Il deputato comunista di Hadash, da anni impegnato contro l’occupazione e
per i diritti dei palestinesi, è stato condannato per uno scontro con la
polizia durante una protesta a Masafer Yatta. Dopo il tentativo fallito di
escluderlo dalle elezioni, ora rischia il carcere e il seggio alla Knesset.
Una condanna penale a pochi giorni dalle elezioni israeliane, dopo che la Corte Suprema aveva appena respinto il tentativo di impedirgli di candidarsi. Ofer Cassif, parlamentare comunista ebreo di Hadash, una delle voci più riconoscibili dell’opposizione israeliana all’occupazione dei territori palestinesi, è stato riconosciuto colpevole l’8 ottobre dal Tribunale di Gerusalemme di aggressione aggravata nei confronti di un agente di polizia. La vicenda risale al maggio 2022, quando Cassif cercava di raggiungere una manifestazione contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni a Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron. La pena sarà discussa il prossimo gennaio e potrebbe comprendere la reclusione. In determinate condizioni, la condanna potrebbe comportare anche la perdita del seggio parlamentare. Cassif denuncia una persecuzione politica contro chi si oppone all’occupazione e ai crimini commessi nei confronti del popolo palestinese.
A rendere particolarmente
significativo il caso è la successione degli avvenimenti. Il 23 settembre la
Commissione elettorale centrale israeliana aveva votato per escludere Cassif
dalla competizione elettorale del 27 ottobre, accogliendo una richiesta
sostenuta dal Likud. Il 2 ottobre, tuttavia, la Corte Suprema aveva respinto la
sua esclusione con una maggioranza di sette giudici contro due, ritenendo
insufficienti gli elementi presentati. Nella stessa decisione i giudici avevano
annullato anche i provvedimenti di esclusione contro le liste arabe Joint List
e Ra’am. A distanza di appena sei giorni è arrivata la condanna penale per
fatti avvenuti oltre quattro anni prima. Non esistono elementi sufficienti per
affermare che le due procedure siano state coordinate, ma la loro successione
alimenta inevitabilmente il confronto sullo spazio politico concesso
all’opposizione anticolonialista e alla rappresentanza palestinese dentro le
istituzioni israeliane.
A denunciare
la gravità della vicenda è Maurizio Acerbo, segretario nazionale di
Rifondazione Comunista, che ha ricevuto un messaggio direttamente da Cassif e
ha espresso la solidarietà del partito al parlamentare israeliano. Nel
messaggio, Cassif ricorda di essere stato condannato per un episodio avvenuto
durante una manifestazione contro la pulizia etnica a Masafer Yatta e
sottolinea che a gennaio potrebbe trovarsi davanti a conseguenze capaci di
allontanarlo dalla Knesset o di portarlo in carcere. Per il deputato si tratta
di un caso di persecuzione politica, al quale intende rispondere proseguendo la
propria attività contro l’occupazione.
La
ricostruzione giudiziaria dell’episodio è controversa. Secondo l’accusa, Cassif
avrebbe urtato con la propria automobile la gamba di un agente della polizia di
frontiera e successivamente lo avrebbe colpito alla testa durante un alterco.
Il tribunale ha ritenuto provate le condotte e non ha accolto la tesi della
legittima difesa, sostenendo che la reazione del parlamentare fosse
sproporzionata rispetto al contatto fisico precedente da parte del poliziotto.
Cassif e la sua difesa hanno contestato la ricostruzione accusatoria,
denunciando il comportamento degli agenti che gli impedivano di raggiungere la
manifestazione. La possibile impugnazione della sentenza resta aperta. È dunque
necessario distinguere l’accertamento compiuto dal tribunale dalla valutazione
politica che Cassif formula sul procedimento e sul suo contesto.
Ma per
comprendere il significato della vicenda bisogna partire da Masafer Yatta, non
dall’aula del tribunale. Si tratta di un insieme di comunità palestinesi nelle
colline a sud di Hebron, sottoposte da decenni alla minaccia di espulsione e
demolizione dopo che Israele ha classificato una vasta porzione del territorio
come zona militare destinata alle esercitazioni. Nel maggio 2022 una decisione
della Corte Suprema israeliana aveva aperto la strada all’allontanamento di
numerosi abitanti. Proprio contro quella decisione si erano mobilitati
palestinesi e attivisti israeliani. Cassif cercava di raggiungerli quando venne
fermato dalla polizia. La vicenda di quelle comunità è stata raccontata anche
da No Other Land, il documentario israelo-palestinese premiato con
l’Oscar nel 2025, che mostra la distruzione delle abitazioni, la pressione
militare e la resistenza quotidiana degli abitanti.
