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giovedì 1 luglio 2021

Il Viaggio per la Vita. Per far cosa? - SupGaleano


Una precisazione: molte volte, quando usiamo il termine “los zapatistas – gli zapatisti” – non ci riferiamo agli uomini ma ai popoli zapatisti. E quando usiamo “las zapatistas” – le zapatiste – non definiamo le donne, ma le comunità zapatiste. Dunque, troverai questo “salto” di genere nelle nostre parole. Quando ci riferiamo al genere, aggiungiamo sempre “otroa” per indicare l’esistenza e la lotta di coloro che non sono né uomini né donne (e che la nostra ignoranza in materia ci impedisce di definire – ma impareremo a nominare tutte le differenze –).

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Ora, la prima cosa che devi sapere o capire è che noi zapatisti quando facciamo qualcosa, per prima cosa ci prepariamo al peggio. Partiamo da un finale di fallimento e, in senso opposto, ci prepariamo ad affrontarlo o, nel migliore dei casi, ad evitarlo.

Ad esempio, immaginiamo di essere attaccati, i massacri di rigore, il genocidio travestito da moderna civilizzazione, lo sterminio totale. E ci prepariamo a queste possibilità. Ebbene, per il 1° gennaio 1994 non immaginammo la sconfitta, la prendemmo come una certezza.

Ad ogni modo, forse questo ti aiuterà a capire perché inizialmente eravamo stupiti, titubanti e confusi nell’improvvisare quando, dopo tanto tempo, lavoro e preparazione alla rovina, ci siamo ritrovati… vivi.

È da questo scetticismo che nascono le nostre iniziative. Alcune piccole, altre più grandi, tutte un delirio; le nostre convocazioni sono sempre rivolte “all’altro”, a ciò che va molto oltre il nostro orizzonte quotidiano, ma che riteniamo qualcosa di necessario nella lotta per la vita, cioè nella lotta per l’umanità.

Con questa iniziativa o scommessa o delirio o follia, per esempio, nella sua versione marittima ci siamo preparati al Kraken, ad una tempesta o una balena bianca che avrebbe fatto naufragare l’imbarcazione, ecco perché abbiamo costruito i cayucos – che hanno viaggiato con lo Squadrone 421 su La Montaña fino a Vigo, Galizia, Stato Spagnolo, Europa -.

Ci siamo preparati anche a non essere i benvenuti, per questo prima abbiamo chiesto il consenso per l’invasione, cioè la visita… Beh, di essere i “benvenuti” non siamo ancora del tutto sicuri. Per più di una, uno, unoa, la nostra presenza è a dir poco inquietante, quando non francamente dirompente. E lo capiamo, può darsi che qualcuno, dopo più di un anno di confinamento, trovi quantomeno inopportuno che un gruppo di indigeni di radice maya, molto poca cosa in quanto a produttori e consumatori di merci (elettorali e non), voglia parlare di persona. Di persona! (ricordi che questo prima faceva parte della tua quotidianità?). E, che inoltre, abbia come missione principale quella di ascoltarti, riempirti di domande, condividere incubi e, naturalmente, sogni.

Ci siamo preparati al fatto che i malgoverni, da una parte e dall’altra, impediscano o ostacolino la nostra partenza e il nostro arrivo, per questo alcun@ zapatisti erano già in Europa… Opps, non avrei dovuto scriverlo, cancellatelo. Sappiamo che il governo messicano non porrà ostacoli. Resta da vedere cosa diranno e faranno gli altri governi europei – Portogallo e Stato Spagnolo non si sono opposti -.

Ci siamo preparati al fallimento della missione, cioè che diventi un evento mediatico e, quindi, fugace e irrilevante. Per questo accettiamo anzitutto gli inviti di chi vuole ascoltare e parlare, cioè conversare. Perché il nostro obiettivo principale non sono gli eventi di massa – anche se non li escludiamo -, ma lo scambio di storie, conoscenze, sentimenti, valutazioni, sfide, fallimenti e successi.

Ci siamo preparati alla caduta dell’aereo, motivo per cui abbiamo realizzato dei paracadute con ricami colorati affinché invece di un “D-Day” in Normandia (oh, oh, questo significa che lo sbarco aereo sarebbe in Francia?… eh?… a Parigi?!), sia un “Z-Day” per l’Europa del basso, e sembrerà allora che dal cielo piovano fiori come se Ixchel, dea madre, dea arcobaleno, ci accompagni e, con la sua mano e con il suo volo, apra un secondo fronte all’invasione. E più sicuro perché ora, grazie alla Galizia del basso, lo Squadrone 421 è riuscito a installare una testa di ponte nelle terre di Breogán.

In breve, ci prepariamo sempre a fallire… e a morire. Ecco perché la vita, per lo zapatismo, è una sorpresa che va celebrata tutti i giorni, a tutte le ore. E cosa altro c’è di meglio se non con balli, musica, arti.

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Le Abejas de Acteal, organizzazione nonviolenta anticapitalista chiedono alla delegazione zapatista arrivata in Europa di condividere la denuncia sulla deportazione degli tsotsiles a Chenalhó, Chiapas. Foto tratta dall’articolo di Desinformemonos

In tutti questi anni abbiamo imparato molte cose. Forse la cosa più importante è rendersi conto di quanto siamo piccoli. E non intendo altezza e peso, ma la dimensione del nostro impegno. I contatti con persone, gruppi, collettivi, movimenti e organizzazioni di diverse parti del pianeta ci hanno mostrato un mondo diverso, molteplice e complesso. Ciò ha rafforzato la nostra convinzione che ogni proposta di egemonia e di omogeneità non solo è impossibile, ma è soprattutto criminale.

Perché i tentativi – non di rado nascosti dietro nazionalismi di cartapesta nelle vetrine dei centri commerciali della politica elettorale – di imporre modi e sguardi sono criminali perché cercano di sterminare differenze di ogni genere.

L’altro è il nemico: differenza di genere, razza, identità sessuale o asessuale, lingua, colore della pelle, cultura, credo o miscredenza, concezione del mondo, fisico, stereotipo di bellezza, storia. Contando tutti i mondi che ci sono nel mondo, ci sono praticamente tanti nemici, reali o potenziali, quanti sono gli esseri umani.

E potremmo dire che quasi ogni dichiarazione di identità è una dichiarazione di guerra contro il diverso. Ho detto “quasi” e, in quanto zapatisti, ci aggrappiamo a questo “quasi”.

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Secondo le nostre modalità, i nostri calendari e la nostra geografia, siamo giunti alla conclusione che l’incubo può sempre peggiorare. La pandemia di “Coronavirus” non è l’apocalisse. È solo il suo preludio. Se i media e i social volevano rassicurarci, prima, “informando” sull’estinzione di un ghiacciaio, un terremoto, uno tsunami, una guerra in qualche parte lontana del pianeta, l’omicidio di un altro indigeno da parte dei paramilitari, una nuova aggressione contro la Palestina o il popolo mapuche, la brutalità del governo in Colombia e Nicaragua, le immagini dei campi di detenzione per migranti che vengono da un altro luogo, da un altro continente, da un altro mondo, convincendoci così che questo “succede da un’altra parte”, in poche settimane, la pandemia ha dimostrato che il mondo può essere solo una piccola parrocchia egoista, sciocca e vulnerabile. I diversi governi nazionali sono le cosche che vogliono controllare, con la violenza “legale”, una strada o un quartiere, ma il “capo” che controlla tutto è il capitale.

Ad ogni modo, si sta preparando il peggio. Ma questo lo sapevi già, vero? E se no, allora è ora che tu lo sappia. Perché, oltre a cercare di convincerti che sofferenze e disgrazie saranno sempre estranee (fino a quando non smettono di essere tali e si siedono alla tua tavola, turbandoti il sonno e lasciandoti senza lacrime), ti dicono che il modo migliore per affrontare queste minacce è individualmente.

Questo male si evita allontanandosi da esso, costruendo il tuo mondo a tenuta stagna e rendendolo sempre più angusto fino a che c’è spazio solo per “io, mio, me, con me”. E per questo, ti offrono “nemici” a modo, sempre con un fianco debole e che è possibile sconfiggere acquistando, ascolta bene, questo prodotto che, guarda che coincidenza, per questa unica occasione in offerta e puoi acquistarlo e riceverlo sulla porta del tuo bunker in poche ore, giorni … o settimane, perché la macchina ha scoperto, oh sorpresa, che il reddito dipende anche dalla circolazione della merce e che, se questo processo si ferma o rallenta, la bestia soffre… cosicché è business anche la sua distribuzione e ripartizione.

Ma, in quanto zapatisti, abbiamo studiato e analizzato. E vogliamo confrontare le conclusioni a cui siamo giunti con scienziati, artisti, filosofi e analisti critici di tutto il mondo.

Ma non solo, anche e soprattutto con coloro che, nelle loro lotte quotidiane, hanno subito e avvertito le disgrazie a venire. Perché, per quanto riguarda il sociale, teniamo in grande considerazione l’analisi e la valutazione di chi rischia la pelle nella lotta contro la macchina, e siamo scettici nei confronti di chi, dal punto di vista esterno, opina, valuta, consiglia, giudica e condanna o assolve.

Ma, attenzione, riteniamo che questo sguardo critico “outsider” sia necessario e vitale, perché ci permette di vedere cose che non si vedono nel vivo della lotta e, attenzione, contribuisce alla conoscenza della genealogia della bestia, delle sue trasformazioni e del suo funzionamento.

In ogni caso, vogliamo parlare e, soprattutto, ascoltare chi si mette in mezzo. E non ci interessa il suo colore, taglia, razza, sesso, religione, militanza politica o percorso ideologico, se questo coincide con il ritratto fedele della macchina assassina.

E se, quando parliamo del criminale, qualcuno lo identifica con il fato, la sfortuna, “l’ordine naturale delle cose”, il castigo divino, la pigrizia o l’incuria, lì non ci interessa ascoltare o parlare. Per queste spiegazioni basta guardare le soap opera e andare sui social in cerca di conferme.

Cioè, crediamo di aver stabilito chi è il criminale, il suo modus operandi e il crimine stesso. Queste 3 caratteristiche si sintetizzano in un sistema, cioè in un modo di rapportarsi all’umanità e alla natura: il capitalismo.

