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sabato 21 marzo 2026

Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – Andrea Fumagalli

L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.

da qui

domenica 7 gennaio 2024

traguardi dell'economia italiana

Il vero volto della politica economica del governo Meloni – Andrea Fumagalli

La fine del mese di novembre 2023 e la prima settimana di dicembre verranno ricordate dai posteri per aver mostrato il vero volto della politica economica del governo Meloni, proprio nel momento in cui la stampa mainstream e di destra si sforzavano di sottolineare come fosse stato raggiunto il più elevato tasso d’occupazione mai registrato in Italia, a riprova della bontà delle scelte governative…

1. Il mercato del lavoro in Italia

“Nonostante l’economia in frenata, l’occupazione continua a crescere: in un anno + 458mila lavoratori”, con 27 mila occupati in più nel solo mese di ottobre. Così titolava il Sole 24ore di giovedì 30 novembre 2023. Un titolo più o meno simile a quello di tutti gli altri grandi quotidiani. Tale performance ha portato il tasso di occupazione al 61,8% (+0,1 punti), toccando così un nuovo record. Nel mese di ottobre 2023, ultima rilevazione, cresce anche il numero di persone in cerca di lavoro (+2,3%, pari a +45mila unità): un aumento che coinvolge sia gli uomini sia le donne e riguarda tutte le classi d’età a eccezione dei 35-49 che registrano un lieve calo. Il tasso di disoccupazione totale sale così al 7,8% (+0,1 punti) e quello giovanile al 24,7% (+1,5 punti). Tale apparente paradosso (la simultanea crescita di occupati e disoccupati) è spiegata dalla forte riduzione degli inattivi: -69mila unità sul mese.

Occorre ricordare che a partire dal 2021, sono considerate occupate “le persone che, durante la settimana di riferimento, hanno lavorato per almeno un’ora a fini di retribuzione o di profitto, compresi i coadiuvanti familiari non retribuiti”. Il dato tanto sbandierato come il più elevato dal 1977 (anno di inizio delle serie storiche Istat sull’occupazione) dal governo Meloni non può quindi essere comparato con i dati sull’occupazione precedente al 2021. Alla luce della nuova definizione, l’essere occupato/a non è più garanzia di un reddito stabile superiore alla soglia di povertà relativa. Differenziando i dati per settore, infatti, l’occupazione cresce di più nei settori caratterizzati da “lavoro povero” a minor valore aggiunto, quali costruzioni, terziario arretrato, logistica, servizi di cura e pulizie.

C’è quindi poco da festeggiare. Lo ha confermato, qualche giorno dopo, anche la pubblicazione del dato sulla produttività dell’industria italiana del 2022, che ha visto un calo dello 0,7% a fronte di un aumento delle ore lavorate. Il divario con l’Europa cresce. L’Italia è infatti il paese dove si lavora di più, si lavora peggio e si è meno pagati.

Certo, il governo può vantare un risultato: il ridimensionamento del reddito di cittadinanza ha aumentato la coazione al lavoro, come si evidenzia dal calo degli inattivi. Ma si tratta di lavoro precario, usa e getta, poco produttivo. Tale risultato, che fa gioire la becera stampa di destra e l’imprenditoria più arretrata, non è però in grado di compensare la perdita di potere d’acquisto dovuto all’inflazione e quindi favorisce la stagnazione economica.

  1. Il decreto flussi

Venerdì 1 dicembre, sabato 2, lunedì 4 dicembre hanno avuto luogo i primi tre click day previsti dal ministero dell’Interno, relativi alla tranche iniziale di ingressi regolari per lavoratori stranieri – 136mila, su un totale di 452mila in un triennio – autorizzati a entrare in Italia per svolgere le mansioni previste dai contratti di chi li assumerà. Il prossimo e ultimo click day sarà martedì 12 dicembre.

Per agevolare le operazioni durante le giornate del click, il Ministro dell’Interno ha dato la possibilità a chi volesse – fra il 30 ottobre e il 26 novembre – di compilare in anticipo i moduli di domanda. Al termine della fase di precompilazione, sono state inserite 607904 istanze, un numero oltre 4 volte superiore a quello dei 136mila ingressi 2023 e perfino maggiore dei 452mila stabiliti in tre anni. Siamo in presenza di un elevato eccesso di domanda di lavoro rispetto all’offerta di lavoro migrante regolare. Più in particolare, 253.473 richieste sono relative al “lavoro subordinato non stagionale” (a fronte di 52.770 posti), 260.953 relative al “lavoro stagionale” (82.550) e ben 86.074 al “settore dell’assistenza familiare e socio-sanitaria”, a fronte di soli 9.500 posti per colf, badanti e baby sitter disponibili ().

Secondo i calcoli elaborati dall’Osservatorio sul lavoro domestico di Domina, una delle maggiori associazioni datoriali, la sola assunzione di 9.500 tra colf, badanti e baby sitter stabilita dal decreto flussi per il 2023 (altrettante ne sono previste per il 2024 e il 2025, ma abbiamo visto che le sole domande per quest’anno sono quasi dieci volte i posti consentiti) determinerà maggiori entrate nette per 16,2 milioni di euro nelle case dello Stato tra contributi e pagamento delle tasse. Se fosse consentito di assumere regolarmente un numero dieci volte superiore, l’incasso per lo Stato sarebbe di circa 160 milioni, solo per questo specifico settore. In tal modo verrebbero regolarizzate lavoratori e lavoratrici già presenti in modo irregolare nel nostro paese. Nessuno infatti assumerebbe per l’attività di badante o colf una persona mai vista. In tal modo, oltre a migliorare il bilancio previdenziale, si renderebbe visibile il lavoro sommerso. Il classico “due piccioni con una fava”.

Perché i numeri del decreto flussi non vengono adeguati alla richiesta? Una prima ragione sta nel non volere fare di fatto una “regolarizzazione” dei migranti che potrebbe sembrare una sanatoria (parola che non può esistere nel lessico di un governo con Meloni e Salvini). Ma forse la ragione principale è nel mantenere una fascia di lavoro nero, altamente ricattabile e sfruttabile, in grado di favorire l’attuale dumping salariale e sociale. La stessa logica padronale che ha portato l’attuale governo a negare la necessità di un salario minimo legale.

3. Caso ITA e caso Acciaierie d’Italia (ex ILVA)

Venerdì 30 novembre 2023 il governo italiano ha finalmente trasmesso alla Commissione Concorrenza dell’Europa i documenti relativi all’accordo, siglato 6 mesi prima (il 25 maggio) per la vendita di ITA (Ex Alitalia) alla Lufthansa. Lufthansa acquisirà il 41% di Ita Airways attraverso un aumento di capitale di 325 milioni di euro, con l’opzione di acquisire le azioni rimanenti in un secondo momento. Dopo il 2025, quando la compagnia si prevede che sarà diventata profittevole, è previsto un investimento nell’ordine di 450 milioni per il controllo di Ita da parte dei tedeschi, mentre il Ministero dell’Economia e Finanza (Mef)  potrebbe mantenere il 10% o un rappresentante nel board. Per contro, il Mef si impegna a finanziare un aumento di capitale per 250 milioni di euro, ultima tranche degli 1,35 miliardi di risorse pubbliche che hanno avuto l’autorizzazione della Commissione europea. Di fatto, l’operazione di privatizzazione porterà nelle casse dello Stato una somma netta di soli 75 milioni di euro. Sicuramente non un grande affare. Nell’accordo è previsto, un aumento dell’organico dagli attuali 4400 dipendenti a 5500 nei prossimi tre anni, a condizione però che l’azienda presenti un utile di bilancio.

A fine novembre, in concomitanza con la trasmissione degli atti dell’accordo alla Commissione europea, è stata inviata una mail ai dipendenti ex Alitalia, oggi in cassa integrazione straordinaria, in cui si informava che dal 14 gennaio l’amministrazione straordinaria va in liquidazione e che vengono aperte le procedure di licenziamento collettivo al 31 ottobre 2024 per 2.668 dipendenti della ex Alitalia, con l’erogazione della Naspi (che ha un massimale di 2.500 euro mensili). Nel frattempo, si aprirà dal 1° gennaio una “finestra” per consentire ai dipendenti, su base volontaria, l’uscita anticipata con la Naspi; chi invece non vorrà aderire continuerà a prendere la Cigs fino alla scadenza.

Tale procedura è figlia dell’accordo del maggio 2023, in cui la vendita di ITA non includeva il personale in cassa integrazione. È veramente peculiare che i dipendenti in cassa integrazione straordinaria (a carico dei conti pubblici dello Stato) non siamo stati presi in considerazione. Un ulteriore conferma di come il governo Meloni abbia a cuore i lavoratori e le lavoratrici.

