Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Conte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Conte. Mostra tutti i post

lunedì 30 marzo 2020

La coalizione dei ripugnanti


Moltissimi lutti addusse agli umani il Covid-19 (e non ha finito).
E però diventa un’occasione per ripensare tante cose.
Primo: che idea hanno di Europa quelli che prima di lanciarti il salvagente vogliono il numero della carta di credito? - Primum vivere, deinde philosophari (qui), diciamo noi.
secondo: alla fine la coalizione dei ripugnanti farà la classifica dei buoni e dei cattivi, la faranno gli olandesi che fanno dumping fiscale, e i loro amici, "Alla Commissione – ha aggiunto Von der Leyen – è stato affidato dal Consiglio il compito di elaborare il piano di ricostruzione, e questi sono i binari su cui stiamo lavorando" (qui)
Traduzione: aspettiamo che l'epidemia faccia il lavoro di distruzione del vostro paese (come anche in Spagna e in Portogallo, la Grecia è stata una prova ben riuscita) e poi ci prenderemo tutto a prezzi di saldo (ecco il piano di ricostruzione).




già l’otto marzo una lettera dell’Associazione nazionale di Amicizia Italia-Cuba segnalava al ministro della Sanità Speranza la disponibilità a offrire medicine e personale medico per aiutare a combattere il virus (qui)

il 18 marzo arrivano i primi aiuti dalla Cina (qui)

il 22 marzo arrivano 53 medici e infermieri cubani (qui)

il 23 marzo Il governo italiano ha lanciato un appello diretto al segretario alla Difesa americano, Mark Esper, per aiuti militari nella lotta contro il coronavirus…A parte qualche tweet di solidarietà, gli Usa piuttosto hanno fatto incetta in Italia di kit per gli esami di laboratorio. La notizia aveva fatto scalpore nei giorni scorsi: mezzo milione di tamponi sono stati comprati presso un’azienda produttrice al Nord e caricati su un grande aereo militare che è poi partito da Aviano. (qui)

------------------

il 28 marzo alle parole di Ursula Von der Leyen (Presidente della Commissione Europea) contro i coronabond: “Quella parola è solo uno slogan” replica  il presidente del consiglio Conte: "Qui c’è un appuntamento con la storia. L’Europa deve dimostrare se è all’altezza” (qui)


-----------------------

il 28 marzo arriva dall’Albania un team di 30 medici e infermieri albanesi è partito per l’Italia per aiutare il nostro Paese ad affrontare l’emergenza Coronavirus.

qui

 

------------------

il 29 marzo Boris Johnson dice: "E' importante che  io sia chiaro con voi: sappiamo che le cose peggioreranno prima che inizino a migliorare” (qui).

probabilmente la sera prima aveva guardato Oltre il giardino), prendendo spunto da Chance il giardiniere (qui)

e sempre Peter Sellers aiuta a capire la logica della coalizione dei ripugnanti (qui), quella logica schifosa per cui prima devi avere l’assicurazione medica, o una carta di credito ben piena e allora ti curiamo, se non hai quelle due caratteristiche al massimo un paio di aspirine e poi crepa a casa tua, se ce l’hai , o in strada.

--------------------





Il Dipartimento di Stato USA ha criticato Cuba mercoledì scorso per aver inviato medici in diversi paesi in crisi a causa del coronavirus. Inoltre, l'ambasciata americana a L'Avana, ha esortato i paesi che ricevono la cooperazione medica cubana a rifiutare questo aiuto, nonostante la pandemia di COVID-19.
Il ministero degli Esteri cubano, tuttavia, ha respinto questa posizione di Washington, definendola "offensiva per Cuba e il resto del mondo", mentre il mondo intero è minacciato dalla pandemia di COVID-19.
Allo stesso modo, ha sollecitato la "cessazione e sospensione di ingiusti blocchi e misure unilaterali coercitive", nonché "meschinità e ostilità", come sostenuto dalle Nazioni Unite, ha ricordato.
Inoltre, Palacios ha sottolineato la necessità di impegnarsi per "promuovere la solidarietà e aiutare coloro che ne hanno bisogno" in questi momenti critici.
Il portavoce ministeriale cubano, ha assicurato che il paese caraibico continuerà a “inviare i dottori necessari negli angoli più bui del mondo. Medici e non bombe”, ha precisato.

