Il neoliberismo, la violenza, la guerra, la povertà e
poi... noi!
Non so a
voi, ma a me piacerebbe vivere in una società dove i giornali, le TV e i social
si domandassero in continuazione:
da quando noi, come società, abbiamo cominciato a
considerare un ragazzo che protesta per la propria istruzione un pericolo
abbastanza grave da affrontare con armi capaci di mutilarlo?
La risposta,
temo, richiede di risalire parecchio indietro, fin troppo per un articolo.
Dovremmo risalire fino alle origini di quel neoliberismo che per decenni ci è
stato presentato come la massima espressione della libertà individuale e della
prosperità democratica. Un sistema capace di attribuire alla ricchezza privata
un valore politico crescente e totalizzante e che ha reso le richieste di
giustizia sociale un’intrusione indebita negli affari dell’economia.
DEL RESTO,
QUALE LIBERTÀ? E SOPRATTUTTO, PER CHI?
Il
capitalismo ha saputo convivere con forme politiche assai differenti. La
democrazia parlamentare gli ha offerto una considerevole legittimazione,
consentendo alle classi proprietarie di conservare ampi margini di influenza
sulle decisioni pubbliche. Le grandi conquiste sociali del Novecento hanno
tuttavia imposto limiti concreti all’accumulazione privata. Non scordiamoci,
tra l’altro, che il blocco sovietico, piaccia o meno, faceva da contraltare
ideologico all’erosione dei diritti. Il comunismo, più il suo
spauracchio che il comunismo reale, agitava non poco l’altra parte del
privilegio che comunque, anche per questo, scendeva a compromessi. Sindacati,
organizzazioni dei lavoratori e movimenti popolari hanno ottenuto salari
migliori, tutele e servizi pubblici attraverso conflitti spesso durissimi. Lo
Stato sociale europeo è nato anche da quelle lotte, dalla paura che le classi
dirigenti nutrivano nei confronti di una popolazione organizzata e capace di
contendere loro il comando.
Per un certo
tempo il compromesso ha retto. Poi una parte influente del pensiero economico e
politico ha cominciato a lavorare per ridimensionarlo.
Le origini
intellettuali del neoliberismo precedono di diversi decenni Ronald Reagan e
Margaret Thatcher. Nel 1938, al Colloque Walter Lippmann di Parigi, economisti
e filosofi discutono la rifondazione del liberalismo. Nel 1947 Friedrich von
Hayek promuove la nascita della Mont Pelerin Society, riunendo studiosi
preoccupati dall’espansione dell’intervento pubblico e dall’influenza politica
del socialismo. Le posizioni dei partecipanti erano differenti, talvolta
inconciliabili. Condividevano tuttavia l’intenzione di riconsiderare il
rapporto fra mercato e Stato, anche alla luce delle trasformazioni prodotte
dalle organizzazioni operaie e dalle politiche sociali.
Il punto decisivo riguarda il potere di decidere.
Fino a quale limite una maggioranza democratica può intervenire sui rapporti di
proprietà? Può stabilire che un bene essenziale debba essere sottratto alla
speculazione? Può subordinare gli interessi degli investitori a quelli di una
comunità?
La storia
successiva del neoliberismo mostra quanto queste domande siano state importanti
per i suoi teorici e per coloro che ne hanno sostenuto l’affermazione politica.
Lo storico Quinn Slobodian ha ricostruito il lavoro intellettuale compiuto per
proteggere il mercato mondiale dalle rivendicazioni democratiche degli Stati.
Nel suo Globalists (2018) emerge un progetto assai lontano dall’immagine
ingenua di un’economia finalmente liberata dalle interferenze governative. Le
istituzioni pubbliche continuano a svolgere un ruolo essenziale, soprattutto
quando occorre preservare la libertà di movimento dei capitali e difendere gli
investimenti dalle decisioni politiche considerate sfavorevoli.
IL
NEOLIBERISMO HA BISOGNO DELLO STATO. DI UNO STATO PARTICOLARMENTE ENERGICO
QUANDO DEVE DIFENDERE GLI INTERESSI ECONOMICI DOMINANTI.
