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venerdì 4 febbraio 2022

Pandemia, la governance iniqua dei potenti - Susanna Ronconi

Il 2021 è l’anno dell’onda lunga della pandemia Covid19, anno in cui il mondo realizza che la prospettiva non è quella di una crisi grave ma di breve durata, ma quella di un prolungata transizione destinata a sconvolgere gli assetti sociali, economici e politici con un impatto maggiore e più radicale di quello dovuto alla crisi finanziaria del 2008. È anche l’anno dei vaccini, della corsa alla ricerca e alla produzione, che dentro lo straordinario sforzo internazionale si schianta contro le regole ferree del mercato e del profitto, lasciando scoperta la maggior parte del mondo. La radicalità della crisi è tale, in ogni ambito, che il mantra globale che l’accompagna suona più o meno “molte cose devono cambiare, la pandemia non consente di tornare semplicemente al sistema consolidato, se non si vaccina tutto il mondo nessuno è al sicuro”. Ma mai come in quei mesi, e oggi ancora, la retorica ha fatto a pugni con i dati di fatto. E mentre nella parte ricca del mondo una minoranza rifiuta il vaccino, nella parte povera moltitudini in balìa delle logiche del profitto ne sono escluse.

Un anno di campagne vaccinali. Il virus è democratico, la prevenzione no

A metà del 2021, nel mondo risultavano somministrate 2,19 miliardi di dosi di vaccino. Di queste, l’85% è stato reso disponibile nei paesi ad alto reddito, mentre ai paesi più poveri, alla fine della graduatoria mondiale, è andato lo 0,3%. La UE si è riservata 4,4 miliardi di dosi per 446 milioni di europei, che significa avere garantiti 5 cicli vaccinali completi. A fine maggio 2021, nella UE il 33% della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino, la percentuale scende al 15% in America Latina, al 5% in Asia e all’1,5% in Africa. Si va dal 62,2% del Canada, il 51,2% degli USA, il 60% del Regno Unito e la media di 35-40% nella UE, al 22% del Brasile, il 13% dell’India, l’1,08% del Sudafrica, lo 0,8% del Sudan. Tra chi ha ricevuto il ciclo completo, si oscilla dal 60% di Israele, il 41,8% degli USA, il 41,1% del Regno Unito e lo 0,02% del Kenya e lo 0,05% della Somalia. In media, nei paesi ad alto reddito a fine aprile 2021 risultava vaccinata 1 persona su 4, in quelli a reddito medio-basso 1 su 500. A marzo 2021 erano 130 le nazioni che non hanno ancora visto una dose di vaccino. Il nesso tra le percentuali della popolazione vaccinata e il PIL dei paesi è evidente. Con questo ritmo, si prevedeva che entro il 2021 solo il 30% delle popolazioni di questi continenti sarebbe stato vaccinato e alcuni paesi lo sarebbero stati alla fine del 2024.

Cosa ci dicono oggi, 2022, i dati di queste previsioni? A gennaio 2022 dicono che quella percentuale prevista – il 30% di vaccinati entro il 2021 nei paesi a basso reddito – già scandalosamente bassa, era ottimistica: si tratta invece del 10% in media, mentre la media mondiale è del 61%. L’oscillazione del range è una dichiarazione di fallimento delle politiche globali: il 99% in Arabia Saudita, il 6,6% in Nigeria.

Se nel 2020, in assenza di vaccini, il 73% delle morti dovute al Covid19 è avvenuto nei paesi ricchi, come USA e UE, dove alta è la mobilità delle persone e più alti i contagi, oggi, a campagna vaccinale avanzata, la percentuale si rovescia, e il 72% delle morti avvengo in Asia, Africa e America Latina, che pagano il prezzo della bassa o nulla copertura vaccinale. Questo esito era del resto ampiamente prevedibile, se si pensa che ancor prima che i vaccini fossero approvati dalle varie agenzie del farmaco, 15 tra i paesi più ricchi del mondo, che totalizzano il 14% della popolazione globale, avevano già acquistato dalle imprese la cui ricerca era più promettente e su cui avevano investito denaro pubblico, il 60% delle dosi che si prevedeva sarebbero state prodotte nel 2021. Così, per l’86% della popolazione mondiale sarebbe rimasto – ipoteticamente, per altro – non più del 40% dei vaccini disponibili.

La governance globale del vaccino produce e riproduce disuguaglianza, e fa male anche a chi la sostiene. Infatti, non è che economisti e politici non sappiano che se il mondo non accede ai vaccini, a cominciare dai paesi a reddito basso, la crisi travolge non solo chi rimane in balia di una pandemia che produce ospedalizzazioni, morti, perdita economica e povertà, ma costa caro anche coloro che se ne credono fuori. Secondo uno studio dello ICC – International Chamber of Commerce (non proprio una radicale ONG…), se la copertura vaccinale resta appannaggio dei paesi ricchi e lascia scoperti gli altri, potrebbe esserci una perdita globale di 9,2 trilioni di dollari, circa il 7% del PIL globale. Circa il 50% di questa perdita sarebbe comunque a carico dei paesi più ricchi, anche se le loro popolazioni fossero coperte dal vaccino, con una media stimata del 5% di perdite nei settori automobilistico, tessile, edile e commerciale. In uno scenario meno pessimistico, con il 50% delle popolazioni dei paesi a basso e medio reddito vaccinate, la perdita sarebbe comunque di 3,8 trilioni di dollari, di cui 1,9 sulle spalle dei paesi ricchi. Ma i paesi ricchi non investono a favore di quelli poveri: se pensiamo al programma dell’OMS ACT-Accelerator, per l’accesso ai vaccini, il rapporto tra gli investimenti di alcuni paesi a favore di questo programma e le cifre che sono destinati a perdere qualora il mondo meno ricco restasse scoperto sono illuminanti: nel febbraio 2021 gli USA annunciano di devolvere al programma 2 miliardi di dollari, ne perderebbero 744 se il mondo rimanesse in parte non vaccinato; la Germania, 1,8 miliardi, ne perderebbe 137, il Giappone 0,079 miliardi (!), ce ne perderebbe 197, il Canada 0,059, ci rimetterebbe 61 miliardi. Un altro studio, condotto da RAND Europe, calcola che per ogni singolo dollaro investito per i vaccini nel sud del mondo, ai paesi ricchi tornerebbe indietro una cifra di 4,8 dollari, mentre se questo non avvenisse costerebbe al PIL globale tra i 60 e i 240 miliardi di dollari ogni anno. Insomma, vaccinare il mondo sarebbe interesse anche dei più ricchi.

Ma questi ragionamenti razionali non fanno i conti né con il sistema internazionale governato da WTO (World Trade Organization) e TRIPS (Trade Relate aspects of Intellectual Property Rights), né con Big Pharma e il suo rifiuto a derogare ai brevetti, né con l’arroganza occidentale del “nazionalismo vaccinale”.

A dire il vero, c’è stato un momento in cui nella primavera del 2021 è sembrato che questa razionalità potesse vedere la luce, quando si è affacciata alla politica internazionale con la posizione assunta dal presidente USA Biden, che di fronte alla già evidente iniquità della distribuzione mondiale dei vaccini, apriva alla possibilità di deroga ai brevetti; e in questa direzione sono andate alcune timide aperture europee, soprattutto di Italia, Francia e Spagna. Ancora a metà del 2021, al Global Health Summit dei G20 sulla salute, tenutosi a Roma su iniziativa della presidenza italiana, Mario Draghi nominava la possibilità di derogare, temporaneamente e con molte cautele, ai brevetti. Ma si è trattato di un breve flash subito rientrato nei ranghi: allo stesso summit, la Commissaria europea Ursula von der Leyen indicava la cosiddetta “terza via” europea, che terza in realtà non è, essendo in pieno in linea con la politica del WTO/TRIPS: no alle deroghe, sì a un sistema di “donazioni” di quantità di vaccini ad opera dei paesi più ricchi e trasferimento di know how per le produzioni locali, ma solo su base volontaria. Insomma, nella Dichiarazione di Roma uscita dal summit che prometteva grandi soluzioni, la guida è saldamente in mano alle grandi aziende produttrici; la retorica rimane confinata nel prologo della Dichiarazione (“una vaccinazione globale, sicura, sostenibile, equa ed efficace”) per poi sfarinarsi in una pletora di “accordi volontari di licenza di proprietà intellettuale, i trasferimenti volontari di tecnologia e know-how e la condivisione dei brevetti a condizioni concordate di comune accordo”, cioè quella contrattazione polverizzata, insostenibile ai più, già prevista dagli accordi TRIPS ma sempre tarpata dalle asimmetrie dei poteri in campo. Stesso segno avrà la Carta di Roma prodotta dal G20 dei Ministri della Salute tenutosi a settembre 2021: l’ambizioso obiettivo di coprire con i vaccini almeno il 40% della popolazione mondiale entro il 2021 appare già allora quanto meno azzardato, alla luce dei risultati della fase precedente (a fine estate 21 solo il 5% dei vaccini è andato ai paesi a medio-basso reddito), e oggi sappiamo che azzardato era un eufemismo. C’è in tutti questi documenti una enfasi sulla necessità di trasferire tecnologie e know how, perché ci si rende conto che la pandemia da covid19 non sarà breve né sarà l’ultima, e aumentare la capacità produttiva mondiale di vaccini (ma anche di farmaci) è prioritario; e tuttavia nessuno di questi indirizzi àncora a impegni precisi e soprattutto la parola della politica non fa un passo avanti rispetto alla voce e ai diritti che le grandi imprese hanno nell’architettura del WTO e del TRIPS. Un esempio: l’agenzia Covid-19 Technology Access Pool (C-TAP), che dovrebbe facilitare la nascita di nuovi poli produttivi soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, è sostanzialmente bloccata, perché Big Pharma frena e preferisce puntare sul meccanismo distributivo (non produttivo) Covax, che mantiene inalterato il suo potere anche sul know how e garantisce i profitti. Il CEO di Moderna, Stéphane Bancel, sbeffeggia di fatto il dispositivo C-TAP e con riferimento alla realtà africana, afferma che «Covax è il miglior strumento per assicurare l’accesso ai vaccini. Non abbiamo abbastanza risorse da investire per portare le nostre tecnologie altrove. Questo avrebbe un impatto negativo sui nostri obiettivi produttivi e porterebbe a una maggiore diffusione del virus». Insomma, il sistema non va cambiato e cambiarlo aumenterebbe i danni. Più chiaro di così non si può: la resistenza delle grandi aziende multinazionali sabota la capacità mondiale di produrre vaccini e riduce drasticamente la loro disponibilità. Peccato, perché non è vero ciò che alcuni sostengono, e cioè che senza le grandi multinazionali non si può produrre vaccini: il mondo sarebbe invece in grado di farlo. Secondo uno studio dell’Imperial College di Londra, con 25 miliardi di investimento si potrebbero produrre 8 miliardi di dosi in sei mesi attivando 55 siti produttivi, mentre le economiste Mariana Mazzucato, Jayati Ghosh and Els Torreele, animatrici di People’s Vaccine Alliance, stimano che se il sistema degli accordi WTO non lo impedisse, ci sarebbe la capacità di produrre e distribuire il 60% di vaccini necessari entro il 2021, e il restante entro il 2022. Con buona pace di Stéphane Bancel, l’attuale scarsità è determinata da un lato dall’accaparramento dei paesi ricchi e dall’altro dalla gestione delle grandi imprese.