-------------




"Questo discorso è ripugnante nel quadro dell'Unione europea. Questa è la parola giusta: ripugnante, perché noi non siamo pronti per ascoltare ancora una volta ministri dell'Economia olandesi". Così il premier portoghese Antonio Costa attacca il ministro olandese Wopke Hoekstra, ricordando le parole che il suo predecessore Jeroen Dijsselbloem aveva durante la crisi economica. Lo scontro è ancora una volta di natura economica: il Portogallo è schierato con i Paesi Ue che sostengono la necessità degli eurobond, su tutti Italia e Spagna. Un'ipotesi che non piace, tra gli altri, all'Olanda e che avrebbe spinto Hoekstra a chiedere alla Commissione Ue di avviare un'indagine sui bilanci dei Paesi che vorrebbero gli eurobond per far fronte all'emergenza coronavirus.


-------------------


Il governo del Portogallo ha deciso di concedere il permesso di soggiorno a tutti gli immigrati che ne hanno già fatto richiesta, almeno fino al primo luglio, per garantirgli di affrontare al meglio l'emergenza coronavirus. Il governo di Antonio Costa ha approvato la sanatoria per i richiedenti asilo e per tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno che abbiano chiesto di accedere ai servizi sanitari.

lunedì 23 marzo 2020

Le ultime righe del discorso di Conte


…e dopo aver lodato quelli che stanno lavorando mentre la maggior parte degli italiani resta, giustamente a casa, dopo averli chiamati eroi, dopo aver pregato che nessuno di loro di ammali, abbiamo pensato a un gesto concreto, non solo parole, non solo medaglie alla memoria.

Abbiamo deciso di attribuire a ciascuno di quelli che stanno lavorando, prendendosi tutti i rischi, a beneficio di chi sta a casa, un premio una tantum di 10mila euro a ciascuna lavoratrice e a ciascun lavoratore, senza distinzione di nazionalità, per tutti coloro i quali lavorano nei settori necessari per tutti, i lavoratori degli ospedali, gli operai dell’agroalimentare, dalla raccolta, alla produzione e al trasporto e consegna delle materie prime e delle merci, nei settori che dovranno restare aperti, a chi raccoglie i rifiuti, a chi lavora negli esercizi commerciali della distribuzione alimentare, dai magazzinieri alle cassiere e ai cassieri, alle forze dell’ordine che garantiscono la sicurezza e l’osservanza delle difficili decisioni adottate dal governo.

Nessuno ci ha chiesto questo, ma ci sembra necessario, a nome di tutti, e della fiscalità generale, dare un segnale di apprezzamento, oltre alle parole, per i lavoratori che hanno preso sulle loro spalle i rischi e il peso necessari per il benessere generale.

