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lunedì 20 maggio 2024

Manifesto Arena di pace e giustizia, 18 maggio 2024

 Documento finale Arena di Pace 2024

1.Siamo persone, associazioni, movimenti, reti attive nella costruzione della pace in tutte le sue forme attraverso la nonviolenza. Da Arena 2024 desideriamo intraprendere un cammino verso obiettivi concreti di giustizia, democrazia e pace partendo dal nostro impegno quotidiano,  per formare alleanze che trasformino la realtà in Italia e nel mondo perché non può esserci la pace in un solo paese.

 

2 – Il nostro sguardo è rivolto all’ambiente, che ci ospita, e a tutte le vittime di guerre, violenze, soprusi, sfruttamento, violazioni dei diritti fondamentali, mafie, migrazioni forzate. La pace non è solo assenza di guerra è disarmo, democrazia, giustizia, diritti, cura della casa comune. La pace è uno stile di vita personale e collettivo.

Il mondo dove viviamo

3 – Viviamo in un contesto mondiale multipolare, caratterizzato da un sistema economico che genera disuguaglianze e oligarchie perché prevalgono profitto, sfruttamento, finanza rapace, mafie. Interi settori sociali e popoli sono emarginati e discriminati a causa di patriarcato, razzismo e neocolonialismo. La democrazia è distorta da gruppi di interesse e prevalgono tendenze autoritarie. La libertà e i diritti fondamentali sono violati e la loro universalità è messa in discussione, in particolare nei confronti delle donne e delle persone Lgbt+. Ci sono istituzioni complici dei disastri ambientali e del cambiamento climatico. Nel sud del mondo milioni di persone sono costrette alla fuga da condizioni socio-ambientali inaccettabili. Le iniquità rafforzano i fondamentalismi e le religioni sono strumentalizzate per giustificare guerre e limitazioni dei diritti.

4 – A tutte queste crisi si risponde con la guerra, di cui il mondo è diventato un unico teatro, che alimenta nuove crisi. La spesa militare cresce a dismisura, il disarmo è diventato un tabù e l’arma nucleare è considerata un’opzione realmente possibile.

5 – In Italia il sistema politico-economico non garantisce lavoro dignitoso e sicuro, né inclusione sociale; i diritti inalienabili, sanciti dalla Costituzione, sono privilegi per pochi. Il soddisfacimento dei bisogni essenziali è sempre più demandato ad apparati privati, come nel caso della sanità. L’istruzione pubblica ha risorse insufficienti anche per l’inclusione, è sempre meno orientata alla formazione integrale della persona, all’educazione ai valori e all’impegno civile. Si impongono limiti alle libertà civili, mentre la partecipazione è ostacolata da una classe politica autoreferenziale, dalla corruzione, dal linguaggio tendenzioso e violento di esponenti del mondo politico. La democrazia è minacciata da modifiche costituzionali in senso verticistico e di differenziazione dei territori e dall’attacco all’indipendenza della magistratura.

6 – Le risorse necessarie al benessere personale e collettivo sono investite nel riarmo, si intende favorire l’opacità del commercio delle armi e dei suoi finanziatori, ci si propone di rinforzare il potenziale militare anche reintroducendo la leva obbligatoria. La propaganda militare entra nelle istituzioni scolastiche d’ogni ordine e grado con pretese “educative”. Proteggere l’ambiente e
contrastare il cambiamento climatico sono visti come ostacoli ad interessi particolari. Nei confronti delle persone migranti o profughe si applicano leggi che mettono a repentaglio la loro vita, le costringono all’irregolarità e a nuove forme di schiavitù, alimentando un senso di insicurezza che avalla politiche securitarie e discriminatorie.

7 – Da questo sistema vogliamo uscire e sentiamo l’urgenza di farlo oggi.

Le nostre speranze

8 – Siamo di fronte a sfide che si possono affrontare davvero solo insieme, per realizzare il cambiamento che crediamo possibile. Quindi, pur mantenendo le nostre specifiche attività, desideriamo unire le nostre forze in linee d’impegno chiare, essenziali, per essere efficaci, come dimostrano i risultati ottenuti in tante occasioni.

9 – Ci ispirano le testimonianze di persone, anche giovanissime, che col loro entusiasmo mantengono viva la volontà di pace, giustizia, democrazia, solidarietà e difesa dell’ambiente.

I nostri impegni

10 – Abbiamo lavorato in cinque Tavoli tematici, che hanno prodotto documenti in cui si esprime forte consapevolezza dell’urgenza di linee d’impegno comuni per un cambiamento personale, della cultura e delle istituzioni.

11 – Formazione – Ci battiamo innanzitutto per una formazione che educhi alla cultura della pace: al rispetto reciproco e al dialogo, alla dignità del lavoro e alla giustizia, ai diritti e alla democrazia, alla nonviolenza e alla cittadinanza globale, alla conversione in chiave ecologica. Essa esige un’informazione libera e corretta.

12 – Pace e Disarmo – Ripudiamo la guerra e chiediamo il cessate il fuoco per tutte le guerre. Pratichiamo la nonviolenza. Vogliamo la riduzione delle spese militari e la riconversione dell’industria militare, la rimozione delle armi nucleari dall’Italia e l’adesione al Trattato che le proibisce, il controllo e la trasparenza sul commercio delle armi, la costituzione di corpi civili di pace per una difesa civile. Sosteniamo l’obiezione alla guerra, la diplomazia anche dal basso, le pratiche di riconciliazione, il dialogo interreligioso, il rinnovamento dell’Onu, un’Europa attivamente neutrale.