Una situazione analoga è quella che si sta svolgendo in questi giorni alle Acciaierie d’Italia (ex Ilva) di Taranto. Mercoledì 6 dicembre si è chiusa con un nuovo rinvio l’assemblea dei soci delle Acciaierie d’Italia, svoltasi a Milano. L’assemblea doveva approvare lo stanziamento di 300 milioni di euro necessari per proseguire l’attività, ma non c’è stato accordo fra l’azionista di maggioranza, la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, e l’azionista pubblico di minoranza Invitalia, società che si occupa degli investimenti dello Stato. Il rinvio è stato giudicato particolarmente grave dai sindacati, perché l’azienda ha di fatto finito i fondi e rischia la chiusura. Come si sa, l’ex Ilva è l’acciaieria più grande d’Europa, occupa una superficie superiore a quella della città di Taranto e dà lavoro a 10.500 dipendenti, senza contare l’indotto. ArcelorMittal, che possiede il 62% del capitale sociale, ha detto di non voler rifinanziare l’azienda: oltre ai 300 milioni immediati, necessari per proseguire l’attività e saldare i debiti con i fornitori, la ricapitalizzazione dovrebbe ammontare complessivamente a 1,5 miliardi. Per evitare la chiusura sarebbe quindi necessario un intervento dello Stato, che un anno fa concesse ad Acciaierie d’Italia un prestito da 680 milioni di euro, il decimo fatto con soldi pubblici all’ex Ilva. ArcelorMittal nei giorni scorsi ha proceduto allo spegnimento, definito temporaneo, di uno dei due altiforni attivi nell’impianto di Taranto. La sospensione dell’attività dell’Altoforno 2 è cominciata lunedì 4 dicembre e ha fatto sì che sia rimasto attivo un solo altoforno (il 4), essendo già fermi il 5 e l’1 (il 3 fu spento nel 1994 e demolito nel 2020). In ragione di questa attività ridotta, la produzione di acciaio dell’azienda nel 2023 non supererà i 3 milioni di tonnellate a fine anno, la metà esatta di quanto previsto nel piano industriale siglato nel 2020 e lontana dagli 8 milioni di tonnellate, obiettivo per il 2024. Attualmente circa 5000 dipendenti di Acciaierie d’Italia sono in regime di cassa integrazione, con riduzioni anche consistenti dello stipendio. I sindacati, che hanno proclamato uno sciopero di 48 ore, chiedono l’intervento dello Stato, anche grazie a una clausola che permette di far aumentare la quota di azioni oltre il 50% con un aumento di capitale che dovrebbe ammontare a 680 milioni.

I danni ecologici di questa acciaieria sono oramai noti e sono gli abitanti di Taranto a farne le spese. Si discute da anni di una possibile riconversione verso produzioni a minor impatto ambientale. I vari governi che si sono succeduti dal 2012, quando la magistratura ha posto sotto sequestro l’area “a caldo” dello stabilimento, cioè gli altiforni e le cokerie, mettendo l’Ilva sotto accusa per disastro ambientale, hanno fatto promesse su promesse. Ma nulla è stato fatto e nulla verrà fatto in futuro, soprattutto da parte di un governo che sul rallentamento della transizione ecologica fonda parte della sua politica economica.

4. La tassa sugli extra-profitti delle imprese energetiche

L’8 dicembre 2023 è stato approvato al Senato, con 87 voti favorevoli e 46 contrari, il «decreto anticipi» collegato alla legge di bilancio varata due mesi fa dal Consiglio dei ministri. Si è deciso di non far pagare alle grandi aziende energetiche l’ultima rata della tassa sugli extraprofitti con un risparmio per le imprese e un mancato introito per lo Stato di 450 milioni di euro. La tassa era stata prevista dal governo Draghi per un importo teorico di 8,3 miliardi di euro, è stata rimodulata nella prima finanziaria del governo Meloni (2,5 miliardi), ora si arriverebbe a un’ulteriore modifica (450 milioni o anche 800). Si permetterebbe così alle compagnie che dovevano versare l’ultima tranche della tassa sugli extra-profitti al 30 novembre di non pagare, almeno per quest’anno. Per il prossimo le modalità sono ancora da stabilire. Ricordiamo che dal 2021 fino a settembre 2023, le società energetiche hanno registrato profitti per 70 miliardi di euro, in gran parte dovuti all’incremento vertiginoso delle bollette a carico di famiglie e imprese. Solo Eni nel 2022 ha fatto utili pari a 20,4 miliardi di euro .

5. Il rinnovo contrattuale di Luxottica e del settore bancario

Un segnale diverso, in questo quadro reazionario, può essere fornito da due casi di rinnovo contrattuale: quello integrativo della Luxottica e quello nazionale del settore bancario.  Ma una rondine non fa primavera.

Riguardo al primo, è stato siglato un accordo che sperimenta quattro giorni di lavoro a settimana a parità di salario, lavorando solo da lunedì al giovedì e contando invece sul weekend lungo da venerdì a domenica. Al momento, tuttavia, tali orari di lavoro saranno limitati solo ad alcuni mesi dell’anno.

Per tutte le altre settimane si manterranno invece i cinque giorni lavorativi abituali, da lunedì a venerdì. Si tratta infatti di una fase sperimentale che riguarderà alcuni reparti e sarà costantemente monitorata per tenere sotto controllo la produttività aziendale.

L’accordo coinvolge tutti i lavoratori degli stabilimenti Luxottica di Agordo, Sedico, Cencenighe Agordino, Pederobba, Lauriano (Torino) e Rovereto (Trento). Potenzialmente dunque per circa 20mila dipendenti anche se in questa prima fase il tutto avverrà su base volontaria e in alcuni reparti. Tra gli altri punti dell’intesa tra azienda e sindacati elencati dal nuovo contratto integrativo aziendale, è previsto che ai lavoratori in uscita venga concesso il part time per tre anni con contributi pieni mentre i giovani che prenderanno il posto del personale uscente non saranno più assunti a tempo parziale, come avvenuto finora, ma da subito a tempo pieno.

Un accordo analogo è stato firmato più recentemente anche dalla Lamborghini.

Riguardo il rinnovo del contratto del settore del credito, oltre alla riduzione dell’orario di lavoro e sviluppo della digitalizzazione e informazione, l’ipotesi di accordo prevede 435 euro di aumento medio mensile della retribuzione, a partire da dicembre, pagamento degli arretrati per il periodo luglio-novembre di quest’anno con una media di 1.250 euro, ripristino pieno della base di calcolo del trattamento di fine rapporto a partire dall’1 luglio 2023. L’aumento contrattuale verrà pagato in quattro tranche, ma l’80% sarà riconosciuto nei primi 9 mesi di vigenza del contratto. La prima tranche sarà di 250 euro (57,5% del totale dei 435 euro) e arriverà in dicembre, la seconda sarà di 100 euro (23% del totale) e arriverà a settembre del 2024. Infine ci sono 50 euro (11,5%) a giugno del 2025 e 35 euro (8%) a marzo del 2026. L’aumento concordato produce effetti positivi anche sulla tredicesima mensilità.

Si tratta di un aumento salariale in grado di compensare più che adeguatamente l’erosione del potere d’acquisto dovuto all’inflazione. Le risorse sono garantite dagli elevati extra-profitti che il settore del credito ha maturato negli ultimi due anni e che, nonostante le dichiarazioni di facciata, non sono stati sottoposti a tassazione. Giusto per fare un esempio, Unicredito maturerà profitti per 7,2 miliardi a fine anno, Banca Intesa “solo” poco meno di 5 miliardi. Di fronte a questi dati, gli aumenti salariali sembrano poca cosa.

È anche utile ricordare che, secondo uno studio dell’Istat, a fine 2022 il complesso delle società non finanziarie italiane ha realizzato un margine di profitto del 44,8%; si tratta del valore più alto dal 2010, cioè dall’anno in cui l’Istat ha cominciato a misurare questa variabile ().

La dinamica della distribuzione del reddito appare quindi in linea con i provvedimenti del governo, ben dimostrati anche dall’affossamento di qualsiasi proposta di salario minimo.

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I fatti ricordati ci mostrano inequivocabilmente il segno di classe della politica economica dell’attuale governo. Non c’è molto altro da aggiungere, se non che questi interventi producono una accentuazione della frammentazione delle condizioni che caratterizzano i diversi comparti lavorativi. In altre parole la logica corporativa tende a riaffermarsi come progetto istituzionale per svuotare ulteriormente il ruolo – già debole –  dei sindacati. Una politica in linea con i dispositivi neoliberali che stanno, in modo sempre più violento e marcato, imprimendo i lineamenti a questa cupa era. Inaugurata, vale la pena di non dimenticarlo, da governi precedenti sostenuti anche dal centrosinistra, a partire da Monti in poi.

da qui




giovedì 22 dicembre 2022

Economia e guerra - Christian Marazzi, Rossana De Simone, Andrea Fumagalli


Pubblichiamo la trascrizione dell'incontro «Economia e guerra», seconda parte di un dibattito intitolato «Guerra o rivoluzione. Capire la guerra per capire come combatterla», tenutosi durante il festival di Derive Approdi di fine settembre. Gli interventi di Christian Marazzi, Rossana De Simone e Andrea Fumagalli, che dialogano con le relazioni di Maurizio Lazzarato e Cristina Morini che li hanno preceduti, si inseriscono in una riflessione che abbiamo portato avanti con Transuenze negli ultimi mesi. Abbiamo chiesto ai relatori se la palese tendenza al riarmo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi possa preludere ad un ritorno al keynesismo militare come modalità di rilancio del ciclo economico. Bisogna naturalmente intendersi sul concetto di «keynesismo militare», concetto utilizzato più per eredità storica che per correttezza formale. Quello che ci interessa capire è in che modo il «ritorno» dello Stato al centro dei processi regolativi per coniugare ciclo economico e interessi di difesa nazionale (quello che è stato definito «nuovo capitalismo politico») e il tentativo (se c'è davvero) di ricostruzione di nuovi blocchi sociali (attorno alla stessa questione della guerra?),si coniugano con le fibrillazioni geopolitiche ed una guerra scoppiata nel cuore dell'Europa.