Dunque, a campagna vaccinale avanzata e a evidenti risultati disuguali, nel 2021 si è nuovamente alzato il muro liberista, come nel 2020, quando grazie agli USA ma forse soprattutto all’Unione Europea – leader la Germania e la Commissione – al WTO fu bloccata ogni ipotesi di deroga alla proprietà intellettuale dei vaccini (per altro non una rivoluzione, ma utilizzando articoli esistenti nello stesso accordo TRIPS) e fu destinata alla sconfitta la proposta di deroga di India e Sudafrica, che pure avevano raccolto 100 adesioni da molti paesi del mondo e di agenzie OMS, UNAIDS e Unitaid – Programmi ONU rispettivamente contro AIDS e malaria, i Rapporteurs sui diritti umani e oltre 400 associazioni della società civile. Ma, si sa, 100 paesi a reddito medio basso non pesano sul piatto della bilancia globale, quando sull’altro piatto vi siano le grandi potenze economiche: allora, la partita fu persa per 9 voti. Il Consiglio del TRIPS, tenutosi l’8 e 9 giugno 2021, ha visto di nuovo il fronteggiarsi delle due posizioni, una sostenuta da 60 delegazioni per la deroga ai brevetti, l’altra, sotto l’egida dell’Unione Europea (della Commissione, perché invece il Parlamento europeo a fine 2020 e inizio 2021 aveva presentato due risoluzioni in appoggio alla proposta indoafricana, che sono rimaste lettera morta), per il mantenimento delle regole vigenti con soli incentivi alle licenze volontarie, che non intaccano i dispositivi della proprietà intellettuale. Di nuovo, anche nel 2021 hanno vinto i potenti.

COVAX non basta. Anzi, arranca

E dunque, in assenza di decisioni coraggiose e strutturali, nel 2020 il mondo decide di procedere attraverso un sistema – COVAX – promosso dall’OMS insieme ad alcuni dei paesi ad alto reddito e in sinergia con due programmi, Gavi- Vaccine Alliance e CEPI, Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, la cui caratteristica è quella di funzionare come partnership pubblico-privato, grazie a fondi (e tramite poteri) governativi ma anche privati, come quelli della Fondazione Bill & Melinda Gates. Si tratta di “donazioni” di dosi vaccinali a sostegno dei paesi con meno risorse, con un impegno iniziale di 2 miliardi di dosi per il 2021, a cui aggiungere altri 635 milioni ancora da negoziare, e altri 1,8 miliardi all’inizio del 2022. Ma a giugno 2021 risultavano distribuiti solo 70 milioni di dosi dei 240 previsti entro la primavera; nei mesi seguenti le cifre aumentano, ma sempre molto al di sotto del necessario, al di sotto del miliardo di dosi a inizio 2022, e si tratta per altro di un miliardo solo dichiarato. Perché tra gli impregni presi, poi il reale stanziamento e poi la concreta consegna ai paesi destinatari di tempo ne passa. Per esempio, i due più grandi donatori, UE e USA, si impegnano rispettivamente per 300 e 200 milioni di dosi, ma ne sono già arrivati a destinazione solo 78 e 144 (inizio 2022), e restano solo annunciati ma non ancora devoluti a Covax 140 milioni dalla UE e ben 664 dagli States.

C’è da notare, poi, che queste “donazioni” soggiacciono non solo alle disponibilità e volontà politiche degli stati più ricchi, ma anche alle aziende multinazionali, sotto diversi profili. Per esempio, delle loro politiche commerciali, come nel caso di AstraZeneca, il cui produttore Serum Institute of India ha dovuto far fronte all’impennata della crisi pandemica in India, riservando al suo paese una quantità di dosi prima impreviste. Oppure, la clausola accettata dalla Commissione Europea, con cui si è vincolata all’autorizzazione delle case farmaceutiche per la cessione di dosi di vaccino ai paesi più poveri. Questa paradossale clausola fa parte degli accordi con le sei maggiori case produttrici, Advance Purchase Agreements (APAs), quel patto finito sotto accusa anche del Parlamento Europeo, per le troppe regole a sfavore dei governi e delle popolazioni e a favore delle aziende, dai prezzi alle quantità di vaccini garantite ma poi non consegnate. Insomma, già “donare” invece di “garantire” il diritto alla salute è di per sé (dovrebbe essere) uno scandalo, ma in più il potere delle grandi aziende trova nel sistema Covax un ulteriore modo per controllare il gioco.

L’esempio africano è emblematico. L’Africa ha 1,3 miliardi di abitanti e annovera molti tra i 92 paesi più poveri del mondo. A metà 2021 solo 7 delle sue 54 nazioni hanno potuto avviare la campagna vaccinale, mentre ad oggi solo il 10% delle popolazioni dei suoi paesi più poveri è in media vaccinato con almeno una dose. Per una copertura vaccinale di almeno il 60% (che è comunque poco rispetto al necessario, i paesi ricchi puntano al 90%…) ci vorrebbero 1,5 miliardi di dosi (booster escluso), cifra non credibile se consideriamo i citati dati Covax sulle donazioni. Nel 2021 (primi 6 mesi), in media sono state somministrate nel mondo 28,5 dosi ogni 100 persone, 65 nei Paesi ricchi, 2,5 dosi ogni 100 persone in Africa e 1,5 nell’africa sub-Sahariana. Le difficoltà di Covax certo non mettono l’Africa al sicuro e ben si comprende la battaglia del Sudafrica per la deroga ai brevetti. Gli africani sono pertanto costretti a muoversi sul mercato; il Presidente dell’Unione Africana, il sudafricano Cyril Ramaphosa, ha varato lo African Vaccine Acquisition Task Team (AVATT), simile al modello secondo cui l’Unione Europea negozia per i suoi stati membri, programmando di procurarsi attraverso canali commerciali 670 milioni di dosi. Non sarà un percorso veloce, vanno trovati i fondi, e nonostante l’African Export-Import Bank si sia impegnata ad anticipare 2 miliardi di dollari, si stima che l’intera fornitura non arriverà prima del 2022 avanzato. Senza contare che, stante che Covax coprirà (dovrebbe coprire) il 20% delle vaccinazioni, e gli acquisti dei governi tramite la Banca Africana un altro 15%, per raggiungere la copertura minima del 60% rimane scoperto un 25%: si farà appello alla banca Mondiale o ad altre fonti per ora non specificate. In ogni caso, i governi africani dovranno indebitarsi, depositare subito il 15% del prestito e poi restituirlo a rate entro 5 o 7 anni, non proprio una bella prospettiva per il continente più povero del mondo e massacrato dalle conseguenze economiche, sociali e sanitarie della pandemia.