13 – Democrazia – La difesa della democrazia richiede il rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali a partire dalla libertà di esprimere e manifestare il dissenso e dal rifiuto di istituzioni verticistiche ed autoritarie, i cittadini e le cittadine devono poter scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni. Le libertà e i diritti costituzionali devono essere riconosciuti e garantiti in modo universale ed egualitario ad ogni persona sul piano sociale e territoriale.

14 – Economia e lavoro – Chiediamo all’UE di assumere un efficace ruolo pubblico, con fiscalità e bilancio propri, per investimenti su transizione ecologica, spesa sociale, beni comuni. Analogamente deve agire il nostro Paese; vogliamo un fisco giusto e progressivo, che promuova buona occupazione e universalità dei diritti sociali; un sistema produttivo orientato al bene comune, finalizzato alla cura e alla riproduzione sociale. Serve dare valore economico e giuridico al lavoro perché le persone siano protagoniste come singoli e collettivamente e affinché vi si affermino democrazia, sicurezza, qualità, diritti e salari adeguati. Chiediamo siano sostenute tutte le pratiche e le azioni sociali a ciò orientate.

 

15 – Ecologia – Dalle istituzioni pretendiamo che mettano in atto un programma di uscita dalle fonti fossili a partire da gennaio 2025, per noi singoli l’invito ad un cambio di rotta, volto a scoprire il valore delle alterità che ci circondano, attraverso le “buone pratiche” ma è alla collettività che ci rivolgiamo con urgenza per l’impatto che il suo agire può significare. Superando, infatti, l’indifferenza e agendo sempre per i “beni comuni” tra cui difesa dei suoli, degli altri esseri viventi e dell’acqua, diventeremo quindi capaci di indicare, in modo costruttivo, alle istituzioni il percorso da intraprendere per una conversione ecologica integrale.

16 – Migrazioni – Chiediamo un governo mondiale dei fenomeni migratori che tuteli i diritti umani delle persone migranti, oggi violati in diverse parti del mondo. All’Unione Europea chiediamo di garantire il diritto di asilo mettendo fine alle politiche di “esternalizzazione” delle frontiere. All’Italia chiediamo di superare la “Bossi-Fini” prevedendo norme che rendano realmente possibili gli ingressi per chi ricerca lavoro, di non ostacolare il soccorso dei migranti, di attivare politiche efficaci per l’accoglienza e l’inclusione dei richiedenti asilo, di mettere in pratica politiche per il contrasto alle discriminazioni (in particolare nell’accesso alla casa) e la promozione delle pari opportunità per gli immigrati e per i loro figli.

“Un mondo altro per costruire la Pace”

 

 

 

Commento di Alfonso Navarra – Disarmisti esigenti

L’evento di Verona ha confermato l’impegno scomodo dell’attuale Pontefice contro le armi e contro la guerra. Ed è significativo che Francesco abbia sorretto la bandiera della pace insieme a Padre Alex Zanotelli, riconoscendone una particolare responsabilità nel promuovere ed animare il nuovo movimento popolare“ che dovrà cambiare il mondo per costruire la pace”.

Noi sosteniamo con autonomia critica di “laici” il Papa pacifista; abbiamo fiducia in Padre Alex Zanotelli come riferimento per l’attuazione del “Manifesto per la pace” emerso dall’Arena di Verona.

Papa Francesco, nel concludere “Arena di pace”, ha invitato a cercare l’unità invece che l’uniformità” perché la società che ha paura della pluralità è psicologicamente avviata al suicidio”.

Bene, prendendolo in parola, staremo molto attenti a distinguere anche all’interno delle Chiese e delle religioni, organismi complessi, ambigui e contraddittori, i sinceri “artigiani della pace” dai “Ponzi Pilati”: la loro indifferenza e compromissione con i poteri temporali prestano il fianco alle strumentalizzazioni di Dio che caratterizzano troppe guerre combattute oggi (a cominciare da quelle in Ucraina e nel Medio Oriente!).

Con questo spirito costruttivo, riproponiamo la lettera che abbiamo inviato a Sergio Paronetto, responsabile del Gruppo Disarmo all’interno dell’Arena di Pace.

All’utile base di priorità per i movimenti di base, emerse dal Gruppo, noi, Disarmisti esigenti, proponiamo di aggiungere delle specificazioni, che rispondono ad una idea di nonviolenza come forza non solo etica ma politica, collegata alla “terrestrità”: un altro nome possibile per l’ecologia integrale e sociale, per la quale non è l’Umanità la padrona della Terra, ma è una parte organica di un ecosistema vivente (“Creato”) che ha la responsabilità di custodire.

Ci preme anche sottolineare che esiste un antimilitarismo nonviolento di natura laica, incarnato da organizzazioni centenarie (come, ad esempio, la War Resisters’ International): non possono essere sottovalutate se non addirittura ignorate nella loro tradizione e nel loro spessore autonomo.

Sarebbe opportuno che questa dimensione laica del pacifismo venisse coltivata e interloquita, non in contrapposizione all’area cattolica (o cristiana, o religiosa in genere); ma anche come presa d’atto che la gran parte del popolo, che oggi dobbiamo servire e unire contro la guerra, è per lo più secolarizzato e laico, in virtù dei profondi cambiamenti sociali e culturali intervenuti nelle società contemporanee.