venerdì 29 novembre 2019

Cosa stiamo a fare ancora in Iraq? - Piero Orteca




Signor Giuseppe Conte, ci spiega, di grazia, cosa ci stiamo a fare ancora in Irak o in quel calderone ribollente che è ormai diventata la gran parte del Medio Oriente? Che cambiali dobbiamo pagare? E non ci venga a ripetere della “esportazione della democrazia” o della educazione forzata di informi masse di nativi al verbo occidentale. Perché a questa scusa, tra il patetico e il menzognero, non crede più nessuno.
·         Negli ultimi mesi ci siamo sforzati di scrivere che gli scenari politici, bellici ed economici in Medio Oriente non sono più quelli di trent’anni fa.
·         Quando, armiamoci e partite, partecipammo alla Prima guerra del Golfo con un senso etico e diplomatico “borderline”.
·         Né sono quelli del 2003, quando Bush figlio si fece costruire a tavolino dalla Cia le prove fasulle sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
·         Abbiamo partecipato a quelle avventure belliche in maniera molto opinabile. E abbiamo contribuito con molte giovani vite alla stabilizzazione di quelle aree di crisi. Ma ora basta.
·         L’ultimo attentato di ieri è l’esempio più lampante che siamo nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Signor Primo ministro, si legga i dossier di tutti i servizi segreti occidentali, anche dei più scalcagnati (e non sono certo i nostri) su quello che sta succedendo nel Medio Oriente. Ormai è una partita di poker, dove è destinato a vincere il più cinico e dove la democrazia e la libertà c’entrano come i cavoli a merenda.
Signor Giuseppe Conte, laggiù ci si ammazza per il petrolio,eser per il gas, per il controllo di aree di influenza che interessano esclusivamente le grandi potenze e le medie potenze di quell’area. La questione curda, lo scontro mortale tra sunniti e sciiti sollevato dalla dalle Primavere arabe, il secolare conflitto arabo-israeliano, il controllo dello Stretto di Hormuz nel Golfo Persico e di quello di Bab el Mandeb nel Mar Rosso. E potremmo parlare ancora delle aspirazioni egemonistiche turche, del ruolo dell’Iran e della spartizione dei pani e dei pesci nella Siria martirizzata.
Là sono tutti in fila ad aspettare alla cassa i dividendi di un intervento dove l’etica e la morale se le sono messe tutti sotto i piedi. A cominciare dagli Stati Uniti e dalla Russia e proseguendo con gli ex biechi colonizzatori (e decolonizzatori) francesi e inglesi. Che ancora osano impartire lezioni di democrazia e di bon-ton diplomatico dopo avere fatto carne di porco nei tre quarti del globo terracqueo.
Signor Giuseppe Conte, che ci stanno a fare (e a morire) ancora i nostri soldati in Medio Oriente? Ce lo spieghi. O se la faccia spiegare lei prima di spiegarlo a noi. Ma non certo dal suo attuale Ministro degli Esteri.

sabato 20 luglio 2019

La regionalizzazione della scuola non si fa, dice il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

e i leghisti ancor s'incazzano, direbbe Paolo Conte

domanda: il modello dei leghisti è la Catalogna, o l'ex Jugoslavia?