Intanto Big Pharma… Lobbying e guadagni stellari

A proposito dei contratti poco favorevoli all’interesse delle popolazioni e più utili alle grandi aziende farmaceutiche, l’Unione europea non ci fa una bella figura, nonostante in quanto area ricca del globo certamente stia tutelando i suoi cittadini di serie A assai più di quelli di serie B del mondo a basso reddito. Al 1° febbraio 2021, la Commissione ha negoziato complessivamente l’acquisto di 2,3 miliardi di dosi di vaccini. Va detto che tutta la partita è comincia con il piede sbagliato, quando nel 2020 la Commissione si impegna all’acquisto di milioni di dosi di vaccini che ancora non esistono, di cui poco o nulla sa in termini di efficacia, e lo si fa con l’imperativo assoluto di assicurarsi le dosi, ma negoziando poco o nulla circa prezzi e forniture e loro condizioni, cioè curando il “nazionalismo vaccinale” ma assai poco altri aspetti che riguardano l’interesse pubblico. Quando nel 2021 scoppia il contenzioso con AstraZeneca, Moderna e Pfizer per il non rispetto di quantità e tempi per la consegna pattuita, si cominciano a capire alcune delle trappole contrattuali. Non ci sono termini chiari sulle consegne, quantità e tempistiche, le imprese sono tenute a “fare del loro meglio” (“its Best Reasonable Efforts”), laddove questo “meglio” è definito come mettere in campo «un impegno adeguato ad un’azienda di dimensioni simili con un’infrastruttura di dimensioni simili e risorse simili nello sviluppo e commercializzazione del farmaco». Un poco vago per poter poi pretendere il rispetto delle consegne pattuite e per pensare che le minacce comunitarie di sospensione dei contratti siano davvero efficaci. I ritardi e i tagli nelle forniture non sono cosa da poco se si considera come una copertura vaccinale tempestiva incida sul decremento dei numeri delle morti, ma anche sulla crisi economica: alcune proiezioni affermano come a livello europeo un ritardo di cinque settimane nella campagna vaccinale possa costare all’economia dell’Unione fino a 90 miliardi di euro. Un altro punto controverso è quello della responsabilità civile in caso di danni causati dai vaccini: una lunga azione di pressione è stata condotta dalle case farmaceutiche per trasferire la responsabilità ai governi acquirenti, indicando una simile legislazione già vigente negli Stati Uniti.

Perché la UE è così debole? Certo è noto lo strapotere delle grandi multinazionali nel governo dell’economia globale e nei confronti della politica, ma oltre a questa generale constatazione merita ricordare che il covid19 arriva in un contesto dove già questo squilibrio è forte e sancito. Il sistema comunitario nel campo dei farmaci ha il suo luogo privilegiato nell’IMI – Innovative Medicine Initiative, un sistema pubblico-privato tra Commissione Europea e EFPIA- European Federation of Pahrmaceutical Industries and Associations, dove vengono prese le decisioni e dove il peso del pubblico è storicamente debole. Tanto che in sede di valutazione del suo operato da parte della Commissione europea nel 2017, si afferma che «Non ci sono esempi di attività che abbiano portato a terapie o prodotti nuovi, più sicuri e più efficaci per i pazienti. Il valore aggiunto dell’IMI per la società e per i pazienti è difficile da dimostrare». È in questo ambito che la richiesta della Commissione, portata alcuni anni fa, di concentrarsi anche sui coronavirus per quanto attiene la ricerca, è stata disertata dalle aziende, che al momento non la valutavano prioritaria (e proficua). E dove ci sono anche problemi di trasparenza, per esempio circa gli investimenti delle aziende (mentre quelli pubblici sono in chiaro) e di non giustificata segretezza, per esempio circa i verbali delle riunioni.

A fianco di questi deficit strutturali del sistema, c’è una potente azione di lobbying, che durante la pandemia è cresciuta sensibilmente: le grandi aziende dovevano tamponare l’uscita della primavera 2021 di Biden circa la possibile deroga ai brevetti, poi rapidamente rientrata (ma intanto negli USA, in quelle settimane, 100 nuovi lobbisti hanno cominciato a lavorare al Congresso) e ha investito sulla Commissione Europea come baluardo del sistema. Per altro riuscendoci, come si è visto dalla posizione assunta alla riunione TRIPS del giugno 2021. Il sistema è collaudato: EFPIA tra il 2015 e il 2020 ha investito in azioni di lobbying “in chiaro” (cioè note al Transparency Register della Commissione) 36 milioni di euro, di cui 25,3 spesi da 40 maggiori aziende, e 15 spesi per le agenzie di consulenza, con 290 lobbisti attivi, cui aggiungere numerosi incarichi temporanei di consulenza. La pandemia enfatizza il lobbismo, EFPIA nel 2020 aumenta del 20% il suo investimento e assume 25 nuovi lobbisti. Sono 34 le agenzie di consulenza che lavorano a Bruxelles per le aziende farmaceutiche: EFPIA ci investe 660mila euro l’anno, Johnson & Johnson 770mila, Pfizer spende tra gli 8 e 900mila euro e ha 4 lobbisti permanenti presso il Parlamento europeo. A fronte della pandemia, nel 2020 ci sono state 140 audizioni di Big Pharma con la Commissione, mentre questa ha incontrato una sola realtà pro-deroga dei brevetti: Medici Senza Frontiere, non riesce a farsi ricevere né dalla Commissaria alla Salute Kyriakides né da quello al commercio Dombrovskis, lo stesso dicasi per Global Health Advocates (GHA) e Save the Children. 140 a 1, non c’è storia…

Denaro pubblico, profitti privati

“L’affare di una vita”, farmaci destinati all’intera popolazione globale e ripetuti nel tempo, in un simile sistema sbilanciato, porta a profitti stellari. Pfizer, per esempio, aveva previsto per il 2021 un profitto derivante dai soli vaccini anti-Covid di circa 15 miliardi di dollari, ma ha dovuto correggere la stima, perché ne sono alla fine arrivati 26 (e la campagna The People’s Vaccine osserva che con quella cifra si vaccinano 1,3 miliardi di persone cioè l’intera Africa). Un indicatore importante è quello del mercato azionario, dove sempre Pfizer è passata a un valore delle sue azioni di 30 dollari nel gennaio 2020, a 121 nel dicembre dello stesso anno, con una distribuzione ai suoi azionisti di 2,2 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2021. Del resto, è stato calcolato che quando le due dosi del vaccino Pfizer sono vendute al prezzo massimo (il range dei prezzi negoziati con i diversi governi va da 13 a 39 euro), il profitto è dell’80%. I vaccini mRNA sono prodotti con in media tra i 1,18 e i 2,85 dollari, mentre costano ai governi tra le 4 e le 24 volte questo costo (dipende dalla famigerata contrattazione segreta dei prezzi). Ci sono stime che dicono che, con questa politica di sovraprofitti, Pfizer/BioNTech e Moderna avrebbero sovracaricato molti paesi di una spesa in eccesso calcolata in 41 miliardi di dollari, costi di produzione esclusi. Anche l’Unione europea sarebbe vittima di questo meccanismo, avrebbe pagato 31 miliardi di euro più del dovuto per i vaccini mRNA, cifra pari al 19% del suo budget 2021.

Quando Big Pharma invoca prezzi e profitti a copertura dello sforzo eccezionale nella ricerca dice una mezza verità. L’altra mezza, taciuta o pervicacemente negata anche attraverso aggressive campagne mediatiche, come quella condotta da Pfizer su tutti i maggiori media mondiali, parla di ingenti investimenti pubblici, un fiume di denaro pubblico confluito in questo sforzo planetario.

Data la pluralità dei canali di finanziamento, comporre la mappa del denaro pubblico investito e calcolarne l’esatto ammontare è questione non facile, anche perché vi è un flusso di denaro che è convogliato verso le agenzie pubbliche-private come il CEPI, però alcuni dati ci sono. La forma più rilevante di finanziamento pubblico alle grandi imprese sono gli Advance Market Commitments (AMC), i soldi che i governi hanno fatto arrivare come anticipo su vaccini ancora allo studio, denaro che ha consentito l’accelerazione della ricerca: si tratta di 86 miliardi di dollari nel 2020, il 95% dei finanziamenti pubblici (95% per la ricerca per il vaccino e il restante 5% alle terapie). A questa cifra (sottostimata perché non include i dati di Cina e Russia) si aggiungono altri 7 miliardi di prestiti agevolati o sovvenzioni dirette. Maggiori finanziatori gli USA (32%), il 24% viene dall’Unione Europea e il 13% dai governi giapponese e della Corea del Sud. Sulla quota investimenti diretti in ricerca e sviluppo, 2,2 miliardi dagli USA, 1,5 dalla Germania, 500 milioni dal Regno Unito, e 327 dalla UE, mentre il governo cinese avrebbe contribuito con 153 milioni; sono andati 956 milioni a Moderna, 910 a Jessen, 800 a Pfizer, 741 a Curevac, 541 ad AstraZeneca, 145 a Sinofarm. Il che dovrebbe almeno suggerire un maggior potere decisionale del pubblico, governi e enti sovranazionali, nelle politiche di produzione e distribuzione, oltre che sui prezzi.

Se è vero che sono le dinamiche macroeconomiche quelle che devono preoccupare, i profitti e la finanziarizzazione delle imprese che producono beni che sono in realtà beni comuni per l’umanità, colpisce però per la sua enormità anche un altro dato, quello dei guadagni stellari di CEO e singoli grandi capitalisti del settore: la pandemia ha creato in pochi mesi 9 nuovi miliardari, di cui 5 legati a Moderna e 3 vengono dalla Cina, da CanSino Biologics. Tra tutti e 9 arrivano a 19 miliardi di dollari, mentre altri 8 sarebbero coloro che, già miliardari prima della pandemia, hanno fatto affari investendo nel settore dei vaccini anti-covid19, portando i loro patrimoni complessivi a 32 miliardi di dollari.

La lotta che ci serve

Mentre in Europa e in USA l’eco mediatica amplifica un conflitto, in realtà numericamente limitato, attorno ai vaccini all’insegna del loro rifiuto, continua la lotta dei governi dei paesi poveri e di una fitta rete di associazioni locali e mondiali perché i vaccini siano sicuri e accessibili in ogni angolo del mondo. Vaccino bene comune, in questa duplice accezione di sicuro e garantito, è lo slogan di questo nuovo spezzone del movimento antiglobalizzazione liberista, che è in continuità, tematica e politica, con quello nato vent’anni fa a Seattle e arrivato fino a Genova 2001. Allora si trattava dei farmaci per la cura dell’AIDS, del loro costo inavvicinabile dai paesi più poveri che erano anche i più colpiti, della lotta del Sudafrica contro il TRIPS e della Conferenza di Doha. Oggi c’è un altro virus ma lo stesso capitalismo, o forse, se possibile, anche più arrogante e potente, con il depotenziamento della forza delle Agenzie internazionali come l’OMS e la crescente debolezza dei governi verso il potere dell’economia.

