Permessi difficili da ottenere, lavoro povero, esclusione abitativa e giovani senza prospettive. I dati, l'analisi e le proposte per superare le barriere all'integrazione
Gli ostacoli
all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da
ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa.
Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per
chi vive e lavora da anni in Italia. È la denuncia al centro del nuovo Rapporto
Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes,
presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la
politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle
frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano
a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano
le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i
due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di
controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.
Il rapporto
denuncia l'”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la
mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche
quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a
riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre
comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi
programmati dal governo Meloni. L’indagine condotta attraverso le Caritas
diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente
legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi
arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la
possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato
anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile. Per il
decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi
di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima
inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per
il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349
permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di
irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori
diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e
risultati. Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU,
in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila,
mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da
confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del
2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per
contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate
fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la
convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.
È la
direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un
permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere
chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo
nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una
difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando
nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di
rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri. Ma le proposte vanno
oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti”
presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il
controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani,
introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e
asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro.
Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che
riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni
salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio,
oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri
sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà.
Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici
aggiornati e accessibili. Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto
2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a
quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas
e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere
pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della
popolazione straniera presente nel Paese”.
Disuguaglianze
che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza
documenti. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni,
il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno
generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto,
pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro
l’8% degli italiani. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è
di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del
Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una
marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni. Tra i giovani
con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del
gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore
rischio di abbandono scolastico. E avere un’occupazione non garantisce
di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto
Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli
utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere
all’autonomia e dunque all’integrazione. Il 60% del bilancio delle famiglie
straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato
dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni
sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione
che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono
oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa.
Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito
del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti.
E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche:
continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La
distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in
relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini,
definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.
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