-------------------------------------------------------------

Regionalizzazione della scuola, qualcuno mente - Massimo Villone

Le pretese delle regioni secessioniste sulla scuola sono incompatibili con l’accordo del 24 aprile firmato da Conte e Bussetti con i maggiori sindacati (Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda), a seguito del quale fu sospeso lo sciopero già indetto per il 17 maggio. Tuttavia, dopo il vertice di maggioranza sulla regionalizzazione filtrano notizie di un incontro costruttivo, salvo profili di finanziamento. Se ne riparlerà con Tria. Il governo straccia l’accordo? O qualcuno mente?
C’è un problema, e ha un nome: Bussetti. In una intervista al Corriere Venezia e Mestre del 7 luglio apre – per la scuola veneta – su tutti i fronti: ruoli del personale, concorsi, curricula, organizzazione e finalità del sistema scolastico. Dichiara che il modello è il Trentino-Alto Adige. È l’esatto contrario dell’accordo del 24 aprile, ma il ministro si limita a dire che i sindacati «quando leggeranno le bozze di intesa si convinceranno». Bussetti viene platealmente meno alla propria firma, e certo paga un prezzo politico alto. Evidentemente, pensa che ne valga la pena, perché la scuola è uno dei maggiori capitoli del regionalismo differenziato, per almeno due motivi.
Il primo. La scuola è la fucina dell’identità del paese. Il separatismo nordista in marcia vuole abbandonare definitivamente l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud e di garantire l’eguaglianza dei diritti. Bisogna concentrare nel Nord le poche risorse disponibili e liberarlo dalla zavorra del Sud, perché almeno la parte del paese che ne è capace si agganci all’Europa dei più forti. Il resto si arrangi, ed anzi contribuisca con il proprio sangue per quel che può. È un neo-colonialismo a uso interno, un cambio violento del paradigma costituzionale originario, che impone di costruire un fondamento culturale nuovo, non più unitario e nazionale. È questo il cruciale compito della scuola regionalizzata.
Il secondo motivo. La scuola è una realtà politicamente appetibile. Quale governatore o assessore si farebbe sfuggire la possibilità di gestire decine di migliaia di docenti, strumenti efficaci di produzione del consenso? Averne la disponibilità definirebbe la cifra dei governanti nel sistema politico. Una volta partito il treno per alcuni, gli altri non potrebbero permettersi di essere da meno, e l’effetto domino condurrebbe a una frantumazione generale, del tutto funzionale al separatismo nordista. Sarebbe ora che le regioni – in specie del Sud – che si sono accodate alle tre di testa parlassero in chiaro, visto che la loro sopraggiunta richiesta di autonomia è richiamata in ogni momento dagli sfasciacarrozze dell’Italia unita.
Il modello Trentino genera dubbi e dissensi, e non è esportabile. Secondo i calcoli più attendibili sposterebbe un pacco di miliardi verso Lombardia e Veneto e – per l’invarianza di spesa – sottrarrebbe un pari importo alle risorse per l’istruzione nelle altre. Ma di sicuro non è solo una questione di soldi. Gli stessi docenti trentini segnalano come a fronte di limitati vantaggi economici, peraltro strettamente legati a un maggiore carico di lavoro, i docenti e l’intero sistema scolastico siano completamente sottoposti al potere politico locale. Abbiamo sempre sospettato – e scritto – che la firma di Bussetti sull’accordo e l’auto-qualificazione di Conte come garante dell’unità del paese valevano poco o nulla. Ma non serve recriminare. Conta sapere cosa il sindacato voglia fare ora per rispondere allo schiaffo. Soprattutto considerando che è inutile sbandierare rimedi non esperibili come il referendum abrogativo, inammissibile – per motivi diversi – sulla legge di approvazione delle intese e sui decreti del presidente del consiglio dei ministri attuativi della riforma.
È intollerabile che gli esponenti leghisti nel governo si comportino da attendenti o sguatteri di Zaia & co., e che quelli M5S li lascino fare. La visione di Bussetti è contraria alla Costituzione, minoritaria nel paese, e nel mondo della scuola trova una avversione netta e dichiarata. Il suo compito di ministro della Repubblica sarebbe, qualora ne fosse all’altezza, quello di «efficientare» la scuola mantenendone intatta la natura e l’organizzazione nazionale e unitaria.
Secondo un’antica teoria, la funzione crea l’organo. La querelle scientifica non ci interessa. Ma notiamo che per l’esperienza empirica almeno in qualche caso è l’organo che definisce la funzione.
[Da Il manifesto]
da qui





Ecco le carte segrete sull’autonomia differenziata: come Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna si preparano a frantumare il paese. - Redazione ROARS