Sono più deboli anche i movimenti, che pure sono attivi, la forza globale dei movimenti di inizio millennio si è sfarinata, su questo come su molti altri fronti, e quanto si vede nelle nostre piazze no vax ogni sabato ha il sapore amaro di una critica sociale strabica, che sbaglia i bersagli e gli obiettivi. Big Pharma non ha la “colpa” di aver prodotto dei vaccini che stanno salvando vite, almeno quelle di chi può permetterseli, ma quella di limitarne la distribuzione equa in nome del profitto. E i governi non hanno la colpa di somministrare i vaccini, ma quella di aver imboccato la strada del “nazionalismo vaccinale” dei ricchi, ignorando il mondo e di aver per anni o decenni ridotto i sistemi di sanità pubblica all’osso, in ossequio al mantra liberista. La sfida per i movimenti – tra questi The People’s Vaccine, No profit on pandemic, Our health is not for sale! – è strategica, mirata ad apprendere dalle lezioni della pandemia per imprimere una svolta radicale al sistema grandi aziende farmaceutiche-governi-enti internazionali, nella direzione di un maggior potere del governo pubblico nel garantire l’accesso a cure e vaccini a costi e modalità sostenibili da tutte le popolazioni, e i un più garantito protagonismo delle popolazioni. I movimenti sanno, sembra assai meglio dei governi, che questo scenario è destinato a ripetersi, e che la risposta non può essere il balbettio dello status quo. Essi pongono temi che non riguardano solo i brevetti, che pure è tema cruciale per l’accesso alla conoscenza e ai farmaci, ma più in generale è sotto accusa la governance globale della salute: molte reti internazionali sottolineano come non può essere il WTO, l’organizzazione del commercio, a governare la salute e il diritto di poco meno di 8 miliardi di persone, e a deciderne le regole per quanto attiene farmaci e accesso alle cure, e come gli organismi quali l’OMS debbano essere rimessi al centro di una forte governance pubblica, capace di tutelare e promuovere i diritti delle popolazioni. Invece di essere resi deboli al limite della ininfluenza, come è accaduto e sta avvenendo durante questa pandemia.


L’articolo è tratto dal capitolo Il diritto alla salute e la governance della pandemia, curato dall’autrice, del 19° Rapporto sui diritti globali. Stato dell’impunità nel mondo, promosso da Fight Impunity-Association against Impunity and for Transitional Justice, a cura di Associazione Società Informazione, Ediesse-Futura editore. Tutte le fonti dei dati e delle informazioni citati in questo articolo sono reperibili nel citato capitolo del Rapporto, pp. 145-184.


Susanna Ronconi è ricercatrice, formatrice e attivista. Collabora dal 2004 al Rapporto sui Diritti Globali, di cui cura i temi del sociale e della salute; per l’edizione 2021 ha redatto il capitolo Il diritto alla salute e la governance della pandemia. É attiva nel campo delle marginalità sociali, del carcere, dei consumi di droghe e delle tematiche di genere. È presidente del Comitato scientifico dell’Associazione Forum Droghe.