È questo il
contesto politico che rischia di scomparire quando l’intera vicenda viene
ridotta alla presunta aggressione di un parlamentare contro un agente. La
protesta riguardava il diritto di intere comunità palestinesi a continuare a
vivere sulla propria terra. Cassif si trovava lì per sostenere quella
mobilitazione, coerentemente con un’attività politica che da anni lo vede
impegnato contro l’occupazione militare e a favore dell’uguaglianza dei diritti
tra israeliani e palestinesi. La sua posizione è particolarmente significativa
perché è un parlamentare ebreo eletto nelle file di Hadash, formazione della
sinistra comunista e arabo-ebraica che rifiuta la contrapposizione etnica come
fondamento della rappresentanza politica. La sua stessa presenza nella Knesset
contraddice l’idea che criticare radicalmente il sionismo, l’occupazione o le
politiche del governo israeliano equivalga necessariamente a esprimere ostilità
verso gli ebrei.
La condanna
arriva inoltre dopo una lunga serie di iniziative istituzionali contro Cassif.
Nel febbraio 2024 la Knesset aveva tentato di espellerlo per il sostegno
espresso al ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di
giustizia, che accusava Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia
di Gaza. La proposta non aveva raggiunto la maggioranza qualificata richiesta:
85 voti favorevoli, cinque meno dei 90 necessari. Da allora il deputato ha
continuato a subire sospensioni parlamentari e contestazioni per le sue
dichiarazioni sulla guerra e sull’occupazione.
Un altro
episodio ha mostrato quanto il suo dissenso sia diventato scomodo anche
all’interno del Parlamento. Il 13 ottobre 2025, durante il discorso di Donald
Trump alla Knesset, Cassif e il deputato Ayman Odeh hanno esposto cartelli con
la richiesta di riconoscere la Palestina, venendo immediatamente allontanati
dall’aula. Il gesto ha interrotto una cerimonia segnata dall’omaggio politico
al presidente statunitense e ha portato dentro il Parlamento israeliano una
questione che quella rappresentazione istituzionale tendeva a lasciare ai
margini: i diritti nazionali e politici dei palestinesi.
La vicenda
di Cassif mostra dunque un conflitto che attraversa più livelli. C’è il piano
giudiziario, sul quale una sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale
del parlamentare e sul quale restano possibili ulteriori passaggi. C’è il piano
istituzionale, segnato dai tentativi di esclusione elettorale e dalle
sospensioni. E c’è soprattutto il piano politico, che riguarda la possibilità
di opporsi all’occupazione e denunciare i crimini contro i palestinesi senza
essere progressivamente espulsi dagli spazi della rappresentanza. La Corte
Suprema ha finora impedito che il tentativo di esclusione elettorale producesse
il risultato voluto dai suoi promotori, ma la nuova condanna apre un problema
differente: qualora venisse riconosciuta una particolare gravità morale del
reato e la decisione diventasse definitiva, Cassif potrebbe perdere il seggio.
Un’eventuale pena detentiva comporterebbe inoltre la sospensione dall’attività
parlamentare durante la reclusione.
Nel
messaggio trasmesso ad Acerbo, Cassif interpreta la condanna come un ulteriore
passaggio di una pressione politica rivolta contro chi denuncia l’occupazione e
difende una prospettiva di pace fondata sull’uguaglianza. Il parlamentare
insiste sulla necessità di continuare la lotta contro lo spargimento di sangue
e per una convivenza tra i due popoli. Acerbo, a nome di Rifondazione
Comunista, ha espresso piena solidarietà al deputato, ricordandone l’impegno
contro la distruzione di Gaza e le violazioni dei diritti del popolo
palestinese.
La questione
supera comunque il destino personale di Ofer Cassif. Riguarda la possibilità
che dentro Israele continui a esistere un’opposizione politica capace di
mettere in discussione non soltanto le scelte di Netanyahu, ma le strutture
dell’occupazione e della disuguaglianza. La differenza è sostanziale.
Contestare un governo non significa necessariamente contestare il sistema che
rende possibile la dominazione militare sui palestinesi; Cassif appartiene
invece a quella minoranza politica che mette direttamente in discussione
l’occupazione, la discriminazione e la negazione dei diritti nazionali
palestinesi.
È proprio
per questo che il caso merita attenzione internazionale. Una democrazia non si
misura soltanto attraverso lo svolgimento delle elezioni, ma anche dalla
possibilità per le minoranze politiche di parteciparvi, esercitare il mandato
parlamentare e contestare le politiche dello Stato. Il fatto che la Corte
Suprema abbia respinto l’esclusione di Cassif e delle liste arabe rappresenta
una garanzia istituzionale concreta; il fatto che continuino a svilupparsi
procedimenti e iniziative capaci di incidere sulla loro rappresentanza mostra
quanto quel terreno rimanga conflittuale.
Il prossimo
gennaio si conosceranno le conseguenze penali della condanna. Nel frattempo
Cassif continua a rivendicare la propria opposizione all’occupazione e la
solidarietà con il popolo palestinese. La sua vicenda pone una domanda che va
oltre il singolo procedimento: quale spazio può avere una voce che denuncia le
responsabilità dello Stato dall’interno delle sue istituzioni, quando proprio
quella denuncia viene considerata da una parte del potere politico una forma di
delegittimazione nazionale? È una domanda che riguarda Israele, ma anche tutte
le democrazie nelle quali il dissenso radicale viene sempre più frequentemente
affrontato attraverso strumenti giudiziari, disciplinari e di esclusione
politica.
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