lunedì 12 ottobre 2026

Israele, condannato Ofer Cassif: il dissenso contro il genocidio rischia di perdere la voce in Parlamento


Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.

Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.

A rendere particolarmente significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le istituzioni israeliane.

A denunciare la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la propria attività contro l’occupazione.

La ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco. Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto. Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria, denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.

Ma per comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.

È questo il contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità verso gli ebrei.

La condanna arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif. Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta: 85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.

Un altro episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.

La vicenda di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio. Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività parlamentare durante la reclusione.

Nel messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo palestinese.

La questione supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale. Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali palestinesi.

È proprio per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra quanto quel terreno rimanga conflittuale.

Il prossimo gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione politica.

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