Io considero
il Cile uno spartiacque di tutto questo. Un esperimento vero e proprio. Come
Gaza lo sarà per i prossimi decenni. L’11 settembre 1973 il governo
democraticamente eletto di Salvador Allende viene rovesciato da un colpo di
Stato militare. La dittatura di Augusto Pinochet imprigiona, tortura e uccide
gli oppositori. A partire dal 1975, un gruppo di economisti formati
nell’ambiente dell’Università di Chicago, i cosiddetti Chicago Boys,
assume un ruolo determinante nella trasformazione economica del Paese.
Privatizzazioni, liberalizzazioni e ridimensionamento dell’intervento pubblico vengono
perseguiti sotto un regime che ha soppresso le libertà politiche fondamentali.
Uno dei primi grandi esperimenti neoliberali del Novecento prende forma dentro
una dittatura militare. Il mercato viene proclamato libero in una società
privata della possibilità di scegliere democraticamente il proprio governo.
La violenza
del regime cileno possedeva una storia politica specifica, legata alla guerra
fredda e all’anticomunismo. Il suo impiego contro le organizzazioni popolari
rese possibile anche una trasformazione dei rapporti economici che avrebbe
incontrato una resistenza ben maggiore in condizioni di piena libertà politica.
Negli anni
successivi, il neoliberismo si presenta al mondo occidentale con un volto molto
accomodante e promette all’intero mondo occidentale benessere e autonomia
individuale. La concorrenza viene celebrata quale principio ordinatore della
società, così il successo economico acquisisce una crescente autorità fino a
far divampare nel nostro mondo l’idea che chi possiede molto abbia
necessariamente compreso qualcosa della vita che gli altri ignorano. Lo
sfruttamento, i fondi speculativi, le differenze di classe vengono pian piano
rimossi.
Ai poveri
viene chiesto di migliorarsi. Ai ricchi viene concesso di spiegare perché la
povertà dipenda dai poveri.
È un
mutamento antropologico considerevole.
Wendy Brown,
in Undoing the Demos (2015), studia il modo in cui la razionalità
neoliberale riduce progressivamente il cittadino a capitale umano, valutando
l’esistenza secondo criteri economici. La conseguenza politica riguarda la
stessa idea di sovranità popolare. Il diritto di partecipare alle decisioni
collettive perde consistenza se le questioni decisive vengono presentate come
necessità economiche sottratte alla discussione, anche le guerre passano sotto
il vaglio dell’economia, anche se truccate con i diritti umani.
Del resto: «ce lo chiedono i mercati». Chi
sarebbero, precisamente, questi mercati? Quali persone prendono le decisioni?
Chi trae vantaggio dalle misure imposte in loro nome? E perché la possibilità
di contestarle dovrebbe essere considerata un segno di irresponsabilità?
In quella
formula impersonale scompare un rapporto sociale profondamente diseguale. Il
proprietario di un grande patrimonio e il lavoratore che fatica a pagare
l’affitto diventano formalmente due individui liberi di competere. La loro
libertà ha tuttavia una consistenza materiale assai diversa. Il primo dispone
di risorse sufficienti per influenzare le istituzioni e proteggersi dalle
crisi, il secondo può essere costretto ad accettare condizioni sempre peggiori
per conservare i mezzi della propria sussistenza.
La crisi del
2008
Il
meccanismo diventa ancora più evidente quando il sistema attraversa una crisi.
Nel 2008, dopo il collasso finanziario internazionale, ingenti risorse
pubbliche vengono mobilitate per sostenere gli istituti bancari e impedire un
tracollo generale. Negli anni successivi, soprattutto in Europa, i debiti
pubblici e la necessità del consolidamento fiscale diventano argomenti centrali
per giustificare politiche restrittive e sacrifici sociali. La crisi prodotta
nel settore finanziario finisce così per incidere anche sulla possibilità di
finanziare diritti collettivi.