Sappiamo che è un crimine in corso e che il suo perseguimento sarà disastroso per il mondo intero. Ma non è questa la conclusione che ci interessa corroborare, no.

foto tratta dalla pagina facebook di Radio Pozol

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Perché sembra che, anche studiando e analizzando, abbiamo scoperto qualcosa che può o no essere importante. Dipende.

Supponendo che questo pianeta sarà annientato, almeno per come lo percepiamo adesso, abbiamo studiato le possibili opzioni.

Cioè, la nave affonda e lassù dicono che non succede nulla, che è qualcosa di passeggero. Sì, come quando la petroliera Prestige naufragò al largo delle coste europee (2002) – la Galizia fu la prima testimone e vittima – e le autorità imprenditoriali e governative dissero che erano state sversate solo poche gocce di carburante. Il disastro non è stato pagato né dal Boss, né dai suoi sgherri e caporali. L’hanno pagato, e continuano a pagare, gli abitanti che vivono di pesca su quelle coste. Loro e i loro discendenti.

E per “Nave” intendiamo il pianeta omogeneizzato da un sistema: il capitalismo. Certo, potranno dire che “questa non è la nostra nave”, ma il naufragio in corso non è solo di un sistema, ma del mondo intero, completo, totale, anche l’angolo più remoto e isolato, e non solo dei suoi centri di Potere.

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Capiamo che qualcuno pensi, e agisca di conseguenza, che è ancora possibile rattoppare, rammendare, dipingere un po’ qua e là, rimodellare l’imbarcazione. Tenerla a galla anche vendendo la fantasia che siano possibili megaprogetti che non solo non annientano intere popolazioni, ma anche che non colpiscano la natura.

Che ci sono persone che pensano che basti essere molto determinate e darci dentro con il maquillage (almeno fino a quando non passano le elezioni). E che credono che la migliore risposta al reclamo di “Mai più” – che si ripete in tutti gli angoli del pianeta -, siano promesse e denaro, programmi politici e denaro, buone intenzioni e denaro, bandiere e denaro, fanatismo e denaro. Che credano davvero che i problemi del mondo si riducano alla mancanza di denaro.

E il denaro ha bisogno di strade, grandi progetti di civilizzazione, hotel, centri commerciali, fabbriche, banche, manodopera, consumatori, … polizie ed eserciti.

Le cosiddette “comunità rurali” sono classificate come “poco sviluppate” o “arretrate” perché la circolazione del denaro, cioè delle merci, è inesistente o molto limitata. Non importa che, ad esempio, il loro tasso di femminicidi e violenze di genere sia inferiore rispetto a quello delle città. I successi dei governi si misurano dal numero di aree distrutte e ripopolate da produttori e consumatori di merci, grazie alla ricostruzione di quel territorio. Dove prima c’era un campo di grano, una sorgente, un bosco, ora ci sono alberghi, centri commerciali, fabbriche, centrali termoelettriche, … violenza di genere, persecuzione della differenza, narcotraffico, infanticidi, tratta di esseri umani, sfruttamento, razzismo, discriminazione. In breve: c-i-v-i-l-i-z-z-a-z-i-o-n-e.

L’idea è che la popolazione contadina diventi una dipendente di questa “urbanizzazione”. Continuerà a vivere, lavorare e consumare nella sua località, ma il proprietario di tutto ciò che la circonda è un conglomerato industriale-commerciale-finanziario-militare la cui sede è nel cyberspazio e per il quale quel territorio conquistato è solo un puntino sulla mappa, una percentuale di profitto, una merce. E il vero risultato sarà che la popolazione originaria dovrà migrare, perché il capitale arriverà con propri dipendenti “qualificati”. La popolazione originaria dovrà irrigare giardini e pulire parcheggi, locali e piscine dove prima c’erano campi, boschi, coste, lagune, fiumi e sorgenti.

Ciò che si nasconde è che, dietro le espansioni (“guerre di conquista”) degli Stati – siano esse interne (“incorporando più popolazione alla modernità”), sia esterne con alibi diversi (come quello del governo israeliano nella sua guerra contro la Palestina) – c’è una logica comune: la conquista di un territorio da parte della merce, cioè del denaro, cioè del capitale.

Ma capiamo che queste persone, per diventare il cassiere che amministra i pagamenti e i ricavi che danno vita alla macchina, formano partiti politici elettorali, fronti – ampi o ristretti – per disputare l’accesso al governo, alleanze e rotture “strategiche”, e tutte le sfumature in cui sono impegnati lavoro e vite che, dietro piccoli successi, nascondono grandi fallimenti. Una piccola legge lì, un interlocuzione ufficiale qui, una nota giornalistica lì, un tuit qua e là, un like là, tuttavia, per fare un esempio di un crimine globale in corso, i femminicidi sono in aumento. Nel frattempo la sinistra sale e scende, la destra sale e scende, il centro sale e scende. Come cantava l’indimenticabile malagueña Marisol, “la vita è una lotteria“: tutti (di sopra) vincono, tutti (di sotto) perdono.

Ma la “civilizzazione” è solo un fragile alibi per la distruzione brutale. Il veleno si diffonde (non più dalla Prestige – o non solo da quella nave -) e l’intero sistema sembra voler avvelenare ogni angolo del pianeta, perché distruzione e morte sono più redditizie che fermare la macchina.

Siamo sicuri che potrai aggiungere molti altri esempi. Indicatori di un incubo irrazionale, tuttavia, attivo.

A Valencia il 5 luglio

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Quindi, per diversi decenni ci siamo concentrati sulla ricerca di alternative. La costruzione di zattere, cayucos, lance e anche imbarcazioni più grandi (la 6a come improbabile arca), ha un orizzonte ben definito. Da qualche parte si dovrà sbarcare.

Abbiamo letto e riletto. Abbiamo studiato e continuiamo a farlo. Abbiamo fatto analisi prima e ora. Abbiamo aperto il nostro cuore e il nostro sguardo non alle ideologie attuali o passate di moda, ma alle scienze, alle arti e alle nostre storie di popoli originari. Con queste conoscenze e strumenti, abbiamo scoperto che esiste, in questo sistema solare, un pianeta che potrebbe essere abitabile: il terzo del sistema solare e che, fino ad ora, compare nei libri scolastici e scientifici con il nome di “La Terra”. Per ulteriori riferimenti, si trova tra Venere e Marte. Cioè, secondo certe culture, sta tra l’amore e la guerra.

Il problema è che questo pianeta è ormai un cumulo di macerie, veri incubi e orrori tangibili. Poco è rimasto in piedi. Anche la cortina che nasconde la catastrofe è strappata. Allora, come posso dirtelo? Il problema non è conquistare quel mondo e godere dei piaceri dei vincitori. È più complicato e richiede, sì, uno sforzo mondiale: bisogna rifarlo.

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Ora, secondo le grandi produzioni cinematografiche hollywoodiane, l’uscita dalla catastrofe mondiale (sempre qualcosa di esterno – alieni, meteore, pandemie inspiegabili, zombie simili a candidati a qualche carica pubblica -) è il prodotto dell’unione di tutti i governi del mondo (guidati dai gringos)… o, peggio, dal governo degli Stati Uniti sintetizzato in un individuo, o individua (perché la macchina ha imparato che la farsa deve essere includente), che può avere le caratteristiche razziali e di genere politicamente corrette , ma che sul petto porta il marchio dell’Idra.

Ma, lungi da queste finzioni, la realtà ci mostra che tutto è business: il sistema produce la distruzione e ti vende i biglietti per fuggire da esso… nello spazio. E sicuramente, negli uffici delle grandi corporazioni, ci sono brillanti progetti di colonizzazione interstellare… con proprietà privata dei mezzi di produzione inclusa. In altre parole, il sistema viene traslato, nella sua interezza, su un altro pianeta. “All included” si riferisce a chi lavora, a chi vive sopra coloro che lavorano e al suo rapporto di sfruttamento.

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A volte non si limitano a guardare allo spazio. Il capitalismo “verde” si batte per le aree “protette” del pianeta. Bolle ecologiche dove la bestia può rifugiarsi mentre il pianeta guarisce dai morsi (il che richiederebbe solo pochi milioni di anni).

Quando la macchina parla di “un nuovo mondo” o “di umanizzazione del pianeta”, pensa ai territori da conquistare, spopolare e distruggere, per poi ripopolare e ricostruire con la stessa logica che ora tiene il mondo di fronte al baratro, sempre pronta a fare il passo avanti che richiese il progresso.

Potresti pensare che non sia possibile che qualcuno sia così imbecille da distruggere la casa in cui vive. “La rana non beve tutta l’acqua della pozza in cui vive“, dice un proverbio del popolo originario Sioux. Ma se intendi applicare la logica razionale al funzionamento della macchina, non capirai (beh, nemmeno la macchina). Le valutazioni morali ed etiche non servono a niente. La logica della bestia è il profitto. Certo, ora ti chiederai come sia possibile che una macchina irrazionale, immorale e stupida governi i destini di un intero pianeta. Ah, (sospiro), è nella sua genealogia, nella sua stessa essenza.

Ma, tralasciando l’impossibile esercizio di dotare di razionalità l’irrazionale, arriverai alla conclusione che è necessario distruggere questa mostruosità che non è diabolica. Purtroppo è umana.

E, naturalmente, tu studi, leggi, confronti, analizzi e scopri che ci sono ottime proposte per uscirne. Da quelle che propongono trucco e parrucco, a quelle che consigliano lezioni di morale e logica per la bestia, passando per nuovi o vecchi sistemi.

Sì, ti capiamo, la vita fa schifo ed è sempre possibile rifugiarsi in quel cinismo così sopravvalutato sui social network. Diceva il compianto SupMarcos: “la cosa brutta non è che la vita fa schifo, ma che ti costringano a mangiarla e si aspettano pure che tu l’apprezzi“.

Ma supponi di no, che tu sappia che, in effetti, la vita fa schifo, ma la tua reazione non sia quella di chiuderti in te stesso (o nel tuo “mondo”, che dipende dal numero dei tuoi “follower” sui social network di adesso e a venire). E poi decidi di abbracciare, con fede, speranza e carità, alcune delle opzioni che ti vengono presentate. E scegli la migliore, la più grande, la più famosa, quella vincente… o quella che ti è vicina.

