La
situazione tragica in cui si trova oggi il mondo poggia su un paradosso clamoroso
che non ha precedenti nella storia conosciuta. La più grande potenza
militare del pianeta è di fatto comandata e ricattata, per lo meno per la
politica estera in Medio Oriente, da un piccolo stato in mano a un gruppo di
fanatici assassini millenaristici. Il caso Epstein aggiunge, a quanto era
noto sul peso politico della finanza ebraica americana, solo il quadro di una
diabolica rete di coinvolgimento stesa dal Mossad su un’ampia fetta di élite
USA. E apprendiamo ora da varie fonti, che perfino Steve Witkoff e
Jared Kushner, gli immobiliaristi inviati da Trump per trattare sul conflitto
in Ucraina e ora con l’Iran, sono “uomini di Israele”. Tuttavia occorre
tener conto anche di intrecci più profondi, quelli di natura
industriale-militare. Come ha ricordato di recente lo storico Dario Guarascio (Imperialismo
digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza,
2026), una parte rilevante delle armi prodotte in USA è acquistata da
Tel Aviv. Nel 2024 le importazioni da quel paese costituivano il 60% delle
importazioni totali. Ma Israele è anche un laboratorio dove sperimentare le
nuove tecnologie di guerra e di controllo sociale: «L’occupazione militare a
cui sono sottoposti i territori palestinesi e le continue guerre che si succedono
in quell’area del mondo sono il “contesto ideale” per valutare sul campo
l’efficacia delle nuove applicazioni».
Dunque, la
doppia dinamica condizionamento/connivenza USA è la ragione per cui quello
Stato non osserva nessuna regola del diritto internazionale, non firma
trattati vincolanti (per la Corte Internazionale di Giustizia o Per la Non
Proliferazione Nucleare), bombarda chi vuole (Gaza, Cisgiordania, Siria,
Libano, Yemen, Iran ecc.) nella certezza della assoluta impunità. Nessuno osa
fiatare e non perché Tel Aviv sia militarmente invincibile, ma perché protetto
dal potente amico americano. È vero che il “ricatto” di Israele è anche
coincidente con gli interessi imperiali degli USA in quella regione. Vale a
dire con il prevalere negli strati profondi dell’apparato americano dei
gruppi neocons. Ma spesso la convenienza americana non è così
evidente, come nel caso di questa vera e propria trappola che si è rivelata
l’aggressione all’Iran iniziata il 28 febbraio. Il New York Times ha
svelato il ruolo diretto che ha avuto Netanyahu nel convincere il gruppo
dirigente Maga. E non sono pochi gli analisti, anche americani, i quali
sostengono che oggi l’alleanza con Tel Aviv crea agli USA molti più
problemi che vantaggi. È questo è innegabile.
In effetti
siamo di fronte a un nodo assai complesso di ambiguità del comportamento dei
gruppi dirigenti nella politica estera americana. A volte sembrano
essere gli USA a guidare le danze, altre volte l’iniziativa, oltre che la
capacità di condizionamento, sembrano appartenere a Israele. Io credo che
tale oscillazione dipenda da una ragione forse comprensibile e chiara. È
indubbio che gli interessi imperiali e di espansione unipolare degli USA fanno
di Israele lo strumento privilegiato non solo come avanguardia armata per
favorire la penetrazione geopolitica di Washington, ma anche per colpire i
grandi competitori, Cina e Russia. Lo si è visto nel 2024 con la Siria e ora lo
si vede con la guerra all’Iran. È vero che Trump ha ceduto alle lusinghe di
Netanyahu, ma è anche vero che quell’aggressione fa parte della strategia USA
volta a colpire la Cina, attraverso la strozzatura delle fonti del suo
approvvigionamento energetico. Lo sta facendo oggi, prima colpendo il Venezuela
e ora l’Iran. E tuttavia questa strategia – potentemente favorita dai gruppi
ebraici USA – si attiva quando nello stato profondo prevale l’anima
espansionistica e guerrafondaia. Con la Cina gli americani potrebbero
coesistere accettando realisticamente i nuovi rapporti di forza che la storia
consegna loro. E non senza vantaggi.