Naomi Klein aveva già individuato un fenomeno
analogo in The Shock Doctrine (2007), ricostruendo il modo in cui guerre
e catastrofi possono trasformarsi in occasioni per imporre privatizzazioni e
programmi economici profondamente contestati. La sua tesi sul capitalismo dei
disastri riguarda precisamente questo sfruttamento politico dello
sconvolgimento collettivo. Una popolazione impoverita e spaventata dispone
di minori energie per organizzare una resistenza efficace; chi possiede
capitali può invece trovare nuove possibilità di acquisizione e profitto.
LA PAURA
DIVENTA UNA RISORSA POLITICA
Gli individui sottoposti a una minaccia continuativa
finiscono spesso per attribuire una priorità assoluta alla sicurezza.
L’emergenza comprime il tempo della discussione e incoraggia l’accettazione di
misure eccezionali. Ciò permette di comprendere perché l’appello alla necessità
sia tanto frequente nelle politiche economiche contemporanee. Una decisione
presentata come inevitabile sottrae spazio a qualsiasi scelta e alternativa e
così disarma preventivamente il dissenso.
La
produzione deliberata di paura costituisce una possibile strategia di governo.
La pandemia ne è stato un esempio cristallino. Esiste però un fatto politico
che possiamo osservare con maggiore chiarezza: le crisi offrono a chi governa
l’occasione di concentrare poteri e modificare i rapporti sociali, soprattutto
quando le opposizioni risultano indebolite, rapporti che dopo una crisi non
tornano mai come erano prima.
Nel dicembre
2025 lo Stockholm International Peace Research Institute ha documentato che i
ricavi militari delle cento maggiori imprese mondiali del settore avevano
raggiunto nel 2024 i 679 miliardi di dollari, con un aumento reale del 5,9 per
cento rispetto all’anno precedente. La domanda era cresciuta anche per effetto
delle guerre in Ucraina e a Gaza. Gli interessi industriali legati agli
armamenti acquisiscono così un peso economico considerevole, alimentato da
bilanci pubblici e decisioni strategiche dei governi. Una guerra può avere
origini molteplici e contemporaneamente diventare un affare straordinariamente redditizio.
La sua prosecuzione può favorire imprese e settori economici che sviluppano un
interesse materiale alla permanenza di elevati livelli di spesa militare.
La domanda
politica riguarda allora la capacità delle istituzioni democratiche di
esercitare un controllo effettivo su questi interessi.
Quanto potere conservano i cittadini quando le
politiche economiche vengono considerate obbligate, le spese militari diventano
prioritarie e il dissenso viene progressivamente trattato come una minaccia
alla stabilità?
La società
neoliberale incoraggia il cittadino a considerarsi responsabile del proprio
destino. Gli insegna che deve competere, accrescere le proprie competenze e
accettare il rischio come condizione ordinaria dell’esistenza. Quando quello
stesso cittadino scopre che il proprio salario è insufficiente, che la scuola
pubblica cade a pezzi o che una casa è diventata economicamente
irraggiungibile, gli si chiede ancora di adattarsi. Se pretende che le
istituzioni intervengano, entra nel territorio del conflitto politico.
Così il manganello diventa il segno materiale di una
contraddizione fra il diritto formalmente riconosciuto di protestare e la
crescente difficoltà di contestare le decisioni economiche. La violenza
esercitata contro manifestanti minorenni rende particolarmente evidente quanto
possa essere pericoloso affidare la soluzione delle tensioni sociali a una
risposta prevalentemente securitaria.
La Francia
offre in queste settimane un esempio impressionante. Migliaia di studenti
protestano per le condizioni dell’istruzione e denunciano l’insufficienza degli
investimenti pubblici. Il dibattito politico riguarda contemporaneamente il
contenimento del deficit e il bilancio dello Stato. Su quelle medesime strade
compaiono le forze antisommossa. E un ragazzo perde una mano.