Grandi progetti di nuovi e vecchi sistemi politici. Ritardi impossibili dell’orologio della storia. Nazionalismi sciovinisti. Futuri condivisi in forza di tale opzione che prende il Potere e ci rimane fino a quando tutto non sarà risolto. Il tuo rubinetto perde? Vota per tizio. Schiamazzi nel quartiere? Vota per caio. Il costo dei trasporti, del cibo, delle medicine, dell’energia, delle scuole, dell’abbigliamento, dell’intrattenimento, della cultura è aumentato? Hai paura dell’immigrazione? Ti senti a disagio con persone dalla pelle scura, credi diversi, lingue incomprensibili, stature e carnagioni diverse? Vota per…

C’è anche chi non si discosta dall’obiettivo, ma dal metodo. E poi ripete da sopra ciò che criticava da sotto. Con disgustosi contorsionismi e argomentando strategie geopolitiche, si appoggia a chi si ripete nel crimine e nella stupidità. Si chiede che i popoli sopportino le oppressioni a beneficio della “correlazione internazionale di forze e l’ascesa della sinistra nell’area”. Ma il Nicaragua non è Ortega-Murillo e la bestia non ci metterà molto a capirlo.

In tutte queste grandi offerte di soluzioni nel mortale supermercato del sistema, molte volte non si dice che si tratta della brutale imposizione di un’egemonia, e di un decreto di persecuzione e morte a ciò che non è omogeneo al vincitore.

I governi governano per i loro seguaci, mai per quelli che non lo sono. Le star dei social network alimentano i loro seguaci, anche a costo di sacrificare l’intelligenza e la vergogna. E il “politicamente corretto” ingoia rospi, dopo aver divorato chi consiglia la rassegnazione “per non beneficiare il nemico principale”.

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Lo zapatismo è la grande risposta, un’altra, ai problemi del mondo?

No. Lo zapatismo è tante domande. E la più piccola può essere la più inquietante: E tu, che fai?

Di fronte alla catastrofe capitalista, lo zapatismo propone un vecchio-nuovo sistema sociale idilliaco e con esso ripete le imposizioni di egemonie ed omogeneità ora “buone”?

No. Il nostro pensiero è piccolo come noi: sono gli sforzi di ciascuno, nella sua geografia, secondo il suo calendario e i suoi modi, che consentiranno, forse, di liquidare il criminale e, contemporaneamente, rifare tutto. E tutto vuol dire tutto.

Ognuno, secondo il proprio calendario, la propria geografia, la propria strada, dovrà costruire il proprio percorso. E, come noi popoli zapatisti, inciamperà e si rialzerà, e ciò che costruirà avrà il nome che avrà voglia di avere. Sarà solo diverso e migliore di ciò che abbiamo subito prima, e di ciò che patiamo attualmente, se riconosce l’altro e lo rispetta, se rinuncia a imporre il suo pensiero sul diverso e se finalmente si rende conto che ci sono molti mondi e che la loro ricchezza nasce e risplende nella loro differenza.

È possibile? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che, per scoprirlo, si deve lottare per la Vita.

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Allora, cosa veniamo a fare in questo Viaggio per la Vita se non aspiriamo a dettare strade, rotte, destinazioni? Cosa, se non cerchiamo adesioni, voti, likes? Cosa, se non andiamo a giudicare e condannare o assolvere? Cosa, se non invitiamo al fanatismo per un nuovo-vecchio credo? Cosa, se non vogliamo passare alla Storia e occupare una nicchia nel pantheon ammuffito dello spettro politico?

Ebbene, ad essere onesti in quanto zapatisti: non solo verremo a confrontare le nostre analisi e conclusioni con l’altro che lotta e pensa criticamente.

Veniamo a ringraziare l’altro per la sua esistenza. Ringraziare per gli insegnamenti che ci hanno dato la sua ribellione e resistenza. Veniamo a consegnare il fiore promesso. Abbracciare l’altro e gli diremo all’orecchio che non è solo, sola, soloa. Veniamo a sussurrargli/le che valgono la pena la resistenza, la lotta, il dolore per chi non c’è più, la rabbia per il criminale impunito, il sogno di un mondo non perfetto, ma migliore: un mondo senza paura.

E anche, e soprattutto, veniamo a cercare complicità… per la vita.

SupGaleano

Giugno 2021, Pianeta Terra

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2021/06/27/la-travesia-por-la-vida-a-que-vamos/

Per guardare la diretta completa dello sbarco della delegazione zapatista, trasmessa da Desinformémonos, e per tutte le notizie sulla gira zapatista per la vita in Europa e in Italia: Lapaz, la pagina facebook dell’Assemblea nazionale italiana di coordinamento per il viaggio europeo di Zapatisti e Zapatiste.

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da qui



venerdì 20 dicembre 2019

Balla un altro mondo - SupGaleano




Dicembre 2019
Al Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo:
Alle persone, gruppi, collettivi ed organizzazioni della Sexta nazionale e internazionale:
Alle Reti di Resistenza e Ribellione:
A coloro che amano la Danza:
CONSIDERATO CHE:
Primo e unico:
BALLA UNA BALENA.

La montagna illuminata. L’eco del cinema – non di un film, ma del cinema come comunità – ancora risuona tra razzi accesi, l’azzurro nostalgico del cavallo, Tulan Kaw, l’insegna lampeggiante di “bienvenid@s” e la luce provocatoria di “ZAPATISTAS”.
Hai tentato di andartene ma, per qualche ragione che non riesci a spiegare, non puoi… o non vuoi. Nella ormai notte, sempre fredda, percorri la spianata dove, ore prima, il serpente delle stazioni ti ha risvegliato ricordi di fiere paesane, lontane in calendario e geografia.
Il tuo sguardo si sofferma sui cartelli del puzzle: “II Incontro Internazionale delle Donne che Lottano”, “Forum in Difesa della Madre Terra”, “26° Anniversario”. “II Festival del Cinema Puy Ta Cuxlejaltic”, “Primo Festival di Danza Balla un Altro Mondo”.
Un colpo di vento fa tremare il grande cartellone.
Può ballare l’aria?

La danza, apparentemente tanto lontana da tutto, può tracciare un sogno solo con i movimenti?
Sì, forse stai delirando. Può essere per il freddo o per quell’irriverente stella rossa che scintilla in cima alla montagna.
In quel mentre, arrivano la bambina e la sua combriccola che ti circondano col loro chiassoso entusiasmo. “C’è il ballo!”, ti gridano saltellando. Beh, la bambina che chiamano “Calamidad“ solleva solo un poco i talloni, ma la sua allegria è simile a quella delle altre. Il ballo non entusiasma Pedrito, lo scettico della banda, che sentenzia: “Ok, ogni tanto c’è un ballo, non vedo la ragione di tutto questo trambusto”. Defensa Zapatista introduce il suo metodo pedagogico con uno scappellotto e prosegue: “Ci sarà un ballo ma appeso ad una nuvola. Cioè, non un ballo qualsiasi”, e si produce in un impeccabile passo di ron de jambe par terre in dehors. Il gatto-cane, per non restare indietro, si unisce ovviamente con un pas de chat.
 “C’è il ballo!” ripetono le bambine, non in coro perché sono abbastanza scoordinate.
Una insurgenta (la riconosci dall’uniforme) arriva di corsa e dice: “Calamidad, vieni, che ballano la balena!”. Calamidad risale a tutta velocità – non troppa diciamo – il lieve pendio che porta nelle viscere della balena di legno che ancora riposa… o si sta riprendendo dalle ferite di arpioni, bugie e oblii. Defensa Zapatista afferra il gatto-cane e le segue.
Esperanza Zapatista resta a discutere col Pedrito che sostiene che non solo è impossibile ballare una balena, ma è pure impossibile che un cetaceo (così dice) si trovi nel bel mezzo delle montagne del sudest messicano. Non aspetti la fine della discussione, anche se forse ne conosci la conclusione – Esperanza, benché arrivi solo alla cintola di Pedrito, normalmente finisce ogni discussione con “gli uomini, non vedono oltre il loro naso… che è piatto” -.
Decidi di seguire Defensa Zapatista, il gatto-cane e Calamidad. Ti seguono Esperanza Zapatista e Pedrito che protesta perché ha fame.
Vi addentrate nelle viscere, ora quasi vuote, del gigantesco animale. Un gruppo di danzatrici provano i loro passi. Queste, questi, elloas, percorrono il palco che, contraddicendo la sua vocazione, non è più elevato della platea, ma più basso.
Ti siedi e più che guardare gli esercizi ed i passi, osservi la reazione della combriccola. Calamidad, ispirata, è salita su una delle panche ed improvvisa un echappe simple e cade sulla tavola, che si arrende (la tavola, si capisce). “Calamidad!”, le grida Defensa Zapatista. Ma Calamidad è già salita su un’altra panca e ripete il passo… e anche qui la tavola si rompe. Alla quinta panca rotta, un plotone di miliziane tenta inutilmente di bloccare Calamidad che si ostina nel suo tentativo di sfidare la legge di gravità… e della logica.
Il trambusto che segue – Calamidad che salta da una panca all’altra con un’agilità fuori dai limiti del suo corpo, le miliziane che cercano di circondarla e bloccarla, il gatto-cane che morde le miliziane, Defensa Zapatista che tenta di prendere il gatto-cane, Esperanza che tira fuori il cellulare per filmare il tumulto, Pedrito che ricorda a tutti che forse è meglio mangiare qualcosa -, non sembra affatto disturbare chi fluttua in un vento che, vista l’assenza di musica, soffia solo nel suo cuore.
Si può ballare una balena ferita?

“Ah, gli zapatisti, sempre come se stessero guardando un altro film”, pensi. Come se quando parlassero del mondo, non si riferissero a questo che si subisce. Come se su un’astronave, scegliessero di guardare non il mondo che sta dietro, ma quello che si nasconde in qualche posto dell’universo… o della loro immaginazione.
Riesci ad immaginare la colonna sonora di un mondo nuovo che, indomito, sorge dalle macerie di un altro che scricchiola impercettibilmente?
Allora capisci… o credi di capire. Con “Balla un altro mondo” lo zapatismo non sta lanciando una sfida, bensì un invito.
Nel frattempo, asserragliata nell’ultimo angolo dell’auditorium, Calamidad ha fermato l’attacco delle miliziane che attente ascoltano la bambina che spiega loro il “gioco dei popcorn” e racconta “la storia del mais palomero versione Calamidad”.
Allora, avverti un lieve tremore sotto i piedi. Sì, sembra che finalmente la balena si stia sgranchendo e si prepari a riprendere la strada sulla collina.
Come se la danza, l’arte di ballare un altro mondo, avesse alleviato le ferite e il cuore, e la incoraggiasse a seguire la sua assurda impresa.
Ma questo è impossibile. O no?