Questo
ragionamento, spero non troppo oscuro, ha lo scopo di mostrare le grandi
potenzialità d’azione in questo scenario che l’Europa possiede, ma che non
utilizza con una ignavia e pochezza a dir poco stupefacenti. Tanto più che ci troviamo
in una situazione che è molto simile alla guerra in Ucraina. Quella, come sanno
coloro che non credono alle favole messe in giro da Washington, che ha almeno
un duplice scopo: dissanguare la Russia in un guerra logorante, farla implodere
come l’URSS, spartirla in tanti stati come l’ex Repubblica Socialista di
Jugoslavia, saccheggiarla e collocare nuovi basi militari Nato. Partire da
quella conquista per mettere all’angolo la Cina sarebbe stato il passo
definitivo. Il secondo scopo, che gli aspiranti suicidi dell’Unione Europea si
rifiutano di riconoscere, è tagliare le fonti di approvvigionamento energetico
delle nostre economie, spezzare la potenziale saldatura Russia-Europa in una
minacciosa area economica e geopolitica di dimensioni euroasiatiche.
Ebbene, ancora
oggi niente sembra spingere i governati e la stessa UE verso una qualche
iniziativa politicamente utile. E questo a dispetto della pericolosità
della situazione in Medio Oriente, giunta sino al punto, finora mai toccato,
della minaccia dell’apocalisse atomica, lanciata da Trump all’Iran la notte del
7 aprile. Possibile che una simile evenienza non induca (a parte l’encomiabile
Pedro Sanchez) i governanti d’Europa almeno ad aprire bocca? A protestare per
l’enormità dell’intento, a mettere in guardia dalle conseguenze universalmente
catastrofiche del gesto? E più in generale a denunciare i danni che
quotidianamente ci vengono inflitti? Il blocco dello stretto di Hormuz sta
provocando danni soprattutto all’Europa oltre che agli asiatici, perdite che
diventeranno ingenti in diretta proporzione con la durata del conflitto. Quello
europeo è francamente ancor più desolante dello spettacolo che offrono oggi gli
USA, governati da uno psicopatico collerico, circondato da un piccolo circo
di fanatici dilettanti.
Eppure, sia
l’Unione Europea che i singoli stati hanno in mano i mezzi per condizionare e
limitare efficacemente la politica di Israele. E fanno finta di non
saperlo. Senza muovere mezzi navali, far decollare aerei, spostare truppe,
senza, insomma, sparare un colpo, comminando serie severe sanzioni a
Tel Aviv, i risultati sarebbero stati a mio avviso rilevanti, soprattutto
se protratti nel tempo. Israele è un piccolo paese, tutto armi e tecnologia, ma
non è una potenza economica. Per intenderci: non è la Russia, che ha potuto
assorbire – ma certo non senza danni – le decine di sanzioni occidentali. Restrizioni
economiche, finanziarie, commerciali, da parte dei partner europei indurrebbero
i governanti israeliani a un minimo di ragionevolezza. Pensate quale ruolo
avrebbe potuto giocare l’Europa, senza interventi militari, nel costringere
Israele a non distruggere Gaza e a evitare il genocidio. Certo l’Europa non ha
lo stesso interscambio con Israele degli USA. Ma quella delle sanzioni
economiche non sarebbe solo l’unica, pacifica, ma efficace arma che abbiamo per
uscire da un’impotenza che angoscia la maggioranza degli europei e diventa
complicità nei genocidi in corso. Costituirebbe anche una strada per entrare
con qualche carta in mano nel gioco tra USA e Tel Aviv, fornendo all’Europa un
minimo di protagonismo diplomatico in questo scenario. E allora perché
non si agisce? Per non turbare il padrone americano? È davvero così
nera la vigliaccheria di questi uomini che ci governano? Sono precipitati a questo
punto di ignavia e servitù? O è la sincera amicizia per Israele? Perché se così
fosse oggi non c’è migliore aiuto che si possa dare al popolo israeliano, che
limitare il potere di chi lo governa e lo trascina di guerra in guerra, di
massacro in massacro, come un treno senza guida che corre verso lo schianto.