Angela
Davis, in Freedom Is a Constant Struggle (2016), invita a riconoscere i
collegamenti internazionali fra militarizzazione della polizia, razzismo e
repressione violenta. La sua riflessione nasce anche dall’esperienza di Ferguson
e dalla solidarietà con la Palestina. Mostra come apparati e pratiche di
sicurezza possano assumere caratteristiche simili in contesti storicamente
differenti, rendendo necessaria un’analisi delle relazioni fra coercizione
statale e disuguaglianza. Il rapporto fra le pratiche israeliane nei territori
palestinesi occupati, la militarizzazione della sicurezza negli Stati Uniti e
la repressione delle proteste europee meriterebbe uno studio comparativo.
Intanto possiamo osservare la questione dell’assuefazione pubblica alla
violenza istituzionale e il suo possibile impiego contro gruppi considerati
pericolosi.
Nel numero
del 2 ottobre 2026 di Internazionale, Naomi Klein e Astra Taylor
descrivono l’emergere di un’alleanza fra settori dell’estrema destra e grandi
concentrazioni di potere tecnologico. La definiscono «fascismo
dell’apocalisse». La loro analisi insiste su una prospettiva
particolarmente inquietante: la possibilità che una parte delle élite consideri
ormai preferibile proteggere la propria sopravvivenza e le proprie ricchezze
anziché impegnarsi nella soluzione collettiva delle crisi. L’idea di un mondo
condiviso cede il posto alla difesa esclusiva del privilegio.
Il bunker
dei miliardari ne è simbolo e sintomo. Esprime la volontà di sottrarsi alle conseguenze
di processi economici e ambientali ai quali i grandi detentori di ricchezza
hanno contribuito in misura determinante. Ed ecco che la protezione privata
sostituisce l’investimento nei beni comuni, così l’insicurezza viene lasciata a
chi possiede minori risorse. Questa tendenza può essere letta come uno degli
esiti estremi dell’individualismo neoliberale. La competizione, elevata a
criterio generale dell’esistenza, rende progressivamente più difficile
riconoscere una responsabilità collettiva verso coloro che restano esclusi dai
suoi benefici.
DEMOCRAZIA?
DOVE? COME? QUANDO?
Continuiamo
a chiamare democrazia questa faccenda piuttosto singolare per cui un operaio
può scegliere periodicamente chi governerà il Paese, e un grande azionista può
esercitare un’influenza sulle decisioni pubbliche che quell’operaio non
riuscirà mai a esercitare durante l’intera esistenza. Il primo dispone di una X
su un foglietto, il secondo di patrimoni sufficienti a finanziare partiti e
acquistare mezzi d’informazione, con la facoltà supplementare di minacciare la
fuga dei capitali quando una maggioranza pretende di tassarlo. Eppure ci
avevano beffardamente insegnato che la democrazia occidentale rappresenta il
compimento della libertà politica. Bisognerebbe almeno avere il pudore di
specificare quale libertà, visto che il diritto di voto ha ben poco da offrire
a chi vede le proprie condizioni materiali subordinate agli interessi di una
minoranza proprietaria. Il capitalismo ha trovato nella rappresentanza
parlamentare una forma di legittimazione straordinariamente efficace,
soprattutto nella stagione neoliberale, durante la quale la sovranità popolare
è stata progressivamente confinata entro i limiti di ciò che gli investitori
sono disposti ad accettare e, come vediamo, accettano sempre di meno.
Si possono
cambiare i governi, certo, ma cambiare i governi non cambia i rapporti
economici che ci ricattano. Appena la maggioranza pretende di mettere in
discussione la distribuzione della ricchezza, il mercato viene evocato come
un’autorità superiore alla volontà degli elettori, come se fosse una divinità
suscettibile di vendicarsi delle nostre intemperanze redistributive. E abbiamo
finito per accettare questa superstizione con una docilità che si confà a dei
discepoli di una setta.
La cosa
diventa persino grottesca se rileggiamo la Costituzione italiana, che
all’articolo 41 stabilisce espressamente che l’iniziativa economica privata è
libera entro i limiti dell’utilità sociale e del rispetto della dignità umana,
prevedendo inoltre la possibilità di indirizzare l’attività economica verso
fini sociali. All’articolo 17 riconosce ai cittadini il diritto di riunirsi
pacificamente e senz’armi. Mi piacerebbe sapere in quale momento abbiamo
permesso che questi principi venissero praticamente rovesciati, al punto che la
proprietà privata pretende una tutela quasi sacrale (difendete i cassonetti!