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Christian Marazzi Il capitalismo è nato come atto di guerra, la privatizzazione dei beni comuni è stata pura violenza contro coloro che fino a quel momento potevano disporne e vivere grazie ad essi. Sono d’accordo con Maurizio Lazzarato quando ribadisce la centralità della questione monetaria, nella fattispecie del dollaro, e che la globalizzazione ha camminato di pari passo con la dollarizzazione, con qualche sfumatura negli ultimi dieci anni che andrebbe tenuta in considerazione per spiegare anche lo sbocco bellico nell’Europa centrale. Cercherò di rispondere alla domanda sul keynesismo militare in modo non del tutto organico perché la questione è complicata. Siamo certamente in una situazione in cui il ciclo economico è ostaggio del ciclo bellico, tanto per mettere le cose in chiaro sin da subito. Ci troviamo di fatto in una fase di militarizzazione dell’economia, di anno in anno le spese militari crescono sempre di più. Pensiamo solo al ciclo economico e monetario di questa guerra. Andrea Fumagalli ha scritto su «Effimera» un testo molto preciso sulla speculazione in Borsa nel mercato del gas e del petrolio, che spiega il rincaro dei prezzi a cui stiamo assistendo. È una specificità della privatizzazione come parte costituente del capitalismo liberista degli ultimi 30 anni, che fa sì che oggi i prezzi delle materie prime siano in forte rialzo ciò che, di conseguenza, permette il finanziamento degli armamenti russi: la vendita del gas procura liquidità per finanziare l’industria bellica. E l'Europa, a cominciare dalla Germania, reagisce aumentando le spese militari. In questo modo il cerchio si chiude. Dunque, ciclo economico e ciclo bellico sono intimamente collegati. In questo momento ci troviamo in una fase che qualcuno ha definito come «sinergia distruttiva»: da una parte l’escalation bellica, dall’altra la recrudescenza della politica monetaria, a partire dalla Fed, due fattori che camminano in parallelo o addirittura in sovrapposizione. Le decisioni della Fed di aumentare i tassi di interesse stanno trainando tutte le banche centrali del mondo, con effetti recessivi su scala globale di cui dobbiamo avere paura perché è una sorta di guerra economica a noi tutti, alla moltitudine. È una guerra non guerreggiata, bensì monetaria contro la popolazione. È da poco uscito uno studio sugli effetti della crisi del 2008 secondo cui le fasce più povere della popolazione hanno impiegato dieci anni a riprendersi dagli effetti nefasti di quella recessione. Paradossalmente, è stata minore la durata delle problematiche economiche della crisi pandemica anche grazie alle forme di welfare corrisposte durante il dilagare della pandemia, che hanno permesso di contrastare gli effetti più negativi. Il problema è che non appena l'economia si è ripresa è arrivata la stangata monetaria che potrà avere degli effetti di lunga durata. Se vogliamo parlare di keynesismo militare dobbiamo spiegarlo ricomprendendolo nell'economia nel suo insieme. Le tensioni militari, infatti, se è vero che sono espressione delle mutate relazioni di potere sul piano mondiale, si iscrivono dentro un sicuro rallentamento dell'economia mondiale. Citando alcuni dati, ad esempio, nel 2021 le esportazioni globali rispetto al Pil sono scese al di sotto del livello raggiunto nel decennio post-crisi del 2008. Tra le motivazioni del rallentamento economico che stiamo vedendo, come già abbiamo accennato sopra, possiamo citare la stretta monetaria o la sospensione dei sostegni statali ai redditi erogati durante la pandemia. In controtendenza a tutto ciò, non dobbiamo dimenticare che negli Usa l’amministrazione Biden ha promosso con il «Biden-Harris Inflation Plan» dei nuovi investimenti anticiclici di tipo keynesiano classico, infrastrutturale, volti a favorire la produzione di semiconduttori, la riconversione ecologica, la decarbonizzazione con una carbon tax del 15% sui profitti delle multinazionali. Nella riflessione sul keynesismo militare e sul come contrastarlo, questa iniziativa americana può esserci utile perché suggerisce che sono possibili altri tipi di investimenti oltre a quelli bellici. In poche parole, non esiste solo il keynesismo militare. L'aumento dei tassi d'interesse e il contestuale rafforzamento del dollaro come conseguenza della politica monetaria americana (che sta trainando tutti i tassi di interesse nel resto del mondo) dimostrano come il dollaro sia ancora centrale: se è vero che negli ultimi dieci anni ha perso un po' del suo peso, visto e considerato che le riserve valutarie denominate in dollari sono passati dal 70% al 58%, nessun'altra valuta di riserva è riuscita a contrastarla. Il rafforzamento del dollaro si spiega se pensiamo al fatto che gli Usa non possono permettersi di non avere il resto del mondo vincolato al suo debito pubblico, all'enorme debito commerciale, a maggior ragione in un’economia in cui la spesa militare accrescerà il debito ancora di più. La forza del dollaro va anche interpretata alla luce di questa ibridazione tra keynesismo militare e infrastrutturale. Bisogna inoltre vedere gli effetti dell'aumento dei tassi di interesse e del rafforzamento del dollaro sulle economie dei paesi che hanno il debito denominato in dollari, come abbiamo già avuto modo di vedere in Sri Lanka. Quanti altri paesi rischiano lo stesso? In che misura il keynesismo militare è in grado di contrastare la crisi di quei 53 paesi che secondo l'«Economist» sono a rischio bancarotta? Un’ultima cosa che mi sembra importante ricordare: gli effetti dell'inflazione delle materie prime in Europa sono devastanti, mentre c'è un forte aumento delle entrate dei produttori di greggio. Le misure di austerità sui consumi di gas dovranno essere controbilanciati da forti investimenti. In questo caso il keynesismo militare in Europa potrebbe fungere da antidoto agli effetti dei cali del consumo energetico. Inoltre, per contrastare e ridurre l'inflazione, l'aumento dei tassi di interesse dovrebbe essere ben maggiore: secondo alcune stime, in Europa dovrebbe aumentare tra l'8% e il 12% per avere un effetto reale. L'economista gesuita francese Gaël Giraud sostiene che la Bce si stia confrontando con un vero problema: continuare a comprare debito italiano, col rischio di favorire l’inflazione, oppure comprare debito senza creare nuova liquidità reinvestendo il rimborso del vecchio debito? Il rischio di una spaccatura dell'Eurozona è forte, qualcosa che abbiamo già vissuto ai tempi della Grecia. Si ritorna a parlare, ad esempio, della creazione di una zona del marco (questa soluzione alternativa esiste già dal 2012). È uno scenario da non sottovalutare.



Rossana De Simone Innanzitutto bisogna dire che noi siamo in guerra e viviamo in una economia di guerra. Secondo il report Nato 2022, il rapporto tra spese militari e Pil in Italia è pari all’1,54 del Pil, mentre, secondo il Ministero della difesa, le spese autorizzate dalle varie leggi di bilancio dal 2016 in poi registrano un trend in crescita in termini assoluti, con un picco nel 2022, anno in cui le spese finali si avvicinano ai 28 miliardi. È tuttavia necessario ricordare che il settore della Difesa si avvale di finanziamenti provenienti dal Mef e Mise, a cui bisogna aggiungere quelli necessari per le missioni internazionali all'estero. Le missioni militari quest’anno hanno subito un incremento di costi complessivi, di uomini e mezzi sul fronte est-europeo in funzione anti-russa. Un'ulteriore conferma che siamo pienamente dentro la guerra russo-ucraina. Il ventunesimo secolo inizia con la dichiarazione del presidente Usa George Bush:«È la prima guerra del XXI secolo. Guideremo il mondo alla vittoria». Le Torri gemelle, crollate in un contesto di gravi crisi, costituiranno la premessa della dottrina sulla guerra perenne e preventiva contro il «terrore», teorizzata da Bush in aperta violazione del diritto internazionale. L'ex presidente creò il Dipartimento per la sicurezza interna che si tradusse in più repressione, più limitazioni delle libertà personali e più spesa militare, con l’obiettivo di aumentare gli investimenti nello sviluppo di sistemi tecnologici per la sorveglianza e controllo del territorio. Coerente con le ambizioni unilaterali, Bush si ritira da vari trattati e protocolli internazionali: da quello riguardante le restrizioni del traffico di armi leggere al progetto che mirava ad inserire meccanismi di controllo nel contesto della Convenzione sulle armi batteriologiche; dalla messa al bando dei test nucleari, sino al ritiro dal Trattato Abm per poter avviare il progetto di difesa nazionale missilistica (Nmd). Da allora, la maggior parte degli Stati hanno iniziato non solo ad utilizzare e «consumare» le nuove tecnologie della sicurezza ma anche a produrle, creando un fiorente mercato che occupa diversi settori legati alla information security. In Italia, sempre in quegli anni, grazie all’amicizia con Bush, Berlusconi sottoscrive il Memorandum d’intesa tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo dello Stato di Israele per sugellare una relazione basata sulla reciproca cooperazione militare e politica. La concezione securitaria dello Stato di Israele è, per il neoliberismo, un modello da imitare: basandosi sulla gestione della paura e sul conflitto sempre aperto, permette di accelerare il processo di erosione dello stato di diritto e la fuoriuscita dalla democrazia. Per entrare nel merito dell’intervento che mi è stato richiesto, utilizzo tre concetti chiave: crisi, deterrenza e trattati o accordi nazionali/internazionali. Il concetto di crisi posto in relazione alla guerra può essere articolato in diversi modi: crisi monetaria, economica, finanziaria, ambientale ecc. Se prendiamo ad esempio l'agenda pre-elettorale del presidente Usa Joe Biden, si vede che pone l’enfasi sull’intenzione di «ripristinare l’America» al suo ruolo di arbitro del sistema internazionale partendo da alcuni elementi: necessità di reagire alla crisi della globalizzazione, a quella dei valori occidentali e di fermare il declino degli Usa. Non a caso i suoi primi interventi si sono basati sulla dicotomia tra democrazia e oligarchia che serviva a definire la Russia un paese dove vige un regime oligarchico. Con questo Biden annunciava la possibile apertura di un conflitto il cui preludio era possibile immaginare dalle esercitazioni congiunte tra Ucraina e Nato dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Per quanto riguarda il secondo concetto, ci si dovrebbe domandare cosa sia la cosiddetta deterrenza strategica. Secondo la concezione militare un mondo senza deterrenza non è un mondo sicuro. In generale la deterrenza nucleare viene messa in relazione alla teoria dei giochi, ovvero alla ricerca di un equilibrio tra varie nazioni che hanno a disposizione l’arma nucleare. Fino a qualche anno fa gli Usa erano riusciti a rompere l’equilibrio esistente con la creazione di un sistema missilistico capace di intercettare altri missili balistici con base a terra, lanciati da sottomarini e ordigni nucleari lanciati da aerei. Con lo scoppio della guerra, la Russia ha cancellato la superioritá americana con lo sviluppo della tecnologia nei missili ipersonici. Nel mese di maggio Putin ha testato il primo missile da crociera ipersonico Zircon non intercettabile dal sistema antimissilistico americano perché capace di viaggiare a velocità nove volte superiore quella del suono (oltre tre chilometri al secondo). La Russia, come la Cina e gli Usa, ha dimostrato grandi avanzamenti nella ricerca e sperimentazione nel campo delle nanotecnologie, materiali e intelligenza artificiale entrando di fatto in quello che viene definito il dominio dello spazio e del cyberspazio. È indubbio che la Russia sia stata la prima a dimostrare la piena operatività del suo sistema di missili ipersonici. La rincorsa alla superiorità tecnologica avvalla le richieste di Stati di aumentare le spese militari non solo nella ricerca e sviluppo, ma anche per aumentare le capacità produttive delle loro industrie (non solo quelle belliche vista la necessità di creare sostenibilità lungo la catena del valore) per essere competitive. Gli Stati Uniti si sono resi conto da tempo che il decentramento produttivo, fenomeno per cui i processi produttivi vengono affidati a fornitori esterni, ha procurato un effetto boomerang a vari livelli. In un documento sulla sicurezza nazionale, Biden ha sostenuto che «la Cina è l’unico attore che intende riformare l’ordine internazionale e che ha le risorse economiche, diplomatiche, militari e tecnologiche per farlo»; eppure, ironia della sorte, il caccia multiruolo F-35, costruito in una miriade di Stati, ha utilizzato componentistica cinese. È evidente che gli Stati non hanno bisogno solo di salvaguardare le aziende della difesa, ma hanno bisogno di tutta la capacità tecnologica espressa dai colossi hi-tech nel campo dell’intelligenza artificiale. In Cina il presidente Xi Jinping ha incontrato i colossi del web per discutere della sicurezza online e per impedire che vi sia una violazione delle regole antitrust. Ad alcune aziende che si occupano di mining di criptovalute ha chiesto di convertirsi alla produzione di componentistica e semiconduttori. Anche la Cina non può fare a meno di siglare un accordo finalizzato a bilanciare gli interessi del governo e, a livello governativo, di fare entrare nel governo scienziati con esperienze industriali nei settori ad alta tecnologia. Per finire sui trattati, accordi o leggi, entrano in gioco dinamiche decisionali. Si susseguono governi che entrano ed escono dai trattati cambiano norme secondo particolari convenienze geopolitiche incuranti delle conseguenze sugli equilibri fra Stati. Accordi o trattati non dovrebbero sottostare agli interessi particolari degli Stati come accaduto sotto il governo di Donald Trump. L’ex presidente ha ritirato gli Usa dal Trattato Onu sul commercio delle armi perché convinto di poter riequilibrare la bilancia commerciale aumentando le esportazione di armi (si parla di un aumento del 25%) e il fatturato delle imprese (si stima del 41%). In realtà questa soluzione non è riuscita nell’intento che si era prefissato Trump. Quindi riflettere sul legame fra tecnologia e sistemi di sorveglianza e controllo, tecnologia e apparati di potere, tecnologia e capitalismo, significa mettere al centro il problema della libertà.