1.Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).
Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.
In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energicoavanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.
È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare. La decretazione del nemico da combattere, abusiva secondo la nostra Costituzione e quella di molti paesi europei, ci catapulta d’amblée nella schiera dei paesi cobelligeranti a fianco dell’Ucraina, alla quale non ci lega alcun trattato di mutua difesa, che non fa parte della cosiddetta Unione e insignificante per i nostri interessi strategici. L’Italia è infatti circondata da nazioni amiche, che non hanno alcun interesse e capacità di invaderci da terra o dal mare. Insomma, un insieme di insulti giuridici e geopolitici. Si dirà, ma il nostro Paese è legato alla Nato e all’Ue e dunque … dunque cosa? Le medesime ragioni valgono infatti per le citate istituzioni, che sono obsolete, la Nato (che avrebbe dovuto sciogliersi il 1° luglio 1991 insieme al Patto di Varsavia, ma non è mai troppo tardi!) o la Ue (creatura incestuosa e distruttiva sotto il profilo politico, economico, monetario, industriale e via dicendo). Un duplice livello di asservimento che rende vuota la nozione di sovranità popolare di cui all’art. 1 della nostra Carta Fondamentale. Resta un sogno indelebile che la nostra amata Penisola sperimenti l’avvento di una diversa classe dirigente, finalmente libera da ogni infondato sentimento di inferiorità nei riguardi dei paesi nord-euro-atlantici, capace di condurci fuori da questo inferno.
2. Malauguratamente, la Macchina della Distorsione e della Menzogna funziona a meraviglia, anche se milioni di cittadini manifestano l’intento di riappropriarsi dell’uso della ragione, abbandonando i racconti di fantasia. E dunque il martello dell’oppressione torna a colpire.
Le disgrazie che colpiscono Jacques Baud, ex colonnello, membro dei servizi di sicurezza svizzeri e analista strategico della Nato, ne sono una tragica derivata. Vediamo.
Il 15 dicembre scorso la Commissione europea, con il consenso dei paesi membri deve tragicamente sottolinearsi, approva un regolamento che possiede tutti i lineamenti di una sentenza. Tale atto normativo, nel vuoto di etica politica, viola le costituzioni formali e materiali dei paesi dell’Unione, oltre che dei cosiddetti Trattati istitutivi, un groviglio inestricabile, illeggibili come sono da qualsiasi cittadino europeo di intelligenza media. Qui si seguito il dispositivo di tale vomitevole regolamento, che (massimo sopruso!) costituisce come noto fonte normativa superiore alle leggi interne dei paesi membri.
“Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, è regolarmente invitato a programmi televisivi e radiofonici filorussi. Egli agisce come portavoce della propaganda filorussa e formula teorie del complotto, ad esempio accusando l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per entrare a far parte della Nato. Di conseguenza, Jacques Baud è responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (Ucraina), attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza. Questo … regolamento di esecuzione (Ue) 2025/2568 del Consiglio del 15 dicembre 2025 dà attuazione al regolamento (Ue) 2024/2642, sulle misure restrittive relative alle attività destabilizzanti condotte dalla Russia. Il Consiglio dell’Unione Europea, … vista la proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza considerando che … il 18 luglio 2025, l’Alto Rappresentante … ha rilasciato una dichiarazione a nome dell’Unione, in cui ha condannato … le persistenti attività illecite della Russia, che rientrano in campagne ibride più ampie, coordinate e di lunga data volte a minacciare e minare la sicurezza, la resilienza (sic.!) e i fondamenti democratici dell’Unione, degli Stati membri e dei partner…
“L’Alto Rappresentante ha sottolineato che le attività illecite della Russia si sono ulteriormente intensificate dall’inizio della guerra di aggressione contro l’Ucraina ed è altamente probabile che continuino nel prossimo futuro … L’Unione … condanna ancora una volta le attività illecite della Russia contro l’Unione, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e i paesi terzi (quale mirabile sensibilità da parte di tali svaporati nei riguardi di paesi terzi – quali? di grazia! n.d.r.) Data la gravità della situazione, il Consiglio reputa opportuno aggiungere dodici persone fisiche e due entità all’elenco delle persone fisiche e giuridiche, delle entità e degli organismi di cui all’allegato I … Il presente regolamento … entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale … ed è obbligatorio … e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Bruxelles, 15 dicembre 2025, per il Consiglio, la Presidente, K. Kallas”. Fine del testo.
La violenza prevaricatrice delle de-istituzioni europee genera qui un mostruoso amalgama dei tre poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, un’ingiuria partorita da individui irresponsabili, nella duplice etimologia del termine, poiché delle loro turpi nefandezze essi rispendono esclusivamente alla loro coscienza, vale a dire al vuoto cosmico. Tutto ciò avviene senza che moltitudini di cittadini esprimano la loro profonda indignazione! La sorte ci fa vivere in un tempo davvero moralmente cupo e ci precipita nell’inferno di un’ontologica amarezza.
È ben evidente che, seduti nei loro sontuosi uffici e retribuiti con il nostro lavoro, lorsignori servono gli interessi di “chi – direbbe C. Smitt – dispone del potere nello stato di eccezione”, vale a dire quel sovrano impalpabile che decide a suo piacimento di disattendere impunemente le leggi esistenti, nel perseguimento dei suoi funesti obiettivi, in questo caso la guerra, per riempire le tasche già piene dei produttori di morte.
In termini di peso politico poi, non deve mai dimenticarsi che in Europa nulla vien fatto o disfatto senza che Germania e Francia (le rispettive élite beninteso) siano d’accordo. Chi reputa ingenuamente che in seno all’Ue le decisioni costituiscano l’esito di un compromesso tra i 27, farebbe bene a farsi una doccia rinfrescante.
Non è un caso, infatti, che prima di Jacques Baud, a subire il medesimo trattamento (giugno 2025) sia stata la doppia cittadina svizzera/camerunense, Natalie Yomb, rea di aver criticato le politiche neocoloniali francesi in Africa Orientale. Che il paese della rivoluzione par exellence della storia occidentale, si sia piegato a tale insulto contro la libera espressione del pensiero è solo un’osservazione a margine che qualifica la cupezza dei tempi che stiamo vivendo.
Va tenuto a mente che la sanzione comminata dai citati inqualificabili individui prevede che il sanzionato non possa viaggiare (salvo rientrare nel suo paese, dal quale non potrebbe più muoversi), disporre del proprio conto in banca, essere aiutato da amici/sostenitori ad acquistare di che vivere, raccogliere i fondi per la difesa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e altro ancora, poiché in tal caso costoro a loro volta commetterebbero un reato! Insomma, Jacques Baud dovrebbe lasciarsi morire non solo intellettualmente ma persino fisicamente, salvo deroghe di volta in volta generosamente concesse dai suddetti maggiordomi per la spesa al supermercato.
Deve rilevarsi che il crimine di cui sono accusati N. Yomb e J. Baud – individui liberi che hanno osato pensare con la loro testa – non è previsto da alcuna norma europea o dei paesi membri. Siamo invece di fronte al famigerato reato d’opinione, quello che infastidisce il discorso del padrone, ormai fuori da ogni binario e che, messo alle strette dalla ragione e dalla competenza, non vede altra scelta che la repressione.