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Sulla base di quanto sopra, la Commissione Sexta dell’EZLN, invita gli uomini, donne, otroas, bambini ed anziani della Sexta, del CNI e delle Reti di Resistenza e Ribellione in tutto il mondo, ed anche chi possa e voglia, al PRIMO FESTIVAL DI DANZA…
“BALLA UN ALTRO MONDO”
La cui PRIMA edizione si svolgerà nei Caracoles zapatisti di Tulan Kaw e Jacinto Canek, nelle montagne del Sudest Messicano, dal 16 al 20 dicembre 2019.
Ci saranno esibizioni di danza contemporanea, classica, neoclassica, araba, butoh, acrobazia, ballabile, circo, performance, di gruppo, aerea, africana, dark belly dance hip hop fusion, moderna, hula hula e abilità col fuoco.
Ci saranno inoltre laboratori (aperti al pubblico) di: danza contemporanea, espressione del corpo, giochi di prestigio, africana, danza araba. Oltre a incontri e mostra fotografica.
Le attività si svolgeranno nel:
.- Caracol di Tulan Kaw i giorni 16, 17 e 18 dicembre 2019, a partire dalle ore 10:00.
.- Caracol Jacinto Canek (presso il CIDECI a San Cristóbal de las Casas, Chiapas), i giorni 19 e 20 dicembre 2019.
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Il SupGaleano.
Col suo corpo splendido e in buona forma (sì) dolorante per aver tentato un Temps Levé Coupe. Non scherzate, mi è venuto bene… più o meno… ok, ok, ok, non mi è riuscito.
Messico, dicembre 2019
Testo originale: http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2019/12/15/baila-una-ballena/. Titolo originale: Baila una balena

NOTA SULLA BALENA
(1) (…) Ti dici che hai visto già tutto, per queste cose c’è internet e la banda larga, ma quello che ora vedi è così illogico che… Bene, tiri fuori il tuo cellulare e tenia una foto panoramica, ma capisci subito che non è possibile. Ci vorrebbe un satellite per riprendere l’insieme, perché si vede che tutto è parte di un puzzle e per comporlo bisogna camminare… e chiudere gli occhi.
Ma, riaprendoli, tutto è ancora lì. Una grande costruzione. Una specie di galeone che, sfidando le leggi fisiche, si allunga fino a perdersi tra gli alberi e nella pelle umida della montagna. Una galera il cui sperone di prua è una stella rossa a cinque punte. Non ti sorprenderebbe se, sulla fiancata, si aprissero sportelli e sputassero decine, centinaia, migliaia di remi… e dentro si trovasse, «scrivendo in mare«, il monco di Lepanto [Miguel de Cervantes Saavedra, autore del Don Chiosciotte, che perse la mobilità del braccio nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 – N.d.T.]. Somiglia ad un galeone. O una baleniera… No, piuttosto una balena sperduta che nuotando ostinata controcorrente contro la corrente lungo la montagna, ora riposa tra gli alberi e la gente. Sì, gente, tanta. Di tutti i tipi. E di tutti i colori, perché anche se pare che la maggioranza abbia il volto nascosto, i loro abiti sono come se un caleidoscopio si muovesse attorno al grande cetaceo, assurdo nel suo riposare a mezza montagna, come assurdo è tutto quello che lì succede.
No, non ti è venuto in mente che questo potrebbe essere il «Pequod«, ma piuttosto la leggendaria Moby Dick, la balena ossessione di Ahab, di Gregory Peck e di Herman Melville (…).


martedì 19 maggio 2015

Il muro e la crepa - SupGaleano

Primo Appunto sul Metodo Zapatista.
3 maggio 2015
Buona sera, giorno, notte a chi ci ascolta e chi ci legge, indipendentemente da calendari e geografie.
Il mio nome è Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano. Sono nato all’alba del 25 maggio 2014, per volere collettivo e non mio, e nemmeno di altri, altre e otroas. Come il resto delle mie compagne e compagni zapatisti, mi copro il volto quando è necessario mostrarmi, e mi scopro per nascondermi. Nonostante non abbia ancora compiuto un anno di vita, il comando mi ha assegnato il compito di guardia, vedetta o sentinella in uno dei posti di osservazione di questa terra ribelle.
Siccome non sono abituato a parlare in pubblico, tantomeno di fronte a così tante e così (scusate, dev’essere il singhiozzo da panico del palcoscenico), dicevo così raffinate personalità, vi ringrazio per la comprensione per i miei balbettii ed inciampi nella difficile e complicata arte della parola.
Ho assunto il nome di Galeano, il nome di un compagno zapatista, un maestro ed organizzatore, indigeno che fu aggredito, rapito, torturato ed assassinato da paramilitari patrocinati da una presunta organizzazione sociale: la CIOAC-Histórica. L’incubo che si concluse con la vita del compagno maestro Galeano, iniziò l’alba del 2 maggio 2014. Da quell’ora, noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo iniziato la ricostruzione della sua vita.
In quei giorni la direzione collettiva dell’EZLN decise di far morire il personaggio autonominato SupMarcos, allora portavoce degli uomini, donne, bambini ed anziani zapatisti. Da allora, l’incarico di portavoce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale è stato assunto dal Subcomandante Insurgente Moisés. Per sua voce parliamo, attraverso i suoi occhi guardiamo, nei suoi passi camminiamo, noi siamo lui.
Mesi dopo quel 2 maggio, la notte è scesa sul Messico aggiungendo un nuovo nome alla già la lunga lista del terrore: “Ayotzinapa”. Come è già avvenuto altre volte nel mondo, una geografia del basso veniva segnalata e nominata da una tragedia studiata ed eseguita, cioè, un crimine.
Abbiamo già detto, per voce del Subcomandante Insurgente Moisés, cosa ha significato Ayotzinapa per zapatiste e zapatisti. Col vostro permesso e delle mie compagne e compagni cape e capi zapatisti, riprendo le sue parole.
Ayotzinapa è dolore e rabbia, ma non solo. È anche e soprattutto l’ostinato impegno dei genitori e compagni degli assenti.
Alcuni di questi genitori che non hanno lasciato cadere la memoria, ci hanno fatto l’onore della loro condivisione e sono qui con noi in terre zapatiste.
Abbiamo ascoltato la parola di Doña Hilda e Don Mario, madre e padre di César Manuel González Hernández, ed abbiamo la presenza e la parola di Doña Bertha e Don Tomás, madre e padre di Julio César Ramírez Nava. Con loro reclamiamo i 46 assenti.
A Doña Bertha e Don Tomás chiediamo di far arrivare queste parole agli altri familiari degli assenti di Ayotzinapa. Perché è stata la loro lotta a far avviare questo semenzaio.
Credo che più di una, uno, unoa, della Sexta e dell’EZLN concorderanno con me che avremmo preferito che non fossero qui. Voglio dire che avremmo voluto che fossero qui ma non per dolore e rabbia, ma per un abbraccio tra compagni. Che non fosse successo nulla quel 26 settembre. Che il calendario avesse dato una mano amica ed avesse saltato quella data, e che la geografia si fosse persa e non si fosse fermata ad Iguala, Guerrero, Messico.
Ma se dopo quella notte di terrore la geografia ha raggiunto gli angoli più remoti del pianeta, e se il calendario resta fisso su quella data, è stato per il vostro impegno, per la grandezza della vostra semplicità, per la vostra dedizione incondizionata.
Non abbiamo conosciuto i vostri figli. Ma conosciamo voi. E vorremmo che la nostra ammirazione e rispetto sia per voi una certezza, anche nei vostri momenti di dolore e solitudine.
È vero, non possiamo riempire le strade e le piazze delle grandi città.Ogni mobilitazione, per piccola che sia, per le nostre comunità rappresenta una perdita importante nella loro economia, già di per sé difficile, come quella di milioni di persone, sostenuta con difficoltà dalla ribellione e resistenza che dura da oltre due decenni. Dico nelle nostre comunità, perché i nostri aiuti non sono la somma di individualità, ma sono azione collettiva, pensata ed organizzata. Sono parte della nostra lotta.
Non possiamo emergere nelle reti sociali, né far arrivare le vostre parole oltre i nostri cuori. Non possiamo nemmeno aiutarvi economicamente, anche se sappiamo che questi mesi di lotta vi hanno segnato nella salute e nelle condizioni di vita.
Succede anche che il nostro essere ribelli ed in resistenza il più delle volte è visto con sospetto e sfiducia. Movimenti e mobilitazioni che si svolgono da diverse parti, preferiscono non rendere esplicita la nostra simpatia. Sensibili al “cosa diranno” mediatico, non vogliono che la loro causa sia associata in alcun modo “agli incappucciati del Chiapas”. Lo capiamo, non lo discutiamo. Il nostro rispetto per le ribellioni che pullulano nel mondo include il rispetto delle loro valutazioni, dei loro passi, delle loro decisioni. Rispettiamo, ma non ignoriamo. Siamo attenti ad ognuna delle mobilitazioni che affrontano il Sistema. Cerchiamo di comprenderle, cioè, di conoscerle. Sappiamo che il rispetto nasce dalla conoscenza, e che la paura e l’odio, queste due facce del disprezzo, non poche volte nascono dall’ignoranza.
La stragrande maggioranza nel mondo, non solo nel nostro paese, è come voi, sorelle e fratelli familiari degli assenti di Ayozinapa. Persone che devono combattere giorno e notte per un pezzo di vita. Gente che deve lottare per strappare alla realtà qualcosa per sopravvivere.
Chiunque in basso, uomo, donna, otroa, che conosca la storia che vi addolora, simpatizza con la vostra lotta per chiedere verità e giustizia. La condivide perché nelle vostre parole vedono la ripetizione delle loro storie, perché si riconoscono nel vostro dolore, perché si identificano con la vostra rabbia.
La maggioranza non è andata a manifestare, non ha creato temi nelle reti sociali, non ha rotto vetri, non ha incendiato auto, non ha gridato slogan, non ha usurpato palchi, non ha vi ha detto che non siete soli.
Non l’hanno fatto semplicemente perché non hanno potuto farlo.
Ma hanno ascoltato e rispettano il vostro movimento.
Non demoralizzatevi.
Non credete che, solo perché chi prima era al vostro fianco ed ora se n’è andato dopo aver fatto la sua parte o dopo aver visto che non avrebbe potuto farla, la vostra causa sia meno dolorosa, meno nobile, meno giusta.
Il cammino che avete fatto fino ad ora è stato intenso, certo. Ma voi sapete che c’è ancora molto da camminare.
Sapete? Uno degli inganni di quelli che stanno sopra è convincere quelli in basso che quello che non si ottiene rapidamente e facilmente, non si otterrà mai. Convincerci che le lotte lunghe e difficili stancano e non arrivano a niente. Truccano il calendario del basso sovrapponendo il calendario di sopra: elezioni, apparizione, riunioni, appuntamenti con la storia, date commemorative che occultano solo il dolore e la rabbia.