Andrea Fumagalli

Siamo tutti d’accordo nel considerare la guerra come atto economico consustanziale al capitalismo, fa parte del suo Dna. Nei 250 anni di storia del capitalismo ci sono stati momenti più o meno bellicosi, ma i periodi a più alta tensione si sono verificati nel Novecento. Da un punto di vista formale ma non sostanziale, possiamo dire che l'unica eccezione è il periodo fordista post Seconda guerra mondiale, a cui è corrisposto un equilibrio geopolitico basato su due blocchi e che ha portato i paesi a capitalismo avanzato a non tenere al primo posto la guerra per rilanciare l'accumulazione. Questo non significa che in questo periodo la guerra non ci sia stata, nel resto del mondo era ben presente.

Non credo sia un caso che la crisi del fordismo ha riacutizzato e accelerato la tensione bellica, con fattori che si sviluppano in ambiti locali per poi assumere connotati globali. Tutto ciò avviene in parallelo con il processo di globalizzazione dell'accumulazione. Si potrebbe proporre questa tesi: nel ‘900, tra I e II guerra mondiale, la guerra è servita come strumento di ripresa dell'accumulazione originaria. La distruzione materiale e umana richiede un processo di ricostruzione. Oggi, dagli ultimi 50 anni in poi, la guerra non svolge più esclusivamente la funzione di ricreare le basi per un’accumulazione capace di generare nuove forme di crisi e di ricchezza, ma essa stessa è diventata un modo di produzione capitalista. Perché? Mi convince l’analisi di Maurizio Lazzarato ma ho qualche perplessità su due aspetti. Il primo è che è vero che il ‘900 è stato il secolo della dollarizzazione e dell’egemonia, che implicava quindi una definizione su scala globale di un mondo unipolare o univalutario, sancito dagli accordi di Bretton Woods e che ha origine con la crisi dell’impero inglese, le crisi bancarie etc; ma gli ultimi 20 anni sono caratterizzati dalla crisi del dollaro, processo che richiede una reazione di cui la guerra Russia-Ucraina ne è espressione.

Il secondo aspetto è il seguente: solo oggi probabilmente possiamo cogliere un parallelismo tra la guerra e l'attività speculativa, in quanto strumenti di produzione economica. Speculazione e guerra sono quindi due facce della stessa medaglia. L'attività speculativa è il motore dell’attività capitalistica, con il ruolo egemone dei mercati finanziari che intervengono nel definire le forme di finanziamento della produzione, soprattutto per quanto riguarda quella intangibile, le forme di assicurazione sociale su scala distorta, selettiva e iniqua (pensiamo ad esempio ai fondi pensioni e interviene pesantemente nella distribuzione ineguale della ricchezza: plusvalenze, ruolo dei moltiplicatori finanziari che creano domanda distribuita in maniera non equa, a differenza di quanto accadeva col moltiplicatore keynesiano basato sulla spesa pubblica in deficit. La speculazione finanziaria ha creato degli oligopoli, esattamente come nel caso della produzione bellica, che sono in grado di intervenire pesantemente sulle soggettvità, sulle condizioni di vita, sui meccanismi di specializzazione e selezione, di produzione e così via.

Tutto ciò è stato possibile perché è venuto meno il ruolo della politica monetaria e delle banche centrali. È paradossale che si parli di autonomia delle banche centrali nel momento in cui non sono mai state così dipendenti e supine agli sviluppi delle convenzioni speculative internazionali, create dalle grandi imprese finanziarie. Si tratta di una delle cause interne della crisi del dollaro: all'aumento di peso delle borse americane, diminuisce la capacità di sviluppare una politica valutaria in grado di mantenere l’egemonia del dollaro. Oltre a ciò, ocorre considerare il fatto che gli Stati Uniti hanno utilizzato strumentalmente il dollaro come fonte di finanziamento del proprio debito estero, fattore strutturale dell'economia americana, al fine di creare un afflusso di capitale che potesse compensare il saldo negativo della bilancia commerciale. Inoltre, soprattutto negli ultimi tempi, è utilizzato come fonte di finanziamento del debito interno, della Fed, del bilancio pubblico.

La crisi della dollarizzazione mette in pericolo la capacità degli Usa di riuscire a mantenere nel futuro questo meccanismo di riequilibrio perché stanno venendo meno alcuni strumenti di egemonia militare, sociale ed economica da sempre utilizzati. Ad esempio, l'egemonia militare è stata messa in discussione dal Vietnam in poi; quella economica dalla perdita del primato tecnologico, con l'avvento del paradigma tecnologica dell'Ict che negli anni '80 ha favorito per un primo periodo il Giappone, ricaduto poi in una situazione di crisi e stagnazione per via delle scelte di politiche e strategie industriali che non hanno pagato. Il tentativo di superare la rigidità della fabbrica con l'iper-taylorismo (toyotismo e il just in time), non ha funzionato ed è stato superato dal modello della subfornitura internazionalizzata della produzione a flussi statunitense, basata su una catena di valore con alla testa la tecnologia, i brevetti e i flussi finanziari, che esternalizza i mezzi di produzione cambiando totalmente la logica del sistema taylorista-fordista.

Questi sono elementi che hanno favorito e, allo stesso tempo, sono stati favoriti dal processo di finanziarizzazione e privatizzazione. Dal momento stesso in cui gli Stati Uniti hanno recuperato parzialmente l’egemonia produttiva-tecnologica grazie al controllo dei flussi di globalizzazione (in seguito al Washington Consesus), sono venuti fuori i tentativi di affrancamento economico che hanno ridotto il livello di assoggettamento economico e sociale di paesi come Cina e India. Da qui in avanti, gli Stati Uniti hanno due strade possibili: accettare l'idea di mondo multipolare o passare dall'assoggettamento alla coercizione. Qui la guerra gioca un ruolo fondamentale: essa è la continuazione della speculazione finanziaria con altri mezzi. Il controllo dei flussi finanziari aveva una funzione di regolazione perché è vero che siamo in piena crisi del diritto internazionale, ma questo non vuol dire che viviamo in un mondo senza regole perché esiste una gerarchia economica, una concentrazione nei mercati finanziari come mai prima d'ora era successo nella storia del capitalismo. Questo significa che c'è una regola: la legge del più forte.

