mercoledì 28 ottobre 2026

La mano invisibile con il manganello - Lavinia Marchetti

 

Il neoliberismo, la violenza, la guerra, la povertà e poi... noi!

Non so a voi, ma a me piacerebbe vivere in una società dove i giornali, le TV e i social si domandassero in continuazione:

da quando noi, come società, abbiamo cominciato a considerare un ragazzo che protesta per la propria istruzione un pericolo abbastanza grave da affrontare con armi capaci di mutilarlo?

La risposta, temo, richiede di risalire parecchio indietro, fin troppo per un articolo. Dovremmo risalire fino alle origini di quel neoliberismo che per decenni ci è stato presentato come la massima espressione della libertà individuale e della prosperità democratica. Un sistema capace di attribuire alla ricchezza privata un valore politico crescente e totalizzante e che ha reso le richieste di giustizia sociale un’intrusione indebita negli affari dell’economia.

DEL RESTO, QUALE LIBERTÀ? E SOPRATTUTTO, PER CHI?

Il capitalismo ha saputo convivere con forme politiche assai differenti. La democrazia parlamentare gli ha offerto una considerevole legittimazione, consentendo alle classi proprietarie di conservare ampi margini di influenza sulle decisioni pubbliche. Le grandi conquiste sociali del Novecento hanno tuttavia imposto limiti concreti all’accumulazione privata. Non scordiamoci, tra l’altro, che il blocco sovietico, piaccia o meno, faceva da contraltare ideologico all’erosione dei diritti. Il comunismo, più il suo spauracchio che il comunismo reale, agitava non poco l’altra parte del privilegio che comunque, anche per questo, scendeva a compromessi. Sindacati, organizzazioni dei lavoratori e movimenti popolari hanno ottenuto salari migliori, tutele e servizi pubblici attraverso conflitti spesso durissimi. Lo Stato sociale europeo è nato anche da quelle lotte, dalla paura che le classi dirigenti nutrivano nei confronti di una popolazione organizzata e capace di contendere loro il comando.

Per un certo tempo il compromesso ha retto. Poi una parte influente del pensiero economico e politico ha cominciato a lavorare per ridimensionarlo.

Le origini intellettuali del neoliberismo precedono di diversi decenni Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Nel 1938, al Colloque Walter Lippmann di Parigi, economisti e filosofi discutono la rifondazione del liberalismo. Nel 1947 Friedrich von Hayek promuove la nascita della Mont Pelerin Society, riunendo studiosi preoccupati dall’espansione dell’intervento pubblico e dall’influenza politica del socialismo. Le posizioni dei partecipanti erano differenti, talvolta inconciliabili. Condividevano tuttavia l’intenzione di riconsiderare il rapporto fra mercato e Stato, anche alla luce delle trasformazioni prodotte dalle organizzazioni operaie e dalle politiche sociali.

Il punto decisivo riguarda il potere di decidere. Fino a quale limite una maggioranza democratica può intervenire sui rapporti di proprietà? Può stabilire che un bene essenziale debba essere sottratto alla speculazione? Può subordinare gli interessi degli investitori a quelli di una comunità?

La storia successiva del neoliberismo mostra quanto queste domande siano state importanti per i suoi teorici e per coloro che ne hanno sostenuto l’affermazione politica. Lo storico Quinn Slobodian ha ricostruito il lavoro intellettuale compiuto per proteggere il mercato mondiale dalle rivendicazioni democratiche degli Stati. Nel suo Globalists (2018) emerge un progetto assai lontano dall’immagine ingenua di un’economia finalmente liberata dalle interferenze governative. Le istituzioni pubbliche continuano a svolgere un ruolo essenziale, soprattutto quando occorre preservare la libertà di movimento dei capitali e difendere gli investimenti dalle decisioni politiche considerate sfavorevoli.