https://transform-italia.it/pandemia-la-governance-iniqua-dei-potenti/


lunedì 23 dicembre 2019

Sorvegliare e punire. Il controllo autoritario dei poveri



16° Rapporto sui diritti globali, la sintesi del Focus del secondo capitolo sulle politiche sociali
Susanna Ronconi *
Dal 16° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI – Un mondo alla rovescia
2° Capitolo – POLITICHE SOCIALI
Il Focus – LA SINTESI
Odio, criminalizzazione, esclusione sociale non possono che essere le parole chiave necessarie nel 2018 per analizzare e capire quanto rapidamente sta andando avanti, nel nostro Paese e nell’Unione, un processo di “governo forte”, “disciplinare”, di questi temi sociali cruciali. Sul tema delle migrazioni l’odio razziale è stato sdoganato dall’alto, con un ruolo assai incisivo della politica. Non è diverso per le povertà. Quell’inclusione che, nel vecchio modello, valeva la pena perseguire a fini di coesione e pace sociale, oggi non solo appare troppo onerosa (il famoso o/o del liberismo dominante, o spendi in welfare o destini allo sviluppo o, meglio, al profitto), ma anche tutto sommato non dovuta. I poveri, siano loro a vergognarsi della loro povertà, e a esserne responsabili – colpevoli – individualmente. I poveri divenuti strutturali e non meritevoli di investimento, vanno tuttavia governati. Come noto e verificato, a meno welfare corrisponde più controllo disciplinare, e anche sanzionatorio. Il processo di controllo disciplinare e di criminalizzazione della povertà, il ritorno delle “classi pericolose”, è un processo in atto anche in Europa ormai da tempo. In più, l’ondata populista in Europa ha, nel suo discorso pubblico, un forte ancoraggio all’aporofobia, il rifiuto dei poveri, e si sta giocando la carta della produzione di normative antipoveri alla ricerca di consenso. La povertà, quella visibile soprattutto, instilla in chi povero non è un senso di incertezza e paura, e la paura è strumento tipico dei totalitarismi.
Escludere e punire in Europa. Divieti e sanzioni si stanno diffondendo in tutta l’Unione Europea, soprattutto attorno all’accattonaggio, come testimonia anche un’interpellanza al Parlamento Europeo presentata dalla rete delle ONG europee che lavorano con i senza dimora, a difesa dei loro diritti. In Ungheria, ad esempio, è in corso da otto anni il trattamento sanzionatorio dei senza dimora che segna una nuova, vergognosa, tappa nel giugno del 2018, con la proposta di Viktor Orbán di inserire nella Costituzione un emendamento che vieta di vivere nei luoghi pubblici. Formalmente il governo sostiene che sia un modo per garantire a tutti una casa o un riparo, in realtà i servizi sono insufficienti e sempre meno sostenuti dallo Stato. In quel Paese, inoltre, sono già in vigore norme di penalizzazione, e relative sanzioni, per chi dorme in strada: un programma obbligatorio di lavori socialmente utili, o, in alternativa, una multa. Se la persona non ottempera né all’uno né all’altro, scatta la sanzione penale, e alla terza volta si va direttamente in carcere. Il Regno Unito ha adottato una normativa secondo cui è possibile allontanare forzatamente i cittadini EU se trovati a dormire in un luogo pubblico, in quanto questo comportamento violerebbe le norme sulla residenza.
Senza dimora europei, l’escalation. Le cifre delle persone senza dimora nell’Unione Europea sono in drammatico aumento. I soli Paesi a non registrare un incremento significativo sono Norvegia e Finlandia. In tutto il resto del continente c’è allarme rosso: tra il 2014 e il 2016 +145% in Irlanda e +150% in Germania, con 860.000 homeless censiti e +20,5% in Spagna; +169% nel Regno Unito negli ultimi 10 anni; tra il 2008 e il 2016 +96% in Belgio e +32% in Austria; in Francia in un solo anno la crescita è del 17%. Questo trend riguarda anche i minori: sono 3.333 i bambini homeless in Irlanda nel 2017, +276% rispetto al 2014; in Olanda sono 4.000 nel 2015, +60% rispetto al 2013; in Francia, dove nel 2012 risultano più di 30.000 minori senza tetto, il 33% degli utenti di strutture per homeless sono under18, il gruppo più numeroso. In media, le persone restano nella condizione di senza dimora per più di 10 anni, e come conseguenza di un così prolungato periodo di deprivazione, l’aspettativa di vita è di 30 anni inferiore rispetto alla media della popolazione.
Anche contro i senza dimora è stato sdoganato il razzismo. Uno studio spagnolo segnala una percentuale del 47% delle persone senza dimora che sono state bersaglio di hate crimes, di cui l’87% non ha denunciato l’accaduto; tra le donne homeless il 26% ha subito qualche forma di violenza fisica. Secondo un’altra ricerca, ad agire discorsi o comportamenti di odio sono soprattutto uomini (l’87% dei casi), giovani (il 57% degli autori ha una età tra i 18 e i 35 anni); 10% dei casi è imputabile ad agenti di polizia e l’8% a persone dichiaratamente naziste. Un progetto valido di aiuto ai senza tetto che si sta diffondendo è Housing first, che separa l’accesso a una casa dalle altre forme di sostegno. Non è richiesto ai senza tetto di aderire a percorsi o servizi psichiatrici o per le dipendenze o per l’alcol, né devono dimostrare di essere astinenti, secondo un approccio di riduzione del danno. Housing First è orientato alla recovery, cioè sostiene e incoraggia le persone a non mettere in atto comportamenti che possano causare loro danno. Oggi è adottato in larga parte dell’Unione, soprattutto in Danimarca, Finlandia, Irlanda, Francia, Olanda, Portogallo, Austria, Regno Unito. Anche in Italia si sta diffondendo questa strategia: all’inizio del 2017, sono censiti 28 progetti in 10 regioni, dal Piemonte alla Sicilia.
Italia. Dal Pacchetto sicurezza al decreto Minniti. In Italia le regole contro i senza fissa dimora sono appannaggio delle città e dei sindaci, con l’ondata delle ordinanze seguite a una innovazione legislativa nazionale, quella legge n. 125 del 2008 che, all’articolo 54, attribuisce ai sindaci il potere di deliberare in difesa della incolumità pubblica e della sicurezza urbana. Nel 2017 arriva il decreto Minniti sul “DASPO urbano”. Il decreto è figlio dell’incattivimento dei tempi e di una strategia di governo delle città di lungo periodo, sancisce l’esclusione di gruppi sociali specifici che vivono in una condizione di marginalità, di disagio sociale, di povertà, o anche solo di “differenza” sociale o culturale. Prevede sanzioni e divieti per condotte specifiche: divieti di stazionamento e di occupazione di spazi, impedimento alla libera accessibilità e fruizione di infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano o extraurbano e delle relative pertinenze; e di chi sia in stato di ubriachezza, compia atti contrari alla pubblica decenza, eserciti il commercio abusivo, eserciti attività di parcheggiatore o guardiamacchine abusivo; sanzione amministrativa pecuniaria (100-300 euro) e ordine di allontanamento in violazione dei divieti di stazionamento, la recidiva comporta un divieto di accesso a una o più delle aree espressamente indicate per un massimo di sei mesi (il DASPO urbano, decisione del questore); in caso di reati, l’arresto in flagranza può avvenire in maniera differita, sulla base di documentazione video fotografica entro 48 ore dai fatti. Insomma, a gruppi sociali specifici tra i più svantaggiati viene applicato un sistema repressivo che si sottrae alle regole e alle garanzie del diritto penale e a questo si aggiunge, ampliando a dismisura l’area del controllo e della sanzione destinata ai poveri.
L’informazione indipendente fornisce i dati dell’applicazione del decreto: nell’arco del periodo febbraio-dicembre 2017 risultano 2.104 provvedimenti, l’85% sono ordini di allontanamento (1.781) 305 sono divieti di accesso in aree urbane e 18 divieti di accesso in esercizi pubblici. Il trend è in crescita nel corso dei mesi, soprattutto della misura predominante, che viene comminata soprattutto al Sud (il 64% degli ordini di allontanamento avviene in Sicilia, 546, Lazio, 530 e Campania, 495) e nelle grandi città (Palermo, Roma e Napoli); il 10% in Veneto (212), soprattutto a Venezia, il 4% in Calabria, a Reggio Calabria (86). Ai minimi, Trentino-Alto Adige (un solo provvedimento) e Marche (5). Le stesse tre regioni del Centro-Sud totalizzano la gran parte dei divieti di accesso urbano (il 73% del totale, 222 provvedimenti), seguite da Lombardia (13%, 39) ed Emilia-Romagna (8%, 20). La durata prevalente del divieto di accesso è di 5 giorni o meno (il 73%), ma non sono pochi i provvedimenti che arrivano a 2-3 mesi (18%) e c’è un 6% che arriva ai 6 mesi. Si tratta innanzitutto di senza dimora, nativi e migranti, colpiti per comportamenti quali bivacco (dormire), atti osceni in luogo pubblico (urinare), consumo di bevande in luogo pubblico, improprio utilizzo delle fontane pubbliche per lavarsi. Poi venditori ambulanti e giocolieri, parcheggiatori, persone rom che fanno colletta. Secondo gli ultimi dati ISTAT (che risalgono però al 2014) i senza casa in Italia sono 50.724, per circa il 60% stranieri, per l’85% maschi, per il 56% al Nord. E il 76,6% vive da solo. Si trovano soprattutto nelle grandi città e nei capoluoghi: Roma, Milano, Palermo, Firenze, Torino, Napoli, Bologna. Solo un terzo deve vivere di collette, ben il 62% trova lavori e lavoretti e accumula tra i 100 e i 500 euro al mese, il 14% ha problemi di alcol, droghe e disturbi psichiatrici. Secondo la Caritas (che ne ha censiti 26 mila nei suoi Centri d’ascolto), hanno una età media di 43 anni, ma ci sono anche molti giovani tra i 18 e i 34 anni, più di un quarto del totale. Una rilevazione del 2017 della Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora – l’organismo di coordinamento tra gli enti che si occupano di senza casa – mette in evidenza un trend di sviluppo della condizione homeless, secondo cui le categorie in aumento sono quelle dei più giovani (inclusi minori stranieri non accompagnati), delle donne, dei lavoratori poveri e di persone che hanno malattie gravi o terminali.
Le architetture “ostili”. Pensate per impedire il sostare, il sedersi, il dormire è una tendenza comune a tutte le città europee. La politica architettonico-securitaria è ormai dispositivo di governo delle povertà urbane. A Londra, ad esempio, è nata Camden Bench, una panchina di cemento che ha bordi arrotondati e una pendenza che fa sì che dopo breve tempo risulti scomodissimo restarvi seduti, tanto meno vi si può dormire o stazionare a lungo. La gamma è ormai ampia: panchine con braccioli nel mezzo; sedute curve, segmentate e inclinate; pavimentazioni irregolari e con sporgenze e aculei in ferro; muretti e gradini con spuntoni e aculei; angoli barricati; divisori stradali e dei marciapiedi. L’Italia non fa eccezione. Antesignana di tutte le panchine anti-sonno fu quella disegnata per il sindaco Flavio Tosi di Verona, già nel 2007, dotata di braccioli che ne dividono la superficie e impediscono di sdraiarsi. Panchine come quelle sono proliferate in tutto il Paese, accompagnate dalle “non-panchine” alle fermate dei bus, dove ci si può solo appoggiare e non sedersi.
A mano armata. I frutti violenti del securitarismo. Con la crescita dell’enfasi securitaria, dell’insicurezza percepita e delle retoriche giustizialiste, cresce la quota di violenza endemica nella società, i cui bersagli sono sempre più gli esclusi e i migranti.
Le ricadute sulla polizia municipale delle normative sulla sicurezza urbana hanno portato verso una sua maggiore militarizzazione e una centralità della sua funzione anticrimine. Il processo di armamento delle polizie locali è in crescita: tra i capoluoghi di provincia solo nel 12% dei casi la polizia non è dotata di armi. Nel restante 88%, 90 città, l’armamento è andato aumentando dal 2012, anno in cui era armato l’85% del personale, nel 2014 era l’87%, nel 2016 il 92%. Complessivamente, nei capoluoghi circolano nella polizia municipale 27.308 armi. Il Taser, la “pistola elettrica non letale” i cui impulsi elettrici (50 mila volt!) paralizzano momentaneamente (ma a volte definitivamente…), dal 5 settembre 2018 viene sperimentata come arma di ordinanza per polizia, carabinieri e Guardia di finanza. Inoltre, in base al decreto Salvini su sicurezza e immigrazione, sempre del settembre 2018, anche i Comuni oltre i 100 mila abitanti potranno dotare di Taser la polizia municipale, decidendolo con un semplice regolamento comunale. La logica dichiarata è quella di intervenire a mano armata limitando i rischi delle armi da fuoco, ed è una logica prettamente adeguata all’ordine pubblico sulle strade metropolitane, ma secondo molte associazioni per i diritti umani, guardando all’esperienza in USA e Canada, l’effetto sarà ben diverso: il Taser spesso non è utilizzato dalle polizie come alternativa meno pericolosa rispetto all’arma da fuoco, ma come alternativa più incisiva ad altri mezzi coercitivi come manette o manganelli. Dunque, con un possibile uso anche in ordine pubblico o, appunto, contro poveri o emarginati che “disturbino”. I casi di morti correlate all’utilizzo del Taser negli USA dal 2001 a oggi sono circa mille, il 90% erano persone disarmate, con problemi di salute dovuti anche all’utilizzo di alcol o droghe, o anche solo in stato di stress e fatica dopo una corsa. Amnesty International denuncia «la facilità con cui il Taser può rilasciare scariche multiple, che possono danneggiare anche irreversibilmente il cuore o il sistema respiratorio».
Il razzismo democratico. Il senso comune e lo hate speech contro poveri e diversi ha “liberato” la violenza contro gli ultimi. Hanno riempito le cronache gli attacchi razzisti a persone di colore, compiuti come veri e propri raid, armi in pugno. Ma nel 2018 c’è da registrare anche la pratica diffusa di “tiri al bersaglio” con armi pneumatiche ad aria compressa, su cui i responsabili hanno un atteggiamento superficiale e autoassolutorio, come si trattasse di ragazzate. Sono 11 i casi noti nell’estate 2018, tutti ai danni di persone straniere. La corsa al porto d’armi è già scattata da tempo. La Lega avanza sulla riforma della legittima difesa, mentre il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha già onorato il patto con la lobby delle armi (un indotto di 2.264 imprese, un giro d’affari di oltre 7 miliardi di euro, cioè lo 0,44% del PIL, 87.500 occupati). Il 10 agosto 2018 viene emanato il decreto n. 104 che porta da 6 a 12 le armi sportive che si possono detenere, arrivano a 10 le armi lunghe e a ben 20 quelle corte e cresce anche il numero dei proiettili, si allarga dismisura il numero delle tipologie di persone che possono detenere un’arma da guerra, grazie all’ampliamento della platea dei “tiratori sportivi”.
La politica degli sgomberi. Un altro esempio di questo spirito securitario sono gli sgomberi di abitazioni o luoghi occupati abusivamente. Le ragioni del moltiplicarsi di occupazioni di stabili sfitti sta tutta nei numeri, delle povertà in generale, e in quelli delle mancate politiche per la casa, in particolare. Secondo dati del ministero dell’Interno, nel 2017 sono state emesse 59.609 sentenze di sfratto, e di queste ben il 90% è per morosità incolpevole, che vuol dire impossibilità manifesta degli inquilini di poter far fronte alle spese dell’affitto. Occupare case sfitte o strutture in disuso, dunque, è l’unica alternativa per molte famiglie italiane, oltre che per molti migranti e richiedenti asilo. Il primo settembre 2018 Salvini ha firmato una circolare che, rifacendosi al decreto Minniti, valuta positivamente l’azione tempestiva per prevenire nuove occupazioni, ma invita a fare meglio: cioè, ad attivare attività info-investigative per prevenire possibili invasioni. Prende il via, dunque, il nuovo corso: vengono sgomberati rifugiati, migranti, italiani, rom, senza alcuna alternativa, tanto che seguono immediate nuove occupazioni, in un crescendo di tensione e conflittualità sociale.
I campi rom. In Italia 26.000 persone rom vivono in emergenza abitativa nei campi, 16.400 in 148 insediamenti formali e circa 10.000 in campi informali. Il 73%, 7.000 persone, è disseminato in cinque regioni: Campania, Lazio, Piemonte, Puglia e Lombardia. Le politiche municipali oscillano tra tolleranza di situazioni anche informali a cui non hanno soluzioni da offrire, e loro parziale regolamentazione, e politiche dello sgombero forzato, spesso senza alternative e dunque destinato a riprodurre e disseminare altri campi informali. Il 2017 si caratterizzano per un elevato numero di sgomberi forzati in molte città, condotti spesso in deroga alle tutele procedurali previste dal diritto internazionale. Gli sgomberi forzati sono stati 230, 96 nel Nord Italia, 91 nel Centro e 43 nel Sud; a Roma sono stati 33 e a Milano 25. Eguale tendenza si verifica nel 2018.
Le politiche sulle droghe. Nel 2014 la Corte Costituzionale boccia la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, e si ritorna al testo della legge 309 del 1990. Non una rivoluzione, ma almeno l’abrogazione di alcune tra le misure più afflittive. Con l’articolo 13 del decreto Minniti si ritorna indietro. Nei confronti di soggetti condannati (anche solo in appello) nell’ultimo triennio per reati di produzione, traffico, cessione e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, il questore ha il potere di disporre il divieto di accesso o anche stazionamento nei locali pubblici o nei pubblici esercizi. La violazione delle misure comminate è punita con una sanzione pecuniaria amministrativa (assai elevata, tra 10 e 40 mila euro) e con la sospensione della patente. E si torna al vecchio 75 bis della legge Fini-Giovanardi, che prevedeva appunto una serie di misure comminate dal questore verso persone con condanne anche non definitive per reati sugli stupefacenti e giudicate pericolose per la sicurezza pubblica. Le misure del decreto Minniti sono destinate alle figure minori, quelle di strada, spesso consumatori che spacciano su modica scala o comunque piccoli spacciatori. Come sempre, la gran parte dei dispositivi penali sulle droghe toccano i pesci piccoli e non intaccano il mercato nero e il grande traffico. Con il decreto Minniti riprende a salire la percentuale di chi entra in carcere per detenzione di sostanze, il 30% degli ingressi, 14.139 su 48.144, l’8,5% in più rispetto all’anno precedente, mentre coloro che sono incarcerati per traffico sono solo 4.981, e per associazione finalizzata al grande traffico 976. Le persone tossicodipendenti detenute sono una su quattro, 14.706 su 57.608, anche questo un trend di nuovo in ascesa dopo il calo seguito all’abrogazione della legge Fini-Giovanardi. Ma è il dato delle persone obbligate al colloquio prefettizio e sottoposte a sanzioni amministrative a dare il polso dell’aria che tira: per detenzione ai fini del solo consumo personale (art. 75), vengono sanzionate nel 2017 38.613 persone, con ben +18% sul 2016 e +39% sul 2015. I minori vengono colpiti quattro volte più del 2015, i consumatori di cannabis rappresentano l’80%. Le sanzioni comminate, 15.581 (+15%), colpiscono il 43% di quanti inviati dal prefetto, a fronte di un’irrilevanza degli invii a un percorso terapeutico, 86 in tutto. Sulla scia di Minniti, insieme al DASPO urbano per i pesci piccoli del mercato delle droghe, il nuovo governo gialloverde lancia un piano law&order per le scuole nella stessa logica di privilegio degli strumenti repressivi che tutta la politica del governo delle città esprime. Scuole sicure, direttiva del ministero dell’Interno che punta a debellare lo spaccio nelle scuole grazie a videosorveglianza, polizia e cani, investendo 2,5 milioni di euro di cui solo il 10% a favore di un lavoro educativo.
Hate speech, cresce il razzismo. La Mappa dell’Intolleranza, stilata da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, segnala per il 2017-2018 una decisa crescita dei discorsi d’odio on line, soprattutto per xenofobia, islamofobia e antisemitismo, tra le categorie analizzate (che includono anche donne, persone omosessuali e diversamente abili). Le analisi si basano sui messaggi su Twitter in due periodi, tra maggio e novembre nel 2017 e tra marzo e maggio nel 2018. I migranti sono il secondo target dell’odio: i messaggi xenofobi sono il 32,45% del totale nel 2017 e il 36,93% nel 2018, con un incremento in pochi mesi del 4%. Il contesto è quello di un aumento esponenziale dei casi di discriminazione rilevati, di cui il 69% avviene appunto per ragioni razziste, dai 540 del 2000 ai 2.652 del 2016, 5 al giorno. Gli italiani pensano per il 42% che gli stranieri siano troppi; sono in realtà poco più di 5 milioni (5.144.440 immigrati regolarmente residenti, corrispondenti all’8,5% della popolazione totale, secondo il XXVII Rapporto della Caritas sull’immigrazione), che portano l’Italia a collocarsi al 5° posto in Europa e all’11° nel mondo. Il 24% vorrebbe respingerli tutti, il 44% vorrebbe accogliere solo rifugiati. Se poi si parla di rom, l’Italia vanta il primato negativo degli haters: l’82% li odia, nessuno peggio di noi. Le grandi città sono le più razziste e xenofobe, Roma, Milano, Napoli, Firenze, Torino.
Tutti i bersagli dell’odio on line. Le donne innanzi tutto, poi gli islamici, verso cui cresce l’odio in tutto il Paese. Nuovo primato negativo, gli italiani antisemiti, il 21%, i peggiori in Europa. Ci sono 300 siti web antisemiti, di cui 20 negazionisti e 160 profili Facebook. Il 40% delle persone LGBT dichiara di aver subito nell’ultimo anno una discriminazione, soprattutto a scuola e sul posto di lavoro, sono il 60% gli italiani che vorrebbero “maggior discrezione” da parte delle persone LGBT, il 30% pensa sia meglio nascondere la propria omosessualità, il 41% non vorrebbe una persona omosessuale come insegnante. Soprattutto al Sud e in Lombardia permane l’odio verso i disabili. Le grandi città sono le più intolleranti: presi di mira sindrome di down e disabilità gravi. Infine, il barometro dell’odio cresce in tempi di campagna elettorale: in tre settimane 787 segnalazioni, un messaggio di odio ogni ora. Riguardano 129 candidati di cui oggi 77 siedono in Parlamento. Il 43,5% degli hate speech viene da leader politici, primato alla Lega (50%), 27% Fratelli d’Italia, 13% Forza Italia, 4% Casa Pound, il 3% L’Italia agli Italiani e 2% Movimento 5 Stelle. Il bersaglio privilegiato, il migrante (91%), ma ce n’è anche per persone LGBT (6%), rom (4,5%) e donne (1,8%). Il 7% delle dichiarazioni incita in modo esplicito alla violenza.
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martedì 19 febbraio 2019