 

 


Sabato all’Arena di Verona: “facciamo finire le guerre”

Sabato a Verona 12.500 persone manifestano per la pace

Su una idea iniziale di padre Zanotelli e poi con il sostegno di molte associazioni per la pace italiane si è realizzata “Arena di pace” con una grande partecipazione.

All’Arena di Verona si è scritto un piccolo capitolo di storia di quest’epoca contemporanea lacerata dai conflitti quando nell’antico anfiteatro romano sono riecheggiate le parole di Maoz Inon, israeliano, a cui Hamas ha ucciso i genitori il 7 ottobre, e Aziz Sarah, a cui la guerra ha strappato il fratello, assassinato dai soldati israeliani.

Due imprenditori, due rappresentanti del tavolo sull’economia di lavoro ma soprattutto di due popolazioni ora in guerra, che, l’uno accanto all’altro, hanno voluto condividere la loro testimonianza con le 12.500 persone che hanno partecipato all’incontro “Giustizia e Pace si baceranno”, culmine dell’intera visita del Papa a Verona.

Si sono abbracciati alla fine, poi hanno abbracciato pure Francesco, mandando al mondo un segnale di quanto siano vere le parole del Papa, a volte anche contestate, che un terreno per rincontrarsi come fratelli c’è ed è proprio la comune sofferenza.

La sofferenza di due popoli, una testimonianza di pace dalla Terra Santa

“È un grande onore essere qui, lei è un leader della pace, siamo qui con 12 mila costruttori di pace, vi portiamo una testimonianza di pace dalla Terra Santa”, hanno esordito.
“Papa Francesco, sono Maoz Inon, vengo da Israele e i miei genitori sono stati uccisi da Hamas…
Papa Francesco, mi chiamo Aziz Sarah, vengo dalla Palestina e questa guerra, i soldati israeliani mi hanno strappato mio fratello”, hanno detto.
“Il nostro dolore, la nostra sofferenza ci ha riavvicinati per creare un futuro migliore”.

Standing ovation nell’Arena di Verona

L’intera Arena si alzata in piedi nel sentire queste parole.
Bandiere della pace e fazzoletti bianchi hanno sventolato e i due uomini si sono stretti le mani sollevandole in alto.
Ancora abbracciati, affiancati da Roberto Romano del gruppo di lavoro sull’economia, hanno proseguito: “Siamo imprenditori… Non ci può essere pace senza un’economia di pace. Un’economia che non uccide. Un’economia basata sulla giustizia. E chiediamo: i giovani come possono essere imprenditori di pace quando i luoghi di formazione sono spesso influenzati dal paradigma tecnocratico e dalla cultura del profitto ad ogni costo?”.

L’abbraccio col Papa

Francesco ha ascoltato rapito il loro intervento e subito si è alzato in piedi quando ha visto i due uomini dirigersi verso di lui.
Un abbraccio, due abbracci, un abbraccio di gruppo, con la testa del Pontefice che affondava sulle spalle di Maoz e Aziz. Poi una stretta di mano fortissima: “Grazie fratelli!”.

Volontà di pace, progetto per il futuro

Tutto intorno, urla e applausi, interrotti quando il Papa ha preso la parola e, a braccio, ha voluto commentare il momento appena vissuto.
“La sofferenza di questi due fratelli è la sofferenza di due popoli”, ha scandito. “Non si può dire nulla, non si può dire nulla… Loro hanno avuto il coraggio di abbracciarsi – ha aggiunto indicandoli con la mano – e questo non solo è coraggio e testimonianza di voler la pace, ma anche un progetto di futuro”.

Abbracciarsi. Ambedue hanno perso i famigliari, la famiglia si è rotta per questa guerra

“A che serve la guerra?”, ha domandato Francesco. “Per favore facciamo un piccolo spazio di silenzio, per sentire. E guardando l’abbraccio di loro due ognuno dal suo cuore preghi il Signore per la pace e prenda una decisione interiore di fare qualcosa per finire con le guerre”. L’ovazione si è tramutata in silenzio.

Il pensiero ai bambini

Francesco ha ripreso la parola: “Pensiamo ai bambini, questa guerra, le tante guerre, quale futuro avranno?”. Il pensiero, come sempre, è andato ai bambini: quelli ucraini che “non sanno sorridere”, che “con la guerra perdono il sorriso”. “Pensiamo ai vecchi – ha aggiunto il Papa – che hanno lavorato tutta la vita per portare avanti questi due Paesi e adesso una sconfitta”.
Una sconfitta storica è una sconfitta di tutti noi. Preghiamo per la pace e diciamo a questi due fratelli che portino questo desiderio nostro e la volontà di lavorare per la pace al loro popolo.

La voce delle donne israeliani e palestinesi

Le lacerazioni che vive il Medio Oriente sono risuonate nell’Arena di Verona anche attraverso le testimonianze di alcune donne israeliane e palestinesi. Madri, mogli, giovani, anziane, che hanno presentato al Papa il dolore per “le tragedie” vissute nei mesi di guerra e anche il lavoro, attraverso movimenti e organizzazioni da loro stesse fondate, “per porre fine a questo conflitto”.

Yael Admi, co-fondatrice del movimento israeliano Women Wage Peace, ha chiesto di sostenere l’Appello delle Madri che domanda la “fine del terribile ciclo di spargimenti di sangue con un’azione politica responsabile e coraggiosa”.

