare il fastidio di conoscere i
fatti. Le reazioni non sono prese di posizione sul messaggio, basato sul nulla,
ma il messaggio stesso.
Ma queste analisi, trite e ritrite da anni, evitano di
guardare in faccia la realtà. Gli elettori, in maggior parte, non credono
davvero a tutte le sciocchezze che applaudono: sanno di essere presi in giro.
Riconoscono la menzogna e la difendono, accettano consapevolmente le regole
dell’inganno, purché a beneficiarne sia la propria parte. La verità non viene
negata perché sconosciuta, ma perché politicamente sconveniente per le
conseguenze che implica.
È il motivo per cui le campagne costruite per
smascherare le bugie dei politici ottengono risultati modesti. E così anche le
inchieste giornalistiche. Si continua a denunciare ciò che una parte degli
elettori sa già benissimo. Si presume che dimostrare una contraddizione basti a
provocare indignazione, quando quella stessa contraddizione può essere considerata
un prezzo accettabile. Per vedere sconfitto l’avversario, nel migliore dei
casi; per partecipare alla spartizione del bottino, in quello più probabile. Il
controllo dei fatti rimane indispensabile, naturalmente, ma non può risolvere
da solo un problema che non nasce necessariamente dall’ignoranza dei fatti.
Una parte dell’opposizione immagina il proprio compito
come una paziente opera di smascheramento, senza interrogarsi abbastanza sulle
ragioni per cui una persona dovrebbe preferire una verità politicamente scomoda
a una menzogna che protegge la sua appartenenza. Perché la menzogna, in
politica, non serve soltanto a nascondere qualcosa. Serve a tenere insieme un
gruppo, a stabilire chi ne fa parte e chi no. Difenderla diventa allora una
dimostrazione di lealtà.
La delusione effettiva dell’elettore medio, quella che
lo spinge a cambiare il destinatario del suo voto, è di essere escluso dalla
spartizione. Raramente la lealtà sopravvive alla delusione materiale. Gli
elettori riconoscono bene i propri interessi. Bisogna piuttosto chiedersi come
sia possibile che il riconoscimento simbolico finisca talvolta per compensare
l’assenza di risultati concreti. Se Trump e Meloni perderanno le elezioni non
sarà perché sono due populisti cinici e incuranti della povertà e della morte
che producono, il primo sparando direttamente per le strade, la seconda facendo
affogare i migranti in mare.
Per questo, quando si dice che la sinistra ormai è
quella della ZTL, ovvero quella che risiede in quartieri che con le classi sociali
originariamente sostenute dalla sinistra non hanno più nulla a che fare, si sta
dicendo che la materialità della proposta politica di quella roba che ancora
definiamo nominalmente sinistra non ha nulla a che fare con i ceti meno
abbienti. E siccome chi sta meglio è sempre meno numeroso di chi sta peggio —
che detta così è una volgarizzazione di censimenti e ricerche sociologiche che
confermano in termini più autorevoli e nobili queste parole rozze — la
cosiddetta sinistra perderà sempre più terreno proprio perché numericamente
meno consistente nella popolazione a cui si rivolge.
Ecco perché Trump, Meloni, Salvini, Schlein, Conte e
Fratoianni-Bonelli possono raccontare balle impunemente. L’elettorato non si
aspetta più, da molto tempo, che dicano la verità. L’elettorato ha creduto che
tagliando le pensioni ai parlamentari e riducendo il numero dei parlamentari
stessi si potessero sanare i bilanci italiani. Bastava fare due conti prima per
sapere che era falso.
Così come, se ci prendessimo davvero la briga di fare
due conti, sapremmo con matematica certezza che la giusta richiesta di ridurre
le spese militari e per gli armamenti, che viene contrapposta a ogni carenza
del welfare, è una bugia propagandistica, perché, se per paradosso persino le
eliminassimo del tutto, ci ritroveremmo comunque con i buchi nel welfare, in
quanto il risparmio da solo non basterebbe a coprire la spesa sociale
richiesta. Al netto del fatto che, quando il centrosinistra governa, e ha
governato anche a lungo, non la riduce comunque, quella spesa di morte.
Ecco perché il potere, come nel caso di Trump da cui
siamo partiti, può permettersi di insultare i suoi elettori senza temere
ricadute nell’urna. Del «vero» non importa nulla a nessuno. Il «vero» è uscito
dal dibattito da vent’anni a questa parte. La dicotomia attuale è merce
cara/merce a buon prezzo.
L’elettore non sta acquistando una soluzione ai
problemi collettivi, ma un vantaggio individuale, anche minimo, in un contesto
nel quale non crede più possibile ottenere una trasformazione generale delle
proprie condizioni. La politica delle «mancette» non prospera necessariamente
perché gli elettori sono ingannati, ma perché hanno smesso di aspettarsi
qualcosa di più.
Chi vende merce al prezzo più basso vince, anche se
guadagna per sé cifre enormi. La politica delle «mancette» attraversa ormai
destra e sinistra, mentre la comunicazione politica e giornalistica ne ha
assimilato perfettamente la logica. Non si tratta più di convincere qualcuno
che domani vivrà meglio, ma di persuaderlo che oggi gli conviene accontentarsi.
E forse la più grande vittoria di questo sistema non è aver insegnato ai
politici a mentire impunemente, ma aver convinto gli elettori che pretendere
qualcosa di più sia diventato irragionevole. Applauso.
Nessun commento:
Posta un commento