IL NEOLIBERISMO HA BISOGNO DELLO STATO. DI UNO STATO PARTICOLARMENTE ENERGICO QUANDO DEVE DIFENDERE GLI INTERESSI ECONOMICI DOMINANTI.

Io considero il Cile uno spartiacque di tutto questo. Un esperimento vero e proprio. Come Gaza lo sarà per i prossimi decenni. L’11 settembre 1973 il governo democraticamente eletto di Salvador Allende viene rovesciato da un colpo di Stato militare. La dittatura di Augusto Pinochet imprigiona, tortura e uccide gli oppositori. A partire dal 1975, un gruppo di economisti formati nell’ambiente dell’Università di Chicago, i cosiddetti Chicago Boys, assume un ruolo determinante nella trasformazione economica del Paese. Privatizzazioni, liberalizzazioni e ridimensionamento dell’intervento pubblico vengono perseguiti sotto un regime che ha soppresso le libertà politiche fondamentali. Uno dei primi grandi esperimenti neoliberali del Novecento prende forma dentro una dittatura militare. Il mercato viene proclamato libero in una società privata della possibilità di scegliere democraticamente il proprio governo.

La violenza del regime cileno possedeva una storia politica specifica, legata alla guerra fredda e all’anticomunismo. Il suo impiego contro le organizzazioni popolari rese possibile anche una trasformazione dei rapporti economici che avrebbe incontrato una resistenza ben maggiore in condizioni di piena libertà politica.

Negli anni successivi, il neoliberismo si presenta al mondo occidentale con un volto molto accomodante e promette all’intero mondo occidentale benessere e autonomia individuale. La concorrenza viene celebrata quale principio ordinatore della società, così il successo economico acquisisce una crescente autorità fino a far divampare nel nostro mondo l’idea che chi possiede molto abbia necessariamente compreso qualcosa della vita che gli altri ignorano. Lo sfruttamento, i fondi speculativi, le differenze di classe vengono pian piano rimossi.

Ai poveri viene chiesto di migliorarsi. Ai ricchi viene concesso di spiegare perché la povertà dipenda dai poveri.

È un mutamento antropologico considerevole.

Wendy Brown, in Undoing the Demos (2015), studia il modo in cui la razionalità neoliberale riduce progressivamente il cittadino a capitale umano, valutando l’esistenza secondo criteri economici. La conseguenza politica riguarda la stessa idea di sovranità popolare. Il diritto di partecipare alle decisioni collettive perde consistenza se le questioni decisive vengono presentate come necessità economiche sottratte alla discussione, anche le guerre passano sotto il vaglio dell’economia, anche se truccate con i diritti umani.

Del resto: «ce lo chiedono i mercati». Chi sarebbero, precisamente, questi mercati? Quali persone prendono le decisioni? Chi trae vantaggio dalle misure imposte in loro nome? E perché la possibilità di contestarle dovrebbe essere considerata un segno di irresponsabilità?

In quella formula impersonale scompare un rapporto sociale profondamente diseguale. Il proprietario di un grande patrimonio e il lavoratore che fatica a pagare l’affitto diventano formalmente due individui liberi di competere. La loro libertà ha tuttavia una consistenza materiale assai diversa. Il primo dispone di risorse sufficienti per influenzare le istituzioni e proteggersi dalle crisi, il secondo può essere costretto ad accettare condizioni sempre peggiori per conservare i mezzi della propria sussistenza.

La crisi del 2008

Il meccanismo diventa ancora più evidente quando il sistema attraversa una crisi. Nel 2008, dopo il collasso finanziario internazionale, ingenti risorse pubbliche vengono mobilitate per sostenere gli istituti bancari e impedire un tracollo generale. Negli anni successivi, soprattutto in Europa, i debiti pubblici e la necessità del consolidamento fiscale diventano argomenti centrali per giustificare politiche restrittive e sacrifici sociali. La crisi prodotta nel settore finanziario finisce così per incidere anche sulla possibilità di finanziare diritti collettivi.