Reem Al-Hajajrah, venuta dal campo profughi di al-Duheisha di Betlemme, “città della pace”, fondatrice del movimento Women of the Sun, si è fatta portavoce delle “madri palestinesi che reclamano una vita migliore per loro stesse e per i loro figli perché non voglio altra morte”. “Con il Suo sostegno, possiamo ricostruire le nostre vite, le nostre case e proteggere la libertà e la dignità del popolo palestinese”, ha detto a Francesco. “Abbiamo bisogno della pace come dell’acqua e dell’aria”.

Ancora Hiam Tannous, cristiana israelo-palestinese, appartenente al popolo palestinese e residente nello Stato di Israele: “Il mio cuore soffre e sanguina, perché il mio popolo è in guerra con il mio Stato. È una sensazione terribile, sconosciuta agli altri arabi”, ha detto. E ha chiesto aiuto al Papa “per realizzare l’impossibile, attuare il cambiamento storico che tutti aspettiamo: riportare la pace in Terra Santa”.

Da parte sua, Nivine Sandouka, palestinese, direttore regionale dell’Alleanza per la pace in Medio Oriente (ALLMEP), la più grande rete di costruttori di pace israeliani e palestinesi nella regione, si è appellata invece al G7 e alla comunità internazionale affinché “supportino un processo di pace dall’alto verso il basso multilaterale abbinato ad un approccio dal basso verso l’alto che metta la società civile, in particolare gli operatori di pace israeliani e palestinesi, al centro di questo processo”.

Tessitrici di dialogo in Terra Santa

Impressionato dalla testimonianza di queste donne, definite “coraggiose costruttrici di ponti”, Papa Francesco ha esortato a guardare proprio a loro per trovare la pace. E alle donne stesse, il Vescovo di Roma ha detto: “Voi, però, tessitrici e tessitori di dialogo in Terra Santa, chiedete ai leader mondiali di ascoltare la vostra voce, di coinvolgervi nei processi negoziali, perché gli accordi nascano dalla realtà e non da ideologie”.
Le ideologie non hanno piedi per camminare, non hanno mani per curare le ferite, non hanno occhi per vedere le sofferenze dell’altro. La pace si fa con i piedi, le mani e gli occhi dei popoli coinvolti.

Non seminare morte, distruzione e paura

Da qui un preciso mandato: “Non diventate spettatori della guerra cosiddetta ‘inevitabile’”.
Non seminiamo morte, distruzione, paura. Seminiamo speranza! È quello che state facendo anche voi, in questa Arena di Pace. Non smettete. Non scoraggiatevi.

A conclusione di questo appello, Bergoglio ha fatto suo l’indimenticabile invito di don Tonino Bello: “In piedi costruttori di pace!”.
E tutta l’Arena di Verona si è effettivamente alzata in piedi.

da qui

venerdì 19 aprile 2024

obiezione alla guerra e al servizio militare impegno per la difesa nonviolenta


 

TESTO DELLA DICHIARAZIONE DI IMPEGNO CHE SOTTOSCRIVIAMO, APPOGGIAMO, DIFFONDIAMO

PER L'OBIEZIONE ALLA GUERRA

PER L'OBIEZIONE (ANCHE PREVENTIVA) AL SERVIZIO MILITARE CHE LA PREPARA

PER ATTUARE E COSTRUIRE LA DIFESA NONVIOLENTA  

PER IMPLEMENTARE L'ALBO PUBBLICO DEGLI OBIETTORI

 

"Signor Presidente Mattarella, le scrivo la presente per dichiararmi obiettore di tutte le guerre e della preparazione delle guerre mediante il servizio militare. L'ingabbiamento delle nostre forze armate nelle attuali strategie NATO non consente di attuare il "ripudio della guerra" stabilito nell'articolo 11 della nostra Costituzione. Tanto più che condivido pienamente l'opinione dell'antimilitarismo nonviolento, ribadita autorevolmente anche da Papa Francesco: "Oggi non esistono guerre giuste". L'aria che tira è quella di un ripristino di forme di mini-naja. In relazione a questa eventualità comunico da subito che, qualora dovessi ricevere la chiamata a presentarmi presso un ufficio militare preposto all'arruolamento, la mia risposta sarà un bel "Signornò!" antimilitarista. Non mi presenterò alla visita militare che dovrà verificare la mia idoneità. Mi avvarrò del diritto universale umano di chiedere, per obbedienza alla coscienza, di adempiere agli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile orientato alla difesa nonviolenta; e quindi rispondente come il servizio armato al dovere costituzionale di difesa della Patria. Ritengo doveroso da parte dello Stato organizzare, applicando normative già in vigore conquistate dalla lotta nonviolenta, la mia formazione ed il mio inquadramento dentro un Corpo civile di pace, possibilmente europeo, per attuare l'impegno istituzionale dell'ONU alla sicurezza comune dell'Umanità. Solidarizzo, attivando i mezzi concreti di cui dispongo, con gli obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori, russi, bielorussi, ucraini, israeliani e palestinesi, e con chiunque, giovane o meno giovane, rifiuti di partecipare alle guerre che si stanno combattendo in questo momento. Tenendo presente che presso l'Ufficio Nazionale Servizio Civile esiste per legge un elenco degli obiettori italiani alla Guerra per motivi di coscienza, chiedo che Ella rammenti al Ministro Crosetto che deve aggiornare tale elenco con il mio nome e che deve rendere consultabile tale elenco generale, essendo l'obiezione alla guerra un atto pubblico".