Questa situazione è oggi in pericolo: gli Stati Uniti cercano di superare la crisi della dollarizzazione utilizzando l'euro e l'Europa come nemici strumentali. La crisi attuale è contro l'Europa, per minare la sua capacità di diventare un soggetto forte, possibilità assai remota alla luce della governance europea attuale. Non si può creare egemonia soltanto con una politica monetaria di stampo neoliberista o monetarista, sarebbe necessaria anche una politica fiscale, sociale e industriale per diventare una forza geopolitica a tutto tondo. Cosa che è stata in grado di fare la Cina: come già scriveva Arrighi, è stata capace di controllare il processo di finanziarizzazione e di costruire un'egemonia tecnologica in grado di definire delle specializzazione produttive ad alto valore aggiunto.

L'Europa rischia di passare da capro espiatorio, la guerra è dentro i suoi confini. È interessante vedere come si evolverà la situazione, al vertice di Samarcanda di settembre c'è stata una certa compattezza per un ordine non occidentale, anche se permangono delle contraddizioni. La situazione è pericolosa perché c'è molta instabilità, molta incertezza che favorisce la speculazione finanziaria. Inoltre questa guerra viene utilizzata per prevenire qualsiasi tensione sociale in Europa e negli Usa. In questo ultimo anno, infatti, c'è stata una ripresa dei movimenti del lavoro che hanno strappato un aumento del salario minimo ed una ridefinizione della struttura del mercato del lavoro americano. Queste tensioni richiedono un controllo interno, è stata la lezione di fine anni '70, con il presidente della Fed Volcker: aumentare i tassi di interesse per rafforzare il dollaro, se da un lato rischia di penalizzare i mercati finanziari, dall'altro penalizza le richieste di progresso sociale e lavorativo.

https://www.machina-deriveapprodi.com/post/economia-e-guerra

giovedì 26 maggio 2022

Il salario minimo e il harakiri dei sindacati italiani – Andrea Fumagalli

 

Quando si è in tempi di emergenza, prima quella sanitaria ora quella bellica, i/le lavorator* non se la passano bene. Lo sanno i bene i/le lavorator* ucraini. Ma lo sanno bene anche i/le lavorator*, precari e non, in Italia.

Negli ultimi mesi, il tasso di inflazione ha raggiunto un valore medio su base annua in Europa del 7,5%. Secondo i dati Eurostat, l’incremento medio dei salari è stato del 3%. Ciò significa che il potere d’acquisto si è ridotto di 4,5 punti.

Tali valori, tuttavia, variano da paese a paese. Vediamo come.

L’anno scorso (2021) in Francia il salario minimo è aumentato tre volte (complessivamente del 5,9%), e i sindacati si sono posti l’obiettivo di arrivare a 2 mila euro al mese. In Spagna il salario minimo ha raggiunto i mille euro e le mensilità sono 14. In Portogallo, il sindacato ha chiesto un aumento da 705 euro al mese a 800. In Germania per gli 85 mila lavoratori delle acciaierie, il sindacato IG Metall sta cercando di ottenere un aumento dell’8,2%, e intanto i chimici-farmaceutici hanno ottenuto una ‘una tantum’ da 1400 euro. In Danimarca il sindacato Fnv sta cercando di fare aumentare il salario minimo da 10 a 14 euro all’ora. In Lussemburgo e a Cipro, i salari sono agganciati all’inflazione.

Secondo Luca Visentini, segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati (CES), “gli aumenti salariali maggiori sono in Germania, Austria e Francia”. “Ma”, aggiunge, “sono in corso grandi campagne anche in Belgio, Spagna e Portogallo”.

In Italia, invece, non si batte chiodo. I salari non solo non aumentano ma rimangono fermi a livello nominale. Ciò si traduce in un forte calo del potere d’acquisto. Poche settimane fa, il ministro del lavoro Orlando – bisogna riconoscerlo – ha preso atto che il calo dei salari reali non è un fattore positivo per una congiuntura economica già stressata dalle varie forme di emergenza in vigore. E aveva proposto di legare gli incentivi e gli aiuti monetari alle imprese nei settori più in difficoltà (i cd. ristori) ad una corrispondente ripresa salariale. Di fatto, parte dei ristori doveva essere devoluti ai lavoratori. Un gioco a somma positiva per le imprese, che potevano beneficiare di parte dei sussidi e di un possibile aumento di ricavi se il potere di spesa del lavoro – e quindi la domanda –aumentava. Eppure, netto è stato il diniego di Confindustria, talmente netto che oggi tale proposta è finita nel dimenticatoio, come si è visto a proposito dell’ultimo decreto del governo Draghi a sostegno dell’economia.

Come abbiamo visto, in altri paesi europei la situazione è differente e il sindacato, seppur in modo flebile, è in grado di far sentire la propria voce.

La ragione ce la spiega la stessa Ces, per bocca del suo segretario: “In tutti i Paesi dove c’è un salario minimo legale si sta agendo su due fronti, proteggendo le categorie più povere con aumenti decisi per legge e nello stesso tempo facendo crescere la scala salariale al momento del rinnovo dei contratti”.

Detto in altre parole: è grazie all’esistenza di un salario minimo, che fissa un plafond verso il basso sotto il quale non si può andare, che la contrattazione collettiva è in grado di ottenere aumenti stipendiali.

In Italia non c’è un salario minimo. Cisl e Uil sono ferocemente contrarie e la posizione della Cgil, pur aprendo delle porte, non è univoca. A parte i 5S e Sinistra Italiana, i partiti della maggioranza fanno finta di non vedere. Ma la capacità contrattuale dei 5S e di SI (che è all’opposizione) è risibile di fronte all’autoritarismo di Draghi.

La contrarietà all’introduzione di un salario minimo legale è argomentata con la paura che tale misura potrebbe mettere a repentaglio la contrattazione collettiva. Ma l’Istat ci ricorda che più della metà dei/lle lavorator* in Italia (54,5%, pari a 6,8 milioni di persone) è in attesa del rinnovo contrattuale, soprattutto nel settore terziario.

Questa settimana è stato rinnovato il contratto per il trasporto pubblico locale, che era scaduto 4 anni e mezzo fa (54 mesi!). 90 euro lordi di aumento medio mensile e 500 euro una tantum per la vacanza contrattuale.  Se l’aumento di 90 euro fosse stato applicato alla scadenza del contratto, l’incremento del monte salari medio tabellare sarebbe stato per ogni singolo lavoratore pari a 4860 euro, quasi dieci volte di più dell’una tantum di compensazione per la “vacanza contrattuale”: una vergogna.

Si tratta di una situazione paradigmatica. L’Italia è l’unico paese europeo in cui si sciopera (non sempre con successo) non sul merito del rinnovo ma per chiedere che cominci la trattativa. È una prassi talmente consolidata che è diventata l’asse portante della strategia padronale. Le associazioni datoriali (Confindustria in testa) procrastinano nel tempo l’avvio delle trattive per un rinnovo contrattuale, sapendo che ciò consente loro un cospicuo risparmio e una riduzione del costo del lavoro, poiché la compensazione per la vacanza contrattuale sarà sempre inferiore a ciò che avrebbero dovuto pagare se il nuovo contratto fosse diventato operativo il giorno dopo la sua scadenza, come il rinnovo del trasporto pubblico locale ben evidenzia.

Si spiega così la crisi salariale italiana, la più profonda del continente europeo. La causa sta certo nella protervia padronale ma anche nell’incapacità sindacale di capire che solo l’introduzione di un salario minimo potrà invertire questa drammatica tendenza.

da qui

martedì 29 settembre 2020

La banda unica in Italia: come si espropria un bene comune – Andrea Fumagalli

Ha trovato uno scarso eco sui media l’accordo tra Tim e Cassa Depositi Prestiti (Cdp) per la creazione di un’unica società che gestisca la banda larga in Italia, ovvero l’acceso a Internet[1]. La notizia è circolata solo il giorno (27 agosto 2020) in cui il governo ha dato parere positivo e il via libera alla creazione di una newco che avrà il controllo della rete unica. Il 1° settembre 2020 i CdA di Tim e di Cdp hanno contemporaneamente approvato il piano e siglato una lettera di intenti per arrivare a primavera 2021 alla creazione della nuova società, che si chiamerà AccessCo.

Per raggiungere tale scopo, Tim farà affidamento a FiberCop (la società che cura l’ultimo miglio della rete, quello dagli armadietti in strada alle case), a cui sarà conferita la rete secondaria di Tim sulla base di un valore d’impresa di circa 7,7 miliardi di euro (per un valore azionario minore, pari a 4,7 miliardi di euro: il che fa presagire un aumento futuro del valore delle azioni per la gioia degli azionisti).

In FiberCop entra anche il fondo d’investimento privato americano Kkr con il 37,5% (1,8 miliardi) e Fastweb che acquisisce il 4,5%. Ne consegue che Tim deterrà il 58% della nuova società.

Secondo fonti informate, si prevede che FiberCop avrà un profitto lordo (Ebidta) di circa 0,9 miliardi (pari al 19% del valore azionario, livello assai alto) con un cash-flow positivo  a partire dal 2025 e non richiederà quindi iniezioni di capitale da parte degli azionisti.

Solo successivamente alla creazione della nuova FiberCop, entra in gioco l’accordo tra Cdp e Tim per la messa in opera della rete unica, non oltre il primo trimestre 2021. Il Cda di Tim al riguardo, ha approvato e dato il via libera alla firma di una lettera d’intenti con CDP Equity (CDPE, la finanziaria di Cassa Depositi Prestiti), con lo scopo di realizzare un più ampio progetto di rete unica nazionale con la nuova società AccessCo, esito della fusione tra FiberCop e Open Fiber. Open Fiber è di proprietà di Cdp e di Enel, che sarà probabilmente costretta a cedere la propria quota.