Naomi Klein aveva già individuato un fenomeno analogo in The Shock Doctrine (2007), ricostruendo il modo in cui guerre e catastrofi possono trasformarsi in occasioni per imporre privatizzazioni e programmi economici profondamente contestati. La sua tesi sul capitalismo dei disastri riguarda precisamente questo sfruttamento politico dello sconvolgimento collettivo. Una popolazione impoverita e spaventata dispone di minori energie per organizzare una resistenza efficace; chi possiede capitali può invece trovare nuove possibilità di acquisizione e profitto.

LA PAURA DIVENTA UNA RISORSA POLITICA

Gli individui sottoposti a una minaccia continuativa finiscono spesso per attribuire una priorità assoluta alla sicurezza. L’emergenza comprime il tempo della discussione e incoraggia l’accettazione di misure eccezionali. Ciò permette di comprendere perché l’appello alla necessità sia tanto frequente nelle politiche economiche contemporanee. Una decisione presentata come inevitabile sottrae spazio a qualsiasi scelta e alternativa e così disarma preventivamente il dissenso.

La produzione deliberata di paura costituisce una possibile strategia di governo. La pandemia ne è stato un esempio cristallino. Esiste però un fatto politico che possiamo osservare con maggiore chiarezza: le crisi offrono a chi governa l’occasione di concentrare poteri e modificare i rapporti sociali, soprattutto quando le opposizioni risultano indebolite, rapporti che dopo una crisi non tornano mai come erano prima.

Nel dicembre 2025 lo Stockholm International Peace Research Institute ha documentato che i ricavi militari delle cento maggiori imprese mondiali del settore avevano raggiunto nel 2024 i 679 miliardi di dollari, con un aumento reale del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente. La domanda era cresciuta anche per effetto delle guerre in Ucraina e a Gaza. Gli interessi industriali legati agli armamenti acquisiscono così un peso economico considerevole, alimentato da bilanci pubblici e decisioni strategiche dei governi. Una guerra può avere origini molteplici e contemporaneamente diventare un affare straordinariamente redditizio. La sua prosecuzione può favorire imprese e settori economici che sviluppano un interesse materiale alla permanenza di elevati livelli di spesa militare.

La domanda politica riguarda allora la capacità delle istituzioni democratiche di esercitare un controllo effettivo su questi interessi.

Quanto potere conservano i cittadini quando le politiche economiche vengono considerate obbligate, le spese militari diventano prioritarie e il dissenso viene progressivamente trattato come una minaccia alla stabilità?

La società neoliberale incoraggia il cittadino a considerarsi responsabile del proprio destino. Gli insegna che deve competere, accrescere le proprie competenze e accettare il rischio come condizione ordinaria dell’esistenza. Quando quello stesso cittadino scopre che il proprio salario è insufficiente, che la scuola pubblica cade a pezzi o che una casa è diventata economicamente irraggiungibile, gli si chiede ancora di adattarsi. Se pretende che le istituzioni intervengano, entra nel territorio del conflitto politico.

Così il manganello diventa il segno materiale di una contraddizione fra il diritto formalmente riconosciuto di protestare e la crescente difficoltà di contestare le decisioni economiche. La violenza esercitata contro manifestanti minorenni rende particolarmente evidente quanto possa essere pericoloso affidare la soluzione delle tensioni sociali a una risposta prevalentemente securitaria.

La Francia offre in queste settimane un esempio impressionante. Migliaia di studenti protestano per le condizioni dell’istruzione e denunciano l’insufficienza degli investimenti pubblici. Il dibattito politico riguarda contemporaneamente il contenimento del deficit e il bilancio dello Stato. Su quelle medesime strade compaiono le forze antisommossa. E un ragazzo perde una mano.