 

Dopo aver sottoscritto il testo su cui sopra compilando il form che si trova su questa pagina web di petizioni.com: scrivere a (aggiungendo eventualmente considerazioni e motivazioni personali): protocollo.centrale@pec.quirinale.it 

 

Promotori:

Disarmisti Esigenti (progetto della Lega per il disarmo unilaterale)

Alfonso Navarra WhatsApp 340-0736871 email coordinamentodisarmisti(at)gmail.com

Lega per il disarmo unilaterale

Ennio Cabiddu 

Lega obiettori di coscienza

Massimo Aliprandini

RETE IPRI CCP 

Maria Carla Biavati

Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV
Cosimo Forleo 

Reti di Pace
Emanuela Baliva

RADIO NUOVA RESISTENZA
Marco Zinno 

ODISSEA 
Angelo Gaccione

WILPF ITALIA  
Patrizia Sterpetti

FIRME INDIVIDUALI

Tonino Drago - Moni Ovadia - Enrico Peyretti - Luigi Mosca - Daniele Barbi - Filippo Bianchetti -Giuseppe Bruzzone - Beppe Corioni - Sandra Cangemi - Alessandro Capuzzo - Tiziano Cardosi - Giuseppe Curcio - Francesco Lo Cascio - Antonella Nappi - Elio Pagani - Marco Palombo - Claudio Pozzi -  Francesco Zanotelli

Al link qui di seguito argomentiamo - con due articoli - l'iniziativa della dichiarazione di impegno pubblico per l'obiezione alla guerra e per la difesa nonviolenta

https://disarmistiobiettori.webnode.it/obiezione-alle-guerre-e-alla-mininaja/

 

https://www.petizioni.com/obiezione_alla_guerra_e_al_servizio_militare_impegno_per_la_difesa_nonviolenta

 

 

25 APRILE RESISTIAMO ALLA GUERRA

SÌ all’organizzazione per la non  partenza di  figlie/i, nipoti,  padri e madri      per la guerra SÌ alle trattative di pace.  La Pace ha un prezzo. Per non avere uccisioni (milioni di morti nei prossimi anni) e distruzioni di intere città e paesi dobbiamo organizzare uno scambio e un accordo sui territori e sui confini fra stati. SÌ al rispetto del ripudio delle guerra (art.11) e ritiro delle truppe italiane dai paesi confinanti della guerra. SÌ allo scioglimento della Nato (organizzazione di esercitazioni aggressive e promotore di guerra nel mondo). SÌ alla promozione della cultura della pace nelle scuole SÌ alla difesa dei diritti umani in alternativa al militare. Creazione di  strutture  istituzionali. per la difesa popolare nonviolenta. SÌ  alla riduzione delle spese militari per la dignità  del lavoro e del reddito   SÌ al diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare SI alla protezione di disertori e renitenti SI  al mantenimento dello stato di diritto e non al codice militare o stato di guerra  

NO alla guerra in Europa, all’invio di armi in zone di conflitto; no alla partecipazione italiana al conflitto, no al ripristino della leva militare, no alle missioni militari all’estero NO all’economia di guerra, alla riduzione della spesa sociale per finanziare l’industria delle armi, no al riarmo e alla ricerca bellica nelle nostre scuole e università NO alla propaganda militare nelle scuole, no alle politiche securitarie . Fuori l’italia dalla guerra OBIETTIAMO E DISERTIAMO  

Lega Obiettori di Coscienza – v. M. Pichi 1 – 20149 Milano   

 

martedì 23 gennaio 2024

A Gaza continuano a uccidere i palestinesi, col sostegno dell’Uccidente


articoli, video, immagini di Gideon Levy, Alberto Negri, Alessandro Orsini, Hamas, Manlio Dinucci, Jonathan Ofir, Osservatorio Euro-Mediterraneo, Elena Basile, Matteo Saudino, Alastair Crooke, Ephrem Kossaify, Paolo D’Arpini, Pepe Escobar, Emmanuel Todd, Antonio Cipriani, Disarmisti esigenti, Antonio Gibelli, Chappatte, Beppe Corlito, Latuff, Triestino Mariniello, Naomi Klein


Gideon Levy sulla bizzarra difesa alla CIG sul genocidio

Addolorato il j’accuse di Gideon Levy riguardo la difesa israeliana sulle accuse di genocidio portate dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia (Cig). Ne scrive su Haaretz, ne riportiamo ampi brani.

Gaza, è genocidio?

“Come definire, in altro modo, i bambini moribondi sui pavimenti degli ospedali, alcuni dei quali non hanno più nessuno al mondo, e gli anziani civili affamati che fuggono per salvarsi la vita dall’incessante minaccia delle bombe che cadono ovunque?”

“La definizione giuridica cambierà il loro destino? Israele tirerà un sospiro di sollievo se la Corte respingerà le accuse? Per quanto riguarda il nostro Paese, se questa situazione non sarà giudicata come genocidio, la nostra coscienza sarà di nuovo pulita. Se L’Aia proclamerà che ‘non c’è un genocidio in atto’, saremo di nuovo gli uomini  più morali del mondo”.

Quindi, Levy ironizza sulla difesa esposta dai legali israeliani presso la Corte, ricordando anche l’accusa lanciata al Sudafrica di essere il “braccio legale di Hamas”, che riportiamo perché significativa della poca lucidità che stanno dimostrando nell’occasione gli esperti di pubbliche relazioni di Tel Aviv, che sperano di coprire quanto si sta consumando nella Striscia brandendo l’accusa di connivenza con Hamas contro chiunque devii dalla narrativa della Hasbara.