Pubblichiamo in anteprima in forma integrale le bozze di intesa sottoscritte dal Presidente del Consiglio Conte e dai governatori delle tre regioni interessate: Fontana, Zaia e Bonaccini, datate 16 maggio ed attualmente in discussione nelle segrete stanze del governo.
Documenti volutamente occultati durante questi mesi e non pubblicati se non nella parte introduttiva (titolo I), indisponibili al dibattito, alla conoscenza di dettaglio, alle ipotesi sul futuro del paese. Nè studiosi nè cittadini hanno avuto modo di consultarle finora, nonostante la prima versione, circolata surrettiziamente e da noi pubblicata l’11 febbraio, facesse già presagire la gravità del processo verso cui il regionalismo differenziato avrebbe condotto.
In un’atmosfera da “golpe tecnico”, in cui decisioni riguardanti tutti gli italiani sono rimesse nelle mani di pochi esponenti dell’esecutivo e dei governi regionali, i nuovi testi delle intese annunciano un precipizio istituzionale: la frantumazione, sostanzialmente irreversibile, delle strutture materiali ed immateriali alla base della collettività e dell’identità nazionale. Scuola, Sanità, Ricerca, Infrastrutture, Beni culturali, Ambiente, Professioni, Previdenza integrativa, Sicurezza sul lavoro e altro ancora, con relative risorse, dalla competenza statale passerebbero a quella regionale. La pattuglia costituita da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna continua ad esigere ciò che voleva fin dall’inizio, incurante dei pareri diffidenti o contrari degli studiosi che in questi mesi si stanno avvicendando presso la Commissione parlamentare per il federalismo fiscale o la Commissione per le questioni regionali.
In tema di Istruzione, Università e Ricerca le muove bozze non si discostano in modo significativo dalla precedente versione dell’11 febbraio. Complessivamente, al Veneto spetta la richiesta più aggressiva: tutte le 23 materie consentite dal Titolo V della Costituzione (articolo 2 bozze Veneto). Segue la Lombardia con la richiesta di 20 materie (mancano all’appello giustizia di pace, le casse di risparmio, rurali e gli enti di credito fondiari, art. 2 bozze Lombardia). Infine, l’Emilia Romagna, che chiede 16 competenze (art. 2 bozza Emilia Romagna). Di seguito commentiamo le competenze relative all’istruzione, rimandando a Il Quotidiano del Sud (che ha avuto modo di visionare il documento non ancora pubblicato) i lettori interessati a un commento sugli altri importanti aspetti oggetto di negoziazione: risorse, giustizia, ambiente e rifiuti, lavoro e cassa integrazione, strade e aeroporti e, dulcis in fundo, flussi migratori, ovvero «la programmazione delle quote regionali di ingresso per motivi di lavoro dei cittadini comunitari».

Un breve commento sull’istruzione.
In spregio all’intesa siglata con i sindacati più rappresentativi il 24 Aprile  e alla loro manifestazione  a Reggio Calabria il 22 giugno scorso,  noncurante degli scioperi indetti dai sindacati di base, delle mobilitazioni e manifestazioni di dissenso che si moltiplicano da mesi in ogni angolo del paese, dell’indignazione crescente nei confronti dell’occultamento di un processo denunciato da più parti come irreversibile e lesivo dei principi di uguaglianza e solidarietà,  il Ministro Bussetti – unico titolare della parte di intesa in materia di istruzione – sottoscrive esattamente ciò che le Regioni pretendevano in principio.
Per Veneto e Lombardia, semplicemente tutto. Meno per l’Emilia Romagna, in questa fase, che chiede tuttavia l’organizzazione della rete scolastica, la programmazione della dotazione degli organici, la realizzazione di un sistema integrato di istruzione del secondo ciclo/istruzione professionale, ed altro.
Per quanto riguarda gli articoli del Titolo II delle bozze lombardo-venete sull’istruzione, si tratta di testi sostanzialmente sovrapponibili (fatta eccezione per una clausola sulla mobilità del personale da trasferire nei ruoli regionali, art. 11 comma 7, bozza Lombardia), che chiedono tutte le competenze presenti nella bozza del febbraio scorso.
Anzi. Dettagliano in un apposito articolo (su cui pare si concentri la maggior parte dell’attuale discussione) – l’11 per la Lombardia e il 12 per il Veneto – le norme che regolerebbero il trasferimento del personale degli Uffici Scolastici regionali, dei dirigenti scolastici e degli insegnanti di Lombardia e Veneto.
Come dichiarava, implicitamente, Bussetti proprio ieri in un’intervista al Corriere del Veneto, la scuola disegnata dalle bozze del 16 Maggio passa nelle mani della politica regionale, esattamente come è accaduto in Trentino, il cui sistema di istruzione rappresenta il modello della futura “scuola differenziata”.
D’altra parte, afferma Zaia nella sua audizione del 3 Aprile 2019 presso la Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, il disegno è chiaro:
“L’ocio del paròn ingrasa el cavàl” (1).
Come a dire: riduciamo le catene di comando, controlliamo gerarchicamente i docenti (mettendo a guardia dirigenti amministrativi e dirigenti scolastici, immediatamente dipendenti regionali) e il loro insegnamento. Facciamo (definitivamente) della scuola l’ organo di governo della conoscenza e del mercato del lavoro regionale.
L’intesa sindacale diventa ora carta straccia. Ai sindacati, dunque, la prossima mossa.
Di seguito, le bozze delle tre regioni…