Il Sistema non teme le esplosioni, per quanto grandi e luminose siano. Se un governo cade, sui suoi scaffali ne ha pronti altri da porre ed imporre. Quello che lo terrorizza è la perseveranza della ribellione e la resistenza del basso.
Perché in basso il calendario è un altro. Il passo è un altro. È un’altra la storia. È un altro il dolore ed un’altra la rabbia.
Ed ora, col trascorrere dei giorni, questo basso diffuso e plurale che siamo, non solo è partecipe del vostro dolore e della vostra rabbia. Ma siamo inoltre attenti alla vostra costanza, al vostro andare avanti, al vostro non arrendervi.
Credete. La vostra lotta non dipende dal numero di manifestanti, dal numero di righe sui giornali, dal numero di citazioni nelle reti sociali, dal numero di incontri ai quali siete invitati.
La vostra lotta, la nostra lotta, le lotte del basso in generale dipendono dalla resistenza. Dal non arrendersi, dal non vendersi, dal non tentennare.
Naturalmente, questo secondo noi, zapatiste e zapatisti. Ci sarà gente che vi dirà altre cose. Vi diranno che è più importante stare con loro. Per esempio, che è più importante invitare a votare per quel tal partito politico perché così troveranno gli assenti. E che se non inviterete a votare per quel tal partito, non solo avrete perso l’opportunità di ritrovare coloro che vi mancano, ma sarete anche complici del proseguimento del terrore nel nostro paese.
Sapete bene che ci sono partiti politici che approfittano dei bisogni materiali della gente. Che offrono generi alimentari, materiale scolastico, carte prepagate, biglietti per il cinema, cappellini, panini e bibite colorate in tetra pack? Beh, c’è anche chi approfitta dei sentimenti delle persone. La speranza, amici e nemici, è il bisogno maggiormente quotato là sopra. La speranza che tutto cambi, la speranza di benessere, democrazia, giustizia, libertà. La speranza che gli illuminati di sopra emancipino dal basso i reietti, per poi rivenderla. La speranza in cui la soluzione dei bisogni dipende dal colore di uno dei prodotti sullo scaffale del sistema.
Forse è gente che ne sa più di noi zapatiste e zapatisti. Sono saggi. Inoltre, vengono pagati per sapere. La conoscenza è la loro professione, di quella vivono… o con quella defraudano.
Loro ne sanno più di noi, e riferendosi a noi dicono che siamo “persi là, sulle montagne, chissà dove”, e dicono che invitiamo all’astensione e che siamo settari, forse perché, a differenza di loro, noi rispettiamo i nostri morti.
È così comodo pronunciare e ripetere nozioni e bugie! Così a buon mercato diffamare e calunniare, e poi predicare l’unità, il nemico principale, l’infallibilità del pastore, l’incapacità del gregge.

Molti anni fa, noi zapatisti non facevamo marce, non gridavamo slogan, né inalberavamo striscioni, né alzavamo i pugni. Fino a che una volta abbiamo sfilato. La data: il 12 ottobre 1992, quando in alto celebravano i 500 anni dell’”incontro dei due mondi”. Il luogo: San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico. Invece degli striscioni, portavamo archi e frecce, ed un silenzio sordo era il nostro slogan.
Senza chiasso, la statua del conquistatore cadde. Se l’hanno risollevata, non importa. Non potranno mai risollevare di nuovo la paura di quello che rappresentava.
Qualche mese dopo, tornammo nelle città. Neanche quella volta avevamo slogan né striscioni, e non portavamo archi e frecce. Quell’alba odorava di fuoco e polvere da sparo. E furono i nostri volti a sollevarsi.
Mesi dopo arrivarono alcuni dalla città. Ci raccontarono delle grandi marce, degli slogan, degli striscioni, dei pugni alzati. Naturalmente, sempre premettendo che se questi poveri indios e indias, siamo sempre attenti all’equità di genere, erano sopravvissuti, era grazie a loro che nelle città avevano fermato il genocidio dei primi giorni di quell’anno 1994. Noi zapatiste e zapatisti non domandammo se prima del 1994 non ci fosse stato genocidio, né se fosse stato fermato, né se quelli della città stavano parlando di qualcosa già successo o delle sue conseguenze. Noi zapatiste e zapatisti capimmo che c’erano altre forme di lotta.
Poi abbiamo fatto le nostre marce, i nostri slogan, i nostri striscioni ed alzato i pugni. Da allora le nostre marce sono un pallido riflesso di quella marcia che illuminò l’alba dell’anno 94. I nostri slogan hanno la rima disordinata delle canzoni negli accampamenti guerriglieri di montagna. I nostri striscioni sono tremendamente complicati per trovare l’equivalente di quello che nelle nostre lingue si descrive con una parola, mentre in altre lingue c’è bisogno dei tre tomi del Capitale. I nostri pugni alzati più che sfidare, salutano. Come se si rivolgessero al domani e non al presente.
Ma qualcosa non è cambiato: i nostri volti sono ancora sollevati.
Anni dopo, i nostri cosiddetti creditori della città ci chiesero di partecipare alle elezioni. Noi non capimmo, perché noi non avevamo mai chiesto a loro di sollevarsi in armi, né che resistessero, né che si ribellassero contro il malgoverno, né che onorassero i loro morti in lotta. Non abbiamo mai chiesto loro di coprirsi il volto, di negarsi il nome, di abbandonare famiglia, professione, amicizie, tutto. Ma i moderni conquistadores, travestiti di sinistra progressista, ci minacciarono: se non li seguivamo, ci avrebbero lasciato soli e saremmo stati i colpevoli della destra reazionaria al governo. Eravamo loro debitori, dissero, e presentarono il conto da pagare stampato su una scheda elettorale.
Noi, zapatiste e zapatisti non capivamo. Eravamo insorti per comandarci da soli, non perché qualcun altro ci comandasse. Si arrabbiarono.
Poi quelli della città hanno continuato a fare cortei, gridare slogan, alzare pugni e striscioni, ed ora aggiungono tweet, hashtag, like, trending topics, followers, nei loro partiti politici ci sono gli stessi che ieri erano nella destra reazionaria, ai loro tavoli siedono insieme gli assassini ed i familiari degli assassinati, ridono e brindano insieme per i soldi ricevuti, si lamentano e piangono insieme per le poltrone perse.
Nel frattempo noi zapatiste e zapatisti qualche volta abbiamo sfilato, gridato slogan impossibili o taciuto, a volte abbiamo sollevato striscioni e pugni, sempre lo sguardo. Diciamo che non abbiamo manifestato per sfidare il tiranno, ma per salutare chi, in altre geografie e calendari, lo affronta. Per sfidarlo, noi costruiamo. Per sfidarlo, noi creiamo. Per sfidarlo, noi immaginiamo. Per sfidarlo, noi cresciamo e ci moltiplichiamo. Per sfidarlo, noi viviamo. Per sfidarlo, noi moriamo. Invece dei tweet, facciamo scuole e cliniche, invece di trending topics, feste per celebrare la vita e sconfiggere la morte.
Nella terra dei creditori della città continua a comandare il padrone, con un’altra faccia, con un altro nome, di un altro colore.
In terra zapatista comanda il popolo ed il governo obbedisce.
Forse per questo noi zapatiste e zapatisti non capivamo che noi dovevamo essere i seguaci, ed i leader della città i capi.
E continuiamo a non capire.
Ma può essere che la verità e la giustizia che voi, noi e tutti, tutte, todoas, cerchiamo, si ottenga grazie al dono di un leader circondato da persone intelligenti come lui, un salvatore, un padrone, un capo, un modello, un pastore, un governante, e tutto solo col minimo sforzo di inserire una scheda nell’urna, un tweet, la presenza nel corteo, al meeting, nella lista degli affiliati… o tacendo di fronte alla farsa che simula interesse patriottico dove c’è solo fame di Potere.
Se è vero o no, forse ce lo diranno altre idee durante questo semenzaio.
Quello che noi, zapatiste e zapatisti, abbiamo imparato è che non è vero. Da sopra vengono solo sfruttamento, furto, repressione, disprezzo. Da sopra, viene solo dolore.
E da sopra vi chiedono, esigono che li seguiate. Che voi dovete a loro che il vostro dolore sia conosciuto a livello mondiale, che dovete a loro le piazze piene, le strade colme di colore e ingegno. Che voi dovete a loro l’opera di polizia che ha denunciato, perseguitato e demonizzato gli “anarco-inflitrati-schifosi”. Che voi dovete a loro le manifestazioni ordinate, gli articoli sui giornali, le foto a colori, le recensioni favorevoli e le interviste.
Noi, zapatiste e zapatisti, vi diciamo:
Non temete di perdere chi non è mai stato davvero con voi. Sono loro che non vi meritano. Che si avvicinano al vostro dolore come ad uno spettacolo alieno che piace o no, ma del quale non saranno mai parte reale.
Non temete di essere abbandonati da chi non vuole accompagnarvi ed appoggiarvi, ma solo gestirvi, domarvi, farvi arrendere, usarvi e poi gettarvi via.
Temete invece di dimenticare la vostra causa, di abbandonare la lotta.
Ma finché resisterete avrete il rispetto e l’ammirazione di molta gente in Messico e nel mondo.
Persone come quelle che oggi sono qui con noi.
Come Adolfo Gilly.