Secondo la civiltà giuridica nella quale pensavamo di vivere, per sanzionare qualcuno sarebbe necessario raccogliere le prove di un reato la cui fattispecie sia prevista da una legge, condurre l’imputato davanti a un giudice terzo e quindi, dopo i previsti gradi di giudizio, deliberare la sentenza. La classica ripartizione valoriale tra democrazia e autocrazia/dittatura va dileguando: chiunque ormai può essere colpito per il medesimo non-reato. Agghiacciante!
3. Durante la cosiddetta guerra fredda– quando il comunismo sovietico veniva dipinto come una minaccia incombente per la sopravvivenza dell’Occidente capitalistico – era tuttavia consentito dissentire senza rischiare la lapidazione. Se oggi il potere ha acquisito tratti così feroci, la ragione andrebbe ricercata nella hybrisdei potenti, divenuti arroganti come mai davanti a un popolo incapace di opporre un minimo di resistenza. Per altri, tuttavia, la ragione di tale prepotenza– ed è questa l’ermeneutica che preferiamo – si colloca nell’autopercezione di debolezza di chi siede in cima alla piramide e vede il terreno tremare sotto i piedi.
Uno dei maggiori intellettuali viventi, Noam Chomsky, afferma che la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature. Nelle cosiddette autocrazie o dittature, la popolazione sa bene quel che è consentito e quel che non lo è, mantenendo dunque un sano scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità e la conoscenza scaturiscano in automatico dalla libertàd’espressione, quale esito di un sistema naturalmente rispettoso dell’etica pubblica e dei bisogni dei cittadini. Nel cosiddetto mondo libero resta un mistero insoluto che l’impalcatura mediatica sia considerata intrinsecamente attendibile, salvo qualche indecoroso eccesso, quando la macchina della propaganda richiede invero una sorveglianza più sottile, poiché qui le tentazioni a discostarsi dalle verità rivelate sono maggiori rispetto a quelle in essere nelle autocrazie/dittature.
Ora, se il termine democrazia si limita a operare con delega senza riscontro, precludendo ogni profilo di partecipazione (in specie quando si ha a che fare con pace o guerra!), allora esso diviene strumento di selezione cosmetica della classe politica di servizio, nulla di più. Dinanzi a tale sciagura, i cittadini onesti di intelletto sono chiamati a opporsi a una ristretta cerchia di valletti indecorosi, tutti destinati alla spazzatura della storia: K. Kallas, Ursula Albrecht in von der Leyen e loro colleghi, insieme a coloro che hanno votato il citato sregolamento.
4. “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, recarsi al ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce lì. Essi non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Essi sono difetti di fabbricazione, sono pochi, sono eretici, sono guerrieri (Carlos Castaneda, scrittore peruviano)”.
Se pertanto tale cerchia di disonorevoli intendono portarci in guerra contro un nemico fabbricato a tavolino, mandando a morire i nostri figli e nipoti, prendiamo allora la libertà di richiamare l’invito di Boris Vian (il Disertore): “Signor Presidente, se è proprio necessario spargere del sangue, si metta lei in prima fila e si senta libero di spargere il suo, insieme a quello dei suoi parenti e amici. Io la guerra l’ho fatta, mi han rubato moglie, figli, lavoro, la vita intera. Se poi vuole farmi arrestare, nessun problema, proceda pure. E anzi dica ai suoi gendarmi che quando mi troveranno sarò disarmato, e che se vogliono possono anche sparare. Signor Presidente, mi ascolti bene: io al fronte non ci vado!”. Come ci ricorda il grande poeta, Pablo Neruda, infatti: “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”.
Come inventare un nemico: chi osa condannare Israele – Francesco Maria Tedesco
Qualche settimana fa, il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza ha rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Qualche giorno fa, infine, la questione è tornata d’attualità per il disegno di legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è tout court antisemita.
Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo Guerra all’antisemitismo? uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla sociologa Donatella Della Porta aveva analizzato con riferimento al contesto tedesco. Un libro prezioso, che torna ahinoi utile, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce “panico morale”, quando – scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli interessi della società”.
La natura di queste minacce viene presentata “in modo stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk devils (che potremmo tradurre come “nemici della società”), devianti che attentano a un interesse pubblico. Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano, deve essere circoscritto, contrastato, censurato, espunto.
Della Porta elenca una serie notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori, hanno subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che tenessero conferenze, corsi, lezioni. Masha Gessen, una parte della sua famiglia vittima della Shoah, si è vista annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing, ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania (responsabile in Namibia del primo genocidio del Ventesimo secolo) attraverso l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).
Della Porta getta quindi una luce sul concetto di “nuovo antisemitismo”, etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. In Germania (e non solo) l’accusa di (nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti ebrei critici nei confronti di Israele): L’equazione così risulta: propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente attribuito alla destra. Così l’equazione è: pro-Israele=antisemiti. Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la “barbarie islamista”. Per AfD, “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”.
Si tratta dello stesso meccanismo all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista e spesso il presente neofascista con la difesa di Israele, tentando di scaricare l’antisemitismo sulla sinistra.
Anche qui destra ed estrema destra sono paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing). Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la quale l’estrema destra parteggia nello “scontro di civiltà” tra valori occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.
Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’
Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.
Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.
Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.
In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”
Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.
Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.
Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.
La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.
Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.
«Le banche si sono
arrogate il diritto di chiudermi i conti bancari senza alcuna
motivazione». Frédéric Baldan, autore del
saggio Ursula Gates. La von der Leyen e il potere delle
lobby a Bruxelles, si è visto chiudere tutti i conti bancari, personali e
aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni. Le banche
belghe Nagelmackers e ING hanno comunicato la
rescissione dei rapporti senza motivazioni plausibili, chiedendogli la
restituzione delle carte di credito. Un caso di “debanking” politico
che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco del potere europeo: il
cosiddetto caso Pfizergate.
Baldan, ex lobbista accreditato presso la Commissione UE, è l’uomo che ha denunciato
Ursula von der Leyen per gli SMS, inviati tra gennaio 2021 e
maggio 2022, mai resi pubblici con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert
Bourla. Ora, oltre all’isolamento istituzionale, subisce l’esclusione
finanziaria.
Raggiunto da noi
telefonicamente, Baldan ci ha spiegato che «le banche hanno iniziato a crearmi
problemi simultaneamente, pur non comunicando tra loro. L’unica spiegazione
plausibile è che esista un elemento scatenante: penso si tratti di un ordine
impartito dai servizi segreti dello Stato belga, su pressione
dell’Unione Europea, di trasmettere tutte le mie transazioni finanziarie». Al
contempo, Baldan ha espresso la sua determinazione a non lasciarsi intimidire:
«Sul mio account X, l’annuncio di questa informazione è stato
visualizzato 600.000 volte in 24 ore.
Ho ricevuto molti
messaggi di sostegno e ringrazio il pubblico internazionale per questo.
Forse l’obiettivo è quello di delegittimarmi, ma in
realtà sta accadendo l’opposto. Sarò semplicemente temporaneamente
impossibilitato a ricevere i diritti d’autore, ma il mio editore italiano,
Guerini, potrà continuare a diffondere le verità contenute in questo libro, ed
è questo l’aspetto essenziale per me». Baldan è un tecnico del sistema che ha deciso
di testimoniarne pubblicamente la degenerazione e il suo atto d’accusa parte
dall’“SMSgate”, i messaggi tra von der Leyen e Bourla sui contratti Pfizer, mai
consegnati alla magistratura europea. L’indagine della Procura di
Liegi, cui ha depositato querela, è stata ostacolata dal muro di gomma
delle istituzioni comunitarie. Nonostante l’ostracismo, a maggio di quest’anno,
la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha
condannato la Commissione Europea, stabilendo che la Commissione
europea ha agito in modo illegittimo rifiutando di pubblicare gli SMS, in
quanto tali comunicazioni rientrano nei documenti ufficiali dell’Unione e
devono essere accessibili al pubblico. La Commissione europea ha
successivamente lasciato scadere il termine per impugnare la sentenza: un’ammissione
implicita di responsabilità politica.