Israele e la Corte di giustizia internazionale

Levy segnala, in particolare, due passaggi della difesa, riguardo ai quali, annota, “era difficile decidere se ridere o se piangere. Come quando si è sostenuto che solo  Hamas è responsabile della situazione di Gaza. Israele non vi ha alcun ruolo né partecipazione. Dirlo a una prestigiosa istituzione internazionale significa mettere in dubbio e insultare l’intelligenza dei suoi giudici”.

“E che dire delle osservazioni del capo della squadra della difesa israeliana, professor Malcolm Shaw, il quale ha affermato: ‘Le azioni di Israele sono proporzionate e prendono di mira solo le forze armate?’ Che dire, appunto di quanto avviene realmente? Proporzionate con tutta la distruzione in atto? Se questo significa proporzionato, cos’è sproporzionato? Hiroshima?” [la cui devastazione, peraltro, è stata evocata da alti funzionari israeliani per quanto riguarda Gaza (New York Times), sulla quale si è abbattuta una potenza esplosiva doppia di quella di Hiroshima (al Jazeera)].

Inoltre, continua Levy, che dire delle altre affermazioni di Shaw, secondo il quale la nostra azione è rivolta “‘solo contro le forze armate’, quando si registra una moltitudine di bambini morti? Di cosa stava parlando? E poi quel ‘telefoniamo per evacuare le persone non coinvolte’; quante persone hanno ancora un telefono funzionante a Gaza e dove, esattamente, dovrebbero evacuare in quell’inferno, nel quale non rimane un solo angolo di territorio sicuro? E poi la conclusione definitiva: ‘Anche se i soldati violassero le leggi di guerra, il sistema legale israeliano si farà carico di questo”.

“Sembra che Shaw non abbia mai sentito parlare del sistema legale israeliano e ancor meno di quello che viene definito sistema legale militare. Non ha sentito che dopo l’operazione Piombo Fuso, il conflitto con Gaza del 2008-2009, solo quattro soldati sono stati incriminati per reati penali e solo uno di loro è finito in prigione per il furto di una carta di credito (!). Tutti gli altri, che hanno imperversato con bombe e proiettili contro degli innocenti, non sono stati incriminati, né mai lo saranno”.

“E che dire delle osservazioni della dottoressa Galit Rejwan, la scoperta del fine settimana – la quale senza dubbio sarà scelta per accendere la fiaccola di quest’anno alla cerimonia del Giorno dell’Indipendenza sul monte Herzl – che ha affermato: ‘L’IDF sta trasferendo gli ospedali in un luogo più sicuro’. Al Shifa verrà trasferita a Saba? Rantisi a Soroka? Di quali luoghi sicuri a Gaza sta parlando e quali ospedali sposterà l’IDF?”

“Niente di tutto ciò, ovviamente, prova che Israele ha commesso un genocidio. Lo deciderà il tribunale. Ma come sentirsi a proprio agio con tali argomenti a favore della difesa? Come sentirsi bene dopo L’Aia? Come sentirsi bene dopo Gaza?”
L’ombra di Mandela sulla causa del Sudafrica

Un’ultima annotazione la riprendiamo dall’Associated Press, che racconta l’incontro tra Nelson Mandela con Yasser Arafat, quando i due leader politici ebbero ad associare le rispettive cause, la fine dell’Apartheid e la lotta di liberazione del popolo palestinese.

Tanto che, quando tutto il mondo si felicitò con Mandela per la vittoria della sua causa, dopo aver ringraziato per le felicitazioni, aggiunse: “Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

Così suona convincente il titolo che l’Ap ha inteso dare alla sua nota: “L’impegno di Mandela per la causa palestinese continua oggi con la causa intentata del Sudafrica a Israele per genocidio”.
Per questo è così importante che a intentare la causa per genocidio sia stato il Sudafrica, che ha conosciuto gli orrori dell’apartheid, condizione alla quale erano sottoposti i palestinesi ben prima del 7 ottobre e della guerra di Gaza, come denunciato da Amnesty international e come hanno affermato più volte tanti intellettuali israeliani, compresi tanti recalcitranti ad accettare tale accusa, e addirittura l’ex capo del Mossad Tamir Pardo, che sapeva perfettamente di cosa stesse parlando.

da qui


 

L’essere vittime non dovrebbe essere una condizione per la solidarietà con la Palestina

Alcuni alleati della Palestina sembrano più a loro agio con i palestinesi come vittime del dominio coloniale israeliano che come agenti della loro stessa liberazione. I palestinesi hanno bisogno di sostegno quando combattono, non solo quando muoiono.

(Da un collaboratore anonimo)

Nota dell’editore: il seguente articolo è di un giornalista palestinese residente in Palestina che ha richiesto l’anonimato per paura della repressione israeliana.

La mortale operazione militare lanciata dai combattenti di Hamas da Gaza il 7 ottobre ha scioccato la società dei coloni israeliani. Ma non sono solo gli israeliani a essere sconcertati: anche molti sostenitori della liberazione palestinese in tutto il mondo si sono trovati in difficoltà nel dare un senso a questi eventi e incerti sulla posizione da assumere. Solo quando Israele ha iniziato il suo intenso attacco contro Gaza, uccidendo decine di migliaia di palestinesi, la linea morale è diventata nuovamente chiara per molti, e l’ondata di solidarietà è ritornata.