Quello che ora vi dirò, non era previsto. La ragione? Inizialmente sia Adolfo Gillys ia Pablo González Casanova avevano detto che forse non sarebbero stati presenti, entrambi per problemi di salute. Ma Adolfo è qui, e a lui ora chiediamo di parlare dopo Don Pablo.
Il defunto supMarcos raccontava che a volte qualcuno criticava che l’EZLN avesse tante attenzioni per Don Luis Villoro, Don Pablo González Casanova e Don Adolfo Gilly. L’accusa si basava sulle divergenze che queste tre persone avevano rispetto allo zapatismo, mentre non ci fosse la stessa deferenza verso intellettuali che erano cento percento zapatisti. Immagino che il Sup, dopo aver acceso la pipa, dicesse: “Per prima cosa, le loro differenze non sono su ciò che è lo zapatismo, bensì su valutazioni, analisi o posizioni che lo zapatismo assume rispetto diversi temi. In secondo luogo, personalmente ho visto queste tre persone di fronte ai miei capi compagne e compagni. Qua sono arrivati intellettuali di grande prestigio ed alcuni nemmeno tanto apprezzati. Sono venuti ed hanno detto la loro parola. Pochi, molto pochi, hanno parlato con le comandanti ed i comandanti. Solo di fronte a quelle tre persone ho visto i miei capi e cape parlare ed ascoltare da uguale a uguale, con mutua fiducia e cameratismo. Come hanno fatto? Bisognerebbe chiederlo a loro. Quello che so è che questo costa, ottenere la parola e l’ascolto delle mie compagne e compagni capi e cape, con rispetto e affetto, costa e molto. In terzo luogo, aggiunse il Sup, sbagli se pensi che noi zapatisti cerchiamo specchi, consensi ed applausi. Noi apprezziamo e stimiamo le differenze nelle idee, naturalmente se sono idee critiche ed articolate, e non quei pasticci che ora abbondano tra il progressismo istruito. Noi, zapatiste e zapatisti, non valutiamo un’idea sulla base del fatto che coincida oppure no con le nostre, ma se ci fa pensare, se ci provoca, soprattutto se rende conto esattamente della realtà. Queste tre persone naturalmente hanno mantenuto posizioni differenti e perfino contrarie alla nostra rispetto diverse situazioni.
Mai, non sono mai stati contro di noi. E, nonostante il viavai della moda, sono stati sempre al nostro fianco.
I loro argomenti critici e non poche volte contrari ai nostri, non ci hanno convinti, certo, ma ci hanno aiutato a comprendere che esistono posizioni diverse e pensieri differenti, e che è la realtà a decretare la ragione, non un tribunale auto-istituito nell’accademia o nella militanza. Provocare il pensiero, la discussione, il dibattito è qualcosa che noi zapatisti apprezziamo molto.
Per questo la nostra ammirazione va al pensiero anarchico. È chiaro che non siamo anarchici, ma i suoi concetti sono di quelli che provocano e animano, che fanno pensare. E credimi, il pensiero critico ortodosso, per definirlo in qualche modo, ha molto da imparare sotto questo aspetto, e non solo dal pensiero anarchico. Per farti un esempio, la critica allo Stato in quanto tale, è qualcosa presente nel pensiero anarchico già da molto, molto tempo.
Ma tornando ai nostri 3, disse il Sup a chi chiedeva una spiegazione zapatista, quando chiunque di voi riuscirà a sedersi di fronte ai miei compagni e compagne senza che questi temano di essere presi in giro, di essere giudicati, di essere condannati; quando riuscirà a parlare con loro da uguale e con rispetto; quando sarà visto come compagno e compagna e non come un giudice estraneo; quando gli mostrino affetto, come si dice qua; o quando il suo pensiero, coincidente o no col nostro, ci aiuti a scoprire il funzionamento dell’Idra; ci suggerisca nuove domande; ci inviti a percorre nuove strade; ci faccia pensare; o quando potrà spiegare o sollecitare l’analisi di un aspetto concreto della realtà; allora, e solo allora vedrà che avremo per lui le stesse poche attenzioni che possiamo offrire. Nel frattempo, disse il Supmarcos con quel senso dello humor acido che lo caratterizzava, abbandonate per favore queste gelosie etero-patriarcali, mondialiste, viperine e stupide.
Ho ricordato questo aneddoto che mi è stato riferito dal SupMarcos, perché alcuni mesi fa, quando è venuta in visita una delegazione dei familiari che lottano per la verità e la giustizia per Ayotzinapa, uno dei papà ci ha raccontato di una loro riunione con il malgoverno. Non ricordo se fosse la prima. Don Mario ci raccontò che i funzionari erano arrivati con le loro carte e la loro burocrazia, come se si stessero occupando di un cambiamento di targhe e non di un caso di sparizione forzata. I familiari erano impauriti ed arrabbiati e volevano parlare, ma il burocrate che avevano davanti diceva che potevano parlare solo quelli che erano autorizzati e li intimoriva. Don Mario racconta che con loro c’era un signore di mezza età, “di giudizio” direbbero le zapatiste e gli zapatisti. Quel signore, senza che nessuno se l’aspettasse, diede una manata sul tavolo ed alzò la voce chiedendo che fosse data la parola a chiunque familiare che volesse parlare. Don Mario ci disse, parola più, parola meno, “quel signore non aveva paura, e ce la tolse anche a noi e così cominciammo a parlare, e da allora non ci siamo più fermati”. Quell’uomo che spinto dalla rabbia si era imposto di fronte alla negligenza governativa, avrebbe potuto essere una donna, o unoa otroa, e sono sicuro che ognuno di voi avrebbe fatto la stessa cosa o qualcosa di simile in quelle circostanze, ma è toccato farlo a quel signore che si chiama Adolfo Gilly.

Compas familiari:
A questo ci riferiamo quando diciamo che c’è gente che sta con voi senza considerarvi una merce da comprare, vendere, scambiare o derubare.
E come lui, ce ne sono altre, altri, otroas, che non picchiano i pugni sul tavolo solo perché non ce l’hanno davanti, altrimenti vedreste.
Noi zapatisti abbiamo imparato anche che niente di quello che meritiamo e di cui abbiamo bisogno si ottiene con facilità né rapidamente.
Perché la speranza per quello che sta sopra è una merce. Ma per chi sta in basso è la lotta per una certezza: Otterremo ciò che meritiamo e di cui abbiamo bisogno perché ci stiamo organizzando e stiamo lottando per questo.
Il nostro destino non è la felicità. Il nostro destino è lottare, lottare sempre, ad ogni ora, in ogni momento, in tutti i luoghi. Non importa che il vento non sia a favore. Non importa che abbiamo tutto contro. Non importa che arrivi la tormenta.
Perché, lo crediate o no, i popoli originari sono specialisti in tormente. Sono lì. E qui siamo. Noi ci chiamiamo zapatisti. E da oltre 30 anni paghiamo il costo di chiamarci così, in vita e da morti.
Tutto quello che abbiamo, cioè, la nostra sopravvivenza nonostante tutto e nonostante tutti quelli che stanno sopra e che si sono succeduti nei calendari e nelle geografie, non lo dobbiamo a singoli individui. Lo dobbiamo alla nostra lotta collettiva ed organizzata.
Se qualcuno chiede a chi devono gli zapatisti e le zapatiste la loro esistenza, la loro resistenza, la loro ribellione, la loro libertà, dirà la verità chi risponderà: “A NESSUNO”.
Perché è così che il collettivo annulla l’individualità che soppianta ed impone, fingendo di rappresentare e indirizzare.
Per questo vi abbiamo detto, familiari della ricerca della verità e della giustizia, che quando tutti se ne andranno e vi lasceranno soli, rimarranno i NESSUNO.
Una parte di questi NESSUNO, forse la più piccola, siamo noi zapatisti. Ma ce ne sono molti altri.
NESSUNO è chi fa girare la ruota della storia. È NESSUNO a lavorare la terra, che fa funzionare le macchine, che costruisce, che lavora, che lotta.
NESSUNO è chi sopravvive alla catastrofe.
Forse ci sbagliamo, e la strada che vi offrono potrebbe essere quella giusta. Se così credete e deciderete in questo senso, non aspettatevi da parte nostra un giudizio di condanna, né ripudio, né disprezzo. Avrete ugualmente il nostro affetto, il nostro rispetto, la nostra ammirazione.
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Familiari degli Assenti di Ayotzinapa:
È molto ciò che non possiamo fare, che non possiamo darvi.
Ma in cambio abbiamo una memoria forgiata in secoli di silenzio ed abbandono, nella solitudine, nei luoghi dell’aggredito perché di colore diverso, diversa bandiera, lingua diversa. Sempre dal sistema, il maledetto sistema che è su di noi. Il sistema che si regge a nostro costo.
E forse le memorie ostinate non riempiono le piazze, né vincono o comprano poltrone nei governi, né occupano palazzi, né bruciano automobili, né rompono vetrine, né innalzano monumenti nei musei effimeri delle reti sociali.