Nel suo libro,
pubblicato in Italia da Guerini
Edizioni nella collana Scintille diretta dal giornalista ed ex
Presidente RAI Marcello Foa, Baldan descrive da insider i
meccanismi e le tecniche di manipolazione delle lobby che, secondo lui, hanno
colonizzato Bruxelles. Nel libro non racconta soltanto la genesi del caso
Pfizergate, ma ricostruisce la struttura profonda che lo ha reso
possibile: una rete di interessi, fondazioni e lobby che dominano
Bruxelles e che si dipana tra le istituzioni UE, le
multinazionali farmaceutiche e i think tank legati al World Economic Forum.
L’autore spiega come durante la crisi sanitaria il confine tra pubblico e
privato sia stato cancellato, e come l’“affare Pfizer” rappresenti il simbolo
di una Commissione che ha agito al di fuori del mandato democratico. Nella sua
prefazione, Foa definisce Baldan «un testimone scomodo» che paga il prezzo del
suo coraggio e lo descrive come «un uomo che ha rotto il tabù del suo
mestiere», scegliendo di non chiudere gli occhi davanti all’abuso di potere. Un
gesto di ribellione che gli è costato caro: la Commissione gli ha
revocato l’accredito di lobbista nel 2023 e ora due banche gli
hanno chiuso i conti bancari. Una sanzione economica e simbolica insieme,
quest’ultima, che sa di vendetta e di messaggio a chiunque volesse seguire le
sue orme. La rappresaglia economica è la versione finanziaria della censura: il
“debanking” è divenuto, infatti, il nuovo
strumento di esclusione sociale dei dissidenti. Non servono più
scomuniche o tribunali, basta un algoritmo di compliance o una decisione del
“risk management”. In nome di qualche codice etico si eliminano le voci fuori
dal coro o fastidiose per il Sistema. Baldan lo scrive con amara ironia: «Il diritto
di resistere agli abusi del potere, oggi, passa per il diritto di avere un
conto corrente». Dietro la freddezza burocratica delle lettere bancarie che
precedono la chiusura dei conti si intravede il messaggio politico: chi accusa
la Commissione rischia di essere cancellato anche come cittadino economico.
La chiusura dei
conti bancari non è un dettaglio: in Belgio, come altrove, la libertà economica
è precondizione della libertà d’opinione. Quando il sistema bancario decide chi
può operare e chi no, la democrazia diventa condizionata. Le prime avvisaglie
le abbiamo avute in Canada, quando il governo Trudeau ha congelato
i conti dei camionisti del Freedom Convoy durante le proteste
anti-Green Pass. Nel Regno Unito il “debanking” è ormai una realtà: la chiusura
di conti correnti per motivi ideologici colpisce cittadini, imprese e
giornalisti. Il caso più noto è quello di Nigel Farage, a
cui la banca Coutts – controllata in parte dal governo – ha chiuso il conto non
per ragioni economiche, ma per le sue opinioni sulla Brexit e i legami con
Trump. Secondo un’inchiesta del Daily Mail, nel Paese vengono
chiusi circa mille conti al giorno. Le banche giustificano le decisioni con
l’“etica aziendale” o con la definizione di “politically exposed person”,
ma di fatto esercitano un potere censorio che limita la libertà individuale.