Sebbene questo sostegno sia vitale in un momento in cui Gaza sta affrontando un genocidio, è istruttivo analizzare il contesto in cui il sostegno globale si è radunato a supporto dei palestinesi. Sembrerebbe che molti sostenitori della Palestina si sentano più a loro agio quando i palestinesi sono percepiti come semplici vittime passive del dominio coloniale israeliano. Questa non è stata la situazione del 7 ottobre, quando, per la prima volta dopo anni, i rifugiati emarginati della Striscia di Gaza hanno reagito su così vasta scala all’interno delle loro terre occupate da Israele nel 1948. Anche tra coloro che sono solidali con i palestinesi, questa azione ha causato molta confusione intellettuale, , che necessita ancora di essere chiarita.

Mentre i dettagli di ciò che è accaduto il 7 ottobre stanno ancora venendo alla luce, ciò che è noto è che centinaia di combattenti palestinesi sono fuggiti da Gaza sotto la copertura del lancio di razzi e hanno aperto il fuoco sui coloni: civili, soldati e polizia. I successivi resoconti dei media continuano a rivelare che alcune di queste vittime sono state il risultato di attacchi aerei e terrestri israeliani, ma il bilancio complessivo delle vittime israeliane quel giorno ha superato le 1.100.

L’abbondanza di immagini raccapriccianti di violenza, combinata con il numero senza precedenti di vittime israeliane, ha sollevato interrogativi in alcuni sull’uso della violenza da parte dei colonizzati nella lotta per la liberazione. Alcuni si sono chiesti perché i civili sembrassero essere presi di mira e/o perché i quartieri residenziali fossero stati invasi. Altri si sono chiesti perché l’operazione abbia avuto luogo all’interno di “Israele vero e proprio” anziché limitarsi al “territorio occupato”, utilizzando questa falsa dicotomia per mettere in discussione la resistenza al colonialismo.

Questo articolo non intende necessariamente difendere le azioni intraprese durante il recente attacco palestinese, ma piuttosto collocarle in una prospettiva anticoloniale contestualizzata. Ciò è particolarmente importante per coloro che, nel movimento di solidarietà con la Palestina, non possono permettersi di rifuggire dalle complessità del colonialismo dei coloni e dalle violente lotte per la liberazione da esso.

Rompere una falsa dicotomia

Troppo spesso Gaza è vista solo nel contesto della più grande prigione a cielo aperto del mondo – un’enclave assediata dove sono rinchiusi circa 2 milioni di palestinesi. La Striscia, insieme alla Cisgiordania, è anche considerata parte del “Territorio palestinese occupato” conquistato da Israele nel 1967. Questa  definizione spesso separa queste parti della Palestina da ciò che è spesso considerato l’“Israele vero e proprio” o dalle aree occupate durante la Nakba. . Questa definizione normalizza e maschera la natura coloniale e le origini di Israele che risalgono almeno al 1948.

Sulla base di questo ragionamento, a differenza dei “coloni” presenti nei territori del 1967, gli israeliani che vivono nelle terre occupate nel 1948 – come quelli che risiedono intorno a Gaza – sono visti come non coinvolti ed esterni al conflitto. Allo stesso modo, anche i palestinesi di Gaza o della Cisgiordania, o i rifugiati della diaspora, sono spesso percepiti come estranei alle parti della loro patria rubate nel 1948.

Questa prospettiva ignora il lungo passato di pulizia etnica culminata nella Nakba del 1948 e nell’espropriazione dei palestinesi dalla stragrande maggioranza della Palestina mandataria, compreso il distretto di Gaza, in cui decine di villaggi furono cancellati dalla faccia della terra.

I leader israeliani lo hanno capito fin dalla Nakba.

Nel 1956, l’allora capo di stato maggiore dell’IDF Moshe Dayan – che in seguito sarebbe stato ministro della difesa israeliano – lesse un elogio funebre sulla tomba di un israeliano ucciso dai palestinesi che attraversavano il confine da Gaza. “Non dobbiamo attribuire la colpa agli assassini”, ha detto. “Come possiamo biasimarli per il loro terribile odio nei nostri confronti? Per otto anni sono rimasti nei campi profughi di Gaza, e proprio davanti ai loro occhi abbiamo trasformato le terre e i villaggi in cui loro e i loro antenati hanno vissuto in nostre proprietà”.

Oggi, la Striscia di Gaza ospita rifugiati provenienti da questi villaggi e città, e da altre aree della Palestina, compreso dove oggi si trova l’insediamento di Tel Aviv, le cui case e proprietà sono state derubate da Israele. I rifugiati costituiscono circa l’80% della popolazione di Gaza, provenienti da oltre 190 località spopolate in tutta la Palestina mandataria, tutte assediate entro 140 miglia quadrate. Dal 1948, Israele ha negato il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case e alle loro terre, consentendo invece liberamente agli ebrei di tutto il mondo di ottenere la cittadinanza israeliana e di prendere il loro posto. La terra dei rifugiati palestinesi è stata occupata dai coloni israeliani, che a volte vivono addirittura nelle stesse case che appartenevano ai palestinesi.

E infatti, i palestinesi di Gaza non vedono la recinzione che li imprigiona come un “confine con Israele”, ma come una barriera che li separa dalle loro terre colonizzate e dai villaggi rubati, ingabbiandoli nei campi profughi. Inoltre, i rifugiati di Gaza non considerano gli israeliani che vivono negli insediamenti costruiti sulle rovine dei loro villaggi come semplici civili non coinvolti. Piuttosto, li vedono come coloni, un pilastro principale di un classico caso di colonialismo come quello in Algeria e Sud Africa.