Le memorie testarde solo non dimenticano, e così lottano.
Le piazze e le strade si svuotano, le poltrone ed i governi finiscono, i palazzi crollano, le automobili e le vetrine si sostituiscono, i musei ammuffiscono, le reti sociali corrono da una parte all’altra a dimostrare che la futilità, come il capitalismo, può essere di massa e simultanea.
Ma arrivano momenti, compagni familiari degli assenti, in cui la memoria è l’unica cosa che si ha.
In quei momenti, sappiate che avrete anche noi zapatiste e zapatisti dell’EZLN.
Perché la tenace memoria delle zapatiste e degli zapatisti è molto altra. Perché non solo porta l’annotazione dei dolori e delle rabbie passate che disegnano sul quaderno le mappe di calendari e geografie che sopra sono stati dimenticati.
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IL MURO E LA CREPA
Come zapatisti, la nostra memoria si affaccia anche su quello che viene. Segnala date e luoghi.
Se non c’è un punto geografico per quel domani, cominciamo a mettere insieme rametti, sassolini, brandelli di stoffa e carne, ossa e fango, ed iniziamo la costruzione di un isolotto, o meglio, di una barca piantata in mezzo al domani, lì dove ora si scorge solo una tormenta.
E se nel calendario noto non c’è un’ora, un giorno, una settimana, un mese, un anno, cominciamo allora a riunire frazioni di secondi, minuti, e li facciamo passare per le crepe che apriamo nel muro della storia.
E se non c’è una crepa, allora facciamola graffiando, mordendo, scalciando, battendo con le mani e la testa, con l’intero corpo fino a procurare alla storia questa ferita.
E poi succede che qualcuno si avvicini e ci veda, veda la zapatista, lo zapatista che picchia duro contro il muro.
Chi passa lì vicino, a volte è chi crede di sapere. Si ferma un attimo, muove la testa con disapprovazione, giudica e condanna: “così non riuscirete mai ad abbattere il muro“.
Ma, a volte, molto raramente, passa l’altra, l’altro, l’otroa. Si ferma, guarda, capisce, si guarda i piedi, si guarda le mani, i pugni, le spalle, il corpo. E sceglie. “Qui va bene“, potremmo sentire se il suo silenzio si potesse udire, mentre fa un segno nel muro solido. E giù a picchiare.
Chi crede di sapere ritorna, dato che il suo percorso è sempre di andata e ritorno, come per passare in rassegna i suoi sudditi. Vede l’altro impegnato nello stesso ostinato compito. Valuta che ce n’è abbastanza affinché lo ascoltino, lo applaudano, lo acclamino, lo votino, lo seguano. Parla molto, dice poco: “non riuscirete mai ad abbattere quel muro, è indistruttibile, è eterno, è interminabile”. Quando ritiene sia opportuno, conclude: “quello che dovreste fare, è vedere come gestire il muro, cambiare la guardia, cercare di farlo un poco giusto, educato. Io vi prometto di ammorbidirlo. In ogni modo, staremo sempre da questa parte, Se continuate così, state solo facendo il gioco all’attuale amministrazione, del governo, dello Stato, di quel che è, non importa, perché il muro è il muro e – lo capite? starà sempre lì”.
Poi si avvicina qualcun altro. Osserva in silenzio e dice: “invece di impegnarvi tanto contro il muro, dovreste capire che il cambiamento sta dentro di ognuno, si deve solo pensare in modo positivo, ma guarda il caso, ho proprio qui questa religione, moda, filosofia, alibi che vi servirà. Non importa se è vecchia o nuova. Venite, seguitemi”.
Ma quelli che sono tenaci e picchiano contro il muro sono già meglio organizzati, diventano collettivi, squadre, si rimpiazzano, si alternano. Ci sono squadre grasse, deboli, alte e piccole; là ci sono quelli sporchi, brutti, cattivi e volgari; ce ne sono con testoni, piedoni, con le mani incallite dal lavoro, ce ne sono che, sia donne, sia uomini, sia otroas, danno una mano, il corpo, la vita.
A darci dentro con quello che hanno.
Chi con un libro, un pennello, una chitarra, un giradischi, un verso, una zappa, un martello, una bacchetta magica, una matita. C’è perfino chi colpisce il muro con un “pas de chat“. E succede quello che succede, perché il ballo è contagioso. E qualcuno porta una marimba, una tastiera o un pallone e poi i turni… beh, potete immaginare.
Naturalmente il muro non ne vuol sapere. Segue impavido, potente, immutabile, sordo, cieco.
Ed arrivano i mezzi di comunicazione prezzolati: scattano foto, video, si intervistano tra loro, consultano esperti. L’esperta tal dei tali, la cui unica virtù è essere di un altro paese, dichiara con sguardo trascendente che la composizione molecolare della materia che conferisce al muro la sua corporeità è tale che nemmeno una bomba atomica può abbatterlo e che, pertanto, quello che fa lo zapatismo è assolutamente controproducente e finisce per essere complice del muro stesso (fuori onda l’esperta chiede all’intervistatore di citare il suo unico libro, sperando che così si riesca a vendere).
Segue la sfilata di esperti. La conclusione è unanime: è uno sforzo inutile, così non abbatteranno mai il muro. All’improvviso, i media corrono ad intervistare chi offre un’amministrazione “più umana” del muro. Il groviglio di telecamere e microfoni produce un effetto curioso: chi non ha argomenti né seguaci, sembra averne molti sia degli uni che degli altri. Grande e commovente discorso. C’è la notizia. I mezzi di comunicazione prezzolati se ne vanno, perché nessuno prestava attenzione a quello che diceva il candidato, il leader o il saggio, ma ai loro telefonini che, ovviamente, sono almeno più intelligenti dell’intervistato o intervistata, informano che è scoppiato un terremoto, il funzionario tal dei tali è stato scoperto corrotto, james bond è arrivato nello Zócalo, e la partita del secolo ha attirato milioni di persone, forse perché pensavano che era tra sfruttati e sfruttatori.
Nessuno chiede niente alla zapatista, allo zapatista. Se l’avessero fatto, probabilmente non avrebbero risposto. O forse avrebbero rivelato la ragione del loro assurdo impegno: “non voglio abbattere il muro, basta fare una crepa”.
Non è stato dai libri già scritti, ma da quelli ancora non scritti ma che già sono stati letti da generazioni che le zapatiste e gli zapatisti hanno imparato che se smetti di graffiare la crepa, questa poi si chiude. Il muro si sistema da solo. Per questo devono continuare senza fermarsi. Non solo per allargare la crepa, soprattutto perché non si chiuda.
La zapatista, lo zapatista, inoltre sa che il muro muta aspetto. A volte è come un grande specchio che riproduce l’immagine di distruzione e morte, come se non fosse possibile altro. A volte il muro si dipinge gradevolmente e sulla sua superficie appare un sereno paesaggio. Altre volte è duro e grigio, come per convincere della sua impenetrabile solidità. Il più delle volte il muro è una grande pensilina dove si ripete “P-R-O-G-R-E-S-S-O”.
Ma lo zapatista, la zapatista sa che è una bugia. Sa che il muro non è sempre stato lì. Sa come è nato. Sa come funziona. Conosce i suoi inganni. E sa anche come distruggerlo.
Non gli preoccupa la presunta onnipotenza ed eternità del muro. Sa che entrambe sono false.
Ma ora la cosa importante è la crepa, che non si chiuda, che si allarghi.
Perché anche lo zapatista, la zapatista, sa che cosa c’è dall’altra parte del muro.
Se glielo domandassero, risponderebbe “niente“, ma sorriderebbe come se avesse detto “tutto“.
Durante uno dei cambi, los Tercios Compas, che non sono media, né liberi, né autonomi, né alternativi, né come si chiamino, ma sono compas, interrogano con severità chi sta picchiando sul muro.
“Si dice che dall’altra parte non ci sia niente, perché volete fare una crepa nel muro?”.
“Per guardare”, risponde la zapatista, lo zapatista, senza smettere di graffiare.
“Perché vuoi guardare di là?”, insistono los Tercios Compas che, siccome tutti i media sono andati via, sono gli unici a restare. E per ratificarlo, sulla maglietta portano scritto “Quando i media se ne vanno, rimangono los tercios”.Ovviamente sono di troppo perché sono gli unici che fanno domande invece di battere sul muro con la telecamera o col registratore o con finalmente-so-a-che-diavolo-serve-questo-dannato-treppiede.