Angela Davis, in Freedom Is a Constant Struggle (2016), invita a riconoscere i collegamenti internazionali fra militarizzazione della polizia, razzismo e repressione violenta. La sua riflessione nasce anche dall’esperienza di Ferguson e dalla solidarietà con la Palestina. Mostra come apparati e pratiche di sicurezza possano assumere caratteristiche simili in contesti storicamente differenti, rendendo necessaria un’analisi delle relazioni fra coercizione statale e disuguaglianza. Il rapporto fra le pratiche israeliane nei territori palestinesi occupati, la militarizzazione della sicurezza negli Stati Uniti e la repressione delle proteste europee meriterebbe uno studio comparativo. Intanto possiamo osservare la questione dell’assuefazione pubblica alla violenza istituzionale e il suo possibile impiego contro gruppi considerati pericolosi.

Nel numero del 2 ottobre 2026 di Internazionale, Naomi Klein e Astra Taylor descrivono l’emergere di un’alleanza fra settori dell’estrema destra e grandi concentrazioni di potere tecnologico. La definiscono «fascismo dell’apocalisse». La loro analisi insiste su una prospettiva particolarmente inquietante: la possibilità che una parte delle élite consideri ormai preferibile proteggere la propria sopravvivenza e le proprie ricchezze anziché impegnarsi nella soluzione collettiva delle crisi. L’idea di un mondo condiviso cede il posto alla difesa esclusiva del privilegio.

Il bunker dei miliardari ne è simbolo e sintomo. Esprime la volontà di sottrarsi alle conseguenze di processi economici e ambientali ai quali i grandi detentori di ricchezza hanno contribuito in misura determinante. Ed ecco che la protezione privata sostituisce l’investimento nei beni comuni, così l’insicurezza viene lasciata a chi possiede minori risorse. Questa tendenza può essere letta come uno degli esiti estremi dell’individualismo neoliberale. La competizione, elevata a criterio generale dell’esistenza, rende progressivamente più difficile riconoscere una responsabilità collettiva verso coloro che restano esclusi dai suoi benefici.

DEMOCRAZIA? DOVE? COME? QUANDO?

Continuiamo a chiamare democrazia questa faccenda piuttosto singolare per cui un operaio può scegliere periodicamente chi governerà il Paese, e un grande azionista può esercitare un’influenza sulle decisioni pubbliche che quell’operaio non riuscirà mai a esercitare durante l’intera esistenza. Il primo dispone di una X su un foglietto, il secondo di patrimoni sufficienti a finanziare partiti e acquistare mezzi d’informazione, con la facoltà supplementare di minacciare la fuga dei capitali quando una maggioranza pretende di tassarlo. Eppure ci avevano beffardamente insegnato che la democrazia occidentale rappresenta il compimento della libertà politica. Bisognerebbe almeno avere il pudore di specificare quale libertà, visto che il diritto di voto ha ben poco da offrire a chi vede le proprie condizioni materiali subordinate agli interessi di una minoranza proprietaria. Il capitalismo ha trovato nella rappresentanza parlamentare una forma di legittimazione straordinariamente efficace, soprattutto nella stagione neoliberale, durante la quale la sovranità popolare è stata progressivamente confinata entro i limiti di ciò che gli investitori sono disposti ad accettare e, come vediamo, accettano sempre di meno.

Si possono cambiare i governi, certo, ma cambiare i governi non cambia i rapporti economici che ci ricattano. Appena la maggioranza pretende di mettere in discussione la distribuzione della ricchezza, il mercato viene evocato come un’autorità superiore alla volontà degli elettori, come se fosse una divinità suscettibile di vendicarsi delle nostre intemperanze redistributive. E abbiamo finito per accettare questa superstizione con una docilità che si confà a dei discepoli di una setta.