Medicina di classe e spinte alla privatizzazione. Intervista a Vittorio Agnoletto



(La salute da diritto a profitto. Intervista a Vittorio Agnoletto, a cura di Susanna Ronconi)

La spesa privata per la salute aumenta, in Italia, e così il ruolo della sanità privata, che lungi dall’essere complementare a quella pubblica, ormai è con essa in aperta concorrenza. Con il paradosso (apparente) che proprio le politiche sanitarie, nazionali e ancor più regionali, stanno facilitando questo processo, a causa di liste d’attesa e introduzione dei ticket. Paradosso apparente, spiega in questa intervista Vittorio Agnoletto, medico estremamente critico verso i processi di privatizzazione in atto: perché è una scelta politica quella di promuovere il ridimensionamento del settore pubblico e accrescere il ruolo dei privati, nel momento in cui a livello globale i servizi sanitari sono individuati dal grande capitale finanziario come un ottimo e promettente campo di investimenti per il profitto. In Italia – Paese che vantava fino a dieci anni uno dei migliori sistemi sanitari del mondo – il processo è a macchia di leopardo, tra competenze e titolarità nazionali e regionali, ma indubbiamente in atto. Caso emblematico la Lombardia, dove gran parte dei 14 miliardi spesi annualmente per le cronicità saranno appannaggio di gestori privati, non solo sottraendo risorse al pubblico, ma soprattutto facendolo rinunciare di fatto al ruolo di garante del diritto alla salute dei cittadini.