Secondo quanto previsto dall’intesa, TIM deterrà almeno il 50,1% di AccessCo e attraverso un meccanismo di governance condivisa con CDPE si dice che sarà garantita l’indipendenza e la terzietà della società. Indipendenza da chi? Probabilmente da qualsiasi ingerenza pubblica. In proposito, sono previsti meccanismi di maggioranze qualificate e regole di controllo preventivo, ancora in fase di definizione.

In conclusione ecco ciò che al momento appare certo:

  1. Il nuovo assetto azionario di FiberCop fa presagire il guadagno di laute plusvalenze. Già per questi movimenti, il titolo Tim ha avuto in borsa un forte rialzo dal 26 al 28 agosto, passando da 0,36 a 0,42 euro/azione (+ 13,5%) per poi assestarsi a inizio settembre stabilmente sopra il valore di 0,40 euro per azione e oggi intorno a 0,38. Le prospettive per FiberCop sono più che lusinghiere nel medio periodo, visto l’elevata redditività.
  2. La società che gestirà la banda unica (AccesCo) opererà in regime di monopolio e la sua governance è ancora tutta da decidere, anche se appare certo che la maggioranza relativa (51%) è ad appannaggio di FiberCop, quindi di Tim, il cui potere di controllo è comunque condizionato dal 37,5% da fondo di investimento americano Kkr. In ultima analisi, un fondo speculativo come Kkr arriverà a detenere il 19% della società italiana che ha in mano esclusive il controllo della rete digitale italiana.

* * * * *

Una volta spiegato l’assetto societario che caratterizzerà la nuova società che gestirà la banda unica, vale la pena svolgere alcune considerazioni.

Siamo di fronte ad un atto di saccheggio (despossession) di un bene comune. Oggi, possiamo dire che l’accesso a Internet possa essere annoverato tra i diritti fondamentali dell’individuo. Piaccia o non piaccia, la possibilità di accedere alla rete è diventato oggi sempre più fattore di discriminazione non solo tecnologica (digital divide) ma anche culturale e sociale e definisce una nuova divisione del lavoro su base cognitiva, definendo nuovi processi di gerarchizzazione e di potere.

Crediamo che le esperienze della didattica a distanza nelle scuole e università e di smart-working sperimentate grazie all’emergenza Covid-19 abbiano ben evidenziato queste nuove forme di segmentazione sociale, con la conseguenza di aumentare la diseguaglianza. Da questo punto di vista, il diritto alla connessione libera e gratuita dovrebbe essere uno degli obiettivi delle forze che si definiscono progressiste e riformiste. Non è così.

La creazione di un monopolio pubblico-privato nella gestione di un diritto così fondamentale può essere considerato un caso da manuale del modo con cui la teoria del New Public Management è diventata la bussola per gestire la governance delle public utilities (servizi di pubblica utilità).

Essa detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove comincia a diffondersi il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite). Al riguardo è interessare citare un documento del Formez (www.governance.formez.it, sito della Presidenza del Consiglio dei ministri, alla sezione ‘documenti/Significati di Governance’, 2012), all’interno del sito governativo della Presidenza del Consiglio, che meglio di ogni altra analisi chiarisce gli intendimenti del nuovo paradigma manageriale pubblico, che tende sempre più a sdraiarsi su quello privato:

“La crisi finanziaria, che ha colpito gli stati capitalistici a partire dagli anni ’80, e soprattutto negli anni ’90, ha indotto l’autorità pubblica a cercare di svolgere un ruolo di timoniere (steering) e coordinatore, legando le risorse pubbliche a quelle private. L’idea dello steering ha indotto una ridefinizione dei ruoli dei soggetti pubblici: all’autorità politica compete di operare ad un livello strategico, svincolandosi dalla gestione operativa che deve essere svolta dalla macchina amministrativa, mentre le azioni politiche ed amministrative si aprono e favoriscono la concertazione tra pubblico e privato, abbandonando la visione adversarial dei rapporti tra l’autorità pubblica e il business privato… È in questo contesto che si è diffusa la teoria del NPM [New Public Management, ndr.], che mette in discussione l’esistenza di una cultura e di forme di gestione specifiche della Pubblica Amministrazione sostenendo la necessità di applicare ad essa, adattandoli opportunamente, i principi e le tecniche del management privato. L’applicazione dei principi della aziendalizzazione, dal canto suo, ha favorito lo sviluppo di alcuni dei tratti distintivi della governance: l’attenzione alla partecipazione degli stakeholders; il coordinamento dei diversi interessi in gioco; l’applicazione sistematica dei principi di efficacia, efficienza, coerenza e trasparenza dell’intervento pubblico”.

Il cambiamento postulato dal New Public Management ha cominciato a investire così tutto il sistema, compreso il rapporto tra politica e pubbliche amministrazioni, costituendo in sostanza un abbandono del dirigismo centralista delle organizzazioni pubbliche: il rapporto Stato-Mercato si declina così in direzione del privato.

Il dibattito attuale parte da questa constatazione: molti beni pubblici e liberi non sono più tali in quanto soggetti a processi di “enclosures”, come nel caso dell’acqua, o di cartolarizzazioni, nel caso di alcune proprietà demaniali o privatizzazione e liberalizzazione, nel caso delle public utilities e oggi dell’accesso a Internet.

La possibilità di usufruire di tali bene di pubblica utilità è così sottoposto alle esigenze di profitto o direttamente del privato (quando la privatizzazione è arrivata a compimento) o di un pubblico che ha introiettato la metodologia della governance privata, volta non all’efficienza, ma al puro profitto, a dispetto delle esigenze sociali, anche se la proprietà rimane formalmente statale (e allora si parla di liberalizzazione). Cassa Depositi e Prestiti, dopo la sua trasformazione in SpA, incarna perfettamente questa tendenza.

Nel caso della banda unica, inoltre, assistiamo anche all’estensione verso nuovi orizzonti del “divenire rendita del welfare”, un processo che ha interessato in misura maggiore finora la previdenza e la sanità, gli ambiti in cui il processo di valorizzazione privata è più marcato. Le innovazioni che hanno accompagnato l’ascesa dei mercati finanziari, come nuovo motore regolatore l’accumulazione, hanno consentito la capitalizzazione del sistema previdenziale da parte delle grandi società di intermediazione finanziaria. Il passaggio dal sistema a ripartizione al sistema a contribuzione ha di fatto permesso di quotare le aspettative di vita degli individui e incentivare la speculazione finanziaria su asset non più riconducibili solo all’attività di produzione ma direttamente alla vita degli individui.

Grazie alla sua finanziarizzazione (in grado di garantire servizi previdenziali più elevati a chi detiene quote di risparmio più elevate) il Welfare e le public utilities non svolgono più il ruolo di ridistribuzione del reddito ma, all’opposto, ne favorisce la concentrazione, alimentando la segmentazione del lavoro e la precarizzazione della vita.

Il settore in cui risulta più evidente il ruolo “produttivo” del Welfare contemporaneo è quello della sanità, grazie soprattutto alla diffusione delle nuove tecnologie algoritmiche di raccolta e manipolazione dei big data. Tale raccolta di dati si sviluppa principalmente nella fase di prevenzione e monitoraggio della salute dei cittadini, con la funzione di indirizzare la ricerca farmaceutica privata verso gli investimenti più redditizi.

L’ingresso dell’industria dei big data ha portato nel settore dell’industria sanitaria le principali società dell’elettronica in grado di sviluppare dispositivi e sensori che raccolgono dati e le principali società dell’informatica, dotate dell’infrastruttura per analizzare le grandi quantità di informazioni raccolte. Praticamente, tutte le principali corporation che operano nel comparto dell’elettronica informatica hanno aperto una divisione Health, in proprio o in collaborazione con università, enti di ricerca, società farmaceutiche.

Con la governance privatizzata della rete, grazie alla nuova società AccessCo, il cerchio si chiude. Si crea, infatti, in tal modo un’infrastruttura digitale in grado di supportare le strutture di welfare come modo di produzione e ambito di valorizzazione capitalistica delle nostre vite. L’emergenza sanitaria ha accelerato questo processo, senza trovare un’adeguata risposta e comprensione dei fenomeni in atto da parte delle forze antagoniste.

Lungi dal muoversi verso una maggior consapevolezza del comune e dei beni comuni, mi sembra di ravvedere una elevata capacità del capitalismo (soprattutto delle piattaforme) di cogliere ogni opportunità per ampliare la sua base di accumulazione e consolidare la propria struttura di potere.

Corollario

Quest’estate, i giornali hanno riportato la notizia di un incontro, a Marina di Bibiano, tra Beppe Grillo e l’attuale sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Tra i vari temi trattati, c’è stato anche la possibile nomina di Sala al vertice della società AccessCo. Nessuno ha mai smentito, e si avvicina ormai la scadenza elettorale che dalla scelta di Sala sarà investita.