Nel 2018 e nel 2019, i cecchini israeliani hanno ucciso a colpi di arma da fuoco centinaia di abitanti di Gaza che protestavano davanti alla recinzione durante la Grande Marcia del Ritorno settimanale. L’uso stesso della parola “ritorno” come slogan riflette il desiderio dei palestinesi non solo di togliere l’assedio, ma di tornare e rivendicare la loro patria perduta e smantellare il campo di concentramento per rifugiati che è stato costruito nella Striscia di Gaza.

Una nuova caduta per la “sinistra” israeliana

Dopo il 7 ottobre, ampi settori della cosiddetta sinistra israeliana, compresi coloro che si identificano come “antisionisti” o “anticolonialisti”, sono caduti ancora una volta nella trappola di confrontare le azioni dei palestinesi con quelle dei loro colonizzatori israeliani. Alcuni hanno denunciato la violenza palestinese allo stesso modo della violenza sistemica statale e sponsorizzata dallo stato perpetrata contro i palestinesi, mettendo da parte la disparità di potere tra colonizzatore e colonizzato. Questo discorso ritrae una visione del mondo separata dalla storia, in cui Israele non è una società di coloni, e le città e i paesi costruiti su terreni rubati nel 1948 sono intesi al di fuori del contesto del colonialismo dei coloni.

Questo discorso ignora che i palestinesi nel ghetto di Gaza, in Cisgiordania e nei territori del 1948 vivono ai margini del destino di cui sono stati derubati, con le loro vecchie case a portata di mano. Inoltre, all’interno di questo discorso, gli israeliani non vengono mai percepiti come una scelta attiva di partecipare al progetto dei coloni: semplicemente vivono. L’impatto immediato e le ripercussioni a lungo termine di come queste vite vengono vissute a spese dei palestinesi sono semplicemente inesistenti o ritenute irrilevanti.

​Pertanto, mentre i palestinesi vedono come liberatorio l’atto di sfidare la falsa dicotomia del 1948/1967, questa logica non trova posto nella mente israeliana, nemmeno in gran parte della sinistra.

Affrontare veramente questa realtà significa non solo comprendere teoricamente l’ingiustizia e lo squilibrio di potere, ma anche portare il peso della decolonizzazione e comprendere il proprio ruolo come parte della società dei coloni. Parlare da soli, senza il sacrificio richiesto per sostenerlo, è economico. Il processo di decolonizzazione non è privo di costi e i membri della società dei coloni che lo sostengono devono essere disposti a rinunciare veramente ai privilegi sociali, politici e materiali concessi loro per decenni e comprendere che alcuni danni sono inevitabili nel processo di liberazione.

La decolonizzazione può essere brutta, ma il futuro non necessariamente lo è

Il colonialismo non cede, non da solo e non perché lo chiedi gentilmente. La decolonizzazione è una causa nobile, ma il percorso per realizzarla è spesso inquinato dalla violenza. Ciò può essere osservato in casi come Sud Africa, Algeria e Irlanda, tra gli altri, dove non si è verificata una “decolonizzazione pulita”. In assenza di un percorso alternativo realistico verso la liberazione, le persone sono costrette a compiere atti brutti ma necessari – una conseguenza fondamentale della disparità di potere. Esigere che gli oppressi agiscano sempre nel modo più puro significa esigere che rimangano per sempre in schiavitù.

I concetti di crimini di guerra o di diritto internazionale non sono rilevanti per le persone sottomesse che lottano per smantellare il dominio coloniale mentre sono sotto il controllo di un potere repressivo. Si tratta di strumenti postcoloniali di risoluzione dei conflitti che non sono progettati per annullare il colonialismo del tipo che vediamo in Palestina.

È anche importante notare che, sebbene la decolonizzazione sia spesso sanguinosa, l’obiettivo dei palestinesi non è semplicemente quello di uccidere o rimuovere i coloni israeliani dalla Palestina. La carta di Hamas afferma che il movimento si batte per la creazione di uno stato islamico in cui agli ebrei sarà permesso di vivere, e la sinistra palestinese ha chiesto per decenni di creare un unico stato democratico basato sulla giustizia e sull’uguaglianza dei diritti individuali per tutti. Indipendentemente dalla visione politica, qualsiasi futuro realizzabile di vera giustizia per tutti tra il fiume e il mare deve essere costruito sulla lotta per smantellare il colonialismo e le dinamiche sottostanti che lo sostengono. Per questo, quando si sostiene la lotta palestinese, è importante non limitare il proprio sostegno alle sole vittime palestinesi.

E infine, anche se un certo grado di violenza politica può sempre essere necessario nelle lotte di liberazione, dobbiamo, soprattutto, rimanere umani affinché possa emergere una società di giustizia. Quando i confini vengono oltrepassati, come nel caso dell’uccisione di minori, ciò dovrebbe essere ammesso, ma la lotta nel suo complesso, compreso l’uso della violenza politica contro la società dei coloni, non deve essere sottovalutata o condannata. A tal fine, i palestinesi sono stati rincuorati nel vedere anche alcuni compagni coloni israeliani che si oppongono al colonialismo e si rifiutano di denunciare Hamas, ma interpretano il 7 ottobre come una giornata di resistenza. E al movimento di solidarietà mondiale, i palestinesi esortano gli alleati a sostenere i palestinesi quando combattono, non solo quando muoiono.

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono oralmente uguali” -Invictapalestina.org

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