Redazione Diritti Globali: Sono passati più di dieci anni da quando l’OMS ha definito il nostro il secondo miglior Servizio Sanitario Nazionale (SSN) del mondo. Cos’è successo nel frattempo? Meritiamo ancora questa medaglia?
Vittorio Agnoletto: Se partiamo dalla nostra Costituzione, dovremmo avere le carte in regola. L’articolo 32, tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e prevede cure gratuite per gli indigenti; l’articolo 3 dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza dei cittadini e impediscono lo sviluppo della persona umana. Quello che è interessante è che l’articolo 32 parla di un diritto dell’individuo, non del cittadino, cioè la salute è un diritto di ogni essere umano, e questo toglie di mezzo tutte le questioni di cittadinanza, nazionalità, se sei italiano o immigrato. L’intreccio tra i due articoli è chiaro, ed è proprio questo intreccio che sta alla base della legge di riforma 833 del 1978 che istituisce il SSN universale. È quello il SSN che l’OMS ha premiato dieci anni fa, non quello che stiamo vedendo ora. Oggi abbiamo un sistema a due velocità, che discrimina l’accesso alle cure a seconda delle possibilità economiche delle persone. È un processo recente ma in fortissima crescita in questi ultimi anni.
RDG: Quali sono i fattori che hanno maggiormente inciso in questo processo a discapito dell’accesso universale alle cure?
VA: Primo, l’inserimento dei ticket. Il SSN dovrebbe essere del tutto gratuito, è pagato dalla fiscalità generale, secondo una progressività e una proporzionalità in base ai redditi. I ticket non hanno senso, ogni cittadino ha già pagato per la sanità. Secondo, l’ingresso fortissimo del privato nel SSN, sia con la convenzione che con l’accreditamento, in un quadro nazionale che, sulle regole, lascia grande spazio a ogni Regione. Il pubblico rimborsa il privato convenzionato per i suoi servizi, ma è evidente che il privato sceglie i settori più convenienti e lucrativi; non trovi il privato che investe per esempio nel pronto soccorso, investe invece e molto nelle patologie croniche, che garantiscono piani pluriennali e bilanci sicuri: ecco perché il privato entra massicciamente nelle RSA, Residenze Sanitarie Assistenziali, per esempio. Ed è un privato sempre meno complementare e sempre più sostitutivo del pubblico. Terzo, la questione delle visite intramoenia. Introdotte ai tempi di Rosy Bindi ministro della Salute, allora avevano lo scopo di trattenere nel pubblico i medici attratti dal profitto privato, consentendo loro di svolgere dentro la struttura pubblica una parte di attività privata, lasciando una quota parte del compenso alla struttura stessa. Queste attività private dovevano essere, nelle intenzioni iniziali, una parte limitatissima, destinata a quei cittadini che vogliono una prestazione aggiuntiva, o vogliono scegliere quello specifico medico. Invece, è diventata una attività concorrenziale, dilata a dismisura, anche perché gli ospedali spesso non pongono limiti. Il fatto è che gli ospedali pubblici sono incentivati a favorire queste prestazioni private, ci guadagnano, perché una quota parte va al personale infermieristico disponibile a essere presente durante le visite private, un’altra parte viene, in alcuni casi, ripartita anche tra gli amministrativi e una percentuale non indifferente resta nelle casse dell’ospedale. Il ticket che pagano i cittadini per una prestazione pubblica, invece, non va all’ospedale ma alla Regione che poi ridistribuisce le risorse. Così finisce che nessuno ha più interesse a incentivare la prestazione pubblica versus l’intramoenia, perché si tratta di soldi freschi nelle casse dell’ospedale al di fuori dei canali regionali. Con l’effetto che questo processo diventa anche una delle ragioni delle liste d’attesa, perché le visite intramoenia non avvengono a fine turno, ma anche durante la giornata.

RDG: Sui processi di privatizzazione, oltre al nodo delle liste d’attesa, la prima misura che hai citato, i ticket, stanno avendo un ruolo importante: i costi sono concorrenziali, il privato spesso offre prestazioni non solo più tempestive ma anche a minor costo, è così?
VA: Sì, in molti casi i costi nel settore privato sono pari o inferiori ai ticket nel pubblico, e questo accade soprattutto per prestazioni diagnostiche di massa, come le mammografie, per esempio. Se il privato costa 40 e mi fa aspettare tre settimane e il ticket costa 41 e devo aspettare tre mesi, è ovvio che vado dal privato. E poi magari ci resto, perché se servono ulteriori accertamenti il privato me li offre sul momento e con poca attesa, se devo tornare nel pubblico devo rifare tutto l’iter e chissà con che tempi: il medico di base, poi lo specialista, poi una nuova richiesta di esami… Peccato che quel nuovo accertamento costerà di più di quello che spenderesti con un ticket, ma ormai sei dentro il sistema privato.

RDG: Una scelta autolesionistica da parte del pubblico e anche poco razionale. La ratio è di tipo politico, allora, nello stabilire ticket elevati per prestazioni di massa? Si può parlare di una esplicita intenzionalità di spingere per la privatizzazione?
VA: Sono scelte politiche che avvengono a livello regionale, c’entra il peso che localmente la sanità privata ha rispetto ai decisori politici. Peraltro, qualche anno fa, sono stati resi noti da Wikileaks dei documenti di grandi holding internazionali delle assicurazioni in cui si sottolineava come la sanità fosse in prospettiva un campo strategico di investimento, a patto che gli Stati e le chiese restringessero il loro ruolo nel settore. Sono soprattutto i politici regionali ad avere intrecci con le potenti lobby della sanità privata, e scegliere di tenere alti i ticket proprio su esami diagnostici di massa significa favorire il privato, farlo diventare competitivo. A proposito di funzionalità, va detto che un sistema privatizzato costa indubbiamente di più, lo dimostrano numerose ricerche realizzate sia a livello nazionale che europeo e confermate da studi svolti negli USA. C’è una forbice, con un aumento della spesa privata e un taglio di quella pubblica; già il governo Gentiloni aveva deciso che nel 2021 la percentuale della spesa sanitaria sul PIL dovesse attestarsi sul 6,3%, dunque meno di quella attuale che è 6,6%, e molto al di sotto del valore che l’OMS indica come necessario a garantire i servizi necessari. Non sono scelte funzionali, sono scelte politiche, la strada è quella di spostare sul privato una sanità che diventata fonte di profitto.

RDG: Queste scelte hanno una correlazione significativa secondo te con le politiche di austerità post crisi del 2008, quando tagli e smantellamento del welfare hanno preso una più decisa velocità?
VA: In sanità questo processo è partito molto prima, negli anni Novanta del secolo scorso, come processo di privatizzazione, ma anche prima, quando le USL sono state trasformate in ASL, in aziende; per le prime il bilancio dipendeva solo dalla fiscalità generale, per le ASL invece si tratta di avere bilanci in pari. Gli obiettivi che le ASL assegnano ai direttori sono solo parzialmente sulla qualità, sono prioritariamente relativi al fattore economico: un direttore che non lotta contro le liste d’attesa ma tiene il bilancio in pari piacerà sempre al politico regionale. Il finanziamento del privato, poi, ha aperto uno spazio enorme di corruzione e falsificazione, il privato tende ad andare laddove le prestazioni sono più remunerative, fino all’estremo – lo leggiamo poi sui giornali quando qualcuno finisce in tribunale – di realizzare certi interventi chirurgici anche se non necessari o adeguati. I controlli sono poco incisivi, ci sono a livello regionale, ma per esempio in Lombardia quando parte un controllo lo sanno tutti due giorni prima… Il pubblico in realtà sta dando mano libera ai privati. La questione è complicata dal fatto che i vertici della sanità regionale sono di nomina strettamente politica, direttori generali che poi scelgono direttori sanitari e amministrativi, c’è una catena di lealtà politica che non va certo a favore dell’efficienza.

RDG: I 21 sistemi sanitari regionali seguono tutti le medesime tendenze alla privatizzazione? O ci sono modelli differenziati? Tu hai lavorato in modo particolare a una analisi critica e a una opposizione al modello lombardo di privatizzazione, credi che sia un apripista destinato a diventare tendenza nazionale?
VA: I vincoli politici sono simili in tutte le regioni, a prescindere dalle giunte. La sanità è il settore portante dei bilanci regionali; parlando per la Lombardia, su un bilancio annuale di circa 23 miliardi, 18 vanno alla sanità, e ormai quasi 14 sono destinati alle persone con patologie croniche. I modelli e i livelli di privatizzazione invece cambiano a livello regionale, credo che su questo i processi più avanzati siano in Lombardia, Sicilia, Lazio. Certo, il modello lombardo non è generalizzato, a oggi, ma per quanto concerne i malati cronici fa tendenza e sta diventando il cavallo di battaglia per esempio di Forza Italia o dell’ex ministra Beatrice Lorenzin. La peculiarità è che il modello lombardo non solo privatizza, ma toglie la responsabilità della gestione della salute all’ente pubblico, ridisegna proprio l’intero sistema: la Regione distribuisce assegni a dei gestori privati, tra questi vi sono anche fondi sorretti da fonti finanziarie internazionali, che reclutano i cittadini con contratti di natura privatistica, che non si possono rescindere fino al 31 dicembre di ogni anno, e da quel momento il cittadino dipende da quel gestore privato, che sia fondo sanitario o altro ente. Potrà farsi visitare solo nelle strutture che hanno un accordo con il “suo” gestore, perdendo il diritto a essere visitato ovunque da qualsiasi struttura sanitaria pubblica, e sarà vincolato a questi accordi privatistici. Qui è lo Stato che rinuncia, che esce di scena. Cosa succederà? Che la qualità delle cure scenderà, perché si cercherà di fare profitto sulle quote concordate tra Regione e gestore, e poi la selezione delle prestazioni garantite sarà a cura del gestore, e non tutte lo saranno. Pensare poi a vertenze a favore dei diritti dei cittadini sarà più difficile senza un pubblico garante o anche una chiara controparte pubblica.