Nessuno tocchi i cassonetti!) e chi scende in piazza per rivendicare i diritti
costituzionali finisce per essere trattato come un elemento di perturbazione
dell’ordine pubblico. Dovremmo interrogarci sul significato di quell’ordine,
non vi pare? Non so se ci avete fatto caso, ma la sua conservazione sembra
richiedere sacrifici assai diversi a seconda della posizione sociale di chi
viene chiamato a rispettarlo. Per il grande capitale la stabilità significa
poter continuare ad accumulare ricchezza, per chi lavora significa spesso dover
accettare l’ennesima rinuncia senza turbare la serenità dei mercati. E quando
la popolazione decide che di rinunce ne ha fatte abbastanza, ecco comparire le
camionette, i reparti antisommossa e la consueta folla di commentatori
indignati per una vetrina infranta. Che palle. Strana concezione della civiltà,
quella che trova intollerabile il danneggiamento di una vetrina e riesce a
discutere con ammirevole compostezza della mutilazione di un adolescente.
Questo è il mondo neoliberale e la polizia è la diga tra noi e loro.
Il successo forse più ripugnante del neoliberismo,
tuttavia, riguarda ciò che è riuscito a introdurre nella coscienza delle
persone. Abbiamo interiorizzato l’idea che il fallimento economico costituisca
una colpa individuale, che la povertà denunci un’insufficienza morale e che
perfino l’impossibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro dipenda da
un difetto di intraprendenza.
La vecchia
ideologia del merito ha avuto bisogno di questa mistificazione per presentare
le disuguaglianze come risultati naturali di una competizione equa, cancellando
con un colpo di spugna le condizioni di partenza e il peso della proprietà
ereditata. Il neoliberismo ha perfezionato questa operazione fino a trasformare
lo sfruttamento in una questione di responsabilità personale. L’individuo
impoverito finisce per vergognarsi della propria condizione, attribuendo a se
stesso le conseguenze di decisioni economiche sulle quali ha avuto un’influenza
pressoché nulla. Ed è un risultato politico formidabile, se ci pensiamo. Il
lavoratore che si considera personalmente responsabile della propria miseria
avrà maggiori difficoltà a riconoscere interessi comuni con gli altri
lavoratori. Il disagio sociale, privatizzato, perde così la sua forza
conflittuale. Alla classe proprietaria viene risparmiata persino la fatica di
giustificare i propri privilegi, perché l’ideologia dominante li ha già consacrati
come ricompensa di una superiorità individuale.
Naturalmente
questa mistificazione incontra un limite quando chi subisce lo sfruttamento
riconosce finalmente nella propria condizione un problema politico. La
vergogna, in certi frangenti di accumulo della frustrazione, può lasciare il
posto alla collera e la rassegnazione può trasformarsi in volontà di
organizzarsi. La possibilità di trasformare una sofferenza individuale in una
rivendicazione collettiva è ciò che preoccupa di più il potere economico. La
repressione poliziesca si inscrive in questa paura, soprattutto quando viene
esercitata contro persone che chiedono il rispetto di diritti già riconosciuti
dagli ordinamenti costituzionali.
Trovo
francamente osceno che governi pronti a invocare la democrazia per giustificare
sacrifici economici e perfino interventi militari mostrino tanta insofferenza
verso la sua espressione più elementare che è il dissenso organizzato.
Per quale ragione una popolazione dovrebbe riconoscere come democratico un
ordine politico che le concede di esprimere periodicamente una preferenza
elettorale e pretende poi che accetti come inevitabili le decisioni assunte
nell’interesse dei grandi patrimoni? La questione riguarda il rapporto di
classe che attraversa le istituzioni e la possibilità stessa di sottoporre
l’accumulazione privata al controllo della sovranità popolare. Finché la
ricchezza potrà esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni
collettive, la democrazia non potrà definirsi tale.
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