 

NOTE

[1] Una nota critica è quella di Paolo Maddalena, sul suo blog a MicroMega: “La fibra ottica: un altro pezzo d’Italia svenduto agli stranieri”

 

da qui

sabato 18 luglio 2020

Osservazioni sul reddito – Andrea Fumagalli


Con il nuovo decreto “Rilancio”, al fine di contrastare gli effetti recessivi del parziale lockdown produttivo, è stato introdotto il “reddito di emergenza”, un nuovo tipo di reddito che si somma alle già molte tipologie di reddito esistenti.
Recentemente, in alcune città italiane il tema del reddito di base incondizionato è stato al centro di mobilitazioni e presidi.  Come già scritto in precedenza, sul tema del reddito sta montando una certa confusione grazie al moltiplicarsi delle terminologie usate. Per questo, senza alcuna pretesa di esaustività, crediamo che sia necessario fare un minimo di chiarezza e procedere ad un’analisi definitoria di tali molteplici tipologie.
Come prima nota introduttiva, divideremo il tema di un diritto al reddito in due macro-famiglie. Da un lato, il reddito come remunerazione, così come sostenuto dalla scuola neo-operaista (alla luce dell’analisi dei nuovi meccanismi di valorizzazione che vedono la vita alla base dei processi di accumulazione), detto anche reddito primario; dall’altro, il reddito come ammortizzatore e protezione sociale, per coloro che non possono (perché non hanno i requisiti o per la limitatezza delle risorse) attingere agli usuali strumenti di sicurezza sociale (sussidi di disoccupazione e forme affini).
Il reddito di base incondizionato come reddito primario entra nel processo di distribuzione della ricchezza, al pari del salario e affini (remunerazione del lavoro), profitto (remunerazione dell’attività imprenditoriale, rendita (remunerazione della proprietà, qualunque essa sia). Da questo punto di vista, essendo il reddito di base remunerazione di quel tempo di vita produttivo che non viene riconosciuto come tale (tempo di formazione apprendimento, tempo di relazione, tempo di cura, tempo di svago, tempo di gioco, tempo di ozio per sé e le/gli altre/i), risulta complementare e non sostitutivo del salario come remunerazione del tempo certificato di lavoro. Reddito e salario tendono quindi a convergere in un’unica rivendicazione sociale.
Il reddito come ammortizzatore e protezione sociale, invece, entra nella re-distribuzione del reddito, una volta che la ricchezza prodotta è stata distribuita tra i fattori produttivi che hanno contribuita a crearla. È un intervento di politica economica istituzionale e non esito del conflitto sociale distributivo.
La differenza è fondamentale per far comprendere che la richiesta di un reddito incondizionato sia una rivendicazione sociale e sindacale che intacca direttamente il processo di organizzazione della produzione e del lavoro.
Tale prima distinzione, tuttavia, non è esaustiva. Riprendendo quanto già sottolineato dal Bin-Italia, occorre aggiungerne un’altra che si interseca con la precedente. Da una parte, il reddito minimo garantito, così come conosciuto soprattutto grazie alle esperienze di numerosi paesi europei, e dall’altra il reddito di base universale ed incondizionato, che oggi si va sperimentando in molti paesi nel mondo.
Come scrive Sandro Gobetti[2],
“Il reddito minimo garantito è un’erogazione economica in denaro, attribuita da parte di un’autorità pubblica a tutti i cittadini, o residenti in un paese, che versano in uno stato di bisogno (individuale e/o familiare) o che sono a rischio povertà. Il reddito minimo viene erogato a fronte di una prova che attesti la difficoltà economica e la necessità di ricevere tale sostegno (means test)”. Questa misura è spesso subordinata alla disponibilità a cercare lavoro, ad accettare impieghi o a seguire percorsi di formazione da parte del beneficiario. Tale erogazione non ha di regola una scadenza prefissata, viene erogata «fino al miglioramento della condizione economica”.
La finalità è quella di garantire una quota economica minima come base di un’esistenza dignitosa. Rientrano a livello concettuale nella famiglia del reddito minimo garantito declinazioni quali il reddito minimo di inserimento, il reddito di ultima istanza, il reddito di dignità, il reddito sociale. il reddito di emergenza, eccetera.
Il reddito di base (basic income nella definizione del dibattito internazionale) è invece un reddito attribuito da un’autorità pubblica a tutte le persone, indistintamente, senza alcun condizionamento ad accettare un lavoro, senza alcuna specificità categoriale, senza la richiesta di un requisito reddituale o patrimoniale. In sostanza si tratta di un reddito destinato a tutti gli esseri umani in quanto diritto fondamentale, diritto umano e di esistenza, e viene erogato per tutta la vita. Per questo viene definito: reddito di base incondizionato e universale. Rientrano a livello concettuale nella famiglia del basic income declinazioni quali il reddito di esistenza, il reddito di autodeterminazione, il reddito di cittadinanza, eccetera.
Tuttavia, all’interno della famiglia del basic income occorre fare un’altra distinzione, quella tra reddito di base incondizionato e universale (definito poc’anzi) e reddito di base incondizionato ma non universale. Per quest’ultimo, l’incondizionalità riguarda solo l’impegno nella ricerca del lavoro e nelle modalità di spesa del reddito percepito. In altre parole, l’unica condizione che viene mantenuta è quella dei means test, ovvero l’esistenza di un disagio economico, che deve essere definito in termini relativi e non assoluti (normalmente la soglia di povertà relativa, pari al 60% del reddito mediano esistente, che varia da anno in anno).
Con riferimento alla prima distinzione (reddito come strumento di remunerazione primaria – reddito primario – di una vita messa al lavoro, complementare al salario come remunerazione di un’attività lavorativa certificata come tale), l’incondizionalità è data per definizione, mentre non lo è in modo automatico se il reddito viene percepito come strumento di assistenza sociale.
Di conseguenza possiamo procedere a una classificazione delle diverse famiglie di reddito con l’ausilio della seguente tabella, basata sulle due dicotomie: condizionato/incondizionato/universale e remunerazione /protezione sociale

Remunerazione
Protezione sociale
Condizionato
Reddito minimo di inserimento, reddito di ultima istanza, reddito di dignità, reddito di emergenza, ….
Incondizionato (con i mean test)
Reddito di base incondizionato non universale
Incondizionato e universale
Reddito di esistenza, reddito di autodeterminazione, reddito di cittadinanza, …