RDG: È un sistema che, in prima battuta sembra complicato e difficile da capire. Informare e sensibilizzare i cittadini mi sembra una sfida non da poco, per non dire creare un movimento critico…
VA: È quasi impossibile capire tutto di questi dispositivi. Ho fatto centinaia di incontri con i cittadini, è complicatissimo spiegare. È anche più complicato se si considera che, in ogni caso, se la gestione della sanità è regionale, questa riforma avviene pur sempre in un quadro nazionale del quale la Giunta lombarda deve tenere conto, non può improvvisamente azzerare il SSN e cancellare il contratto collettivo nazionale dei medici e tantomeno può obbligarli a lavorare con gestori privati. Credo comunque che ci siano profili incostituzionali in tutto questo, come Medicina Democratica, abbiamo fatto ricorso al TAR che ne discuterà in novembre. Intanto, in attesa del TAR, per ora c’è la possibilità ma non l’obbligo, né per i medici né per i malati cronici, di scegliersi il proprio gestore. I cittadini lombardi a oggi non sembrano convinti, infatti su 3 milioni di lettere inviate loro dalla Regione solo meno del 10% ha risposto alla proposta di aderire a un gestore e nella città metropolitana di Milano i medici di medicina generale hanno aderito solo per il 25% alle proposte regionali. Un altro aspetto critico è che è in atto un processo per cui i medici di base si stanno organizzando, trasformando le loro cooperative in società, per diventare anche loro gestori, stante che può essere proficuo. Tra i gestori, oltre ai fondi privati, inclusi quelli che hanno riferimenti finanziari internazionali, ad esempio con sede a Dubai, avremo anche le società dei medici, che saranno avvantaggiate perché potranno reclutare i cittadini tra i loro pazienti. Anche qui vedo aspetti di incostituzionalità, perché il medico del servizio pubblico finisce con fare profitto attraverso la sua società di gestione, cioè medici del SSN diventano imprenditori privati. Questo sta creando problemi ai sindacati dei medici, che in prima battuta si sono opposti alla riforma, anche con ricorsi di incostituzionalità e a difesa della professione medica, ma adesso fanno i conti con una parte dei loro iscritti che sta facendo marcia indietro.

RDG: Proviamo a leggere tutto questo con gli occhi del cittadino. Cosa perde e cosa guadagna? Non solo economicamente, ma in termini di salute, prevenzione, cura, accesso alle cure, insomma di diritto alla salute
VA: Alcune fonti riportano il dato di 11 milioni di persone che non si curano, intendendo che rinunciano a curarsi per una patologia, e questo fenomeno riguarda soprattutto l’odontoiatria e la fisioterapia. Rinunciare alla fisioterapia è grave, non solo per la persona interessata, ma anche per la famiglia che se ne prende cura, con carichi maggiori. Lo stesso accade se si rinuncia alle cure dentistiche, si tratta di patologie che portano con sé conseguenze sull’alimentazione e altri problemi di salute correlati. Dunque, una situazione in cui gli effetti negativi sono a cascata. In questo quadro, la spesa sanitaria privata pagata dai cittadini si è attestata attorno al 30% della spesa sanitaria totale, perché i cittadini non riescono a curarsi, prima di tutto a causa delle liste d’attesa; in Lombardia per alcune visite l’attesa è di vari mesi, talvolta oltre un anno. Chi ha qualche disponibilità va verso il privato e poi finisce con il rimanerci. Questo il meccanismo di fondo. Però va detto che la penetrazione del privato avviene anche con altre modalità. Io ritengo catastrofico, per esempio, sotto questo profilo l’inserimento delle assicurazioni private nei contratti collettivi nazionali di lavoro. Catastrofico, perché stiamo combattendo per difendere la sanità pubblica e con i contratti milioni di persone vengono spostate dal pubblico al privato! Tornando indietro di 40 anni; infatti, così si torna alla logica delle mutue, prima della legge 833, quando l’assistenza sanitaria era agganciata al posto di lavoro. Tocca ricordare che il primo contratto nazionale che ha compiuto questo passo è quello dei metalmeccanici, FIOM inclusa, che ora sta cercando di ampliare la copertura assicurativa anche ai famigliari del lavoratore. Poi via via hanno seguito l’esempio altre categorie, i ferrovieri per esempio, e altri. C’è da dire inoltre che l’offerta privata non riguarda interventi complementari alla sanità pubblica, perché se vai a vedere vengono offerte tutte le prestazioni, e dunque si prospetta una concorrenza, non una complementarietà al SSN. Nella CGIL, chi non ha seguito questa strada è non a caso la Funzione Pubblica, che ha al suo interno i lavoratori della sanità.

RDG: Sono già osservabili ricadute di questi processi di privatizzazione e del ridimensionamento del SSN sulla salute degli italiani?
VA: Nella graduatoria mondiale sull’attesa di vita siamo ancora al secondo posto, sebbene per la prima volta sia sta osservata una diminuzione. L’OCSE misura due indicatori, uno è appunto l’aspettativa di vita, l’altro è la qualità della vita dopo i 65 anni: qui negli ultimi anni siamo letteralmente precipitati nella classifica. Ma questo porterà con sé anche un calo nell’attesa di vita, se aumentano le patologie e diminuisce la possibilità di curarsi sarà inevitabile. Detto altrimenti: già adesso gli italiani cominciano a vivere peggio, dopo vivranno anche di meno.

RDG: Si può pensare di agire per bloccare questa tendenza? O anche solo per moderarla? Per come l’hai descritta, appare come uno dei tanti processi globali rispetto ai quali, anche volendo, Stati nazionali e soprattutto movimenti per il diritto alla salute misurano la loro impotenza. E così o possiamo individuare dei terreni di lavoro?
VA: Sarebbe necessario un grande movimento basato sull’alleanza tra i lavoratori e i cittadini, gli utenti del SSN. Ma è quello che io non vedo e penso sia uno dei grandi limiti del sindacato oggi. Io lavoro all’INPS e ogni giorno ricevo mail dal sindacato: sono mail che parlano di tutto, dagli orari di lavoro ai buoni mensa, ma non leggo mail in cui si metta il rapporto con l’utenza al centro, e all’INPS l’utenza è fatta di gente invalida, con mille problemi. In termini di sostenibilità della spesa e anche di qualità professionale il SSN può assolutamente essere competitivo con il privato, ma vanno fatte delle scelte di investimento. Per esempio, la medicina preventiva: si investe pochissimo, a fronte del fatto che le patologie del terzo millennio nei Paesi industrializzati sono quelle cardiache o quelle legate all’alimentazione, su cui investendo in campagne serie di prevenzione si potrebbe incidere significativamente, arrivando anche a limitare i costi delle cure. È chiaro che la prevenzione non interessa al privato, non si fa profitto sulla prevenzione, la prevenzione può farla efficacemente solo un sistema pubblico: e così si metterebbero a posto i conti dello Stato, pensando al risparmio che la prevenzione promuove. Dove è scritto che la medicina è solo curativa? Eppure, se vedi il corso di laurea in medicina, non trovi esami di medicina preventiva se non in poche specializzazioni! Non c’è la logica per cui il primo obiettivo di un sistema sanitario è tenere le persone in salute e poi curarle se si ammalano, le priorità, purtroppo, sono altre.
Invece sta crescendo il dibattito sulla cosiddetta medicina personalizzata: a Milano l’area ex Expo dovrebbe diventare proprio il centro europeo della medicina personalizzata e degli studi sul genoma, attraendo anche con regimi fiscali favorevoli le grandi multinazionali del farmaco e della ricerca, nonché l’IBM che è l’azienda (privata) che possiede il più grande archivio di dati sanitari personali del mondo, e si appresta ad avere tutti quelli italiani. Bene, questa è l’estremizzazione dell’approccio solo curativo della medicina: ci sono 11 milioni di persone che non accedono alle cure di base e si investono cifre enormi nella ricerca sul genoma che eventualmente produrrà farmaci per curare pochi cittadini abbienti. Le scoperte in medicina e le nuove tecnologie sono davvero progressive solo se è prevedibile un loro ampio utilizzo verso l’insieme della popolazione, se no si tratta semplicemente di medicina di classe.
Sul piano politico manca oggi una risposta collettiva, perché il cittadino sui temi della salute è solo, fronteggia l’emergenza e la risposta è individuale. È per questo che dico che il ruolo del sindacato è una occasione per ora persa: il terreno d’azione dovrebbe essere quello della difesa della salute, quello dei diritti dei cittadini, oltre e insieme a quelli degli occupati. È quello che con le limitate forze a disposizione cerco di fare con la mia trasmissione a Radio Popolare e con l’organizzazione di centinaia di incontri in Lombardia per bloccare le delibere regionali che puntano a privatizzare l’assistenza sanitaria ai malati cronici.
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Vittorio Agnoletto: è medico del lavoro, lavora nelle commissioni per l’invalidità civile dell’INPS. È professore all’Università di Milano dove insegna “Globalizzazione e politiche della salute” ed è autore e co-conduttore di “37e2”, la trasmissione sulla salute che va in onda tutti i giovedì su Radio Popolare. È membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Tra le sue pubblicazioni la più recente analizza criticamente il modello lombardo di riforma del servizio sanitario regionale: Sanità in salute? Il libro bianco della sanità lombarda (con Alessandro Braga, Edizioni Radio Popolare, 2017).