Non solo privati, ma anche aziende, enti di beneficenza e giornalisti vengono
colpiti per il reato di opinione. Tra le vittime figurano il giornalista Simon
Heffer e il blogger scozzese Stuart Campbell.
Questa deriva, aggravata dalla progressiva eliminazione del contante, mette a
rischio la democrazia, trasformando le banche in arbitri delle opinioni
politiche e strumenti di censura economica. In Germania è accaduto ad Alina
Lipp, giornalista divergente e corrispondente dal Donbass, in Italia
la scure finanziaria ha colpito l’emittente Visione
TV e l’associazione Vento dell’est con
l’accusa di “filoputinismo”.
La reazione delle
istituzioni finanziarie nei confronti di Baldan non può che suscitare
preoccupazioni tra coloro che vedono in questo comportamento un tentativo
di silenziare le voci divergenti. La chiusura dei conti e
le ritorsioni subite dall’autore sono state interpretate come un segnale di
come le lobby possano influenzare non solo le politiche, ma anche la vita
privata e professionale di chi osa sfidarle. Il caso Baldan mette a nudo un cortocircuito
tra potere finanziario e governance europea. L’autore di Ursula Gates aveva
invocato la trasparenza sui contratti Pfizer e sulla catena di decisioni che,
dal World Economic Forum all’OMS, hanno condizionato le politiche sanitarie
dell’Unione. Oggi viene trattato come un paria. Nel suo ultimo messaggio su X
scrive: «L’intimidazione non funziona. Rafforza solo il nostro impegno». La
solidarietà che chiede non è ideologica ma civile: acquistare il libro,
diffondere la notizia, rompere il silenzio. Perché la libertà d’espressione,
privata di mezzi e voce, si spegne nell’indifferenza. Il Pfizergate non è
soltanto uno scandalo di contratti segreti, ma il simbolo di un nuovo ordine in
cui le istituzioni che predicano l’inclusione praticano, invece, l’esclusione.
Baldan diventa così il volto di una resistenza che
attraversa l’Europa: quella di chi rifiuta di essere silenziato per via
bancaria e che pretende verità e trasparenza. La vicenda belga dimostra che
questa battaglia non è finita: è appena iniziata. E si combatte oggi sul
terreno più fragile, quello della libertà economica, ultimo baluardo della
libertà politica e civile.
Gli Stati Uniti d’America applicano sanzioni ad personam a chi denuncia il genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza (e in Cisgiordania) contro i componenti della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese per aver osato dimostrare che sta commettendo un GENOCIDIO a Gaza (leggi qui e qui).
Secondo me, se non fosse morto, anche papa Francesco sarebbe stato sanzionato.
L’Unione Europea applica sanzioni ad personam “contro 48 persone fisiche e 35 entità o associazioni ritenute responsabili di interferenze politiche e “azioni destabilizzanti” legate all’invasione russa dell’Ucraina e alla sicurezza euro‑atlantica” (leggiqui)
Tra i sanzionati c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero della Nato.
Lo ascolto con interesse tutte le volte che posso, vedi qui:
e qui:
e mi trovo d’accordo con le cose comprensibili e condivisibili che dice.
Della sanzione a Jacques Baud ha parlato Giacomo Gabellini qui:
Sanzionare significa che alcune persone impresentabili, che un giorno saranno rottamate (in altri tempi si usavano metodi molto più radicali), decidono e fanno di tutto perchè il sanzionato sia visto come un paria e per tappargli la bocca, che sia un esempio per tutti quelli che pensano che la Nato sia la causa della guerra in Ucraina e che in Palestina il genocidio non si è fermato.
Gli europei verranno ricordati per i segretari della Nato Stolto e Rutto, e per Kaja Kallas, che tutte le volte che apre bocca è molto stonata, qui un ritratto di Gianandrea Gaiani.
Il prossimo sanzionato dall’Unione Europea potrà essere John Mearsheimer:
e chissà se anche labottegadelbarbieri rischia qualche sanzione?