Tale tabella ci permette di fare alcuni chiarimenti:
  1. Il reddito che ci interessa è quello che remunera ed è incondizionato. Ne consegue che siamo di fronte a due possibili alternative: un reddito incondizionato e universale oppure un reddito incondizionato con i means test.
  2. La Legge n. 26/2019, del 28 marzo 2019, “recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni”, presenta un titolo inappropriato. Non si tratta infatti di “reddito di cittadinanza” ma di un reddito minimo fortemente condizionato e, per di più, sottofinanziato rispetto, almeno, all’obiettivo, più volte dichiarato, di andare incontro alle esigenze dei poveri assoluti.
Il reddito di base incondizionato (universale o con i means test) deve comunque ottemperare altri criteri, per essere considerato tale. Ne enumeriamo tre:
  1. Criterio dell’individualità: il reddito minimo deve essere erogato a livello individuale e non familiare a tutte le persone fisiche. Si potrà poi discutere se anche i minori di anni 18 potranno averne diritto o no.
  2. Criterio della residenza: il reddito minimo deve essere erogato a tutte/i coloro che, risiedendo in un dato territorio, vivono, gioiscono, soffrono e partecipano alla produzione e alla cooperazione sociale a prescindere dalla loro condizione civile, di genere, di etnia, di credo religioso, ecc.
  3. Criterio del finanziamento e della trasparenza: le modalità di finanziamento del reddito di base devono essere sempre enunciate sulla base di studi di sostenibilità economica, specificando dove le risorse vengono reperite in base alla stima del suo costo necessario. Tali risorse devono cadere sulla fiscalità generale e non su altri cespiti di provenienza (come, ad esempio, contributi sociali, alienazione di patrimonio pubblico, proventi da privatizzazioni, ecc.).
La famiglia di reddito che ci interessa è quella del reddito come remunerazione e incondizionato. Al riguardo, come sottolineato, siamo di fronte a due possibili alternative, a seconda se prevale il criterio dell’universalità su quello dell’incondizionalità con i means test.
Questi due criteri si possono presentare fra loro in contraddizione e in una fase iniziale di sperimentazione il criterio dell’incondizionalità può essere considerato più importante di quello dell’universalità. Perché in contraddizione?
Con riferimento all’Italia, possiamo immaginare due scenari alternativi, partendo dal presupposto che il finanziamento della misura ricada in ogni caso sulla fiscalità generale, ovvero come quota della ricchezza sociale prodotta (che per comodità, pur coscienti dell’inadeguatezza di tale indice, è espressa dal Pil).
Il primo scenario prevede un reddito universale individuale, incondizionato, pari a 10.000 euro l’anno, un livello di pochissimo superiore alla soglia di povertà relativa. Il costo complessivo per una platea di 48 milioni circa di abitanti maggiorenni è di 480 miliardi di euro all’anno. pari al 25% circa del Pil. Il bilancio dello Stato (compreso salari e stipendi dei dipendenti pubblici) ammonta a circa 570 miliardi. In effetti, i soldi per dare 10.000 all’anno a tutti ci sarebbero, se la spesa pubblica dello Stato si riducesse di almeno l’80% con privatizzazione dei servizi e un incremento delle entrate fiscali grazie alla maggiore progressività delle aliquote. In questo primo scenario la sostenibilità economica di un reddito universale e incondizionato implica lo smantellamento del sistema di welfare esistente e la scomparsa dello Stato come agente economico.
Un secondo scenario possibile prevede, invece, di quantificare in prima istanza il massimo delle risorse disponibili senza causare un effetto sostituzione con il welfare pubblico.  Ad esempio, si potrebbe ipotizzare che tali risorse possano derivare da un uso alternativo della politica monetaria di Quantitative Easing (QE). Una possibilità che al momento non è data ma che in un futuro prossimo, chissà…
Attualmente il QE è pari a 25 miliardi al mese, di cui all’Italia va circa in media il 15%, pari a 4 miliardi, per un totale di 48 miliardi l’anno.  Immaginiamo che una quota del 40% di tale cifra possa finanziare un fondo per il finanziamento della misura di reddito di base universale, a cui è possibile aggiungere una cifra annua di 8-10 miliardi sulla base delle leggi di stabilità. In conclusione, la cifra disponibile potrebbe aggirarsi a poco meno di 30 miliardi l’anno, pari a 625 euro l’anno pro capite, poco più di 52 euro al mese.
La proposta di universalità del reddito di base ci pone dunque di fronte a un dilemma, un trade-off. Da un lato garantire un livello di reddito (10.000 euro l’anno) tale da minimizzare il ricatto del bisogno e poter esercitare realmente il diritto alla scelta del lavoro e quindi all’autodeterminazione è possibile ma in cambio dell’azzeramento del welfare pubblico. Dall’altro, se non si vuole il totale smantellamento del ruolo dello Stato in economia, ci si deve accontentare di un livello di reddito di base irrisorio, non in grado in ogni caso di far modificare il proprio destino.
Tra queste due alternative, riteniamo che una terza proposta possa farsi strada e fa riferimento alla definizione di un criterio di accesso. Il reddito di base rimane incondizionato dal punto di vista degli obblighi e delle contropartite ma è vincolato solo dal livello di reddito percepito nel presente. Ciò significa introdurre un criterio di gradualità, che inizialmente limita la platea dei possibili beneficiari solo a coloro che si collocano al di sotto di una certa soglia di reddito (comunque non inferiore alla soglia di povertà relativa). Tale soglia deve esser fissata in termini relativi, così da crescere nel tempo e ampliare la platea dei beneficiari.
Secondo le stime preliminari provvisorie dell’Istat, in Italia nel 2019 vivono in condizione di povertà assoluta il 6,5% delle famiglie e il 7,8% degli individui (contro, rispettivamente, il 7,8% e l’8,4% del 2018) per un totale di quasi 5 milioni di persone.
I poveri relativi sono circa il 12,8% della popolazione, circa 8 milioni di persone. La stima dei costi necessari per portare tutti i poveri relativi al di sopra dell’attuale soglia relativa è compresa in  una forbice tra i 19 miliardi e i 30 miliardi, a seconda se si considera la casa all’interno del calcolo del reddito Isee. Ogni anno vengono trasferite alle famiglie circa 9 miliardi di euro, sotto forma di sussidi per l’inoccupazione (Aspi, Naspi, mobilità, indennità di disoccupazione, varie forme di cassa integrazione, ecc), al netto dei trasferimenti previdenziali.  Se la misura di reddito minimo di base incondizionato va a sostituire l’80% di tali trasferimenti[3], come esito di una ristrutturazione e semplificazione del sistema degli ammortizzatori sociali oggi tra i più iniqui e distorti a livello europeo, a favore di un’unica misura, ne consegue che il costo netto si aggira in una forbice tra 10 e 21 miliardi di euro. Si tratta di una cifra impegnativa ma abbordabile, anche tenendo conto degli effetti indiretti di una simile misura, in grado di favorire processi di autofinanziamento.
Facciamo, infatti, riferimento all’aumento del moltiplicatore del reddito grazie all’aumento della propensione marginale media al consumo (in seguito al trasferimento di reddito verso famiglie e individui che consumano quasi interamente il proprio reddito[4]) e all’incremento della domanda aggregata. In presenza di un’imposizione fiscale progressiva, ne conseguirebbe un aumento delle entrate fiscali superiore alla crescita del PIL con un positivo effetto anche sulla riduzione del rapporto debito/Pil.
In questa versione di un reddito incondizionato ma con i means test, viene sacrificato quindi il requisito dell’universalità immediata dell’accesso alla misura di reddito di base, mantenendo però inalterato il principio di non chiedere in cambio nessun tipo di contropartita e obbligo comportamentale (disponibilità al lavoro o alla formazione, in primo luogo) o di consumo e consentendo, comunque, un livello di reddito tale da garantire una maggior libertà di scelta e di rifiuto.
Post-scriptum: la tragicommedia italiana
Nelle ultime settimane, si sono verificati alcuni fatti e prese di posizione che vale la pena ricordare. Il 1 giugno scorso, la Corte dei Conti è intervenuta in modo fortemente critico sulla legge 26/2019 che ha istituito il reddito di cittadinanza nel “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica”, sino a paventare il suo annullamento per il 2021, chiedendo che  non venga inserita nella Legge di Bilancio 2021. Nel mirino, vi sono soprattutto le politiche attive del lavoro. La critica maggiore della Corte dei Conti riguarda, infatti, la fase due del reddito di cittadinanza, quella della ricerca di un lavoro per i percettori del sussidio. Secondo le analisi della Corte dei Conti (su dati Anpal, Agenzia nazionale politiche attive del lavoro), solo il 23,5% della forza lavoro nel 2019 ha cercato un’occupazione tramite i centri per l’impiego. Una percentuale che si è addirittura ridotta rispetto al 24,2% del 2017 e al 23,3% del 2018, nonostante l’assunzione di 3000 navigator da parte dell’Anpal, guidata dal professore del Mississippi Mimmo Parisi. Nella ricerca del lavoro continuano ad avere un ruolo predominante, in Italia, i canali informali. In particolare, solo poco più del 2 per cento ha trovato lavoro, tra il terzo trimestre 2018 e il terzo trimestre 2019, tramite i centri per l’impiego. Poi c’è l’accesso ridotto per gli immigrati: la quota di beneficiari stranieri extracomunitari è meno del 6%, nonostante il 31% di questi siano secondo l’Istat in situazione di povertà assoluta. «Il vincolo dei dieci anni di residenza, di cui almeno gli ultimi due in via continuativa, potrebbe aver limitato il numero delle domande presentate dalle famiglie straniere», spiegano i giudici della Corte.
Il 3 giugno, il Forum Disuguaglianza Diversità coordinato da Fabrizio Barca (area sinistra Pd) pubblica sul proprio sito un articolo in cui mette in dubbio l’efficacia del Reddito di Emergenza (Rem) nel raggiungere effettivamente le famiglie più povere. Eppure, poco meno di due mesi prima, il 30 marzo, il Forum Disuguaglianze Diversità e Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), insieme a Cristiano Gori (docente dell’Università Cattolica di Milano) , avevano presentato la proposta del Reddito di Emergenza (Rem), dichiarandosi contrario a qualunque intervento di carattere più universale, ma limitandosi a perorare un intervento di sussidio al reddito di ultima istanza. Secondo tale proposta
“il REM avrebbe dovuto sostituire il Reddito di Cittadinanza, per i nuovi richiedenti, per ampliare la sua platea per un periodo temporaneo ed eccezionale. Nell’impianto del Decreto Rilancio le due misure convivono e il REM è destinato a chi non gode già del Reddito di Cittadinanza o di altre prestazioni. … Per quanto riguarda la presentazione della domanda, per chi possiede un ISEE la domanda appare molto semplice. Per chi non lo possiede le cose appaiono più complicate. Si tratta di quelle persone oggi fuori dalla rete del welfare pubblico. Tuttavia, essendo l’ISEE fissato a 15.000 euro (una soglia elevata se considerata la platea per cui il REM è stato costruito), non costituirà il criterio per decidere chi debba ottenere il REM. Nella proposta ForumDD-ASviS-Gori non era previsto l’ISEE tra i criteri di accesso, mentre l’esecutivo ha deciso di tenerlo motivando che la presenza dell’ISEE era necessaria per la presa in carico delle domande da parte dell’INPS”.
Il rischio è dunque che, come avviene per il Reddito di Cittadinanza, anche il Rem non riesca a raggiungere coloro a cui dovrebbe essere destinato. Soprattutto coloro che svolgono lavoro nero, vivono situazione di elevata povertà, i senza tetto, ecc. difficilmente potranno accedervi.
Non è forse più saggio, invece di favorire la proliferazione di varie misure reddituali, concentrarsi solo un’unica misura, a partire dall’attuale esistente reddito di cittadinanza, eliminando i vincoli di accesso e le varie condizionalità comportamentali (i cui effetti, come abbiamo visto, sono irrisori), in modo che diventi effettivamente uno strumento di sostentamento adeguato e di autodeterminazione?
Pare di essere di fronte a una serie di suicidi politici. Il movimento 5S sta di fatto affossando la sua creatura, la legge sul reddito di cittadinanza, invece di cogliere l’emergenza sociale ed economica in corso come occasione per un suo rilancio ed estensione. Il Pd, stretto tra aperture al reddito e tentazioni lavoriste, prima, tramite alcune sue componenti, propone l’instaurazione del Reddito di Emergenza (accodandosi così ai 5S), poi, una volta introdotto, critica le modalità di applicazione, mettendo in evidenza la sua vera natura: essere favorevole ad un sussidio al reddito solo come misura estrema di ultima istanza contro la povertà ma non per l’autorealizzazione della persona: il povero deve sopravvivere ma continuare a rimanere, comunque, povero.
Con il fondato rischio di farsi superare a sinistra da Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, che il giorno 6 giugno ha pubblicato sul suo sito un articolo di Gaël Giraud a favore di un reddito universale!
* * * * *
Note:
[1] Nello scrivere questo testo ho potuto usufruire di chiacchierate e suggerimenti da parte di Sandro Gobetti, Cristina Morini e Rachele Serino
[2] Faccio riferimento ad alcune note scritte all’interno del progetto di ricerca Bin-Italia: “The Citizens’ Income Law in Italy, the European minimum income experiences and the basic income international debate 2019-2020”, finanziato dalla Fondazione Inet (Institute of New Economic Thinking), Usa.
[3] Tenendo conto, che alcune indennità di inoccupazione possono raggiungere livelli superiori alla soglia di povertà relativa
[4] Il moltiplicatore del reddito è definito dal rapporto [1/(1-c)], dove “c” è la propensione marginale al consumo, ovvero l’incremento del consumo C all’aumentare del reddito Y (ΔC/ΔY). Se aumenta il reddito delle persone più povere, l’aumento dei consumi sarà più che proporzionale di quanto non avvenga in caso di aumento del reddito delle fasce più ricche, con l’effetto che un euro di investimento o di spesa pubblica farà incrementare il Pil in misura maggiore.