La cosa diventa persino grottesca se rileggiamo la Costituzione italiana, che all’articolo 41 stabilisce espressamente che l’iniziativa economica privata è libera entro i limiti dell’utilità sociale e del rispetto della dignità umana, prevedendo inoltre la possibilità di indirizzare l’attività economica verso fini sociali. All’articolo 17 riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Mi piacerebbe sapere in quale momento abbiamo permesso che questi principi venissero praticamente rovesciati, al punto che la proprietà privata pretende una tutela quasi sacrale (difendete i cassonetti! Nessuno tocchi i cassonetti!) e chi scende in piazza per rivendicare i diritti costituzionali finisce per essere trattato come un elemento di perturbazione dell’ordine pubblico. Dovremmo interrogarci sul significato di quell’ordine, non vi pare? Non so se ci avete fatto caso, ma la sua conservazione sembra richiedere sacrifici assai diversi a seconda della posizione sociale di chi viene chiamato a rispettarlo. Per il grande capitale la stabilità significa poter continuare ad accumulare ricchezza, per chi lavora significa spesso dover accettare l’ennesima rinuncia senza turbare la serenità dei mercati. E quando la popolazione decide che di rinunce ne ha fatte abbastanza, ecco comparire le camionette, i reparti antisommossa e la consueta folla di commentatori indignati per una vetrina infranta. Che palle. Strana concezione della civiltà, quella che trova intollerabile il danneggiamento di una vetrina e riesce a discutere con ammirevole compostezza della mutilazione di un adolescente. Questo è il mondo neoliberale e la polizia è la diga tra noi e loro.

Il successo forse più ripugnante del neoliberismo, tuttavia, riguarda ciò che è riuscito a introdurre nella coscienza delle persone. Abbiamo interiorizzato l’idea che il fallimento economico costituisca una colpa individuale, che la povertà denunci un’insufficienza morale e che perfino l’impossibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro dipenda da un difetto di intraprendenza.

La vecchia ideologia del merito ha avuto bisogno di questa mistificazione per presentare le disuguaglianze come risultati naturali di una competizione equa, cancellando con un colpo di spugna le condizioni di partenza e il peso della proprietà ereditata. Il neoliberismo ha perfezionato questa operazione fino a trasformare lo sfruttamento in una questione di responsabilità personale. L’individuo impoverito finisce per vergognarsi della propria condizione, attribuendo a se stesso le conseguenze di decisioni economiche sulle quali ha avuto un’influenza pressoché nulla. Ed è un risultato politico formidabile, se ci pensiamo. Il lavoratore che si considera personalmente responsabile della propria miseria avrà maggiori difficoltà a riconoscere interessi comuni con gli altri lavoratori. Il disagio sociale, privatizzato, perde così la sua forza conflittuale. Alla classe proprietaria viene risparmiata persino la fatica di giustificare i propri privilegi, perché l’ideologia dominante li ha già consacrati come ricompensa di una superiorità individuale.

Naturalmente questa mistificazione incontra un limite quando chi subisce lo sfruttamento riconosce finalmente nella propria condizione un problema politico. La vergogna, in certi frangenti di accumulo della frustrazione, può lasciare il posto alla collera e la rassegnazione può trasformarsi in volontà di organizzarsi. La possibilità di trasformare una sofferenza individuale in una rivendicazione collettiva è ciò che preoccupa di più il potere economico. La repressione poliziesca si inscrive in questa paura, soprattutto quando viene esercitata contro persone che chiedono il rispetto di diritti già riconosciuti dagli ordinamenti costituzionali.

Trovo francamente osceno che governi pronti a invocare la democrazia per giustificare sacrifici economici e perfino interventi militari mostrino tanta insofferenza verso la sua espressione più elementare che è il dissenso organizzato. Per quale ragione una popolazione dovrebbe riconoscere come democratico un ordine politico che le concede di esprimere periodicamente una preferenza elettorale e pretende poi che accetti come inevitabili le decisioni assunte nell’interesse dei grandi patrimoni? La questione riguarda il rapporto di classe che attraversa le istituzioni e la possibilità stessa di sottoporre l’accumulazione privata al controllo della sovranità popolare. Finché la ricchezza potrà esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni collettive, la democrazia non potrà definirsi tale.

da qui

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