La scuola è il banco di prova dell’unità del paese - Massimo Villone

Finalmente abbiamo visto a Palazzo Chigi volare un po’ di stracci per l’autonomia differenziata. Probabilmente hanno contribuito a generare la tempesta le bozze pubblicate da Roars. Sono persino peggiori di quel che si poteva pensare, e di sicuro spazzano via ogni residua ipocrita rappresentazione di inconsapevolezza. Era davvero intollerabile la sensazione che scelte di vitale importanza per il futuro del paese scivolassero su un piano inclinato di miserabili scambi con questioni di assai minore momento, o ancora peggio con un attaccamento alla poltrona.
A quanto si sa, il conflitto si è aperto sulla scuola, ed è giusto così. Anzitutto per la cruciale importanza che ad essa riconoscono sia i fan che gli oppositori dell’autonomia differenziata. C’è bisogno di un fondamento culturale sia per l’unità che per la separatezza. È la cultura sottostante che ne determina l’attrattività e la durevolezza nel tempo. La scuola è necessaria a difendere l’unità del paese, come è necessaria a chi il paese vuole dividere per costruire una cultura separatista. Dall’esperienza catalana viene qualche lezione.
  
Può darsi che si mostri impossibile andare avanti sulla scuola, e lo speriamo. Dovrebbe essere tolta dal tavolo della trattativa. Ma non sarà facile indurre Bussetti a cambiare rotta, dopo che ha gettato alle ortiche il suo buon nome di ministro. Mentre firmava l’accordo con i sindacati della scuola del 24 aprile di nascosto costruiva la iper-regionalizzazione nelle bozze di intesa. Come ha commentato, sul modello del Trentino-Alto Adige. E c’è da chiedersi come M5S l’abbia lasciata passare, pur essendo presente a livello di sottosegretario. Comunque, anche una tardiva resipiscenza è meglio di nulla.
Altro ostacolo, a quanto si apprende, le risorse. Vedremo di capire meglio. Ma ormai sono molte le testimonianze – nelle audizioni, oltre allo stesso ministro Tria, Viesti, Giannola, Guerra, Cerniglia – che certificano come con il meccanismo previsto nelle intese non sia possibile evitare un ingiusto e irreversibile privilegio per le tre regioni secessioniste, e giungere a una distribuzione delle risorse equilibrata e attenta ai bisogni, alla solidarietà e alla coesione territoriale. L’ultima voce in tal senso è di Zanardi, dell’Ufficio parlamentare di bilancio (organo tecnico indipendente e lontano dalla politica), che in audizione il 10 luglio si aggiunge alla valutazione negativa del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi nell’appunto reso al premier Conte.
Altri ostacoli si profilano. Come si potrebbe ad esempio giustificare il passaggio al demanio regionale di infrastrutture e opere pubbliche – come le autostrade – costruite nel tempo con i soldi di tutti gli italiani? Con l’effetto collaterale, a causa della maggiore infrastrutturazione del Nord, di un ulteriore occulto drenaggio di risorse dal Sud. E che dire di uno Stato reso incapace di politiche nazionali di sviluppo e riequilibrio?
Il contrasto che si è aperto potrebbe essere l’occasione buona per rimettere l’autonomia differenziata sul binario di una corretta lettura dell’art. 116, co. 3, Cost., ponendo fine alla bulimia delle regioni di testa e riconducendo le richieste a ragionevoli e limitate forme e condizioni particolari di autonomia.
Basta colpi di mano volti a spaccare il paese occultando le carte e puntando alla mera ratifica di un parlamento imbavagliato. L’Italia ha già vissuto la difficile vicenda di una Padania secessionista. Evitiamo il remake di un «grande Nord» separatista.
E dunque vogliamo sperare che a Palazzo Chigi non sia stata una fake war, di mera rappresentazione teatrale. Se son rose, fioriranno. Anzi, nella specie, appassiranno.