Los Tercios chiedono di nuovo, ci mancava altro. E gli è entrato solo in testa, perché il registratore già se n’è andato, della telecamera meglio non parlare, e il treppiede è diventato centopezzi. Quindi ripetono: “E perché vuoi guardare?”.
“Per immaginare tutto quello che si potrà fare domani“, risponde lo zapatista, la zapatista.
Quando la zapatista, lo zapatista ha detto “domani” poteva benissimo riferirsi ad un calendario perso in un futuro a venire. Potrebbero essere millenni, secoli, decenni, lustri, anni, mesi, settimane, giorni… o già domani? dopodomani? domani domani? Ti piace? Non rompere che non mi sono nemmeno pettinato!
Ma non tutti, tutte, sono passati alla larga.
Non tutte, tutti, sono passati ed hanno giudicato assolvendo o condannando.
Sono stati in pochi, molto pochi, così pochi come nemmeno le dita di una mano.
Stavano lì, in silenzio, a guardare.
E sono ancora lì.
Solo di quando in quando proferiscono un “mmm” molto simile a quello dei più antichi abitanti delle nostre comunità.
Contrariamente a quanto si possa pensare, il “mmm” non significa disinteresse o indifferenza. Nemmeno disapprovazione o accordo. È piuttosto un “sono qui, ti ascolto, ti guardo, continua”.
Sono avanti con gli anni questi uomini e donne, “di giudizio” dicono i compas quando si riferiscono alle persone mature, ad indicare che i calendari sfogliati nella lotta conferiscono ragione, saggezza e discrezione.
Tra quei pochi, ce n’era uno, c’è uno. A volte quell’uno si unisce alle partite di calcio che il comando anti muro organizza per continuare a picchiare anche se con un pallone, e poi toccherà alla tastiera della marimba.
Come d’abitudine in quelle partite, nessuno chiede i nomi. Uno o una o unoa non si chiama juan, o juana o krishna, no. È la tua posizione a darti il nome. “Senti portiere! Passala ala! Vai terzino! Dai attaccante!“, si sente tra il frastuono sul campo, con le mucche indignate perché l’andirivieni delle squadre gli rovina il pascolo.
Ai bordi del campo una ragazzina irrequieta tenta di infilarsi un paio di stivali di gomma che, si vede, le stanno grandi.
“E tu, come ti chiami?“, chiede l’uomo alla bambina.
“Io terzina zapatista”, dice la ragazzina e lancia uno sguardo tipo “vattene se non vuoi morire”.
L’uomo sorride. Non ride apertamente. Sorride soltanto.
La ragazzina, è chiaro, sta reclutando elementi per sfidare il perdente.
Sì, perché qua, quando una squadra vince, va a picchiare sul muro. E la squadra che perde continua a giocare, “fino a che ha imparato“, dicono.
La ragazzina ha già una parte della squadra e se ne vanta con l’uomo.
“Quello è l’attaccante”, dice indicando un cagnolino di colore indefinito per le croste di fango e che muove la coda entusiasta. “Se si mette a correre, arriva fino là”, e la bambina indica l’orizzonte nascosto dal muro.
“Basta che non dimentichi il pallone“, dice quasi per scusarsi, “perché corre dall’altra parte; la palla di là ed il cagnolino attaccante di là”.
“Quello è portiere o si dice anche portinaio, credo”, dice ora indicando un vecchio cavallo.
“Il mio compito”, spiega la ragazzina, “è non far passare il pallone, perché lo guardi, è orbo, gli manca l’occhio destro e guarda solo in basso e a sinistra e se il tiro arriva da destra, niente da fare”.
“Beh, ora qui non c’è tutta la squadra. Manca il gatto… o forse è un cane. È molto strano quel-come-si-chiama, è come un cane ma miagola, è come un gatto ma abbaia. Ho cercato nel libro di erboristeria per vedere come si chiama un animale così. Non l’ho trovato. Pedrito ha detto che il Sup ha detto che si chiama gatto-cane.
Ma non bisogna credere a tutto quello che dice Pedrito perché…” la ragazzina si guarda intorno per assicurarsi che non ci sia nessuno che possa sentire e dice al signore in gran segreto “Pedrito tifa per l’América”, poi, con maggior confidenza: “Suo papà tifa las Chivas e si arrabbia. Così litigano e sua mamma li prende tutti e due a ciabattate così si acquietano, ma il Pedrito si mette a parlare della libertà secondo las zapatillas [le pantofole] e non so che altro”.
“Sarà, secondo gli zapatisti”, corregge il signore. La ragazzina lo ignora, ben gli sta al Pedrito, la deve pagare.
“Bene, tu-come-ti-chiami, pensi che il gatto-cane sappia giocare?”.
“Sa giocare”, risponde a sé stessa.
“Siccome il nemico non capisce se è un cane o un gatto, corre di qua e di là e allora, zac! goal! L’altro giorno stavamo quasi vincendo quando il pallone è finito nella montagna ed è arrivata l’ora del pozol e quindi la partita è stata sospesa. Te lo dico, quel gatto-cane come-si-chiami, sa giocare. Quel gatto-cane ha l’occhio giallo”.
L’uomo è rimasto di stucco. La ragazzina ha descritto un colore con le sue manine. L’uomo ha viaggiato per mari e monti, ma non aveva mai incontrato qualcuno che descrivesse un colore con un gesto. Ma la bambina non sta impartendo corsi di fenomenologia del colore, e continua a parlare.
“Adesso però il gatto-cane non c’è”, dice dispiaciuta, “credo che sia andato a farsi prete perché dicono che è andato in un seminario contro il fottuto capitalismo. Tu sai cos’è il fottuto capitalismo? Bene, ti faccio un po’ di lezione di politica. Allora, il dannato sistema non ti morde solo da un lato, ma ti frega da tutte le parti. Il sistema morde tutto, ingoia tutto e si ingrassa. Cioè, per farmi capire meglio, il maledetto capitalismo è senza fondo. Per questo ho detto al gatto-cane di andare a farsi prete in un seminario. Ma non obbedisce. Lei crede che un gatto-cane può farsi prete? No, vero? Nemmeno per quanti goal faccia, e neanche per l’occhio giallo. Tu permetteresti che un gatto-cane, anche se con un occhio giallo, celebrasse un matrimonio? No, vero? Per questo quando io mi sposerò con mio marito non voglio preti, solo in municipio autonomo e poi a ballare, e se no, niente. Solo ufficialmente, perché poi non si sparli in giro. Solo io ed il mio come-si-chiami, e poi devi tenere a bada il marito, perché ‘se fai volare i corvi ti caveranno gli occhi’. Così dice mia nonna che è ormai vecchia ed ha combattuto il primo gennaio 1994. Non sai cosa è successo il primo di gennaio 1994? Allora poi te lo dico con una canzone che racconta tutto. Adesso no, perché tra poco ci tocca giocare e bisogna essere pronti. Ma per non lasciarti in sospeso, ti dico che quel giorno abbiamo detto basta ai maledetti malgoverni, basta con le loro stronzate. Mia nonna dice che è stato grazie alle donne, che se fosse stato per quegli stronzi dei mariti saremmo ancora qui a penare, come quelli che stanno con i partiti. Non so ancora chi sarà mio marito, perché gli uomini sono dei testoni, sapessi. E poi sono ancora una bambina. Ma so che più avanti gli uomini mi guarderanno, ma io sono seria, niente sì e no, niente non so, io so il fatto mio e se quello stronzo di marito vuole solo perdere tempo, allora resto terzino zapatista, gli dò uno scappellotto e lo mando via, perché mi deve rispettare come donna zapatista. E se non lo capisce subito, allora giù a sberle fino a che capisce la lotta di noi donne”.
L’uomo ha seguito attentamente tutta la pappardella della ragazzina. Non così il cagnolino con le croste di fango che gira a zonzo. Né il cavallo orbo che mastica con parsimonia una borsa di plastica eredità degli alunni della escuelita. E dopo tutto questo, l’uomo non ride, è riuscito solo a sbattere le palpebre allo stesso ritmo della sua sorpresa.
“E saremo sempre di più”, sostiene la ragazzina, “sì, saremo sempre di più”.
L’uomo tarda un po’ a capire che ora la ragazzina si riferisce alla sua squadra. Oppure no?
Ma adesso la ragazzina studia l’uomo con sguardo da talent-scout, dopo vari “mmm“, lo interroga “E tu, come ti chiami?“.
“Io?” dice l’uomo sapendo che la ragazzina non sta chiedendo l’albero genealogico, né lo stemma araldico, ma una posizione.
Dopo aver percorso mentalmente varie opzioni, l’uomo risponde: “io mi chiamo raccattapalle“. La ragazzina valuta in silenzio l’utilità di questa posizione.
Dopo averci pensato un po’, dice all’uomo, non per consolarlo, ma perché si renda conto di quanto è importante:
“Raccattapalle, nientemeno. Se il pallone va di là per il bosco, scordatelo, nessuno vuole andarci perché è pieno di spine, cespugli, ragni, perfino bisce. Se poi il pallone va verso il ruscello la corrente se lo porta via, allora bisogna correre per prenderlo, il pallone. Quindi, raccogliere i palloni conta, bene dunque. Senza raccattapalle non può esserci partita. E se non c’è partita, non c’è festa, e se non c’è festa non c’è ballo, e se non c’è ballo mi pettino i capelli con i miei nastri colorati per niente”, dice la ragazzina e dal suo zainetto tira fuori un mucchio di nastri colorati.
“Raccattapalle, nientemeno”, ripete la bambina all’uomo mentre lo abbraccia, non per consolarlo, ma perché capisca che tutto quello che vale la pena fare, si fa in squadra, collettivamente, ognuno ha il suo compito.
“Lo farei io, ma ho molta paura dei ragni e dei serpenti. L’altra notte ho perfino sognato di incontrare una dannata biscia lunghissima nel prato”, ed allarga le braccia fino a dove riesce.
L’uomo sorride.
La partita è finita, la ragazzina non ha completato la squadra per la sfida e si è addormentata sul prato.
L’uomo si alza e la copre con la sua giacca perché il pomeriggio si oscura e già la frescura allevia la terra. Forse perfino pioverà.
Un miliziano sta tornando con i documenti che aveva chiesto la Giunta di Buon Governo. L’uomo aspetta il suo turno.
Finalmente dicono il suo nome e riprende il suo passaporto che sulla copertina riporta l’incisione “Repubblica Orientale dell’Uruguay”. Al suo interno c’è la foto di un uomo con la faccia da “Che diavolo ci faccio qui?” e di fianco si legge “Hughes Galeano, Eduardo Germán María”.
“Senta”, gli chiede il miliziano, “si è messo il nome di battaglia Galeano per il compa sergente Galeano?”.
“Sì, credo di sì”, risponde l’uomo mentre regge dubbioso il passaporto.
“Ah!”, dice il miliziano, “l’avevo immaginato”.
“Dove si trova il suo paese?”.
L’uomo guarda il miliziano zapatista, guarda il muro, guarda le persone che scavano la crepa, guarda i bambini che giocano e ballano, guarda la ragazzina che vuole parlare col cagnolino, con il cavallo orbo e con un animaletto che potrebbe essere un gatto, o un cane, e dice rassegnato: “anche qui”.
“Ah” dice il miliziano, “e lei che cosa fa?”.
“Io?”, cerca di rispondere mentre raccoglie il suo zaino.
E all’improvviso, come se avesse appena capito tutto, risponde sorridendo “Io faccio il raccattapalle”.
L’uomo è già lontano e non riesce a sentire il miliziano zapatista che mormora con ammirazione: “Ah, raccattapalle, nientemeno”.
Raggiunta la sua formazione, il miliziano dice ad un altro: “Ehi Galeano, oggi ho conosciuto uno che si è messo il tuo nome”.
Il sergente Galeano sorride e risponde “ma va!”.
“Sì,”, dice il miliziano, “sennò da dove l’avrebbe preso questo nome quel signore?”.
“Ah”, dice il sergente di milizia e maestro della escuelita Galeano, “e che cosa fa quello?”, domanda.
“Il raccattapalle”, dice il miliziano e corre a prendersi il suo pozol.
Il sergente di milizia Galeano raccoglie il suo quaderno di appunti e lo mette nello zaino mentre dice tra i denti: “Raccattapalle, come se fosse facile. Non è da tutti fare il raccattapalle. Per fare il raccattapalle si deve avere molto cuore, come essere zapatista, e per essere zapatista non è da tutti, anche se qualcuno poi non sa di essere zapatista… fino a che non lo scopre”.
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Forse non mi crederete, ma questo è successo solo pochi giorni fa, alcune settimane, alcuni mesi, alcuni anni, alcuni secoli fa, quando il sole di aprile schiaffeggiava la terra non per offenderla, ma perché si svegliasse.
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Sorelle e fratelli familiari degli Assenti di Ayotzinapa:
La vostra lotta è già una crepa nel muro del sistema. Non lasciate che Ayotzinapa si richiuda. Attraverso questa crepa respirano non solo i vostri figli, ma anche le migliaia di desaparecidas e desaparecidos nel mondo.
Affinché quella crepa non si chiuda, affinché quella crepa diventi ancora più profonda e si allarghi, avrete in noi, zapatiste e zapatisti, una lotta comune: la lotta che trasformi il dolore in rabbia, la rabbia in ribellione, e la ribellione nel domani.
SupGaleano.
Messico, 3 maggio 2015